di Eric Packer (https://www.facebook.com/100001495839928/posts/2267509789975527?sfns=mo)

Negli ultimi 10 anni, gli pseudo-sovranisti italiani hanno visto crescere -grazie al traino di un analfabetismo funzionale e non sempre più diffuso – la popolarità delle loro bislacche teorie secondo le quali la globalizzazione avrebbe perso mentre i prodotti dei loro desiderata – materializzatisi dopo lunghissima gestazione nei drop-outs attualmente in chief- avrebbero-inevitabilmente- vinto poiché espressione di un nuovo sovranismo muscolare -seppur zeppo di pezze al culo- figlio di un ineluttabile destino marciante spedito verso la redenzione definitiva di quelle classi sociali maciullate dall’accelerazione vissuta dall’internazionalizzazione di economia e capitali negli ultimi venti anni.
In ordine, nell’ultima decade, abbiamo potuto apprendere che : «La GFC del 2008 è la fine della globalizzazione». «La crisi dell’ Eurozona è la fine della globalizzazione». «La Brexit è la fine della globalizzazione». «Trump è la fine dalla globalizzazione». «Il fallimento del WTO’s Doha Development Round è la fine della globalizzazione». «Il fallimento del TTIP e del TPP è la fine della globalizzazione». Quindi, a questo fallimento avrebbe dovuto far seguito l’ascesa di valorosi condottieri pronti ad incrementare d’emblée (o ex decreto come tanto piace a Gigino vostro) il poter d’acquisto delle classi sociali che, ogni lustro, in Italia vergano il cambiamento a suon di “x” nelle varie cabine elettorali trasudanti speranze destinate ad essere polverizzate al primo contatto con la realtà post elezioni.
Realtà, quella contemporanea, che vede l’ordine mondiale degli ultimi 70 anni sì scosso ma non destinato ad essere superato da quel sovranismo maccheronico portato in auge da alcuni docenti universitari italiani forti di un discreto seguito di followers ai quali forse sfuggono due cose: che anche dopo le elezioni continuiamo a pagare in €; che l’ Italia sia corsa in ginocchio a Pechino per accaparrarsi il diritto di poter servire la Cina nell’ambito di quella che è l’iniziativa più turbocapitalista e globalista (per usare termini a loro familiari) di sempre, ovvero, la “Belt and Road Initiative” (BRI).
La BRI nasce con l’idea di espandere il “Going Global” cinese quale parte del “China Dream” ed unitamente al the “Twenty-First-Century Maritime Silk Road” costituisce la più grande piattaforma di cooperazione internazionale e diplomatica, la cui idea di base è quella di consentire l’evoluzione dei Free Trade Agreements (FTA) in accordi multilaterali ruotanti intorno ai mercati cinesi dichiaratamente sempre più aperti in chiave prospettica.
La BRI intende usare “The Belt” per collegare la Cina all’Europa tramite l’Asia Centrale e la Russia, per collegare la Cina al Medio Oriente tramite l’Asia Centrale, per collegare la Cina al sud-est asiatico, all’Asia Meridionale ed all’Oceano indiano.
The “Road”, invece, servirebbe a collegare la Cina con l’Europa tramite il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano nonché a collegare la Cina al Pacifico Meridionale sempre tramite il Mar Meridionale Cinese. Si tratterebbe di un progetto interessante 65 Paesi, il 60% della popolazione mondiale, 1/3 del PIL mondiale, il 75% delle riserve energetiche globali.
La BRI altro non è che l’architettura di una nuova ondata di globalizzazione elaborata dalla Cina al fine di affermare il proprio ruolo di potenza globale e destinata ad interessare non solo la creazione di mega infrastrutture ma ad incidere altresì su ogni aspetto della vita di tutti i giorni: dal commercio, alla politica, agli scambi B2B, B2C, C2C. Il costo stimato è di oltre 800 miliardi di dollari, finanziato prevalentemente da Pechino, dall’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e dalla New Development Bank (NDB). Da Maggio 2017, 22 Paesi hanno già firmato il BRI Memoradum of Understanding e 29 capi di stato hanno partecipato al primo BRI Forum a Pechino. Erano per lo più piccoli stati asiatici in via di sviluppo visto che USA, UE, Giappone, India, Australia, hanno rigettato o posto obiezioni al Memorandum, specie perché preoccupati dal ruolo cinese nella costruzione delle infrastrutture.
La BRI è il prodotto finale della strenua difesa da parte di Xi Jinping della globalizzazione quale strumento a mezzo del quale affermare il dominio globale cinese per via economica anziché militare oppure come direbbe il Prof. Francis Schortgen: «The Bri is nothing less than a new global economic order with China at the helm, reflective of an underlying repositioning of great power relations».
Sovranisti autarchici con i polli domestici, strenui sostenitori del globalismo più puro con quel quelli che contano sullo scenario globale. 
Siete il triste avanspettacolo del circo che avete scelto.

Spesso mi arrivano alcune deliziose segnalazioni (ringrazio il Sig. P.M. per questo pezzo). Ritengo che questa riflessione di Eric Packer possa permettere di pensare su aspetti poco valutati. Alcuni cinesi sono abbastanza critici nei confronti del sistema “neo-imperialista cinese”, ma sono davvero sorpresi dell’incapacità occidentale di capire le conseguenze di lungo termine di BRI. Nel frattempo Trump non vuole che l’Italia partecipi al progetto.

Per chi non lo ricordasse il Pakistan è indebitato – a causa di BRI – fino al collo con la Cina. Altri pensano che il piano verrà fortemente dimensionato.
Partner vulnerabili che finiscono dentro trappola del debito, l’avanzata cinese, dubbi e statisti occidentali poco lungimiranti. Comunque sia la Cina sta costruendo le infrastrutture di mezzo mondo … mentre i bovari americani esportano per mezzo mondo la “loro” democrazia. Nuove Polis e Vecchie Polis,
«Se prima era Marco Polo ad aprire la strada verso l’Asia, oggi è Xi Jinping ad aprire l’Asia al mondo» Alessia C.F. (ALKA)