Di Raul Ilargi Meijer per The Automatic Earth blog

Tradotto da Gustavo Kulpe

Le elezioni per il Parlamento europeo si terranno dal 23 al 26 maggio 2019. Probabilmente cambieranno il volto dell’Europa più di ogni altra tornata elettorale da quando è stata fondata l’UE. E questa non è una previsione azzardata. In molti paesi europei le elezioni nazionali successive alle ultime elezioni europee del 2014 hanno avuto esiti che hanno scosso i rapporti politici interni.

Nella maggior parte dei casi, i paesi sono passati da governi retti da partiti tradizionali a quelli di nuova fondazione. La Francia ha cancellato i socialisti e il centro-destra nel 2017, e il ballottaggio finale delle elezioni presidenziali si svolse tra il Front National di Marine Le Pen e il nuovissimo En Marche di Emmanuel Macron. Macron ha vinto praticamente per default, perché la Francia, come paese nel suo complesso, non avrebbe mai votato per Le Pen.

In Italia, M5S e Lega hanno avuto il sopravvento. In Germania, la coalizione CDU / CSU della Merkel ha perso molto anche se è rimasto il primo partito, ma Angela ha perso il suo socio SPD “socialista” che è calato così tanto da non voler più essere al governo. In Spagna il centrodestra di Mariano Rajoy ha perso abbastanza da cedere il potere ai socialisti, che sono andati in testa perché hanno giocato una partita intelligente, non perché gli spagnoli volevano che fossero loro a governare.

Non c’è bisogno di analizzare tutti i 27/28 paesi europei per stabilire che ci sono stati terremoti politici quasi ovunque, con l’elettorato che si é allontanato dai partiti tradizionali per andare verso chi si é presentato senza visioni follemente estreme. E se pensiamo che questo processo sia ora completo, potremmo doverci ricredere.

È buffo, se ce ne rendiamo conto, che il paese con il più grande cambiamento politico, il Regno Unito, è l’unico che si attacca ancora ai suoi partiti tradizionali, e cerca la sua voce di protesta in un modo diverso, vale a dire attraverso Brexit. Cioè, la Gran Bretagna decide che non può trarre alcuna soddisfazione dall’appartenenza all’UE, mentre nelle altre principali nazioni dell’UE l’insoddisfazione viene proiettata sui partiti tradizionali interni.

Il pensiero di base è lo stesso: la gente è stufa dei politici in carica e della loro affiliazione al progetto europeo. E nessuno a Bruxelles sembra davvero disposto a rendersene conto: l’unica cosa di cui parlano invece, è più Europa. Ma tutti questi cambiamenti si rifletteranno a breve nella politica di potere al Parlamento europeo.

E loro lo sanno. Sperano solo di riuscire a limitare i danni sfruttando le regole con cui vengono divisi i poteri in Europa. Per ottenere più forza, i partiti nazionali devono trovare partner in altri paesi europei con cui allearsi e formare gruppii parlamentari. C’è bisogno di partiti di almeno altre 7 nazioni per candidarsi al Parlamento europeo.

In realtà ci sono solo due parti in quel parlamento che contano davvero: il Partito popolare europeo di destra (PPE) che ha 217 deputati (membri del Parlamento europeo) e l’Alleanza progressista di socialisti e democratici di centrosinistra (S & D) che ne ha 190. Poi ci sono i conservatori e riformatori europei – 74 eurodeputati, l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE) – 70 eurodeputati, la Sinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica (GUE) – 52 deputati e i Verdi europei / Alleanza libera europea – 50 deputati.

Questi numeri, come quelli nazionali, sono destinati a cambiare, e di molto. Quanto esattamente è difficile da prevedere, perché ancora non è chiaro di quale blocco, ogni nuovo partito, farà parte. Ma non è una congettura folle pensare che alla fine di maggio la trattativa per la divisione dei poteri non sarà tra destra e sinistra (entrambi comunque sono finti avversari), ma tra pro-UE e anti-UE. O meglio, “More Europe vs Less Europe”.

