Pubblicato da Alceste https://alcesteilblog.blogspot.com/2019/09/il-sacrificio-della-patria-nostra-e.html

La provincia, che innervò l’Enciclopedia del bello italiano, la Commedia dantesca, è in via di disfacimento. La colpa, ammesso che sia onorevole trovare colpe nella Caporetto più rovinosa dell’Italia, risiede nella democrazia. La democrazia liberale, con l’illusione del controllo sulla res publica, ha dissolto i fondamenti di Siena, Arezzo, Perugia, Viterbo; e di quei centri minori, sconosciuti ai più, che conservano, nel proprio seno, ricchezze naturali e artistiche oggi incredibili, almeno agli occhi di chi, come me, le aveva temporaneamente dimenticate poiché troppo avvezzo a esse. Delegare a un geometra o a un architetto à la carte le chiavi per amministrare tali sedimenti, di millenni, equivale a rinunciare alla lotta. Solo un’aristocrazia potrebbe salvare ciò che resta. Ma viviamo ormai nel miraggio dell’uno vale uno; un’utopia auspicabile, persino: se fosse vera. In realtà – la sola realtà – un gregge ottuso e immusonito vota; il voto elegge alcuni figuri che, nelle more del loro mandato (democratico), lasciano cadere favori e minuscoli privilegi; il gran corpo tecnico-amministrativo, complice dei figuri anzidetti, si acconcia, quale complice, alla devastazione. Conventi secenteschi risolti in bed and breakfast (previa scialbatura degli affreschi), centrali biogas nel cuore di boschi sacri, macchie secolari riorganizzate per parchi a tema naturalistico-fantasy: onde soddisfare le voglie d’evasione dei micchi internazionali (svizzeri, svedesi e crucchi hanno da sculettare lungo i diverticoli della Francigena), larghe pianure, prossime a fonti sacre etrusche, predisposte per l’accoglienza della merda: ché l’ominicchio del futuro meno pensa più merda produce.

Lo schianto della Chiesa e dei partiti storici (socialista, cattolico, fascista) ha sancito l’Ite missa est della scuola. Un diplomato d’oggi stenta a compitare un passo di Ugo Foscolo (quelle “lagrime”, quel “divino Plutarco”; per tacere dell’incipit: “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”). Eppure tale caprone, al limitare dell’analfabetismo, viene detto pronto, per un giuoco di clientele, ad amministrare città e borghi che, presi da soli, assommano più ricchezza antropologica e culturale di New York. Basti questo a presagire il disastro. L’Assessore d’un capoluogo di provincia ignora non solo Ugo Foscolo, ma anche, cito a caso, ma non troppo, Rodolfo Wilcock, Cardarelli, Balthus o Castellani. Egli, di fatto, non sa nulla. Finge di sapere, lautamente stipendiato, grazie al bavoso biascicare del consueto imparaticcio della domenica. Il suo quoziente d’intelligenza non sfonda la fatidica quota 100, diamolo per certo. Vivacchia nei bassifondi dello spirito. Non sa, non può sapere. La gerarchia della conoscenza vive di studio assiduo e d’esperienze mistiche: per il sapiente anche un muretto a secco cementato dall’erba vetriola parla dell’Italia, commovendolo.
