Cosa ne sarà della rivolta populista?

Tratto da zerohedge.com Traduzione di Gustavo Kulpe

In Occidente nel 2018, abbiamo assistito all’intensificarsi di un nuovo conflitto – quello tra élite politiche anti-populiste e un movimento di base crescente ostile a queste élite.

Molti commentatori hanno interpretato questo conflitto con il linguaggio economico classico. Questa è fondamentalmente una lotta per la distribuzione delle risorse, affermano. Persino un astuto commentatore come Fareed Zakaria (Washington Post), che riconosce che le proteste dei “gilet gialli” in Francia sono sostenute da profonde tensioni culturali, specialmente tra la Francia rurale e quella urbana, è comunque orientato verso una spiegazione strettamente economica. “È in parte una lotta di classe, in parte una lotta culturale, ma c’è anche una grande componente di tipo economica”, dichiara.

L’editoriale di Zakaria – intitolato “La nuova linea divisoria nella politica occidentale” – è una buona dimostrazione della diffusa riluttanza odierna nel fronteggiare le nuove tensioni culturali e politiche e nel riconoscere che le persone sono state spinte alla protesta in questi giorni da preoccupazioni che non rientrano nel Modello di lotta di classe socio-economica degli anni 80.

Il modo migliore per inquadrare l’attuale situazione favorevole ai populismi è considerarla una specie di risposta in ritardo alla rivoluzione culturale “dall’alto verso il basso” degli anni ’70. In quel decennio, nuovi atteggiamenti verso il matrimonio, la vita familiare, i rapporti tra i sessi, il ruolo delle nazioni e il significato di cittadinanza vennero rivisti in molte società occidentali. All’inizio degli anni Ottanta, nuove forme di indottrinamento culturale furono imposte dalle élite politiche.

Questa cosiddetta svolta culturale viene spesso attribuita all’influenza dei “marxisti culturali” che operavano nelle università. Ma questa analisi trascura qualcosa di importante – che la svolta culturale è avvenuta proprio sotto il naso di Thatcher e Reagan. Fu nella loro era che i nuovi valori culturali post anni Sessanta furono istituzionalizzati dalle élite culturali angloamericane.

Facendo una analisi retrospettiva, sembra chiaro che la svolta culturale anti-tradizionalista sviluppatasi sotto lo scudo protettivo dell’ordine politico imposto da Thatcher e Reagan sia stata un tentativo delle élite politiche occidentali di stabilire un nuovo fondamento della propria autorità. In modo sorprendente, l’emergente oligarchia culturale si proponeva come mediatori e guardiani in un mondo globalizzato in cui la vita pubblica è influenzata da problemi e istanze che presumibilmente trascendono lo stato nazionale e il controllo nazionale.

Essa dedicò molte energie alla de-nazionalizzazione della vita pubblica e nella delegittimazione delle attitudini e dei vecchi valori dei cittadini. Questa era l’epoca in cui il dogma secondo cui “non c’è alternativa alla globalizzazione” prese veramente piede. Il superamento della sovranità – sia nazionale che popolare – era l’obiettivo centrale del nuovo establishment culturale. In un lasso di tempo molto breve, molte persone scoprirono che le loro vecchie convinzione rispetto ai valori di comunità, nazione e famiglia venivano liquidate come obsolete, superate e persino prevenute.

Abbiamo assistito alla patologizzazione di atteggiamenti consuetudinari nei confronti della famiglia, della comunità e delle relazioni umane. E il risultato finale è stata l’insorgenza di un forte senso di insicurezza culturale nelle società europee. Negli ultimi due o tre decenni, settori significativi delle società europee sono stati espropriati dei valori in cui credevano e che avevano un importante significato per loro. Molti di loro si sono sentiti messi a tacere e si sono posti sulla difensiva nell’ esprimere le proprie preoccupazioni. Non più in grado di esprimere le proprie riserve su temi quali multiculturalismo, diversità, immigrazione e sacralizzazione di una politica identitaria. Rispetto alle generazioni più giovani – spesso influenzate dall’ethos cosmopolita dominante nelle scuole e nelle università – i cittadini anziani si sono sentiti culturalmente insicuri e talvolta indifesi. Coloro che vivevano al di fuori dei quartieri urbani globalizzati e culturalmente privilegiati sentivano fortemente che il loro modo di vivere veniva disprezzato e deriso dalle nuove élite culturali. Si sentivano estranei a casa loro.

La maggior parte degli opinionisti istituzionali è riluttante ad affrontare lo scopo e la natura dell’attuale guerra culturale in Europa. Questo perché le controversie sui valori culturali sono più difficili da affrontare rispetto ai conflitti sulle risorse economiche. I valori riguardano il significato della vita stessa. Nemmeno il negoziatore più esperto può risolvere le tensioni tra qualcuno che ha una prospettiva patriottica e qualcun altro che disprezza i sentimenti nazionali. È molto più facile trovare un compromesso nella sfera delle relazioni industriali piuttosto che trovare una via di mezzo tra due approcci alla vita fondamentalmente diversi. I valori sono diventati politicamente lottizzati al punto da lasciare poco spazio per la negoziazione.

Nel frattempo, le nuove élite hanno cercato di depoliticizzare alcune questioni di politica pubblica. Perché? Perché sanno che la loro politica è contraria al sentimento pubblico. Così descrivono le migrazioni come una questione strettamente economica, mai politica o morale. Esprimono le loro argomentazioni contro la Brexit interamente in termini economici, trascurando le istanze politiche e culturali del movimento contro l’UE.

Sia la vecchia che la nuova sinistra hanno adottato questa linea di pensiero economista. In genere, gli opinionisti di sinistra descrivono le proteste come quelle in Francia come causate essenzialmente da rimostranze economiche. Spesso criticano i movimenti della classe operaia e populisti per non aver compreso i loro veri interessi economici e per essere troppo ossessionati da problemi di insicurezza culturale. Questa idea che i sostenitori dei movimenti populisti non siano in grado di cogliere i propri “veri” interessi, e che sono stati portati fuori strada da malvagi demagoghi, è una versione di sinistra dell’ethos classico antidemocratico che ha prevalso sin dai tempi dell’Antica Grecia .

Come il potenziale positivo e democratico del nuovo populismo possa essere ulteriormente sviluppato rimane una questione aperta. Come dimostrano le proteste in Francia, le persone cercano una lingua attraverso cui esprimere la loro forma di solidarietà del 21 ° secolo. Ma sembrano mancare delle risorse intellettuali e della leadership necessarie per dare chiarezza alle loro aspirazioni. Nel Regno Unito, milioni di persone si sentono autorizzate dal voto per la Brexit. Ma nessuno dei partiti politici rappresenta i loro interessi; la maggioranza pro-Brexit è priva di una figura istituzionale che potrebbe dar valore ai suoi ideali.

A meno che il populismo non riesca a sviluppare una maggiore chiarezza politica e una visione ispiratrice della cittadinanza democratica, farà fatica a fare progressi. Di fronte al considerevole potere dell’establishment polito-culturale, può fare passi avanti solo se sviluppa un’alternativa coerente ai valori imposti dall’egemonia culturale imperante. C’è molto in gioco nei prossimi anni. Una versione illuminata e democraticamente informata della politica populista è ciò di cui abbiamo bisogno.