I razzisti esistono, è un fatto, diamo questo punto per assodato.

Queste riflessioni mi nascono in Guyana Francese, dove c’è il Centro Spaziale Europeo. Da qui lanciano i missili Arianne, Vega, Soyouz. Ci sono italiani, francesi, tedeschi, e neri. Questi ultimi sono normalmente francesi di Francia o francesi di Guyana. E li trovi più o meno ovunque, in tutte le mansioni: amministrativi, tecnici, operai, ingegneri. Nessuno, qui, fa caso al colore, si guarda solo alla capacità di risolvere i problemi. Se uno è bianco e pirla non va bene. Se uno è nero e in gamba, va bene. Lavoro fianco a fianco con bianchi e neri e mi tornano alla mente tante parole che girano sui nostri social media e mi chiedo che senso possano avere.

Qual è lo scopo del razzista? Sostanzialmente quello di dire “io sono meglio di lui”. E, per estensione, “noi siamo meglio di loro”. E “lui” deve essere facilmente identificabile. Se è nero, o giallo, aiuta, perché il colore è facile da identificare.  Per qualcuno lo spettro si allarga. “Gli altri” possono essere di volta in volta un intero gruppo etnico, culturale o religioso. Che so, gli ebrei, per esempio. Non si riconoscono ad occhio, a meno che non vogliano rendersi volontariamente visibili. Ma vanno benissimo come bersaglio delle cattive intenzioni di una gran parte dei razzisti, che li amano solo quando danno addosso agli arabi.

Torniamo quindi al pensiero base: “Noi siamo meglio di loro”. Già, meglio. Ma in che senso? Tutto dipende dal criterio di valutazione. Io posso essere meglio di te in matematica. Tu meglio di me in programmazione, o in letteratura. Lui magari se la cava meglio in musica. Siamo abituati alle differenze, fin da bambini. C’è quello che corre più di tutti, l’altro che è un maledetto secchione e se la cava sempre con ottimi voti. L’altro che a scuola non è una cima, ma è bravo nelle attività manuali. Insomma, nasciamo con le nostre belle differenze.

Quindi dire “io sono meglio di lui” o addirittura “noi siamo meglio di loro” non può riferirsi alle normali micro differenze personali, a cui siamo abituati.  Sottintende un “essere meglio” a largo spettro, che riguardi un intero gruppo etnico. Bisogna quindi tracciare una linea di confine, bisogna poter dire: “da questa parte ci siamo noi, dall’altra parte del confine ci sono loro”.

Il che non è difficile da fare, anche senza essere razzisti. Basta stabilire un criterio. Si può usare ad esempio il colore della pelle. Tracciare la linea e dire: “da questa parte i bianchi, dall’altra parte i neri”. E fin qui nessun problema: noi siamo bianchi, loro sono neri, la differenza è puramente cromatica e non comporta alcuna valutazione di merito.

Il passo successivo è dire “noi bianchi siamo migliori dei neri”. E già qui le cose si complicano. Migliori? In cosa?

Una voce dal fondo urla: “IN TUTTO!”. Difficile. Certo “noi bianchi” saremo migliori in qualcosa, forse in molte cose. Abbiamo sviluppato una cultura in vari campi che i neri non hanno sviluppato. Non si conoscono civiltà nere che abbiano sviluppato la nostra tecnologia, o la nostra arte, o la nostra filosofia. Bene. Quindi in molti campi siamo migliori. E allora?

Per inciso, abbiamo visto benissimo che il nero che vive da noi, che va a scuola come noi, che studia come noi, che ha alle spalle una famiglia middle class come noi, è in grado di ottenere risultati nella norma, come noi. Diventa gommista, dottore, dirigente d’azienda, ingegnere, professore, proprio come un bianco. Quindi non è tanto il singolo nero, che quando si ritrova nelle stesse condizioni di partenza (famiglia/scuola) dei bianchi arriva più o meno agli stessi risultati. Il problema, secondo i razzisti, è che il gruppo nel suo complesso esprime risultati talmente scadenti da giustificare una discriminazione collettiva. Qualcuno, particolarmente coraggioso, si spinge oltre e definisce i neri “sub-umani”. Grossa questa, vero? Si perché si dovrebbe definire cos’è umano e per differenza cosa non lo è.