La merda dà un gran pensiero alla civiltà del post. Chi l’avrebbe mai detto? Ho visto mandarini, ridotti a spicchi, avvolti nel cellofan dell’irresponsabilità, lungo i banchi di un supermercato vicino casa: un totale di ventidue spicchi, a essere precisi, ritenuti, per il micco più ozioso (odia le bucce, il furbone), entro il metraggio d’una confezione ingombrante come sei I-Phone (l’unità di misura della merda). Come amava dire Gadda: io stupiva. Una pizzetta di carne da un paio d’etti (carne sceltissima, signore e signori, carne chianina), invece, l’ho sorpresa a innescare la follia di un plateau di plastica 25 cm x 25 cm. (il sedicesimo d’un metro quadro di merda, insomma; al netto della carne). Per tacere delle mer(en)dine: da ammannire, onde tacitare, con gli scarti degli zuccheri industriali (pare abbiano effetti potentissimi da droga soporosa; e inneschi da diabete già nella prima età), quelle prefigurazioni di essere umano una volta note come bambini: oggi ridotti a viziatissimi frignoni, svogliati, stupidi come zucche e privi di quella innocenza, dolce e creativa, che ne faceva un popolo nel popolo: a risarcire le nostre bassezze di adulti. Sei mer(en)dine di plastica, con gromma interna che richiama il gusto delle marmellate d’antan, richiede ineluttabilmente una base di cartone cm. 40 x cm. 20 (dodicesimo d’un metro quadro); oltre all’involucro generale in plastica, rumorosissimo durante l’accartocciamento, esornato da menzogne e disegni pubblicitari, accesi e anch’essi fraudolenti (la gromma anzidetta lì cola abbondante come ambrosia: nella mer[en]dina reale ristà, invece, quale annoso grasso di rugginoso giunto cardanico) e a sei, dico sei, ulteriori involucri, sempre in plastica, trasparente stavolta, a proteggere (da cosa?), le altrettali entità: talmente gonfie di conservanti da rassomigliare a molluschi lovecraftiani renitenti alla decomposizione. Il raduno d’una quindicina di pre-adolescenti vocianti ha prodotto, perciò, fra bottiglie, pizzettine, paninetti, mer(en)dine, patatine e altra merda assortita almeno quattro sacchi di spazzatura: oltre a carie, scompensi cardiaci e tumori che, qui, in un giardinetto della Tuscia, all’ombra dell’ultimo sole agostano, Anno Domini 2019, hanno cominciato ad allignare nelle fibre di questi poveri meschinelli, ottusi e incolpevoli assieme: sacrificabili esserini del futuro.
Le due crostate alla marmellata, di fichi e more (produzione del sottoscritto, che si è persino acconciato a frullarle con cura), hanno raccolto, purtroppo, poche e tiepide adesioni.
La iozza, chi era costei? La iozza era la sciacquatura dei piatti; arricchita da olio di fritture, grasso, avanzi di minestrone, scarti di verdure, patate marce, mollica di pane o da croste rafferme di cacio. Costituiva la base del pastone dei maiali. La iozza veniva ambita dalle famiglie più povere: bambini col secchio della iozza si recavano ogni sera presso i casali dei dintorni a elemosinare quella sbobba da riversare nel trogolo; lo si vedeva poi crescere, il porco, mese dopo mese, col distacco indifferente dei contadini i quali, lo so da sempre, non concedono nulla alla goffa empatia postmoderna nota come animalismo; la compagnia dell’animale a loro nulla dice; solo tollerano la convivenza con quelli utili. Un cane da salotto è da deridere; un cane, infatti, è un cane: da caccia; o da guardia, al massimo. E anche un cane da caccia, pure quello allevato con passione e competenza, deve dimostrare il proprio valore altrimenti viene abbandonato al proprio destino. Non infrequente è il caso di cani bellissimi, da ferma o da tana, lasciati alla deriva nelle campagne. Aristocratici, tristi, inavvicinabili. Per molti giorni, questo agosto, ho ammirato un pointer macchiato, che vagava solitario; usciva dalla macchia al tramonto; ci si guardava, di lontano, a lungo, mentre il sole, sempre più debole e basso, circonfuso d’un arancio da olio tizianesco, rispecchiava sé stesso e la corte di nubi oltremare nelle vasche pietrose d’un fontanile vicino. La sospensione metafisica di quei luoghi: i calanchi alle spalle, come ferite dolci nei corpi delle collinette verdi delle inestricabili ginestre, le regolari spianate dei campi sin al corso del Tevere, disseccato dall’arsura, irto di sassaiole e macigni dilavati. Il mio amico usciva dall’erba alta con passo regolare e si bloccava quando la mia presenza pareva risultargli invadente; coi giorni istituimmo un accordo fra gentiluomini, una sorta di distanza accettabile dalle convenienze contingenti. Di solito gli lasciavo qualcosa in prossimità del sentiero. Mangiava, con calma. Poi prendevamo a fissarci, in quella terra di nessuno che è ormai la Tuscia arcaica. Refoli freschi calavano ad accarezzare i dorsi delle vallette; solo lo sgocciolare della fonte rompeva il silenzio altissimo, ora reso perfetto da quella cullante intrusione.
