La sola cosa peggiore della furia di una donna respinta è

la furia di un uomo buono e tranquillo”

(Nuke)

 

Ho bisogno di rilassarmi, cazzo”.

Solo a questo devo pensare, tornando a casa sulla mia Mercedes nuova fiammante.

Me la hanno appena consegnata e la devo portare a mia moglie.

Avevamo una vecchia Renault, aveva tanti anni, ma solo diciannovemila chilometri.

Era ancora nuova, tecnicamente appena uscita dal rodaggio.

Lei si vergognava di girare con quel rottame, diceva.

Per tutto usiamo il Doblò della ditta, un magazzino di materiale edile, appena fuori Milano.

Quarantottomila euro. Contanti e con uno sconto del cazzo. Per la Renault mi hanno dato mille euro, gli stronzi, hanno detto: Ha quindici anni, non vale niente”.

Avrei voluto demolirla, per non lasciargliela, ho sentito uno dei meccanici che diceva -“Se non la volete come auto sostitutiva la compro io, è praticamente nuova” – ma i soldi mi servono.

La Mercedes non mi ha concesso un finanziamento, per cui sono dovuto andare alla banca, a farmene concedere uno al sette percento.

Sig Giachetti, sa, la sua situazione patrimoniale non è più quella di una volta, ma, vista la sua fedeltà al nostro istituto…”

Il materiale edile non tira più come una volta. E mia moglie non lavora.

Quando mi concedo di pensarci, a mia moglie e ai quarantottomila euro, comincio a sentire come un ronzio in testa, il mondo si fa grigio, e mi sento strano.

Meglio smettere, e ricordarmi di sorridere quando arrivo a casa.

Giulia è a casa fuori che mi aspetta proprio in fondo al vialetto del cazzo che mi ha fatto pavimentare: Non puoi mica lasciare il cemento così, ci sono delle crepe…”. Altri ottomila euro in piastrelle di gres posate a mano. Più la manodopera in nero.

L’anno scorso sono scivolato e mi sono rotto le ossa dell’avambraccio. Il gres diventa scivoloso con il ghiaccio.

Il cemento crepato no.

Basta, devo sorridere.

Giulia è insieme a Marina, la sua “amica del cuore” sono inseparabili.

Sospetto anche che si lecchino la fica a vicenda, ma mi rifiuto di pensarci, altrimenti il ronzio diventa martellante.

Parcheggio sul Gres del cazzo e sorrido mentre le due amiche comincia a girare attorno all’auto. Giulia sale a bordo e si fa un selfie al posto di guida, Marina la imita e si fanno anche due belle foto da fuori, stese sul cofano.

A me un veloce –“era ora che buttassi quel rottame, era vecchio”- e pure io mi sento vecchio.

Entriamo, ora di festeggiare, Giulia ha comprato una magnum di champagne con la mia carta di credito, e brindiamo.

Bevo tanto, forse troppo, ma così non sento il ronzio.

Una bella cena, tutti e tre insieme, anche Marina, ovvio. E si parla del nuovo progetto, quello di mettere su un negozio di articoli orientali, i Chakra, i kundalini e le altre menate. Con i miei soldi.

Marina addirittura mi mette una mano sul braccio e dice: “Come è fortunata Giulia ad avere un marito premuroso come te. Con il negozio avrà finalmente qualcosa da fare”. Sta a vedere che adesso è colpa mia se Giulia sta a casa a non fare un cazzo.

Tutte e due si mettono insieme e cercano di risolvere i problemi del mio stress: “Caro, lavori troppo, secondo me con le campane tibetane vedrai che ritorni come un tempo”.

Invece di dirgli che no, non ho i soldi per quel negozio di merda, sto zitto e le lascio parlare per un tempo che sembra lunghissimo delle campane e di come devono essere usate per “armonizzare lo spirito con il corpo”.

Il ronzio si fa sempre più forte, e rimango come istupidito, non capisco neanche quello che dicono.

Naturalmente accetto le loro proposte, domani mattina andrò al negozio di articoli orientali a comprare delle campane tibetane –”così avrai una idea di come arredare il negozio, caro”– mi dicono che subito ne avvertirò i benefici.

La mattina dopo mi reco subito in ufficio, è fine mese. Occorre pagare le RiBa.

Subito appare chiaro che questo mese sarà difficile, non ci sono abbastanza soldi, occorre fare delle scelte.

Poi si dirà ai fornitori –”abbiamo avuto dei problemi, se potessimo spostare un mese…”– come al solito. E cominciano le telefonate di sollecito ai clienti che hanno dimenticato di pagare le nostre, di ricevute.

Verso le dieci mi reco al negozio, un bugigattolo incastrato tra una rosticceria e una lavanderia a gettoni, pieno colmo di cose di cui ignoro l’uso ed il significato.

Il commesso è un tizio strano, con una lunga barba brizzolata , che gira tonda intorno al suo mento, e i capelli stranamente corti.