L’emergente formazione di destra tedesca AfD, alla loro conferenza di questo fine settimana ha votato una risoluzione che chiede di liberarsi dello stesso Parlamento europeo, definendolo antidemocratico e sostenendo che “la competenza nel fare le leggi deve essere esclusivamente degli stati nazionali”. Sentimenti simili si manifestano in Italia, Polonia, Ungheria e in molti altri stati membri.

Dati i cambiamenti nei rapporti di voto menzionati prima, è difficile vedere il modello “Più Europa” sopravvivere alle elezioni. Ma questo naturalmente non impedisce ai principali partiti (isolati) di candidarsi apertamente in Europa per sostituire Jean-Claude Juncker come “grande capo” dopo le elezioni. Il PPE ha come protagonista il tedesco Manfred Weber come “Spitzenkandidat”, i cosiddetti socialisti / democratici hanno l’olandese Frans Timmermans, il braccio destro di Juncker.

Pensano ancora di essere in grado di continuare gli affari come al solito e accumulare più potere e sovranità, mentre il sostegno per l’UE si sgretola di giorno in giorno. Ma il futuro è dietro l’angolo, mancano solo 4 mesi. E chissà come sarà l’Europa per allora? Bruxelles sicuramente non sembra saperlo o non lo vuole sapere.

In Germania, l’intero sistema politico dovrà reinventarsi dopo la Merkel. E come detto prima, con un look completamente nuovo per quanto riguarda il numero dei voti. L’estrema destra e i Verdi sono sulla buona strada per diventare nuovi blocchi di potere, il centro-destra CDU / CSU e l’SPD centro-sinistra sembrano destinati a perdere molti consensi.

Questo è uno schema che si ripete in tutta Europa, ma quello che succede in Germania è, a causa del modo in cui è stata creata l’UE, fondamentale per tutti gli stati membri dell’UE. Nulla accade in Europa senza l’approvazione di Berlino. E cosa faranno gli altri 26 membri quando quel livello di potere si muoverà verso l’AfD?

Maggiori preoccupazioni potrebbe destare la performance economica della Germania. Perché gli ultimi segnali non sono incoraggianti. La Germania e l’Olanda hanno fatto molto bene, ma questo perché tutti gli altri costituiscono il loro mercato “domestico”. E ora nemmeno quello si rivela essere abbastanza. I numeri della Germania stanno andando giù velocemente:

E poi ancora, le preoccupazioni per la Germania saranno aggravate da quelle riguardo Francia e Gran Bretagna. Il numero di giubbotti gialli nelle strade francesi è stato molto più ampio lo scorso fine settimana rispetto ai precedenti. Macron continua a commettere errori sempre più marchiani. Lo scorso sabato, la sua polizia antisommossa è stata filmata mentre portava armi semiautomatiche con munizioni vere. Come ha affermato, molti dei suoi vogliono risolvere la cosa senza troppi sforzi.

Da sempre, Macron ha cercato di creare un cuneo tra i manifestanti e il popolo. Ma una grande maggioranza di persone sostiene le proteste, anche se non indossa un giubbotto giallo. Eppure, Parigi sostiene che i manifestanti non sono la Repubblica e che stanno cercando di rovesciare la democrazia. Quando i giubbotti gialli si sono avvicinati alle sedi governative lo scorso fine settimana, il portavoce del governo Benjamin Griveaux è fuggito, dicendo: “Non sono io ad essere attaccato, é la Repubblica.” Ergo: Non é il popolo la Repubblica, ma il governo. Questo dovrebbe far capire molte cose.

Per un numero molto elevato di francesi sembra in realtà che il loro stesso governo non li consideri veramente cittadini francesi. E ora Macron insiste nel tenere un dibattito nazionale, in cui tutti possano dire la loro, ma allo stesso tempo insiste sul fatto che non cambierà le sue politiche, che sono la principale causa delle proteste dei Gilet Gialli.

Quello che vedono è che “il piccolo Napoleone” non appare in pubblico da molto tempo (il grande no-no!), ma nonostante ciò prova a dettare loro il significato di democrazia, mentre allo stesso tempo dice che non hanno altra scelta se non fare quello che dice lui. Le proteste sono consentite solo se il governo lo permette, proclama Parigi.