Mi rendo conto che il destino, quello più personale, sciocco e superficiale, ama assediare alcuni animi. “Io sono leggenda”, mi dissi. E come il protagonista di Matheson eccomi qui a parlare, muto, con un cane.
Quell’ammasso di grugniti e carne, il porco, che sciaguattava in un recinto basso di pietra, tra piscio e fanga, il nino, come lo si chiamava fra di noi, ancora bambini a ogni effetto, setoloso e lutulento, placava la sua unica aspirazione, masticare e ingoiare, in un freddo mattino d’autunno. L’alba caliginosa attutiva il grido, umano e straziante, dell’esecuzione. L’acqua bollente, i ganci, il sangue fumante, la pulitura delle setole. Lì non v’erano scarti. Agiva, in quelle menti e in quelle mani, un’industriosità raffinata nei secoli, ignorata la colpa; era lo spreco, invece, a coincidere col peccato. Carne, sangue, ossa venivano razionalizzati dall’istinto della fame, pur in assenza di fame, poiché le ansie ancestrali per il cibo furono gradatamente sublimate in una crudele fordizzazione; poiché fu la fame, in ogni tempo, a formare psicologicamente l’uso del coltello e a sobillare la produzione metodica e spietata di sanguinacci, salsicce e spallette. Unica concessione alla frivolezza: la vescica del porco, gonfiata sin alla grandezza d’un pallone per i giochi degl’infanti.
Parte del grasso della vittima era la festa. La festa interrompeva il lavoro. Il lavoro rendeva onore alla festa e la festa gratificava il lavoro: in una simbiosi distillata nelle caverne del tempo e della consuetudine. Settimana lunga, festa lieta. Lo devo ripetere ancora? Amore e Morte, Fame e Sazietà, Pace e Guerra. La saggezza contadina ed Eraclito, l’Oscuro, ripetono i medesimi adagi, senza sospettare l’uno dell’altro, poiché alla verità possono abbeverarsi tutti. Anche nella fiaba, la multiforme costellazione che raccoglie timori e tremori della vita nelle campagne, si ritrova quel detto: la durezza della vita esalta il riposo. La festa. Il sacrificio degli animali costituiva il preludio alla festa: il grasso sfrigolava sul pane, colava profumato sui fagioli, erbe e rosmarini insaporivano quelle elementari pietanze. Attorno a una ciotola enorme si riunivano intere famiglie, amici e vicini; ognuno, col proprio cucchiaio, pescava il boccone sgocciolante a riempire le fauci, avide e soddisfatte, ognuno rilassato, ché le fatiche erano finite; uve, vino, conserve d’ogni sorta, ortaggi marinati, olive, frutta; grani e legname accatastati con cura; si aprivano le mollezze del tardo autunno, quindi la stasi paralizzante dell’inverno quando il seme, come l’uomo, indugia, nascosto e accorto: per non farsi avvertire, occulto, e preparare il nuovo ciclo: the force that through the greeen fuse drives the flower. In ciò era il nulla di troppo greco: chinare il capo silenti davanti all’inverno che non avrebbe così infierito con le gelate, le febbri e le infiammazioni. Una furbizia spirituale, superstiziosa, bertoldesca in ultima analisi, di chi è sopravvissuto nei millenni: il contadino agisce, suo malgrado, con tali attitudini. Di qui i difetti proverbiali: renitenza ai doveri civici, avarizia, trucchi da cialtrone, diffidenza verso gli estranei e persino verso la moglie e i figli: con la pelle non si scherza.
