La società italiana non sembra ancora pronta per affrontare l’argomento legato alla “buona morte”.

 

La recente vicenda che ha visto coinvolto il piccolo Alfie Evans riapre il discorso sull’eutanasia.

Alfie, nato con una gravissima patologia neurologica degenerativa, è morto dopo che i medici hanno deciso di spegnere la macchina respiratoria che lo teneva in vita, contro la volontà dei genitori. L’Alta Corte inglese, intervenuta per risolvere la situazione, visto il persistente disaccordo tra medici e genitori, ha dato ragione ai primi valutando che la sospensione della ventilazione artificiale fosse nel migliore interesse del piccolo.

Non poche polemiche aveva suscitato qualche settimana fa, la difesa da parte del governo Gentiloni della legge che punisce il suicidio assistito, nell’ambito del procedimento contro Marco Cappato, rinviato a giudizio per aver favorito il suicidio di DJ Fabo.

DJ Fabo, tetraplegico e cieco a causa di un incidente stradale, aveva deciso che la sua condizione non poteva definirsi una vita dignitosa, e aveva chiesto di poter porre fine alle sue sofferenze.

Come dimenticare poi, le vicende legate a Eluana Englaro, la donna in coma da 17 anni dopo un incidente stradale e morta nel 2009 in seguito allo spegnimento delle macchine che la tenevano in vita stabilito dalla magistratura, dopo una lunga battaglia giudiziaria.

E Piergiorgio Welby, affetto da grave distrofia muscolare, che chiese di poter interrompere la propria tragica esistenza.

Intorno alla questione legata al fine vita, sembra esserci una sorta di prudenza, quasi “pudore” che impedisce un discorso più ampio e il varo di una legge che concerne il “diritto alla buona morte”. Un discorso che sembra procedere sempre con il “freno a mano tirato”, che si riaccende improvvisamente in occasione di casi eclatanti come quelli descritti sopra.

E non sembra essere esclusivamente un problema legato alla dottrina cattolica che rifiuta assolutamente che venga semplicemente affrontato l’argomento, perché la vita l’ha donata Dio e nessuno, nemmeno i diretti interessati, può e deve decidere quando toglierla. Anche altri temi scottanti, invisi alla chiesa cattolica, sono stati affrontati in passato dalla politica con successo, o vengono attualmente dibattuti nel tentativo di trovare una soluzione. Ma sul diritto di decidere della propria morte nessuno, a parte poche eccezioni, sembra volersi impegnare, come se fosse un diritto di serie B rispetto ai diritti delle donne sull’aborto, ai matrimoni gay, all’omogenitorialità.