“Se uno vuole vivere, ebbene, combatta.

E se a qualcuno, in questo mondo di perpetua lotta,

ripugna combattere, non merita di vivere.”

A.H. 1926



Cronache di Etnika – Prima parte – Il viaggio.

Cap1 – Piccola città

Anno 56 era dei Prefetti, 2098 D.C.

Il sole sorge sulla circoscrizione 26, nella città di Katane, antichissima città che da millenni sorge lungo le coste del mediterraneo.

Una lunga teoria di case, addossate le une sulle altre. Costruite in legno, cemento , mattoni e plastica, una selva di corte antenne ricopre i tetti, contendendo lo spazio ai pannelli solari. In alto sulle colline gigantesche pale eoliche.

Niente auto , anche se alle sette del mattino già tante biciclette e carretti elettrici affollano le strade.

Anais alzati!” Anais è un ragazzino quattordicenne alto , magro e con i capelli ricci, come tutti i ragazzini della sua età non ha nessuna voglia di alzarsi, anche se fuori è una bellissima giornata.

Con una frase Hana, la madre riesce a convincerlo: “Dai che oggi devi aiutare Zio Vittorio!”

Non ci vuole altro, e Anais scatta dal letto come una molla. A fatica la madre lo convince a fare una rapida colazione, una simbolica abluzione e una veloce preghiera davanti al crocifisso.

Croce che Anais si mette al collo prima di uscire, è troppo “arabo” per girare senza a Katane, non dopo tutto quello che è successo.

E’ in ottone, legata con un cordino di cuoio, ma risplende come oro.

Al fianco indossa il coltello a doppio filo, con lama lunga quindici centimetri, l’arma che solo i partecipanti al Cerchio possono portare.

Scende le scale a quattro gradini per volta, carico come una molla.

E stacca dal suo alloggiamento la “Ghedi 2000”, la bici elettrica che si è comprato dopo due anni di lavoretti. Elaborata fino al parossismo.

Sfreccia nel traffico mattutino come un missile, senza usare il campanello obbligatorio o segnalare le svolte. I veri uomini non lo fanno.

Giù per via Calliope, ormai i passanti si sono abituati e quasi non gli mandano più degli accidenti, mentre lui e gli altri ragazzini sfrecciano. Una corsa veloce nel sottopassaggio sotto la ferrovia, saltando i gradini come un acrobata, e dire che li avevano messi apposta per rallentarli. E poi giù, verso Via del Crocifisso e via dei Templi, dove i Rappresentanti hanno concentrato tutti gli edifici di culto.

Di fianco le une alle altre si può osservarle, una chiesa battista, a forma di chalet svizzero, quella dei Valdesi, il tempio a forma di cipolla degli ortodossi e gli altri. Manca ovviamente la chiesa cattolica, da quelle parti, ovviamente non ce ne sono più da decenni. La basilica in piazza è usata da ogni confessione a turno, ogni domenica.

Padre Olaf è già fuori, a quell’ora antelucana e saluta Anais mentre gli sfreccia di fianco:

stai attento, piccolo demonio!

Una ultima sgroppata, con uno stridore di freni il ragazzo si arresta davanti al negozio di Vittorio.

La vista è uno spettacolo, il negozio rivolge le sue vetrine al mare, proprio davanti al porto semi-deserto.

Da decenni nessuna imbarcazione a motore può lasciare il porto. Le feluche a vela, adibite alla pesca sono partite da un pezzo, rimane solo qualche piccola imbarcazione e alcune golette da diporto, di proprietà dei ricchi.

Anais come al solito sogna di andarsene, di imbarcarsi su un due alberi e di lasciare la città, anche se sa che non potrebbe allontanarsi più di qualche chilometro dalla costa.

Il suo amico Luciano si imbarca ogni tanto su di una nave da pesca, e racconta di come non appena ci si allontani troppo dalla costa un Grigio appaia dal nulla e li scorti per tutto il viaggio, fino a quando non si ritorna vicino a riva. Non emettono neanche un suono.

Malgrado la scorta la pesca è sempre abbondante, il mare è pieno di pesci, adesso.

Pensa a Luciano, il suo migliore amico, un ragazzo come lui, perso in un mondo senza prospettive, figlio di uno dei Rappresentanti, eppure lavora come gli altri, e ha ottimi voti nella scuola serale. Non come lui, certamente.