Solo Piero Camporesi, nel mio ricordo, ha rievocato con vivezza tale Stimmung del mondo contadino. Nella poesia l’unico a suggerire la bellezza dei trapassi stagionali fu, invece, per paradosso, un probabile aristocratico: Folgóre da San Gimignano.
Tutto ciò che è progettato per durare, io lo amo. Monumentum aere perennius, afferma Orazio. Ma anche le piccinerie della vita contadina, oggi scomparse, eran lì da sempre, per l’eternità a venire. Il contadino di Bruegel, come quello della Tuscia, ancora nel secondo dopoguerra, arrivava al pranzo della festa con un semplicissimo cucchiaio di legno infilato nel cappello. Il tavolaccio, una panca, mestoli, pane e vino. Bruegel il Vecchio, forse il miglior pittore di ogni tempo, impasto fra aristocrazia e popolo: il suocero traduttore di Vitruvio, i contatti stilistici con Bosch, i viaggi a Roma e Napoli, il rientro in patria: Il banchetto nuzialeIl ladro di nidiFarandola di fanciulli; i bellissimi paesaggi invernali, che Tarkovsky incluse in Solaris, e lo straordinario Giornata buia ove si ritrova tutto quello che conforta la mia anima: i raccoglitori di ramaglie in primo piano, immersi in una tonalità più calda – rossi, bianchi, gialli, ocra – e raccolti in un tableau quieto e domestico: il villaggio che riposa nella serenità, sullo sfondo medio; e, quindi, di lontano, il mare in burrasca, schiumante di furia, predatore di navigli e vaselli, e quel cielo apocalittico, di un livido chiarissimo, rigato dalle sagome scheletrite degli alberi, appena sopra la maestà delle cime innevate – un cielo che s’incupisce, sulla destra, sin al bruno più torvo. La definizione certosina, derivata da talenti di incisore e miniaturista, non prevarica un messaggio simbolico, atmosferico. Come in Gadda ove, spesso, il linguaggio di derivazione classica, nitido e inappuntabile nella sua potenza etimologica, si allarga in elegie metafisiche di dolore e pensosità stoiche. Tale il genio.
Folgóre da San Gimignano è uno scavezzacollo. Scrive dodici sonetti – più altri due, trascurabili, a mo’ di introduzione ed exeunt omnes – in onore del signore senese Nicolò di Nigi o di Nisi; un sonetto/un mese. Il calco dotto di tali liriche è il genere provenzale del plazer (piacere) contrario a quello dell’enueg in cui, al contrario, si citano spiacevolezze. In Folgóre tutto invita alla convivialità felice, lasciate fuori le brutture del mondo. Un escapismo raffinato, virile; mangiare, bere, divertirsi; rinserrarsi entro una comunità di pari. Gli elenchi di oggetti, servitori del meraviglioso, aggravano godibilmente gli endecasillabi; ecco la gioia di vivere (di vivere: in opposizione alla sorella Morte, sempre in attesa, tacita, dietro ogni sillaba) che è scintillio, folgóre, splendore: monete, broccati, lenzuola, belle donne, chiare acque. La caccia è il diporto consueto della “brigata nobile e cortese” o della “brigata franca”. Nel mese di gennaio durante il giorno si esce, brevemente: il manto delle nevi bianchissime fa da scenografia allo scherzo amabile con le signore (“gittando  … neve bella … alle donzelle che saran d’intorno”); a sera, davanti ai fuochi di legno di quercia (la bellezza di quelle “salette accese”!), si arrostiscono le vivande, con letizia, condecentemente vestiti: con pellicce di vaio, di doagio o racese (dalle francesi Douai e Arras); le gote s’infiammano pei vini, la notte scende fuori delle mura, oltre l’enclave sancita dall’amicizia. Di là, nelle fredde gole dell’Italia immortale, soffiano i venti estremi dell’inverno, tramontane e rovai, levigando le pietre di chiese e villaggi; il gelo si insinua nelle cortecce, posano i cuori dei popoli dell’aria e della terra. Si sospende la vita, impercettibilmente. L’uomo avverte, leggero, la disfatta costituita dalla propria ineliminabile caducità. Ecco i rintocchi delle campane, smorzati dalla lontananza. I contorni sfumano, in un azzurro cupo, gelido e, tuttavia, amico. Vivere, nonostante la consapevolezza della Morte, che appartiene, come ogni cosa, compreso il Male, a Dio. La bella brigata. In attesa dell’eterna notte. Come i baci di Catullo a Lesbia. Ma questa fu, da sempre, l’essenza dell’Occidente: in tristitia hilaris, in hilaritate tristis. Non è possibile comunicare tale Stimmung. Il prescelto può ancora avvertirla, però: in un luogo, in una poesia. A frequentarle negli anni.
