Cosa sono le aziende startup?

Una classificazione introdotta dall’Unione Europea e largamente adottata dagli addetti ai lavori suddivide le aziende come segue in base al numero di dipendenti e al corrispondente fatturato (cioè in base alle loro `dimensioni’):

  • Micro (fino a 10 dipendenti e fatturato annuo non eccedente €2M)
  • Piccole (fino a 50 dipendenti e con fatturato annuo non eccedente €10M)
  • Medie (fino a 250 dipendenti e con fatturato annuo non eccedente €50M)
  • Per esclusione, tutte quelle che non sono micro, piccole o medie, cioè a dire le ‘aziende grandi’ (da non confondersi con le ‘grandi aziende’, perché le aziende grandi sono molto difficilmente anche grandi aziende).

In base a questa classificazione, le startup – che in italiano puro si definiscono “aziende agli esordi” – sono quasi sempre micro aziende, in quanto difficilmente composte da più di 10 persone e con fatturati iniziali di svariati milioni di euro nel momento in cui aprono i battenti e iniziano ad operare.

Cosa cambia tra aziende di differenti dimensioni?

Nelle aziende micro il team di gestione (amministratore delegato e direttori esecutivi, che sono quasi sempre anche azionisti, cioè co-proprietari) lavora nell’azienda a stretto contatto con tutti i dipendenti e li conosce uno per uno. Non esiste una gerarchia di livelli gestionali al di là della divisione tra dipendenti e ‘proprietari’ e la gestione di tutti gli aspetti è quindi diretta e immediata. Nelle aziende piccole, l’originale semplicità organizzativa e gestionale della struttura micro di partenza inizia a complicarsi: con qualche decina di dipendenti e con fatturati annui di alcuni milioni, diventa necessario introdurre una gerarchia di livelli gestionali (inclusi direttori esecutivi che spesso non sono proprietari ma impiegati di livello). In questi casi è probabile che la proprietà tenda a non occuparsi più della gestione giornaliera dettagliata dell’azienda a stretto contatto di gomito con tutta la forza lavoro e che quindi possa non conoscere affatto la realtà di coloro che nell’azienda ci lavorano; al massimo, rimane solo un contatto personale diretto tra proprietà e dirigenza. Questo si applica anche ai direttori esecutivi, che delegano a gestori di medio livello l’applicazione delle loro direttive e il controllo dei vari compiti aziendali. Nelle aziende medie il distacco tra forza lavoro, management e proprietà è completo: l’un gruppo non conosce l’altro e si interagisce solo attraverso un ristretto numero di canali delegati. Nei fatti, l’azienda media è un’azienda grande che non ha ancora fatto il salto organizzativo e finanziario verso un maggiore ordine di grandezza di fatturato (e che di questi tempi non farà mai quel salto in termini di forza lavoro). Nelle aziende grandi si vive e si lavora come in un carrozzone statale con in più la pressione da parte del middle management (capi e capetti) a aumentare costantemente qualunque tipo di beni o servizi l’azienda fornisca. Questo perché di solito l’azienda grande ha un rendimento per unità di forza lavoro che è una frazione rispetto a quella di un’azienda micro e piccola, visto che l’azienda grande è ingolfata da strati e strati di (pressoché inutile) management, generando una piramide invertita dove di fatto pochi lavorano e troppi “gestiscono”.

Quali sono le competenze necessarie per avviare un’azienda startup?

Queste dipendono esplicitamente dal settore di attività economica in cui opera l’azienda (agricoltura o estrazione di materie prime, produzione di beni di ogni genere, servizi di ogni tipo, da commercio, turismo e manovalanza varia a banche e assicurazioni, per finire ai servizi basati su attività “intellettuali” come l’istruzione, la formazione, lo sviluppo software e le consulenze professionali (legali, tecniche, mediche). Le competenze necessarie per gestire una piccola azienda agricola sono piuttosto diverse da quelle necessarie ad una startup che sviluppa software per automobili a guida robotica. Ciò nonostante, in entrambi i casi un’azienda startup ha bisogno di almeno tre diverse figure professionali con competenze complementari: il tecnico, il commerciale, e il general manager, che spesso funge anche da project manager.

