Giunse infine a fronte delle mura diroccate di Larsith, un tempo simbolica città dell’Ovest decaduto.
Il suo cavallo sembrava ad ogni passo sempre più inquieto, e questo per un principe di Eredor significava sventura, ma Adamant aveva ormai intrapreso la cerca, e tornare indietro senza compierla avrebbe significato l’eterna vergogna su di lui e sulla sua famiglia.
Il Sacro Codice era chiaro, impresso a memoria in ogni cavaliere di Eredor, che se interrogati avrebbero potuto recitarlo senza dubbi ne inflessioni per 2 giorni interi, tanto richiedeva l’enunciazione del Sacro Codice nella sua versione integrale, tanto che un suo antenato ne elaborò una versione più breve, con la quale nominare i cavalieri durante le cerimonie di corte.

Un cavaliere privato dell’onore era privato del titolo, della parola e ogni altro cavaliere avrebbe potuto sfidarlo a duello mortale per ottenerne i suoi averi.

Egli pertanto sapeva ciò che lo aspettava, se avesse fallito avrebbe preferito trovare la morte nella sua cerca, piuttosto che sopravvivervi.
Le mura in passato imponenti ora erano ridotte in macerie, e dove un tempo c’era un maestoso ingresso in pietra e metallo nient’altro che fondamenta bruciate e derelitte, così i maestosi bastioni erano ora diroccati al punto da rimanerne visibili solo le fondamenta.

Nei secoli passati, Larsith si ergeva grandiosa, di fama, ricchezze, potere e vitalità, tanto che si diceva che le parole del Re Legittimo dalla sua torre d’avorio fossero sufficienti a placare le guerre.
O a scatenarle, se tale era il volere del tenutario la Bianca Corona.

Poi, un triste e lontano giorno, per sconosciute ragioni la linea di sangue si ruppe, e la città cadde in rovina.
Distrutta, razziata, bruciata, colpita dal cielo e dalla terra, i suoi pozzi si prosciugarono e l’oro accumulato si tramutò in cenere.

La gilda degli storici e dei tenutari rifuggì per secoli le sorti di Larsith, tanto che la memoria stessa del nome e della sua casa regnante poterono essere trovati solo in vecchi e polverosi tomi di cui nessuno più si interessava.

Ma Adamant aveva sentito la narrazione da un vecchio cieco giunto alla corte di Eredor qualche giorno addietro, sebbene il padre di Adamant, Maris il Tenace, non pareva ne convinto ne interessato, mentre il giovane principe rimase catturato dal quel passato, da quella civiltà e dalle parole del vecchio.
Ed interrogò il vecchio per ore, su ogni singolo dettaglio, aneddoto o ricordo di ciò che fu, fino a spillargli ogni goccia di conoscenza, al termine di tale estenuante confronto Adamant fece sellare il suo cavallo e partì alla volta della città perduta.

Adamant accettò con piacere la cerca offerta dal vecchio vestito di grigio, incuriosito e desideroso di portare al padre qualcosa di unico che gli avrebbe fatto dimenticare come era stato disarcionato all’ultima giostra, l’anno scorso.

Ma un cupo pensiero attraversò la sua mente quando, appena smontato da cavallo, il destriero abbandonò il suo cavaliere, galoppando a perdifiato nella direzione da cui era giunto.

Il vento ulululò più forte, così forte da spingerlo lontano dal suo obiettivo e fargli superare il pensiero della precipitosa fuga del suo destriero.
Ancora una volta, e ora gli pareva di udire tali parole più chiaramente: “desisti, non sei degno.”

Un’allucinazione, senza dubbio, guardandosi attorno non vi era nessuno attorno, come potevano essere vere?
Adamant strinse il mantello attorno a se, fino a coprire quasi interamente il pettorale metallico e l’insegna della casata di Eredor incisa e si incamminò con decisione, un passo pesante dopo l’altro, verso quella che doveva essere stata la cancellata d’ingresso.
Una volta oltre il vento cessò, ma vide di fronte a se una densa coltre di nebbia comparsa come all’improvviso.
La visibilità era compromessa, tanto che tendendo le sue braccia avanti a se, egli non poteva vedersi le dita.

Un passo dopo l’altro, cercando di affinare i suoi sensi periferali il principe si mosse tra le rovine e la desolazione circostante, fino a quanto sentì sferragliare sotto i suoi piedi.
Ma prima di poter abbassare lo sguardo notò un’ombra lanciarsi verso di lui impugnando un’ascia.
Dopo una prima schivata ne seguì una seconda, ma quando tentò di contrattaccare sentì una botta tremenda alla schiena e dovette lottare per recuperare l’equilibrio e non cedere al dolore.
Quando sollevò lo sguardo vide che ora, attorno a se, le ombre erano diventate 4, e lo circondavano.
Richiamò a se il coraggio e l’addestramento ricevuto, e seppur dolorante, fendente dopo fendente, riuscì a sgominare e disperdere le ombre che l’avevano aggredito e come erano comparse svanirono nel nulla dopo essere state colpite.

DESISTI, NON SEI DEGNO.
Quella voce ora era come se sorgesse dal terreno.