I’ doto voi, nel mese di gennaio
corte con fuochi di salette accese,
camer’e letta d’ogni bello arnese,
lenzuoi di seta e coperti di vaio,

tregèa, confetti e mescere a razzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ’n questo modo stare a le difese,
muova scirocco, garbino e rovaio.

Uscir di fuor alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
a le donzelle, che saran da torno;

e, quando fosse la compagna stanca,
a questa corte facciasi ritorno:
e si riposi la brigata franca

A volte, in un banale dormiveglia, durante i primi pomeriggi più assolati, certi suoni e immagini, persino alcune essenze, tornano alla mente con una vivezza sconcertante e palpabile; familiari alla coscienza, poiché vissuti decenni prima. Altre suggestioni, però, tornano a riva dai recessi d’una coscienza più ampia, dapprima sconosciuta: suggestioni impastate in un’essenza più antica, sovraindividuale, eterna. Qui l’anima cede il passo a qualcosa di più vasto ove stinge la singola personalità. Suoni, colori, passioni, figure e visioni sono ridonati da laghi profondi e inaccessibili nelle veglie: non sono madelaines, queste, ma la verità su noi stessi. L’Occidente emerge, per attimi fuggevolissimi: tutto sembra allora a portata di mano, chiarissimo, inoppugnabile: da Cinocefale a Sikander, dal terribile e duplice gesto di Eteocle e Polinice alla disfida fra Parrasio e Zeusi.
Non sarà immune Dante Alighieri dai giochi dotti dell’escapismo. In lui risaltano con forza incomparabile:
Sonar bracchetti, e cacciatori aizzare,
lepri levare, ed isgridar le genti,
e di guinzagli uscir veltri correnti,
per belle piagge volgere e imboccare …

Dante, nel prosieguo del sonetto, si scusa poi con le signore: il piacere, grossolano e un po’ volgare, per la caccia, roba da maschi, l’ha distratto dai cori gentili.