Quando parlo con un collega nero parliamo francese o inglese, e ci capiamo. Non devo usare con lui un linguaggio diverso, semplificato, come si fa con i bambini che pure sono umani. Diciamo pure che, applicando il test di Turing, se parlo al telefono e non so chi c’è dall’altro lato del filo, non sono in grado di capire se è bianco o nero. Come faccio a capire se è “umano” o “sub-umano”? Sul lavoro il nero è bravo come me, a volte di più, a volte di meno. Quando andiamo a pranzo e chiacchieriamo del più e del meno, non percepisco alcuna differenza. Mi accorgo che ha i miei stessi valori, mi racconta della moglie, dei figli. Se gli chiedo della vita di qui, della politica, le sue risposte sono le stesse che darebbe un bianco. E allora mi chiedo che senso possa avere dire “noi siamo migliori”, ma qualcuno lo pensa, andando a scavare sui differenti livelli di sviluppo delle civiltà nere.

Comunque, una volta stabilito che “noi siamo migliori”, occorre capire come utilizzare questa informazione. Il razzista ha in mente qualcosa, quando traccia le linee di separazione.

A che serve stabilire che “noi siamo meglio di loro”? Solo per la soddisfazione di poterlo dire? No di certo. Lo scopo è quello di limitare i “loro” diritti. Negli anni ’30 del secolo scorso il poter dire “noi siamo meglio di loro” serviva a privare gli ebrei di tutti i loro diritti e di tutti i loro averi. Privarli, prima di tutto, della loro umanità. Dire “noi siamo uomini, loro no”. E se loro non sono uomini, possiamo far di loro quello che ci pare: depredarli dei loro averi, imprigionarli, torturarli, ucciderli. Tutto è permesso se non sono umani.

Ma certo l’impresa è ardua. Ha senso definire i neri “subumani” nel momento in cui tanti di loro raggiungono esattamente gli stessi risultati che raggiungono i migliori di noi? Parlo di scienziati, di filosofi, matematici, tecnici, musicisti.

Per chi ha voglia di vedere un bel film, raccomando “il diritto di contare”. Forse è ancora nelle sale. Certo lo trovate su www.chili.it, e costa solo 4€ se è la vostra prima volta su quel sito. Si, lo so, è un film. Ma basato su una storia assolutamente vera, sia pur con qualche differenza fra la storia reale e quella del film.  Racconta la storia di un gruppo di matematiche nere impiegate alla NASA negli anni 60, quando la guerra per la conquista dello spazio era appena iniziata con due vittorie russe, lo Sputnik e Gagarin. E in alcuni stati vigeva ancora una rigorosa separazione razziale ad ogni livello, nelle scuole, negli autobus, nelle toilette, persino nel bricco del caffè. Per farla breve assistiamo all’abbattimento delle barriere razziali e di genere che impedivano al gruppo di matematiche nere di lavorare allo stesso livello dei loro colleghi bianchi e maschi. Tanto che Katherine Johnson supera tutti ed è l’unica in grado di calcolare le orbite dalle missioni dall’inizio fino a quelle dell’Apollo 11 e 13.

Un caso? Mica tanto, perché nello stesso gruppo c’è Dorothy Vaughan che dirige un gruppo di matematiche (negre). Le dirige, si, ma senza poter avere la necessaria qualifica perché, appunto, negra. Quando arriva alla base il primo computer IBM, che i tecnici stessi non riescono a far funzionare, Dorothy intravvede una possibilità. Capisce che il computer ruberà il loro lavoro di matematiche, e allora impara a programmare in Fortran e lo insegna alle colleghe. Poi entra di nascosto nella sala del computer, e riesce a farlo funzionare. Riesce insomma, lei negra e donna, dove non riuscivano i maschi bianchi. Viene promossa responsabile del centro elaborazione dati, e con lei anche il gruppo di matematiche nere che avevano imparato quel che non avevano imparato i bianchi, ossia la programmazione del computer.

