nos, ut consuemus, nostros agitamus amores,

atque aliquid duram quaerimus in dominam;

nec tantum ingenio quantum servire dolori

cogor et aetatis tempora dura queri.

(Properzio, Elegia 7 libro 1)


Ci colleghiamo in questo momento con l’abitazione di Cinzia Vanzetti, la fidanzata dello scomparso:

Cinzia ci sei?”

-”sono qui”– rispondo.

E’ strano in questo momento pensare alla cucina.

Mi sento come estraniata sono qui seduta al solito tavolo, in casa mia, eppure mi sembra di essere altrove.

La troupe non è stata troppo invadente, dopo tutto sono solo tre persone, un cameraman, un tecnico e il giornalista che mi ha intervistato prima e che mi ha posto le domande che poi mi verranno rivolte in studio, per prepararmi.

Tutti molto gentili e professionali, si vede che lo hanno fatto molte volte.

Le domande sono le stesse che mi ha rivolto la polizia quattro anni fa, si vede che hanno letto i verbali degli interrogatori, e che si aspettano le stesse risposte.

Sempre uguale, si ho visto Giulio la sera alle nove, quando mi ha lasciata, si l’auto era quella, e la macchia di sangue sul sedile non la avevo mai vista prima.

Si, gli volevo bene, eccetera eccetera.

Poi le domande prendono una piega imprevista, questo non era concordato.

Cinzia è vero che litigavate spesso?”

“Come tutte le coppie, eravamo insieme da sei anni” faccio io.

E la cosa si fa all’improvviso pesante:

E’ vero che ti picchiava spesso?”

Vedo nel monitor di fianco a me la faccia di una sconosciuta assolutamente spiazzata.

-“Non è assolutamente vero! Litigavamo, questo si , ma non mi ha mai picchiata!”-

Nego con decisione e alla fine mi metto anche a piangere.

Mi chiedono qualcosa anche di un paio di ricoveri in ospedale, hanno fatto bene il compitino, ma io sono distrutta dal dolore e non rispondo.

Alla fine il giornalista, prima di andare via mi fa le sue scuse. Ma in fondo è contento, la trasmissione deve essere andata bene.

E così tutti in Italia hanno visto piangere la Cinzia, distrutta dal dolore di un fidanzato scomparso in circostanze misteriose.

Quando se ne vanno è ormai tardo pomeriggio, ma mi faccio un caffè lo stesso. A quelli della televisione, mentre mi facevano firmare un faldone di liberatorie ho offerto un caffè della macchinetta espresso. A me non è mai piaciuto, è un regalo di Giulio, uno dei tanti.

Accendo il fuoco sotto la cuccuma, e aspetto. A me è sempre piaciuto aspettare il caffè alla mattina, e berlo lungo e caldo, con poco zucchero.

Sono rimasta da sola, domani non lavoro e e comunque lo faccio per quattro ore solo la mattina.

Di fianco a me due cani che sono ormai i miei unici compagni.

In realtà di lavorare non ne avrei neanche bisogno, i miei genitori mi hanno lasciato una quantità incredibile di soldi, morendo. Li darei via tutti volentieri, pur di averli ancora con me.

Miao padre è morto poco prima della scomparsa di Giulio. Mi ricordo ancora adesso cosa diceva di lui:

Cinzia, non devi fidarti di quello lì, lui pensa solo ai soldi, e ti tratta male!”

Ma io ero innamorata, e non capivo. innamorato di lui, della sua gelosia e delle sue botte.

Quante me ne ha date, stando attento a non lasciarmi lividi dove non si vedeva. Bastava solo che guardassi un altro e lui, non appena eravamo soli, me”la faceva pagare”. Ma io continuavo, piangevo, urlavo, mi medicavo e poi cercavo di farmi picchiare ancora. C’è voluto tanto tempo a capire che mi piaceva sentirmi umiliata da lui. Mi piacevano le sue botte.

Finché non mi ha fatto male sul serio, e sono finita in ospedale. Due volte.

La prima volta mi ha rotto un braccio, l’altra sono caduta e ho battuto la testa.

Incidenti domestici, ho detto al pronto soccorso, e di fianco il mio fidanzato disperato cercava di aiutarmi in tutti i modi.

Perché quelli come lui sono così, alternano il bastone alla carota, prima ti menano e poi si gettano in ginocchio piangendo, urlando che gli dispiace. Quante volte lo ho ho odiato per questo.

Lo ho odiato perché smetteva di fare lo stronzo.

Lui non mi amava davvero, alla fine me lo ha confessato, lui voleva solo i miei soldi, e alternava blandizie a botte per soggiogarmi. E ha funzionato alla grande.

Ma in ospedale è successo qualcosa, sono rinata. Ed è cambiato tutto.

Le nove, adesso vado a fare un giro di sotto.

Scendo in quella che sarebbe una specie di tavernetta, non una cantina, un locale con porte che danno alla sala caldaie e ai “vani tecnici”, qualsiasi cosa siano.