Gli chiedo delle campane tibetane, e subito lui chi chiede se la voglio a cinque o sette metalli o se preferisco quelle moderne.

E tira fuori una serie di ciotole in ferro martellato placcato, o almeno così mi sembra e dei cosi che sembrano dei vasi da notte in ceramica.

E con dei martelli e dei manicotti comincia a percuoterli e a strofinarli, per farmi sentire il suono che emettono.

Il suono, beh, è interessante. Molto interessante.

Mi piace soprattutto quello delle campane in metallo, una lunga sonora vibrazione.

Finisce che vado via con una serie completa, settecento euro in tutto, con gli accessori, molti dei quali non so ancora a che servono.

La carta di credito, saccheggiata da mia moglie, non basta a coprire la spesa, e devo usare il bancomat. E dire che ho cinquemila euro di limite, ed è solo il dodici del mese.

Che cosa ci fa con tutti quei soldi?

Il ronzio torna insistente, ma il suono celestiale delle campane lo tiene a bada.

Torno in ufficio, e piazzo le campane sulla scrivania, e comincio a suonarle. Inizialmente impacciato presto trovo la vibrazione corretta, una lunga nota che finalmente manda via il ronzio, che da anni mi perseguita.

Un suono alieno mi interrompe, è il telefono.

E’ il direttore della banca, ci sono problemi con il castelletto, con i fidi, e sarebbe meglio se passassi a trovarlo questo pomeriggio. Ci siamo, è l’inizio della fine, ormai non ho più un soldo. E un mare di debiti è lì che aspetta di venire fuori..

Quarantottomila euro, con quelli…

Continuo a suonare, le campane mi rilassano e finalmente comincio a vedere tutto con una luce nuova. Ora di pensare a me stesso, e a lasciare indietro tutti i problemi.

Esco, chiudo il magazzino e butto le chiavi dentro un tombino. I dipendenti avranno una bella sorpresa, quando rientreranno dalla pausa. Che si fottano.

Con il Doblò vado verso casa, tranquillo.

Parcheggio sul vialetto e mi reco verso casa con uno scatolone pieno di campane tibetane in braccio.

Entro, sposto le paccottiglie di mia moglie dalle mensole e piazzo le campane, con i martelletti e gli altri aggeggi ben disposti.

Mi guardo in giro, vedo il soggiorno a due piani, con la balaustra che gira tutto intorno che dà sul piano di sopra, il divano Calligaris ( diciottomila euro) e gli altri mobili e suppellettili troppo costosi. E penso anche a quello che non si vede.

Mia moglie, per esempio. Dove cazzo è?

Il suono della campane mi permea, malgrado solo io possa sentirlo, e come trasognato mi avvio verso il piano di sopra.

Prima però mi fermo un attimo in cucina, a prendere una grossa mannaia e apro l’armadio dei fucili.

Un bell’automatico caricato a pallettoni è quello che serve.

Sette cartucce.

Salgo le scale, e mi avvio sicuro verso la camera da letto.

Apro la porta e saluto, con voce forse troppo forte: “Cara sono arrivato a casa!”.

Le due amiche del cuore sono nude ed avvinghiate sul letto.

Erano così prese a leccarsi la figa che non mi hanno sentito, fino ad adesso.

Inizialmente fanno la voce grossa, poi vedono il fucile e iniziano a fare casino sul serio.

Sparo da vicino al piede destro di mia moglie, e il rumore, già assordante sale di una altra ottava.

Ma a me sembra tutto ovattato, le campane tibetane stano facendo il loro lavoro.

Ora di pensare a Marina, Giulia sul suo moncherino non va da nessuna parte.

Mentre cerca di fuggire la colpisco forte con il calcio del fucile ad un fianco, la afferro per i capelli e la trascino verso la balaustra.

Le campane mi hanno dotato di una forza incredibile, tutto sembra lento e leggero. Un mondo fatto di polistirolo.

Con l’altra mano afferro la costosissima lampada Andromeda, un oggetto in tessuto e metallo che fa bella mostra su di un tavolino, mai accesa.

Gliela sbatto forte in faccia, così smette di starnazzare, e strappo il filo elettrico dal muro.

Un bel filo grosso, di quelli di una volta, rivestito in tessuto. Ottimo.

Glielo giro intorno al collo, un nodo veloce e sollevo la nuova Marina di polistirolo sopra la balaustra, lasciandola cadere di sotto, nuda.

La lampada si incastra nelle sbarre, si piega ma resiste, e lei rimane appesa e scalciante.

E una, ora di pensare alla dolce mogliettina.

Torno in camera, lei ha percorso solo qualche metro, in cerca di chissà cosa, dietro di lei una scia di sangue.

Gli sparo alla mano sinistra per amore di simmetria, e metto mano alla mannaia.

Un lavoro sanguinolento, ma andava fatto, senza odio, con il suono delle campane si può solo provare pace ed armonia.

Alla fine scendo le scale in pace, con la testa della mia amata mogliettina al fianco, che appoggio sul tavolino di fianco all’ingresso.