A parte la competenza professionale in questi tre ruoli, servono in generale quattro condizioni di base che sono assolutamente necessarie (ma non necessariamente sufficienti) per creare, sviluppare, e mantenere attiva nel tempo un’impresa startup:

  1. Un adeguato spirito imprenditoriale, con tutto quello che comporta in termini di cultura del lavoro autonomo, propensione al rischio, capacità di autogestione, e attitudine professionale al lavoro in generale;
  2. La certezza del quadro normativo nel paese in cui l’azienda intende operare, nella sua triplice dimensione fiscale (tasse e imposte), legale (diritto civile e processuale civile), e regolamentale (insieme di regolamenti italiani ed europei in materia di produzione e commercializzazione di beni e servizi);
  3. Un’efficace struttura di supporto finanziario, infrastrutturale, e consulenziale messa a disposizione dallo stato, cui gli aspiranti fondatori e i novelli proprietari-gestori di aziende startup possano accedere, se in possesso di adeguati requisiti, a costo molto contenuto o addirittura nullo;
  4. L’uso di criteri “meritocratici” nella valutazione e nella scelta dello staff, dei beni e dei servizi necessari, che dovrebbero essere basate sulla qualità personale e sul rapporto costi-benefici dell’offerta.

Cominciamo quindi a vedere come vanno le cose nel Belpaese rispetto alle condizioni di cui sopra.

Esiste in Italia un adeguato spirito imprenditoriale?

Qui cominciano i guai. Spesso e volentieri, a livello di startup, cioè di persone che progettano assieme un’avventura imprenditoriale, in Italia per cultura il tecnico pensa di essere “er mejo fico der bigonzo” e che il suo contributo sia qualitativamente e quantitativamente superiore a quello di tutti gli altri, il che avvelena l’atmosfera fin da subito. Si ritiene che del commerciale non ci sia inizialmente bisogno (i nostri prodotti e servizi sono talmente innovativi ed eccezionali che si vendono da soli, basta scrivere un post su Fessbook). Per quanto riguarda il general manager e il project manager poi, il ruolo e’ spesso minimizzato (quello che fanno sono tutte cavolate; che vuoi che sia un po’ di contabilità, un po’ di normativa contrattuale e del lavoro, quattro leggine rilevanti sulle aziende e dire a degli esperti tecnici come noi quello che si deve fare e come lo si deve fare per avere beni e servizi vendibili).

Naturalmente non tutti ragionano così ma molti lo fanno, con l’ovvia conseguenza che l’impresa termina ancor prima di cominciare. Non si capisce che la fusione armonica di più competenze diverse da un risultato che è maggiore della somma delle competenze prese singolarmente, perché permette di operare più in grande (leggi: maggior fatturato).

C’è poi un secondo problema, ben più grave del precedente: in Italia il lavoro autonomo (che è il fondamento dell’imprenditorialità) viene spesso considerato con sofferenza, quale un male necessario discutibilmente preferibile alla disoccupazione, piuttosto che venire apprezzato per le possibilità potenziali di guadagno e crescita professionale che può offrire. Parliamoci chiaro, l’Italia non è certo l’unico paese europeo ad avere una parte della popolazione affetta da fancazzite acuto-cronica con pretese di sussidio elemosinario vitalizio. Il morbo è presente in forma sostenuta, con modalità leggermente diverse da luogo a luogo, anche nel resto d’Europa, dalla Norvegia a Malta, dal Portogallo alla Grecia. Purtroppo, in Italia (ma anche in Grecia, tanto per essere in buona compagnia), la popolazione affetta da fancazzite è stata anche plagiata dal culto pernicioso del posto alle poste (che si trova proprio sotto casa, è garantito a vita, e permette di lavorare molto poco in tutta calma).

A tutto ciò si aggiunge il tradizionale supporto delle famiglie italiane (e mediterranee) che foraggiano fino all’estremo sacrificio il (giovane) fancazzista di turno, nel mentre provano senza speranza a procurargli l’agognato posto alle poste elemosinando inutili raccomandazioni a destra e a manca. Per finire, sul suolo italico imperversa l’adorazione fideistica del furbo, portato ad esempio mirabile di comportamento disonesto e quindi lodevole e da imitarsi, contrapposto alla ridicolizzazione della persona onesta, considerata un modello da evitare come la peste bubbonica.

Risultato finale? Giovani (e meno giovani) dotati di spirito imprenditoriale, attitudine al rischio, e cultura del lavoro autonomo (in base alla quale quando c’è da lavorare per guadagnare e migliorare la propria professionalità non bisognerebbe mai tirarsi indietro) ce ne sono fin troppo pochi. Perché mai faticare se mamma e papà sono ottimi bancomat a comodato d’uso perenne, con inclusa offerta alberghiera a tutto servizio, comprensiva di vitto, alloggio, e lavanderia? Inoltre, prima o poi ci scappa pure un bel posticino alle poste, comodo comodo, dove ci si va solo la mattina e non ci si ammazza di lavoro. Continuate pure così, che a breve vi daranno il reddito di cittadinanza. Ve lo daranno in quel posto, a tutti.

Esiste in Italia la certezza del quadro normativo?