Prendo il telecomando che porto sempre con me, che sblocca catenacci nascosti.

Spingo una sezione di muro in un modo speciale, premendo contemporaneamente in due punti diversi, e una sezione di questo si sposta.

Un muro di cemento spesso circa quaranta centimetri, ma la porta, così ben nascosta ruota su enormi cerniere di acciaio tipo quelle dei caveau delle banche. Si apre e si chiude con un dito, dopo aver fatto scattare le chiusure.

Richiudo la porta e faccio scattare le chiusure, le luci si sono accese da sole.

L’arredamento è spoglio, un tavolo ed una sedia da ufficio. Sul tavolo un computer, protetto da password mi permette di controllare le telecamere esterne ed interne. E faccio il solito controllo giornaliero. Tutto a posto dentro e fuori. Il controllo lo faccio anche prima di entrare, dal mio palmare, non si sa mai, ma la routine è tutto. Mai transigere, il minimo errore può essere fatale.

Pareti e soffitto rivestiti di gommapiuma fonoassorbente, quella sagomata a coni.

Il silenzio è assordante, lo penso sempre. In quella stanza nera che assorbe il rumore tutto è così silenzioso che ti senti fischiare le orecchie. Il corpo si inventa il rumore, quando non ce ne è . Dicono che succeda anche ai ciechi, che vedono lampi di luce.

Sul muro ci sono anche dei ganci su cui sono appese diverse cose, altri sono vuoti.

Li uso per appendere i vestiti, rimango nuda e scalza.

Prendo il sacchetto degli avanzi della cena che ho chiuso in un sacco di carta, quando vado al ristorante li chiedo per i cani, ma a loro do solo cibo che preparo io di persona.

Stacco anche un paio di oggetti dai ganci e li porto con me, su quella parte del muro dove spiccia il contorno di una altra porta.

Una porta altrettanto spessa come la prima, su cui si vede una maniglia e uno spioncino rettangolare, tipo quelli delle carceri.

Guardo dentro. Tutto bene.

Apro e finalmente entro, osservando la scena.

Al mio ingresso le luci, prima deboli si accendono forti.

La stanza è quasi tutta ricoperta di nudo cemento verniciato di nero, tranne una alcova in fondo.

uno spazio semicircolare di circa quattro metri di larghezza e due di profondità, in cemento grigio liscio.

E’ lì che tengo Giulio da quella sera.

Non è incatenato, porta due bracciali in ottone lucido assicurati da due cavi in acciaio plastificati. I cavi sono allentati quel tanto da permettergli di raggiungere i “mobili”.

Un letto di cemento liscio ed arrotondato, che fa parte integrante del muro. Sopra un materasso coperto da un lenzuolo con angoli, di colore grigio. Da una parte un blocco di cemento che fa da tavolo e un altro cilindro che fa da sedia, dall’altra un gabinetto con lavandino annesso, sempre in cemento e acciaio inossidabile. Li hanno progettati per le prigioni americane, non può romperli perfino se provasse con un martello pneumatico. Con i bracciali non può neanche scalfirli. L’acqua per lavarsi e per bere esce premendo un pulsante in acciaio di fianco al lavandino e lo sciacquone si aziona da solo ad intervalli irregolari, così non può calcolare lo scorrere del tempo

Tutto previsto.

I cavetti di acciaio spariscono dentro due fori nel muro, ai lati opposti della sua alcova.

Di fronte all’alcova, ben lontano, ci sono due torrette che spuntano dal pavimento.

Con due manovelle poste sulle torrette posso allentare o arrotolare i cavi.

Saluto il mio amore, come faccio di solito.

“Ciao tesoro! Come è andata oggi?

non risponde il poverino, si vede che ha avuto una giornata pesante.

Sono nuda, ma anche Giulio è sempre rimasto completamente nudo da allora, e non ci facciamo più caso.

Mi dirigo verso uno scaffale di fianco alla parete di destra, su cui tengo salviette, asciugamani, spugne, vassoi e altra roba.

Prendo un vassoio di carta e preparo su di esso gli avanzi.

Intanto racconto al mio amore cosa è successo oggi, cosa hanno fatto i cani , e le solite cose che si dicono tutte le coppie.

Lui non risponde.

Scaldo al microonde gli avanzi e li appoggio su di un tavolino di fianco alle manovelle.

La solita routine, sempre.

Tiro le manovelle finché Giulio è costretto a rimanere in piedi con le braccia allargate, tirate ai lati ed in alto. Ma non troppo, non voglio mica fargli male, poverino.

Mi avvicino e poso sul cilindro di cemento che fa da tavolo il vassoio di carta con gli avanzi.

Alcuni passi indietro  lo lascio libero, così può mangiare.

Lui è docile, ormai, sa che cosa posso fargli, adesso.

I primi mesi si è ribellato, mi ha insultato, mi ha sputato addosso, una volta mi ha anche tirato la sua merda.