Solo col più bel sonetto fantastico della letteratura italiana riuscirà a coniugare indissolubilmente sogno aereo, amicizia virile e amore cortese:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi

Vasel”, “incantamento”, “quivi ragionar d’amore”, “monna Lagia”, “il buono incantatore” (Merlino) e il vocativo “Guido”, ovvero Guido Cavalcanti, il “primo amico”. Qualcuno di voi penserà che tale sonetto l’ha già letto a scuola. Lo devo deludere. Non l’ha mai letto. Per leggere tali quattordici versi (ABBA ABBA CDE EDC) in cui si ritrova l’Italia, compiutamente, la leggerezza, il viaggio, il mare, la fuga e la bellezza, occorre comprendere l’Italia. Non è facile, oggi, poiché le parole suonano a vuoto, quali gusci d’un animale estinto. “Vasel”: cos’è? Sono i navigli delle miniature medioevali, schiacciati in un commovente stilizzazione bidimensionale, tremolanti per la minaccia del dissolvimento; e le pergamene, la calligrafia, il simbolismo raffinato e profondo dei colori, distillati da pietre e piante, dalle ossa dell’Italia stessa, vien da dire; la Francia, il Tristano; e poi il mito: la montagna del Purgatorio; il Monte della Calamita che divelle i chiodi del fasciame dei “vaselli” sino a ridurli a relitti: metafore del cuore e dell’amore inappagato; il prete Gianni, il nestoriano che dal cuore dell’Asia manda lettere al Papa: apocrife, forse, come le missive fra San Paolo e Seneca, eppure generatrici di poesia e vita; la navigazione di San Brandano; gli unicorni di Marco Polo; la vertigine della lista che compone il meraviglioso; boschi e torri che, di lontano, formano il paesaggio di riferimento per il cammino. Occorre vedere dove non vi fanno più guardare. Scorticare le parole, opache d’una vernice anonima, e ritrovare il lustro d’esse. Queste metafore, i colori soprattutto, le sfumature di antiche pitture o del volgere degli astri, albe e tramonti, tutto questo forma il corpo mistico dell’Italia e l’unica linea di resistenza possibile. Che un sonetto di Folgóre da San Gimignano o di Dante Alighieri possa costituire una delle rocce delle nostre Termopili appare all’uomo volgare una pazzia. È indubbio, però, che sia così. Ritenere che il nostro immediato passato sia inutile: ecco il peccato che rende inutile qualsiasi tentativo di ribellione. Ogni metafora racchiude secoli di storia e uomini ed esperienze. Ignorare il vasel “ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio” equivale a consegnarsi vuoti di fronte al potere: uomini secchi, di paglia, dalle voci flebili e inaudibili, pronti a sbriciolarsi.

Dante assorbe ogni modello precedente e prepara gli ultimi fuochi della letteratura italiana: Boiardo, Ariosto. In Dante, nonostante la concettosa razionalità, vive ancora la meraviglia; nei successori tale attitudine verrà recuperata solo con operazioni dotte, nostalgiche. Boiardo comporrà L’Orlando innamorato con la certezza della fine d’un epoca mirabile. Dal Cinquecento in poi avremo solo scettici o filosofi, come Leopardi o Montale. Pochi i poeti. L’autunno del Medioevo apre la stagione dell’angoscia moderna, mai lenita.

In alcune zone della Tuscia arsenico e piombo sono a livelli sette volte superiori al limite di guardia. Ma ci si accapiglia per le borracce ecologiche.
Gli insetticidi e i diserbanti più letali hanno da favorire la coltura della nocciola. Le nocciole: quindi il cioccolato. Cioccolato per merendine. Le merendine passano per le budella dei bimbi. I bimbi affollano, inevitabilmente, i reparti dei cancerosi, gli occhi spaesati, incapaci di dare un senso a quell’esistenza. Padri e madri, intanto, recano visita a chi, a breve, non sarà più, improvvisando, col cuore devastato, il simulacro della speranza a cui è impossibile prestare fede. La borraccia ecologica nella borsa, intanto, cozzando contro le chiavi della casa solitaria, rimanda suoni metallici, sinistri.
