Non si scherza più, anche un semplice like su Facebook può costare una dura condanna dei giudici

Per la prima volta in Italia sette persone saranno processate per aver espresso apprezzamento ad un post diffamatorio

Non si scherza più, un like su Facebook può costare una dura condanna dei giudici

di Michael Pontrelli   –

Sui social network il gioco è finito. Chi in tutti questi anni ha pensato di poter offendere e insultare il prossimo senza problemi dovrà ricredersi e fare molta attenzione a quello che a partire dal primo novembre succederà nelle aule del tribunale di Brindisi. Sette persone saranno processate con l’accusa di diffamazione per aver messo un semplice like ad un post denigratorio del sindaco e di alcuni dipendenti comunali.

Per l’accusa anche i like configurano il reato

I fatti risalgono al 2014 quando su Facebook venne pubblicato un commento in cui Pasquale Russo, all’epoca sindaco di San Pietro Vernotico, piccolo centro del brindisino, e alcuni  dipendenti comunali venivano descritti come fannulloni e assenteisti. Secondo il procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi non solo il post ma anche gli apprezzamenti dei lettori espressi attraverso il canonico like configuravano un reato di diffamazione aggravata.

Precedenti di condanna in Svizzera

Ora toccherà ai giudici stabilire se effettivamente basta così poco per finire sulla graticola. Nel nostro Paese non ci sono precedenti simili. All’estero però sì. In Svizzera i like in calce ai commenti diffamatori sono stati puniti.

In passato i like sono costati il posto di lavoro

La vicenda brindisina conferma dunque che bisogna porre massima attenzione a come ci si comporta sui social network. Un banale like può mettere in gioco una condanna ma anche il posto del lavoro, come capitato, per esempio, ad un operaio sardo licenziato per aver espresso apprezzamento su Facebook ad un post ritenuto denigratorio e diffamatorio dal datore di lavoro. L’idea che i social network siano un Far West senza leggi finalmente sta tramontando e questo non può che essere un bene.

Perfino un bambinetto capisce che dire “mi piace” non significa  “confermo ciò che è scritto”; palese dunque la volontà di imporre la verità di stato secondo il governo abusivo rosso.