La risposta sintetica e’ NO, ma vediamo perché. Alla base di ogni e qualsiasi attività imprenditoriale ci sono i famosi “conti della serva”, cioè a dire la valutazione (nemmeno troppo complicata) che permette di evidenziare se, in base ai costi correnti, i presunti ricavi sono superiori alle spese. Se ciò non fosse, l’impresa andrebbe a gambe per aria in breve tempo. Quali sono questi costi? Le tasse e gli oneri vari a cui è soggetta l’impresa, tra cui il costo di ogni singolo lavoratore (stipendio, contributi e quant’altro), il costo della benzina, eccetera eccetera. Purtroppo in Italia c’è la perniciosa tendenza a cambiare piuttosto frequentemente leggi e regolamenti che definiscono l’entità di questi pagamenti, di solito questo succede perché lo stato italiano – con circa €2500 miliardi di debito – non esita ad introdurre sempre più imposte e tasse e ad aumentare l’incidenza di quelle già esistenti. Oltre che per fame di soldi, lo stato italiano è anche tassaiolo per cultura politica: quasi 75 anni di cultura catto-comunista insegnano che il piccolo imprenditore che guadagna, crea posti di lavoro e ricchezza è per definizione un nemico del popolo fancazzista e pertanto va punito e dissanguato (colpirne 1 per educarne 100).

Quindi, visto che lo stato italiano promette una cosa e dieci giorni dopo cambia leggi e leggine, i costi d’impresa, soprattutto per le imprese da micro a medio-piccole, sono variabili in un modo da dissuadere l’impresa stessa dal fare qualsiasi politica espansiva (assunzioni, aumento di produzione, ricerca di nuovi mercati), in quanto il rischio di ritrovarsi da un giorno all’altro costi in salita libera risulta piuttosto elevato.

I paesi più furbi tendono a mantenere questi costi percentualmente invariati nel corso del tempo; qualora ciò non sia possibile, introducono agevolazioni che minimizzano l’impatto dei nuovi costi, praticamente lasciando i bilanci aziendali invariati. Questo perché la stabilità, che è figlia della certezza del quadro normativo, favorisce gli investimenti da parte delle aziende; tali investimenti generano posti di lavoro e la crescita di una nazione.

Esiste in Italia un’efficace struttura di supporto?

Qui parliamo di infrastrutture ad ampio spettro, da quelle fisiche (vie e mezzi di comunicazione, porti d’interscambio) a quelle finanziarie (finanziamenti mirati per la ricerca e lo sviluppo delle aziende startup) a quelli normativi (eliminazione di tutti gli adempimenti burocratici, praticamente inutili ma sicuramente costosi). In questo settore, l’Italia ha un’efficace struttura di dissuasione per scoraggiare chiunque abbia voglia di creare un’azienda startup dal farlo nel territorio della Repubblica. Facciamo tre esempi:

  • Primo esempio (di cazzata inutile e costosa): la posta elettronica certificata. Ovunque nel mondo le aziende startup vanno online e comprano un pacchetto internet che quasi sempre offre anche un certo numero di indirizzi di email configurabili, compresi nel prezzo. Se poi la startup ha competenze informatiche, si crea il suo piccolo email server utilizzando un vecchio PC e si gestisce migliaia di emails praticamente a costo zero (il software per email servers si scarica gratuitamente dappertutto e ci sono sistemi open source di ogni ordine e grado). In Italia no, per determinate applicazioni serve la Posta Elettronica Certificata. Cioè a dire si devono contattare specifiche aziende sconosciute (probabilmente possedute in compartecipazione dal figlio di un qualche politicante di turno), pagare un sacco di soldi per ottenere… lo stesso livello di qualità di servizio. Sì perché in realtà queste aziende possono solo certificare la fessa di nonna: il protocollo email, formalizzato nei lontani anni 70 è un colabrodo che non garantisce per definizione che al 100% degli invii faccia riscontro il 100% delle ricezioni. In altri termini, il protocollo email ammette che fino a un certo livello percentuale di email perse (spedite e mai ricevute) tutto vada bene. Quindi… io azienda sono costretta a pagare salata la posta certificata per quale tangibile vantaggio, esattamente?
  • Secondo esempio (di comportamento dell’altro mondo): in moltissimi paesi del resto d’Europa e del mondo, esistono specifiche agenzie governative che aiutano le aziende startup dalla fondazione alla crescita, fornendo consulenza gratuita e supporto consulenziale ad ampio spettro. Previa presentazione di un progetto valutato da tecnici industriali di settore, queste agenzie erogano finanziamenti per permettere alle aziende startup di sviluppare prodotti e servizi competitivi. Quasi sempre questi finanziamenti sono a fondo perduto o con modalità di rimborso estremamente convenienti. In Italia? Lasciamo perdere che è meglio…
  • Terzo esempio (di ottusità legislativa): gli inutili costi burocratici per le piccole aziende. In molti paesi del mondo i governi capiscono che per crescere le piccole aziende devono essere soggette a normative leggere e dal costo economico molto basso. Niente registri trividimati da ‘700, uffici diversi e multe solo nel caso di accertata malafede. Contabilità così semplice che il commercialista serve solo per la dichiarazione annuale, minore regime di tassazione dei profitti, eccetera eccetera. Quindi, le aziende in molti paesi esteri non devono registrarsi per l’IVA al disotto di un certo fatturato annuo e ogni trimestre la dichiarazione IVA si fa online senza presentare alcun documento d’appoggio (tanto lo sanno lo stesso quanto guadagna l’azienda). Aneddoto vero: alla fine di un trimestre una startup si dimenticò di fare la dichiarazione e di pagare il corrispettivo. Pochi giorni dopo la scadenza, l’ufficio IVA mandò all’azienda una cortese lettera segnalandogli la dimenticanza e ricordandogli che avevano una settimana per regolarizzare il tutto, dopodiché sarebbero stati costretti a fare una multa. Comprendendo che queste cose possono succedere quando l’azienda attraversa un periodo critico, l’ufficio IVA metteva a disposizione un funzionario nel caso volessero essere aiutati a riempire il modulo elettronico (4 righe) o avessero problemi da chiarire. In Italia l’equivalente sarebbe stato un processo per direttissima a tutti i direttori dell’azienda, dopo aver proceduto a un doveroso arresto da parte della Guardia di Finanza impiegando 50 finanzieri in divisa e manette con catene stile schiavi per ogni direttore, possibilmente lasciato a marcire in carcere per una mesata prima dell’interrogatorio.