Cosa manca a Matteo Salvini? Manca il sangue; e la conoscenza di Dante e Folgóre. Il sangue, il sangue della guerra intendo, quello di Mussolini, Franco, Guevara, Hitler e Giorgio Bocca, non posso farglielo conoscere: mancanza di trincee. E Dante? La vedo dura. La mancanza di un retroterra culturale profondo e delle esperienze virili comuni deformano, poi, volti e gesti. Un uomo deprivato di tali prassi interiori è inadatto a capire luoghi e recessi dell’anima; egli manca proprio dei fondamenti psicologici buoni a ricevere in sé, quale fiammata immediata, il senso dell’essere italiano. E ciò vale per gli altri: non ne voglio citare nemmeno i nomi. Il Papeete, al di là delle esagerazioni, è questo. Il tribalismo, la sciatteria, l’esibizione deriva da tale peccato originale. Non lo dico per polemizzare. Per me Salvini è sempre stato quel che è. Son solo noterelle sull’orlo della dissoluzione. Che tale gaglioffame sia la speranza dei sovranisti è, invece, fonte di sconcerto inesauribile. Sovranisti di destra, poi! Ma, dico io, questa gente si rende conto di chi erano gli uomini della destra tradizionale? E del cattolicesimo, anche il più morbido? Fa niente, però. La commedia è in atto. Chissà se qualcuno almeno sospetta che, dietro al vorticare di dichiarazioni e ai tonfi delle porte che si aprono e chiudono, ci sia, come sempre, il Programma. E il Programma va avanti. Fra le speranze del tifo più assordante.
Dopo un anno circa, il partito dei traditori torna al governo. Mister “non si interrompino i sogni” è lì, le leve del potere nelle mani. Come si era preconizzato facilmente. Per molti i traditori erano già finiti, appesi o fucilati, nel piazzale Loreto delle loro sicumere. Il miccus digitalis vive di tali fantasticherie masturbatorie, di rodomontate ed esplosioni vaticinanti: sempre sbagliate. La guerra! Uccidiamo i traditori! Come no, sicuro … Uno Zingaretti qualunque vale cento controinformatori: figurina scaltrita, certo, ma soprattutto esperta nella prassi anempatica del maneggio politico. La militanza antiitaliana avrà, nei prossimi mesi, soddisfazioni quasi erotiche. E così ciucceremo il biberon dello ius soli, a esempio. Salvini e Meloni consenzienti. Consenzienti. Questo il segreto. Un annetto di sbruffonate e poi cedo il passo! Fra un anno o due, tuttavia, tornerò, ve lo prometto! Il ciclo continua, il Programma avanza. 
In sessant’anni di politica al vertice assoluto, nazionale e internazionale, Giulio Andreotti fu sorpreso solo una volta in atteggiamento sgraziato: quando, costretto dall’occasione, e dall’ortaggio, impossibile a ridursi al galateo della posata, ebbe a protrudere le labbra, in una incolpevole e peritosa foga d’ingurgitazione, verso una fetta di cocomero.

I brevi attimi di quella caduta, esaltati dalla malizia dello scatto fotografico, vennero risarciti, però, dalla storica battuta sui Verdi: “I Verdi sono come i cocomeri, verdi di fuori e rossi di dentro”: motto minuscolo e insinuante, in cui convivono, al solito, la faciloneria del sarcasmo pievano, assolutamente italiano, e lo sprezzo di chi conosce, dall’alto, da le superne cose dell’etternal gloria, le piccinerie del tramestio politico.
Ripugna parlare di queste cose, eppure mi tocca farlo. Il rimorchio. Rimorchiare, vecchi di mezzo secolo, è uno sport talmente agevole, in questa estate 2019, da regalare una vertigine di stupori: facile come pescare le trote in un acquario. Le cinquantenni, o giù di lì, ma anche su, una volta testata la sodezza dei quarti, affollano le battigie estive e i calpestamenti termali; curate, affabili, malinconiche, nonostante estroversioni galeotte che l’occhio attento riconoscerà per false, macerate come sono in una incipiente disperazione. Unici requisiti del gallinaccio: saper parlare italiano e inscenare due o tre frizzi di buona lega. Si colgono dal ramo, le monne Lagie del Ventunesimo Secolo, senza sforzo; alcune ti cadono in grembo, fuor di metafora. Son le bellurie del Sessantotto, rese globali: abbandonati i molesti talami patriarcali e le incombenze del mocciosame, le Italiane, totalmente liberate, si ritrovano tagliate via ben presto dal mercato sessuale; il riassestamento poggia su ridicoli surrogati: new age, yoga, viaggi, droga, solidarietà terzomondista, prostituzione maschile, blande esperienze saffiche. Inevitabile che il tarlo dell’infelicità si insinui, spietato, nelle pieghe della carne ancor fremente. Perché una cosa rimane certa, come ebbe a dire Cesare Pavese, eiaculatore precoce: puoi fare tante manfrine, esibirti e roteare la coda della cultura e della gentile affabilità, ma poi, al dunque, una donna va soddisfatta.