Ma io sapevo come trattarlo. Non facevo altro che mettere la stessa canzone a volume altissimo , di continuo, per giorni .

Ogni tanto gliela faccio sentire una volta, per ricordargliela. Just an illusion degli Imagination.

Dopo due giorni ha già gli occhi sbarrati e piange implorandomi di smettere.
Se proprio continua a fare il matto uso un idrante che ho preparato apposta, ma da anni non ne ho bisogno, chissà se funziona ancora.

Di solito dopo aver sistemato tutto me ne vado, ma adesso…

Ora di giocare, oggi ne ho voglia.

Preparo i due oggetti che ho portato con me, un grosso cazzo di gomma ed una lunga frusta.

Svolgo la frusta e la faccio schioccare, lui capisce e aspetta, pronto.

Gli urlo:

Stronzo! Mi ha fatto male! E non mi amavi! Pezzo di merda!”

E lo colpisco due volte alle gambe.

Lui urla, ma con gli anni ha capito che è solo un gioco.

Mi stanco presto e appoggio i due oggetti su di un tavolino,  prendo la sedia a rotelle da ufficio in acciaio e tessuto che è lì a fianco.

Regolo le due manovelle, lui si sporge avanti più che può, in ginocchio con le braccia in alto sopra la testa.

Mi avvicino seduta sulla sedia, il mio sesso vicino alla sua faccia.

Gli ordino: “leccami la fica!

E lui esegue. Devo dire che con il tempo è diventato bravo.

Continua per un tempo che sembra interminabile, quando sto per venire mi allontano ,e gli allento i cavi di acciaio.

I suo pene è diventato enorme, quasi come quello di gomma che uso per trastullarmi mentre lui si tocca.

Veniamo insieme come al solito, con un lungo urlo prolungato.

Una volta, una sola volta ha provato ad attaccarmi cingendomi con le gambe, durante il nostro gioco. E quella volta si è accorto che il mio corpo allenato da lunghe ore di palestra è adesso forte come il suo. E io non ero denutrita e con due manette ai polsi. Gli ho dato un sacco di sberle e lo ho fatto quasi impazzire , suonandogli musica a tutto volume per una settimana.

Mi riprendo e mi accingo a mettere tutto a posto.

Il solito rituale finale. Giro le manovelle e lui assume la posizione di sicurezza, in piedi con le mani larghe ed in alto. Lo lavo per bene una spugna insaponata, lo risciacquo con un getto d’acqua, lo asciugo con un asciugamano, e gli cambio il copri-materasso. Gli lavo anche i denti, adesso che ha capito che è meglio non fare scherzi.

L’acqua saponata scorre verso una griglia profondamente incassata nel pavimento.

Il rituale va seguito fino in fondo, controllo le sue manette, il cavo di acciaio e ogni minimo particolare della sua alcova, in cerca di qualsiasi crepa o irregolarità.

Tutto a posto.

Raccolgo tutti i rifiuti in un sacchetto e mi avvio fuori, dopo averlo nuovamente “liberato”.

Prima di andare via accendo con un gesto il maxi schermo posto nella parete opposta, che lui può controllare con i movimenti delle mani.

Può cambiare canale e alzare e abbassare il volume, ma non può spegnerlo.

I programmi non li sceglie lui, sono trasmissioni televisive, film e altro risalente ai prima della sua cattura. Dal giorno che è qua dentro ha perso la cognizione del tempo. Io stessa lo vado a trovare ad intervalli irregolari.

Richiudo la porta, portandomi dietro il sacchetto con i rifiuti. Rigorosamente di carta, fa parte del rituale, mai nessun oggetto in plastica o metallo deve essere lasciato alla sua portata.

Si rispetta anche l’ambiente.

Vado al computer, controllo la registrazione di oggi, e mixo le diverse visuali fino a creare un bel filmino. A intervalli irregolari verrà riproposto nel maxischermo. Lui di solito si fa una bella sega , rivedendo la scena, ho controllato.

Tutto per il mio amore.

Come gli voglio bene, adesso.

E dire che ero veramente disperata, durante l’ultimo ricovero. Una povera ragazza con la testa fasciata e piangente. Non sapevo cosa fare.

Poi arrivò lui, non ho mai saputo il suo vero nome, mi è stato di grande aiuto e ha organizzato tutto.

Mi ricordo come fosse adesso, un uomo alto, con i capelli grigi, in giacca e cravatta, spuntato di fianco al mio letto d’ospedale, come dal nulla:

“Ciao Cinzia, come va?”

E tu chi cazzo sei?” Non ero certo dell’umore giusto, quel giorno.

Sono uno che può aiutarti, puoi chiamarmi Aio…”

E mi diede un biglietto da visita, con su scritto un numero di telefono e una scritta.

Lo vedo anche adesso, sul tavolo di fianco al computer, nella Prima Sala:

Risolviamo Problemi”

 

By Nuke di www.liberticida.altervista.org  per gli amici di OraZero