Anais entra nel negozio, senza nessuna insegna, tutti sanno cosa si vende da Vittorio. Fuori rimangono le vestigia impolverate di una vecchia insegna nautica, illeggibili, e vecchi led ormai defunti . Vittorio ha montato dei proiettori laser al tritio di ultima generazione e figure astratte corrono sulle pareti, modificandosi lentamente,  visibili anche di giorno:

Una Monna Lisa fa capolino all’improvviso, enorme, sulla parete i fianco. Prima fa l’occhiolino e poi la lingua ad Anais. Vittorio dice che sono immagini del tutto casuali, ma succede qualcosa di simile tutte le volte che Anais entra nel negozio.

Le vetrine sono piene di oggetti elettronici impolverati, persino vecchi tubi catodici, ormai inutilizzabili da decenni.Sul soffitto i soliti, laser proiettano immagini sempre in cambiamento.

Questa volta sono tubi al neon antichi, accesi anche di giorno, che ogni tanto si dispongono come a formare delle lettere. La volta scorsa, quando entrò il Sindaco, i tubi al neon formavano la scritta “FOTTITI”.  Per fortuna non se ne accorse nessuno.

File di laptop tutti uguali in alluminio e plastica sono in bella mostra ovunque. Ceste enormi sono piene di quelli che sembrano telefonini anch’essi tutti uguali, e dei ricambi. In realtà non sono veri e propri telefoni,lavorano in frequenze che raggiungono al massimo cento-duecento metri di distanza, e funzionano solo in città. Vittorio dice che sono i vecchi residuati della rete 7G inviati da Terminal, il porto da dove entra o esce ogni cosa. Nessuno può usare altre frequenze o trasmettere su distanze maggiori.

Anais silenzia il suo cellulare e entra nel negozio, Vittorio non sopporta le suonerie rumorose.Il retro del negozio, che tutti chiamano “la tana di Vittorio” è pieno di roba, roba che ormai nessuno sa cosa sia, vecchi tubi catodici con scritte incomprensibili, luci che si accendono e si spengono, decorazioni natalizie d’epoca e scaffali che fanno mostra di vecchie schede recuperate dalle rovine di Prima, scampate alla distruzione.

Ciao Anais

La voce di Vittorio è profonda e sembra provenire dal mezzo di un groviglio di apparecchiatura di cui il ragazzo ignora l’uso.

Ed è effettivamente quello che succede.

Vittorio è un uomo di circa cinquanta anni, arrivato alla seconda generazione di riparatori di apparati elettronici, fondato dal padre e dai nonni che gestivano il negozio prima di lui.

Nessuna università, solo alcuni video e tanta pratica.

E’ il caso di descriverlo, Vittorio, un uomo alto, magro e con una chioma indisciplinata, bianca come la sua barba. La sua voce è profonda e sembra provenire da un uomo molto più grosso di lui.

E’ anche un noto omosessuale, tollerato per le sue insuperabili doti tecniche, purché non faccia casino. Malgrado il suo insaziabile appetito per i ragazzini Anais con lui è al sicuro. A lui interessano solo i giovani mulatti che battono di notte, in via Licuti, poco più avanti sul lungomare.

Anais era un turbato da questo, ma ormai si è abituato, come alle frecciatine che gli lanciano i suoi amici. La paga è buona, e lui è il primo assistente.

Vittorio Spunta fuori dal misterioso groviglio, un progetto che lo ha tenuto impegnato per parecchi giorni, di cui nessuno sa niente.

Vieni a sentire una cosa!

Con gli occhi fuori dalla testa Vittorio accende un monitor, su cui appaiono guizzanti dei misteriosi impulsi.

Da un altoparlante scaturiscono delle brevi scariche di suoni.

li senti?” fa Vittorio.

Cosa sono?

Pensavo fosse chiaro, sono i Grigi!

ho scoperto il loro sistema di comunicazione”

Mi sento accapponare la pelle “Non è pericoloso?

No, sciocco” – Vittorio ride come un bambino –”li stiamo solo ascoltando, non rischiamo niente”

E poi si fa serio” domani vedrai cosa gli combino!”

Inizia una lunga dissertazione sul codice impenetrabile che usano, e come i dati trasmessi siano troppo pochi per essere ordini dettagliati. Vittorio ha una teoria, su come i Grigi siano quasi senzienti, che facciano quello che fanno da soli, quasi senza controlli.

forse possiamo comunicare con loro!