Ma non è finita.

Ora di sistemare la questione finanziaria.

Un salto all’armadio dei fucili, ne carico altri tre o quattro e li metto sul sedile del passeggero della nuova auto.

La ho pagata, ora di usarla come si deve.

Bella, comoda, maneggevole e con il cambio automatico, forse un filino pesante… perfetto.

Arrivo davanti alla banca, faccio manovra e mi preparo a rinegoziare le condizioni. Le campane mi hanno suggerito come fare.

A tutta velocità mi fiondo in retromarcia contro la banca, giusto nel telaio in alluminio tra due grosse vetrate.

Mi puntello forte, ma l’urto non è terribile come pensavo.

Il solito lavoro di merda all’italiana. I vetri blindati, fissati solo simbolicamente alle pareti sono venuti giù con il telaio e tutto.

Eppure gli dicevo sempre di rifare i fissaggi con dei tappi chimici, e di metterne di più.

La Mercedes si parcheggia proprio sopra la vetrata, il motore in moto.

Scendo con calma, un paio di fucili a tracolla e uno già imbracciato, e mi accorgo di non essere in piano.

Ero preoccupato per la guardia giurata, il  sostituto di vetri blindati fissati decentemente, ma il poveretto è rimasto proprio sotto la vetrata, si muove ancora debolmente.

Sembra una farfalla sottovetro.

Gli faccio ciao con la manina, sorridendo, e mi do da fare. Ora di rinegoziare le condizioni e di rifare l’organigramma dell’istituto, già che ci sono.

Il suono delle campane mi sostiene, mentre espongo le mie ragioni: “credo sia giunto il momento di riconsiderare la mia posizione finanziaria -BANG!- lei invece deve pensare seriamente a ridurre le garanzie richieste e ad essere più elastico -BANG!-”

La faccenda si risolve in fretta ed in armonia, tranne un tizio che mi ha tirato qualcosa, credo un portapenne, senza colpirmi. E quella signora che vedevo sempre battere forte sui tasti di un computer e che non mi ha mai rivolto la parola. Si era nascosta nel bagno, e mi ha fatto perdere tempo.

Ora si è fatto tutto silenzioso, ho fatto valere le mie ragioni ed è ora di tornare a casa, dalle mie donne.

Torno a casa e trovo il vialetto occupato da una volante dei carabinieri. Una sola.

Le altre penso siano occupate a dirigersi verso la banca.

Scendo dal Mercedes, butto lontano le chiavi e imbraccio il fucile.

Il primo carabiniere lo centro alla nuca, sta guardando verso la porta aperta.

Il secondo è dentro davanti al tavolino su cui è appoggiata la testa di mia moglie e al corpo che pende dalla balaustra.

Si è girato verso di me, per cui lo prendo dritto in faccia.

Sono un superman, grazie alle campane.

Alcuni secondi nel soggiorno , ammirando la simmetria della scena e riparto, c’è ancora da fare.

Prendo le loro pistole e un paio di mitragliette oltre ai giubbotti antiproiettile che trovo nel baule, insieme alle munizioni.

Poi mi dirigo alla centralina di allarme e aziono il sistema che mia moglie mi ha fatto installare l’anno scorso, per la “sicurezza”.

Delle tapparelle in acciaio scendono su ogni finestra e delle zanche profonde fissano la porta di ingresso al suo posto. Poi stacco la corrente al sistema. Non si apriranno tanto facilmente.

Piazzo i cadaveri dei due carabinieri sul divano del soggiorno e mi metto un giubbotto antiproiettile.

Mi sta stretto, e rido, pensando che in prigione avrò tutto il tempo per dimagrire. O all’inferno.

Sul tavolino del soggiorno piazzo alcuni fucili, le due pistole e le mitragliette e aspetto.

Nel frattempo, mentre il suono delle sirene e la concitazione fuori si fa sempre più forte, discuto con i miei due nuovi amici seduti tranquilli al mio fianco.

Delle campane tibetane, e di come il loro suono ha cambiato radicalmente le nostre vite.

Non sono molto ciarlieri ma stanno attenti, devo dire.

Le cose si fanno per le lunghe, niente superman delle forze speciali in arrivo, a quanto pare, e mi vado a fare un caffè. Meglio stare sveglio.

Passo davanti allo specchio grande, il solito oggetto costoso messo a cazzo, e mi vedo.

Coperto di sangue e forse anche di frattaglie, tutto intorno puzza di polvere da sparo, sangue, piscio e merda (morire è una faccenda sporca).

Sorrido pensando ad una frase letta in qualche libro:

Tu sei l’ultimo uomo. La tua specie è estinta”

Chi se ne fotte. Oggi è stata una giornata bellissima.

Per gli amici di Orazero scritto da Nuke di www.liberticida.altervista.org

P.S. ragazzi nella stesura finale penso anche di infilarci un figlio fannullone e qualche animale domestico, ma per il momento pensa possa bastare.

Stavolta niente famiglia e molta truculenza. e tante campane tibetane