Finalmente realizzò, nonostante l’ostinato scetticismo che gli uomini di Eredor nutrivano al riguardo della magia, che si trovava in un luogo stregato.
Sotto di se vide un pavimento di marmo , un circolo levigato e apparentemente in ottimo stato, nonostante i secoli, all’apparenza doveva essere stata una piazza, attorno a cui, sul terreno si trovavano decine di spade, scudi e altri pezzi di armatura disposti attorno una lastra d’oro, con sopra incise iscrizioni runiche dal significato sconosciuto.
“Una tomba!” sussultò Adamant.

DESISTI, NON SEI DEGNO. sempre più forte.

Ora era chiaro, anche perchè la nebbia si era dissipata interamente, si trattasse di un incantesimo.

DESISTI, NON SEI DEGNO. ancora più forte, un ultima volta, e il principe si irrigidì su se stesso, stringendo la spada con ambo le mani, senza distogliere lo sguardo da ciò che aveva di fronte.

Non ascoltarlo, Adamant, sei giunto fin quì, puoi comprendere, puoi redimerci tutti quanti.
Il volto gli era familiare, ma cambiava, più lui lo osservava, più il volto e le vesti del vecchio uomo di fronte a se cambiavano.

Cosa significa questo? e tu chi sei veramente, uno stregone? hai forse ordito per trarmi in trappola?” tentò di interrogare il vecchio, levando la spada verso la gola dell’apparizione.

Ormai palesemente ringiovanito, gli stracci che indossava fino a prima erano diventati una bellissima tunica in seta ricamata e le bende sugli occhi erano svanite.

Ti debbo una risposta, giovane, poichè la tua cerca è giunta al termine.

Attorno a loro era calato un profondo silenzio, la voce che lo invitava a desistere finalmente taceva.

Il mio nome è Arwald Crowngard, Custode dell’Ersil e ultimo legittimo portatore della Biancorona, conosciuto fino all’ultimo dei miei giorni come Arwald il cieco, quì è dove sono deceduto, difendendo la mia gente.
I nostri regni erano alleati, in un lontano passato, mio padre cavalcò affianco al padre di tuo padre, ma quando divenni Re i consiglieri mi convinsero a sacrificare i giuramenti e le alleanze, ad abolire il codice, il cavalierato, a costituire una nuova civiltà, ed io, per sciocco che fui, gli diedi retta e rinnegai tutto quanto.
Il popolo mormorò e protestò a lungo per queste mie scelte, ma li ignorai con sprezzo.
Quando i miei figli furono assassinati il regno cadde in disgrazia e io venni maledetto a rivivere l’ultimo giorno di Larsith fin quando non avessi trovato un uomo valoroso disposto ad ascoltare un umile vecchio cieco e ridare così dignità alla mia gente, caduta senza combattere, salvo i pochi valorosi che perirono soverchiati.
Io non ebbi mai l’occasione di dire alla mia gente cosa stava accadendo, cosa sarebbe accaduto, temevo sarebbero caduti nel panico, che avrebbero perso il senno a conoscere la verità, che mi avrebbero odiato, così furono sorpresi tutti quanti, uomini, donne, vecchi e bambini, persino la mia guardia reale, i congiurati ci assalirono dall’interno e giunsero presto quì, dove una volta si ergeva l’ingresso alla sala di corte.
Questa è la mia cripta di famiglia, il luogo più sacro di tutta la mia casata, e la Biancorona è il mio dono a te, redimi il mio nome e la mia gente, e ricorda che il primo dovere di un sovrano è verso la sua gente.

Visibilmente stordito dalla rivelazione Adamant ora capiva, ma non fece in tempo a ringraziare Arwald, ora che ne conosceva la storia, o a porgergli nuove domande, per tante che gli tempestarono la mente, che si ritrovò, come d’incanto, all’ingresso della città da cui era partito per la sua cerca.
Eredor: casa.

 

 

Il Re è tornato, il Re è tornato, viva Sire Adamant, viva la Corona Bianca.”
Un frastuono di voci accolse il battito degli zoccoli del cavallo sul legno del ponte levatoio, a cui fecero eco numerosi e profondi squilli delle trombe.
Il passaggio del Re tra due ali di folla fu trionfale, e alle sue spalle un esercito vittorioso seguiva un passo dopo l’altro il suo sovrano, che smontò da cavallo e s’incamminò tra la sua gente, ricambiando ad essa il saluto, la grande campagna per la riconquista dell’Ovest era terminata e lui avrebbe presto annunciato alla sua gente che la guerra era finita.

Terminato il discorso, Adamant notò tra la folla festante un vecchio vestito con una tunica grigia e sdrucita sorridere soddisfatto e scomparire nella massa.
Padre, cosa guardi? quando mi insegni a colpire di spada?” sentì tirare ripetutamente il mantello sdrucito dalla lunga campagna bellica.
Domani iniziamo, promesso, prima ho una cosa più importante che voglio che impari assolutamente” rispose ponendo la corona bianca sulla testolina del figlio.
Persino più importante del codice?” chiese incuriosito il bambino.
Si, certo Arwald, quando sarai Re non dimenticare mai che il tuo primo dovere è proteggere la tua gente.