La conclusione è che in Italia esiste una struttura di antisupporto, che ti aiuta a desistere da solo pensare di mettere su un’azienda o ti aiuta a concepire la fuga all’estero se malauguratamente l’hai già fondata.

Esiste in Italia un approccio meritocratico?

Negli altri paesi europei (se escludiamo la Grecia e il Portogallo, fanalini di coda di evoluzione sociale assieme all’Italia), le famiglie spingono i giovani fuori di casa, verso una vita indipendente e finanziariamente autosufficiente. Laddove le famiglie sono assenti o inesistenti, il ruolo di supporto è svolto dallo stato, anche se la cultura sociale prevalente non vede di buon occhio il mantenimento degli individui a spese del contribuente. Ogni supporto finanziario viene infatti considerato come un intervento temporaneo sulla strada verso l’indipendenza, anche se spesso e volentieri a troppi individui potenzialmente inseribili nel mondo del lavoro viene permesso, per opportunità politica, di rimanere supportati a vita, creando di fatto una sottocultura assistenzialista. In sostanza ognuno si sceglie e si costruisce una vita in base alle sue proprie forze; chi è più capace arriva più lontano, ma poco importa perché c’è posto per tutti nella società.

In Italia no, il povero figlio di papà e mamma può essere il peggior delinquente fancazzista e incapace ma deve per forza trovare un bel posticino comodo comodo e ben pagato, magari sottraendolo a chi ne è meritevole ma manca del necessario vantaggio biologico o del necessario merito politico. La meritocrazia è un abominio perché discrimina i fancazzisti, gli incompetenti e i delinquenti, cosa che l’innato buonismo italico non può certo permettere o tollerare.

L’anti-meritocrazia italica inizia alle scuole elementari dove il genitore coatto minaccia la maestra che ha dato un brutto voto al rampollo ottuso e ignorante. Prosegue nelle scuole dove il corpo insegnante viene scelto con criteri di assoluta proporzione inversa rispetto ai voti di diploma o laurea, prosegue nelle Università il cui motto è “Un Dipartimento, una Famiglia” e finisce nel settore privato e nello stato con una scala reale di raccomandazioni (io ne ho una del Cardinale, due di Segretari di partito, tre di ONG negriere, e una segnalazione del capobastone di Cosa Nostra scritta su proiettile, tu che hai?). Mancano finora raccomandazioni scritte di pugno da Di Maio. Ci si interroga sulle motivazioni profonde di ciò.

Conclusione

Tra il serio e il faceto abbiamo cercato di dire le cose esattamente come stanno, forse trascurando aspetti fondamentali, ma sicuramente dando il senso di quello che è il problema, totalmente di origine culturale e attitudinale. Se siete sadomasochisti, provate a fondare e mandare avanti un’azienda startup in Italia. Se avete capito come vanno le cose, levate l’Italia dall’equazione e procedete pure.

BY Huguenot cross