Un caso? Mica tanto, perché nello stesso gruppo c’è Mary Jackson, che vorrebbe diventare ingegnere, ma non può perché in quanto negra non ha accesso agli studi necessari, e quindi alla NASA non le danno la qualifica. Quando riesce a convincere il giudice ad infrangere la legge di segregazione, e a farla assistere almeno ai corsi serali, Mary supera tutti e ottiene il titolo necessario. Il che le permette di contribuire con soluzioni tecniche innovative a superare l’impasse che in tutti i test alla galleria del vento impediva alla capsula di rientrare in atmosfera senza frantumarsi.

Tre casi (oltre all’ottimo lavoro svolto da tutte le altre ragazze del gruppo) che convincono il capo del progetto ad eliminare qualsiasi barriera razziale e di genere. Così che le negre non sono più costrette a fare 3 km a piedi per poter andare all’unica toilette “coloured” della base, non devono prendere il caffè dal bricco per “coloured”, possono fare il lavoro dei bianchi maschi e possono addirittura assumere posizioni di comando, solo in base alle loro capacità, non in base al colore o al sesso.

“Cazzate!”-  sento che risponde qualcuno – “per un negro che arriva in cima ce ne sono milioni che sono nelle retrovie”. Si, certo, ma questo è vero anche per i bianchi. Per uno che scala le posizioni di vertice ce ne sono milioni che marciscono nei sobborghi, con livelli culturali neanderthaliani.

Ai giorni nostri le suggestioni naziste sono una minoranza se pure in crescita. A che serve essere razzisti oggi? A che serve dire, tanto per fare un esempio, “i negri sono subumani e noi siamo meglio di loro”? E, soprattutto, a cosa serve a noi europei? A cosa serve togliere l’umanità (e quindi i diritti) ad un essere umano? A me pare che serva soprattutto per operazioni di piccolo cabotaggio politico, per alimentare la polemica su immigrazione si / immigrazione no. Per piccole questioni di bottega. Soprattutto da noi in Italia, ma anche in altri paesi europei, dove la questione immigrazione viene cavalcata da alcuni partiti, solitamente di destra. Nessun partito, ovviamente, dichiara apertamente di essere razzista. In nessun documento ufficiale si vedrà un chiaro riferimento ai neri o ad altre etnie indicandoli come “inferiori” o addirittura “sub-umani”. Ma questo sentimento viene attivamente promosso a livello informale sui social media. Attivisti politici o semplici cittadini che fanno politicamente riferimento ai partiti della destra sono molto attivi nel diffondere messaggi esplicitamente razzisti. Alcuni lo fanno per premeditato e organizzato calcolo politico, sono i professionisti del web. Altri sono semplici volontari, gente che a quei messaggi crede davvero e che ne sostiene attivamente sul web la validità, postando messaggi esplicitamente razzisti e violenti.

L’immigrazione è un tema delicato, complicato, normalmente gestito in maniera miope. L’immigrazione fa comodo a chi ha bisogno di mano d’opera a basso costo e diritti zero, nell’agricoltura, nell’industria, nell’edilizia. Fa comodo a chi lucra sul business dei centri di accoglienza. Ma questa immigrazione incontrollata e non gestita finisce per creare molti problemi che tutti conosciamo. Raramente quelli che arrivano da noi sono la crème de la crème. Sono spesso ragazzi senza cultura, senza specializzazione, che arrivano con l’idea di saper far tutto, di trovare un lavoro. Qualcuno arriva con l’idea di approfittare dello stato sociale. Come succede qui nella Guyana Francese, dove molti arrivano dal Brasile con la speranza di diventare Francesi, con tutti i diritti e lo stato sociale dei Francesi. Non è una questione di razza, è la solita lotta dei poveri che cercano una soluzione ai loro problemi esistenziali. E’ la stessa lotta dei tanti italiani che al sud cercano un lavoro statale o quanto meno una pensione di falsa invalidità, per poter risolvere i loro problemi di sussistenza. E’ la stessa lotta dei tanti italiani che vivono di corruzione, di evasione fiscale, di criminalità, risolvendo i loro problemi esistenziali alle nostre spalle.

