La storia parte da decenni fa, parecchi decenni, in realtà.

C’era una volta uno stato elefantiaco,che credeva nell’impossibile industrializzazione del Sud Italia.

E fece una cosa che sembrava buona, questo stato impiccione.

Creò un immensa acciaieria a ciclo integrale, da un parte entrava minerale di ferro, carbone e altre sostanze e dall’altra usciva acciaio. Metallo prezioso che viene poi rilavorato in altri impianti per farne delle altre leghe ancora più pregiate.

Per il tempo l’impianto era all’avanguardia, e le grandi fornaci davano lavoro a tante persone.

Tanti soldi investiti e tanto lavoro.

Un porto, ovvio, dato che tutto il materiale deve venire da lontano, via nave.

Una cokeria, per trasformare il carbone in polvere finissima , il “coke” in grado di bruciare e generare le altissime temperature necessarie per trasformare il minerale di ferro in ghisa.

Altri forni più piccoli, detti di ossidazione, dove la ghisa è fusa nuovamente e l’ossigeno permette di ossidare il carbonio in eccesso.

Tutto in nome del sacro acciaio, necessario alle altre aziende del gruppo, quelle che guadagnano e che fabbricano acciai speciali, sparse in tutta Italia.

La foto è chiara, l’Ilva sorge praticamene a ridosso di una città di duecentomila abitanti, di cui oltre ventimila occupati direttamente nello stabilimento.

Un matrimonio con il diavolo, chiaro.

Ma per quale cazzo di motivo è accaduto uno sproposito del genere?

E non solo l’acciaieria è praticamente all’interno della città, quando sarebbe dovuta distare decine di chilometri da qualsiasi grande centro abitato, ma è una acciaieria grande. molto , molto grande, la più grande in europa.

Centinaia di chilometri di nastro trasportatore, migliaia di chilometri di tubi, centinaia di fornaci, immensi cumuli di scorie depositate all’aperto.

E polveri, sostanze cancerogene, gas che si immettono nell’aria, liquidi che inquinano il terreno e le falde. In quantità altrettanto enormi.

E cosa fa il governo, primo proprietario dell’impianto ? Un cazzo, pensa solo a rendere sostenibili i conti, la concorrenza degli indiani e dei cinesi, posti dove la vita dei lavoratori è ancora meno importante che in Italia, si fa sentire.

Fino al momento in cui tutto sta per saltare, e arrivano i salvatori, i”privati”. privati che fanno ancora meno, anzi, si attivano per alcune operazioni cosmetiche, studi di scienziati pagati per dire balle, sindacalisti foraggiati per tacitare, e la minaccia di licenziare, di lasciare tutti ” a casa”.

La situazione peggiora ancora, mentre teli che si sbrindellano in pochi mesi vengono disposti sui mucchi di scorie, innaffiatoi che dovrebbero bagnare il terreno per impedire il sollevarsi della polvere si fermano dopo altrettanto poco tempo per mancanza di manutenzione, e via così, una lunga teoria di lavori del tutto inutili, solo “cosmetici”. Realizzati con fondi pubblici, tra l’altro.

 

Alla fine accade l’inevitabile, i “privati” scappano con la cassa e un lungo elenco di lavori di migliorie rimane nel libro dei sogni, in gran parte. (1)

Improbabili cordate di salvatori si fanno avanti, primi tra tutti i cinesi, che, in sottofondo si dicono interessanti.

Interessati alle altre aziende del gruppo, ovviamente, loro hanno una sovrapproduzione di acciaio di centinaia di migliaia di tonnellate. Ma gli acciai speciali e i semilavorati  interessano eccome, se prodotti con materiale cinese, ancora più economico.

Nel frattempo la congiuntura particolare rende ancora di più l’impianto insostenibile, per via del prezzo volatile dei rottami metallici.

Molte acciaierie in europa, infatti , si sono trasformate in fonderie elettriche dove rottami e pacchi di ghisa vengono fusi e trasformati nuovamente in acciaio. Con molto meno impatto sull’ambiente.

La situazione di Taranto si fa difficile, con lo spauracchio della chiusura o la riconversione dell’impianto, e tante migliaia di persone a casa. Una città complicata, senza una spiaggia balneabile, senza accessi stradali decenti, e nessuna alternativa praticabile al mostro che inquina.

Giovani che sognano di una città paradiso delle auto elettriche, senza il mostro trasformato in oasi verde e che non capiscono che , senza di esso la città è destinata a morire, a spopolarsi.

Soluzioni?

Poche, forse inserire il metano nel ciclo ridurrebbe il problema, trasformare l’acciaieria in elettrica pure, ma rimane insoluto il problema dell’occupazione dello smaltimento di gigantesche quantità di inquinanti.

Chi paga?

Ma si continuerà a calciare il barattolo, altre miracolose cordate di privati arriveranno. il prezzo dei rottame comincia a salire, e il giocattolo torna ad essere interessante. E la colpa sarà sempre di quelli “prima”, sono loro che hanno inquinato, non vedete? io ogni tanto metto dei teli, copro qualche nastro trasportatore o monto un bel filtro a tessuto…

By Nuke di www.liberticida.altervista.org per gli amici di OraZero

(1)https://www.soc.chim.it/sites/default/files/chimind/pdf/2015_3_3808_on.pdf

P.S. non mi sono addentrato troppo “sull’elefante nella stanza”, la cokeria, la responsabile della maggior parte di dispersione di inquinanti nella zona. Il dramma è che non esistono alternative economicamente praticabili. Se non esiste alternative o si continua così, con le solite pratiche “cosmetiche” o si butta giù tutto. Tertium non datur.