In La guerra lampo dei Fratelli Marx (Duck soup, 1933), trionfo dell’irrisione dissolutoria ebraica più genuina, Rufus T. Firefly (Groucho), fresco presidente di Freedonia, assolda gli uomini di governo direttamente dal balcone. Un venditore ambulante, Chicolini (Chico), che passa lì per caso, è nominato, issofatto, Ministro della Guerra. Sulla scrivania di Firefly il telefono squilla incessante. Chicolini se ne impossessa ogni volta, sempre negando che Firefly, proprio davanti a lui, sia presente. Al che Groucho commenta, preoccupato: “Mi domando cosa mi sarà successo”. Lo stesso per me questa estate. Un silenzio di nemmeno un mese e già, per qualche frequentatore del blog, la figura evanescente di Alceste trascolorava nella malattia o nel romitaggio o, perché no, nella morte. Tanto che, a fine agosto, la mattina, guardandomi nello specchio, mi chiedevo, con una punta d’ansia: “Chissà cosa mi sarà successo”.
Altre battute del film, a caso e a mio ricordo: “I miei avi si rivolteranno nella tomba e dovrò rimboccargli la lapide!”; “Il bilancio? Lo capirebbe anche un bambino di tre anni! Presto, un bambino di tre anni! Io non ci capisco nulla”; “Può darsi, signori, che Chicolini si comporti come un idiota e abbia una faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è davvero un idiota”.
Gli Ebrei, popolo fatale: sempre al contrario. A me il contrario piace: come eccezione. I Saturnali dei Romani, con l’ordine civico al contrario per poco tempo, così come il postumo Carnevale, a questo servivano: all’eccezione costituita dall’inversione di ruoli e senso. Il gravame del quotidiano si liberava in follia anarchica. Giusto. Ma se, invece, fosse Carnevale tutti i giorni? Un Carnevale della logica, del gusto, dell’istinto? Semplice, avremmo il mondo attuale, da Lady Gaga a Bergoglio.
Gli Ebrei, ebrei sino al midollo, veri e istintivamente ebrei, sono al tramonto. Al pari di rabbini, mattacchioni sionisti e spianatori di moschee. Urge un Ebreo davvero internazionale, irenico, che piaccia a tutti; un ebreo che non sembri un ebreo, insomma; gli Epstein, i Netanyahu, i Polanski, i Kissinger andranno al macero. Un ebreo meno scostante, adunco, rompiscatole, abrasivo; empatico; o dovrei dire: empatica? Avanzano figure nuove, da videogioco: Natalie Portman è la mia favorita, l’ho già detto: un’americana di Gerusalemme, graziosa, mondialista, perfetta per incarnare il falso sentimento di giustizia, solidarietà ed equidistanza che va tanto per la maggiore, oggi. Sì, pure Israele, dovrà riadattarsi ai tempi nuovi, terribili, di pace.
Anche la Cina, l’Iran e la Russia verranno massaggiati in tal senso. Un Sessantotto cinese sembra alle porte. Chissà. Estirpare una cultura antichissima non sarà facile, ma i Signori del Mondo non hanno fretta. La fretta attanaglia chi non ha un’utopia; chi la possiede può veder spegnere tranquillamente i propri giorni: i fratelli, solidali, agiranno anche in sua vece. Assente, egli sarà presente: rivivrà nell’Idea.
A bordo piscina, privo di cellulare e connessione, Alceste ha sorriso, ogni tanto. Pubblicato da Alceste