Quelli che urlano “Prima gli italiani” non riflettono sul fatto che se l’Italia è un paese corrotto non è colpa di chi arriva da fuori. Il vero problema italiano, la palla al piede, quello che ci impedisce di essere il paese florido che potremmo essere, non è certo l’immigrazione. Siamo sempre stati in ritardo rispetto al resto dell’Europa, per problemi nostri interni. Chi ci frena è la corruzione, il sistema politico clientelare, il ritardo nello sviluppo industriale, il familismo, il nepotismo, il sistema scolastico che non è quasi mai fasato con le esigenze del sistema produttivo. Siamo incapaci di sfruttare persino la nostre due più grandi risorse, il turismo e il patrimonio artistico. Questi sono i nostri problemi, che non sono assolutamente legati all’immigrazione. E se li risolvessimo ci accorgeremmo di avere le risorse da poter utilizzare per una gestione più controllata dei fenomeni migratori.

Poi, certo, resta il fatto che l’emigrazione non può essere la soluzione dei problemi dei paesi poveri. Non è pensabile di trasferire tutti gli africani poveri in Europa. Il motto (mai tradotto in pratica) della lega, ossia “aiutiamoli a casa loro”, dovrebbe diventare la linea guida di tutto l’occidente.

Qualcuno, sempre lo stesso, chiede “e perché mai dovremmo aiutarli? Chi ha aiutato noi occidentali a diventare quel che siamo?”. Bravo, bella domanda. La risposta potrebbe essere che siamo quel che siamo perché siamo andati a prenderci le risorse là dove erano, guarda caso proprio nei paesi dove vivono i popoli più arretrati. E’ un caso? Quanto siamo stati aiutati, nei secoli, dalle risorse che abbiamo prelevato in quei paesi? Quanto ci ha fatto comodo, nel nostro lavoro di prelievo delle risorse dai paesi arretrati, il fatto che quei popoli RESTASSERO arretrati? Quanto ci ha fatto comodo portar via dai villaggi uomini e donne da far lavorare poi nei campi di cotone e in genere in tutte le mansioni di basso livello? Quanto ci ha fatto comodo pagare i governanti locali perché provvedessero a mantenere quei popoli in stato di completa ignoranza?

Sono domande retoriche, argomentazioni che solitamente vengono liquidate dai razzisti come “la solita paccottiglia di sinistra, i soliti discorsi sul colonialismo, discorsi imparati a memoria e ripetuti a pappagallo”.

Fateci caso, chi risponde in questo modo non è quasi mai in grado di rispondere nel merito. O non vuole. Quando una domanda è scomoda il metodo è per lo più quello di fare un salto di lato e di minare la credibilità di chi fa le domande. L’argomento diventa “tu sei di sinistra, e quindi basi le tue argomentazioni sempre sulle stesse idee stantie imparate alle sedi del partito o leggendo l’Unità”. Non si risponde alla domanda, si dice che la domanda è stupida, fatta da uno stupido, con argomenti stupidi e vecchi. D’altra parte il colonialismo è un dato di fatto, e la sua analisi resta quella, la storia non cambia. Come dire, argomenti vecchi, ma sempre validi. D’altra parte non è che gli argomenti dei razzisti brillino per novità e originalità.

Sono domande retoriche, di cui tutti conoscono la risposta. Ma, nell’immediato, paga molto di più battere la grancassa dei pericoli legati all’immigrazione che non trovare ricette praticabili per cambiare la nostra mentalità, per ridurre la corruzione e l’evasione fiscale, per far funzionare la scuola come dovrebbe, per ottimizzare i servizi. Nell’immediato è molto più redditizio continuare a parlare di immigrazione, come se fosse quello il nostro problema.

 Salvatore Randazzo