Mentre la sabbia nella clessidra del Brexit sta velocemente terminando ci avviciniamo ad una dei più grandi macelli politici della storia europea: la possibilità molto concreta di una Hard Brexit senza alcun accordo sembra sempre più plausibile. Essa non solo porterà enormi costi e disagi per tutti i paesi che confinano e che commerciano con la Gran Bretagna nonché per i britannici stessi, ma ad una probabile caduta del governo di Theresa May.

Come siamo arrivati a tutto ciò? Dal marzo 2017, anno in cui il Regno Unito ha ufficialmente invocato l’articolo 50 del TUE, ci sono stati quasi 2 anni per giungere ad un accordo che potesse portare ad un’uscita ordinata della GB dall’Unione, cercando di trovare una mediazione che non trasformasse il Regno Unito in un paese straniero completamente scollegato da un’Unione con la quale nel tempo si sono creati legami economici ed interessi condivisi. Tuttavia fin dall’inizio i partner europei e le istituzioni di Bruxelles hanno fatto intendere che non avrebbero fatto sconti ai Britannici, e che anzi avrebbero fatto di tutto per rendere l’uscita molto dolorosa. Da parte loro, i sudditi di sua Maestà non hanno fatto altro che litigare e tergiversare senza riuscire a trovare una proposta che soddisfacesse gli interessi divergenti di che vinceva e i che perdeva con la Brexit. Vari gruppi di potere britannici hanno fatto di tutto per cercare di annullare l’esito del referendum, facendo così perdere tempo prezioso alle trattative e mettendo il governo britannico in posizione precaria. Il risultato di tutto questo è che a pochi giorni dalla data di uscita ufficiale, il 29 marzo, non c’è ancora nulla di concreto, nemmeno la possibile proroga del termine. E’ proprio l’incertezza di questi ultimi mesi che ha creato il vero caos che stiamo osservando.

In caso di mancato accordo scatterebbero automaticamente le tariffe doganali del WTO su tutte le merci, mettendo a rischio i profitti di molte aziende con sede nel Regno Unito, alcune hanno infatti già annunciato di volersi trasferire altrove, altre stanno ponderando di farlo in caso di no-deal. Migliaia di posti di lavoro verrebbero persi in poco tempo. Parliamo di aziende come Honda, Nissan, Ford, Toyota, Airbus, Philips e molte altre tra cui – ironicamente – P&O, l’azienda che ha quasi il monopolio del trasporto navale da e per UK, che batterà bandiera Cipriota per restare una compagnia europea. Molti CEO di queste aziende hanno motivato il trasferimento proprio per l’incertezza ed il timore del no-deal.

https://www.independent.co.uk/news/business/news/brexit-companies-leaving-uk-list-job-cuts-eu-no-deal-customs-union-a8792296.html

Uno dei principali motivi del Brexit è la possibilità per il Regno Unito di precedere all’espulsione di moltissimi immigrati a bassa specializzazione, soprattutto dell’Est Europa ma non solo, che essendo cittadini europei non possono essere espulsi. Beh è probabile che gli eventuali posti di lavoro che verranno liberati dagli immigrati serviranno tutti a compensare la chiusura delle fabbriche, peccato che trasformare un saldatore in un infermiere o in un cameriere non sarà così facile.

https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2019-03-04/east-european-migrants-are-leaving-u-k-and-hurting-the-economy

La minaccia di mancato accordo ha obbligato gli importatori inglesi ad ammassare grossi quantitativi di merci nei magazzini britannici: secondo le associazioni di categoria ¾ degli spazi di magazzinaggio in GB sono al limite della capacità e il costo degli spazi di stoccaggio è salito del 25% negli ultimi mesi. Tutto questo si riflette sui trasporti verso le isole britanniche: per avere la disponibilità di un container bisogna attendere dai 12 a 15 giorni e di conseguenza i prezzi dei camion stradali sono pressoché raddoppiati.

https://www.theguardian.com/politics/2019/jan/21/uk-warehouse-space-nears-capacity-firms-stockpile-for-brexit

In merito ai trasporti è molto interessante esaminare la protesta della settimana scorsa degli operatori del porto di Calais e Dunkerque per mostrare la impreparazione dei porti francesi ad una Hard Brexit. Gli operatori del porto hanno infatti deciso di applicare alla lettera le procedure esistenti. Il risultato è stato il caos, sia per i passeggeri che per le merci, con ore di attesa e code chilometriche agli imbarchi.

https://www.bbc.com/news/47454150

Pensate che sull’altra sponda della Manica siano meglio preparati?

Non dimentichiamoci poi la questione dell’Irlanda del Nord: le sei contee dell’Ulster, per ovvi motivi, sono infatti strettamente legate economicamente alla Repubblica d’Irlanda molto più che alla Gran Bretagna. Un’eventuale imposizione di un confine “rigido” con dazi e controlli doganali avrebbe un impatto considerevole su tutta l’area, con conseguenze potenzialmente deleterie.

https://medium.com/@CASEresearch/no-brexit-conflict-in-northern-ireland-the-fall-of-the-uk-the-impact-of-a-hard-irish-border-45736b21e371

Per la cronaca anche i partner europei avrebbero moltissimo da perdere con un no-deal…

Questa separazione tre UE e UK assomiglia molto a un divorzio tra due coniugi che si detestano, ognuno disposto a perdere tutto pur di poter fare del male all’altro; vedremo se la paura di una Hard Brexit li porterà a più miti consigli.

Voi dove puntate la vostra fiche? Deal o no-deal? Faites vos jeux…

Alessia C. F. (ALKA) di https://liberticida.altervista.org & http://www.orazero.org/