Anais decide che forse Vittorio ha passato troppo tempo nel laboratorio, le storie che ha sentito gli preannunciano un disastro.

Vittorio prende anche un altro apparecchio e da un altoparlante scaturiscono suoni rabbiosi:

li senti ? Sono gli ultrasuoni che ho registrato tempo fa, rallentati mille volte. Sono sempre i grigi, un sistema di comunicazione di riserva. Se riuscissimo a disturbare le loro trasmissioni sicuramente li userebbero per comunicare ugualmente. Mio padre riteneva i grigi semi-intelligenti ed autonomi.

Lo sproloquio continua, e Anais ne capisce solo una minima parte.

Ora di lavorare. In fondo è facile, si prendono i computer rotti, si cambiano i pezzi guasti e si prova il sistema.

Ingegnosamente i Reietti esiliati a Etnika hanno trovato un sistema per ricostruire la perduta rete internet.

I computer sono collegati gli uni agli altri. Ogni utente condivide le nozioni che possiede, pagine di libri che ha scovato da qualche parte e altro, fino a ricreare una comunità senza regole.

Non esistono più i vecchi social e i motori di ricerca del passato, nomi ormai dimenticati da tutti tranne che da qualche storico, ormai esiste solo Regale, una comunità senza gerarchie.

Parto della mente geniale di un dimenticato cervellone tedesco, finito chissà come in mezzo ai Reietti, funziona senza rete centrale e senza server.

I cavi arrivano dappertutto , persino nelle Terre Selvagge, fino ai regni di Al Taifa a nord e nel misterioso sud- ovest , governato da Egbu Eze, il “re assassino”.

Tutti si collegano e condividono video di gattini. E porno amatoriale.

Arriva la sera, la bici è carica e Anais sfreccia verso casa, non prima di salutare il buon Padre Olaf, con il suo barbone ortodosso.

Yana, sua figlia è una sua cara amica. Forse qualcosa di più che una amica, anche se non osa neanche pensarlo.

Ora di cena, solito viaggio a folle velocità, stavolta in salita, con le batterie sempre sull’orlo dell’esplosione e una rapida cena, carne e verdure. Lo schermo olografico proietta le notizie locali, sempre le stesse.

I predoni che assaltano, i Rappresentanti che si danno da fare per il nostro bene… la solita merda.

Finalmente si arriva alla palestra. La palestra del quartiere sud, quello dei falconi, la squadra che si allena per il quartiere San Giovanni. Sono anni che non vincono nel Cerchio di Sangue. Anais prima si allena, tutte le sere e poi studia per un paio di ore davanti al computer, e, malgrado il poco tempo passato davanti alle videolezioni ha sempre ottimi voti.

La palestra è uno scantinato, unica insegna il simbolo dei Falconi, due falchi circondati da un cerchio rosso.

Dentro molti altri ragazzi sono intenti ad allenarsi sul pavimento ricoperto di sabbia, come nell’arena.

Tutti a torso nudo, il petto, le braccia e la schiena ricoperti di linee rosse, alcune sbiadite, e altre ancora rosso fuoco.

Anais va allo spogliatoio, si cambia indossando solamente un corto paio di calzoncini, e a piedi nudi va in palestra.

Lui è l’unico ragazzo con il corpo praticamente intonso, solo alcuni piccoli segni sulle braccia e sulle spalle.

Prima di entrare sulla sabbia saluta con un cenno del capo altri due ragazzi che si stanno riposando, non emette un suono, non si deve far rumore per distrarre i combattenti.

Si prepara per quindici minuti di riscaldamento, poi va sul banco dove sono riposti gli attrezzi.

Prende il panno, un telo pesante di circa un metro quadro, lo piega secondo un complicato metodo, ormai diventato familiare e lo avvolge intorno all’avambraccio sinistro.

Lascia libero solo un piccolo triangolo di tessuto svolazzante, e la punta delle dita della mano.

Poi prende il coltello di plastica, uguale come peso e dimensioni a quello che indossa ogni giorno.

Spalma i fili delle lame con una pasta rossa, stando bene attento a non toccarla. Fa il segno della croce , uno scongiuro che ormai esegue senza pensarci. E’ pronto.

Quando sta per entrare nella zona ricoperta di sabbia una voce forte congela tutti nella palestra:

Eccolo!

By Nuke, alias Giuditta.