Macron ha cancellato la sua partecipazione al prossimo spettacolo di Davos per i ricchi e i potenti della Terra, e scommetto che ciò che ha pensato è che se fosse andato non gli sarebbe stato permesso di tornare nel suo paese. Magari non è proprio così ma quel pensiero deve averlo sfiorato. Avrà visto nella sua mente l’intero scenario del “che mangino brioches“. Dovrebbe mettersi prima la mano sul cuore mentre si guarda allo specchio.

Macron riesce a sbagliare tutto. E in questo la Francia ha molto in comune con il nostro per ora ultimo argomento, soggetto, vittima – scegliete voi – il Regno Unito.

Theresa May ha perso un altra votazione e questo garantisce maggior caos. Entrambi gli schieramenti, quelli per Brexit e quelli per il “Remain” sono divisi in innumerevoli sotto schieramenti, e non sembra ci sarà mai la possibilità di un accordo. Si farebbe fatica a trovare anche solo due persone che pensano che Brexit abbia lo stesso significato, figuriamoci milioni.

Mi chiedevo, come scritto in precedenza, come mai la Gran Bretagna fosse così tranquilla di fronte a tutto questo, con l’esempio dei Gilet Gialli a poche miglia di distanza. E francamente non lo so. Forse lo scopriremo presto. L’UE ha lasciato intendere che la Brexit potrebbe non avvenire fino all’estate, altro che il 29 marzo. Ma questa è l’Unione Europea, ed è quello da cui il voto sulla Brexit voleva allontanarsi, non lasciare che dettasse ancora di più condizioni.

Theresa May praticamente è rimasta con le mani in mano per due anni, e pretendeva di fare il lavoro in 6 mesi, un sogno impossibile. Il Regno Unito, in 40 anni di appartenenza all’UE, ha firmato migliaia di leggi che contengono centinaia di migliaia di pagine di legalese. Tutto ciò deve essere controllato, se necessario, modificato, negoziato, votato, ecc.

Non certo qualcosa che si possa fare in sei mesi, e questo non ha niente a che fare con quello che piace o meno all’UE. May ha tenuto in ostaggio il suo paese per tutto il tempo in cui è stata premier, e lo fa ancora di più ora, visto che va dichiarando che o si fa come dice lei o niente Brexit. Ha deciso che il “No Deal” non è un’opzione. Il che può essere una cosa saggia considerando tutti quei documenti, ma chi è lei per decidere il futuro dell’intera nazione per i decenni a venire? Non è stata nemmeno eletta come PM.

Ne sapremo di più dopo il voto del Parlamento, se May ha perso. O perderemo noi? Se Bruxelles accetta un forte ritardo nella Brexit, è probabile che May resterà in carica, e avremo 4-5-6 mesi in più sulla stessa strada verso il nulla. Secondo referendum, elezioni generali? Calici avvelenati in ogni caso.

Comunque nulla cambierà. Qualunque sia il risultato, ci sarà sempre un grande gruppo di persone a essere contrario. Qualsiasi opzione creerà la sensazione che un piccolo gruppo di persone detti le linee guida in grado di cambiare la vita di tutti gli altri.

Dove sono i giubbotti gialli britannici? Il sindaco della seconda città più grande della Polonia, Gdansk, è stato pugnalato a morte in pubblico su un palco in cui teneva un discorso, è quella la direzione dove stiamo andando?

E per non dimenticare, quello che succede in Europa non è molto diverso da quello che succede negli Stati Uniti; le cose si svolgono semplicemente in modo leggermente diverso in luoghi diversi. Negli Stati Uniti, come nel Regno Unito, non ci sono nuovi partiti che prendono il sopravvento, niente AfD e Macron e gilet gialli e Salvini, ma c’è Trump e Brexit.

Il comune denominatore è la rabbia delle persone verso modelli economici che li costringono ad arrangiarsi come possono, mentre vedono le loro vite svanire a poco a poco, mentre chi è al potere fa gli interessi dei banchieri e degli altri ricchi.

Non è molto utile vedere tutto questo come avvenimenti e sviluppi separati tra loro. È una grande ondata che ridisegnerà il mondo in modo diverso da come lo conosciamo. Il “che mangino brioches” è diventato globale e non ci sono abbastanza brioches da distribuire.