Mitis depone colla, Sicamber.

Adora quod incendisti.

Incendi quod adorasti

Saint Rémy de Reims Reims, a. D. 496

 

All’Eminentia Excellentissima Vescovo Wynfrith di Adescancastre,Apostolus de le terre dei Germani, nel monastero di Wessex, nelleterre dell’Anglii, ovvero, ove colà più non fosse, nell’urbe di Fulda,nella regio di Austrasia, nella terra dei Franchi.

Relatio

redicta nelle terre de Franchi dal frate umilissimo Aran de AranInsulæ, con l’aiuto del giovine interpres Agilulfus de Nèvers e vergatadal diacono Milus Fidei ne l’anno domini sette cento quaranta e uno.

 

Non s’è mai finito di conoscere Dio.

Avrei dovuto tener sempre a mente questa tua frase.
Nella sua apparente semplicità è contenuta la risposta alla domanda che mi ha tormentato in questi mesi, che mi ha tormentato fin dal giorno in cui mi convocasti a Londinium e mi incaricasti di venire quaggiù. Pensai, quel giorno, si trattasse di frase di convenzione, di quelle che si dicono quando non si può o non si vuole rispondere.
Ti domandai allora, insolentemente, se venissi a servire Dio o se venissi a servire gli uomini.
Tu comprendesti subito che cosa intendessi: stavo dando voce ai sussurri dei chiostri, stavo dando corpo ai serpeggianti chiacchiericci dei preti sotto le navate, dei frati nei refettori. Credevo che dietro lamissione d’evangelizzazione dei Germani, si nascondessero tramepolitiche.
Non ti interessava, pensavo, tanto portare la Parola di Nostro Signore a quei popoli, quanto, piuttosto, assicurare alla Chiesa di Romal’appoggio dei Franchi nella guerra senza fine contro i Longobardi. Inaltre parole, eri un Vescovo come ve ne sono altri.

E la delusione era enorme.

Vedi, Eminentissimo, io non ero divenuto diacono per imposizione o per mancanza d’alternative come capita alla maggior parte di noi. Io l’avevo scelto. L’avevo desiderato. Da piccolo avevo sognato didiventare come te. Le fiabe che ascoltavo parlavano di te. Da ragazzo, esaltato dal mio primo saio, anziché giocare alla guerra come facevano i miei coetanei, avevo giocato ad essere te. Ero cresciuto nella tua luce.

Ed ora, mi convocavi a Londinium. I miei sogni divenivano realtà. Avrei servito il Signore al tuo seguito ed ai tuoi insegnamenti.
Mi incaricasti di una missione esplorativa. Ne specificasti chiaramente gli scopi ed i modi. Dovevo osservare. Capire. Penetrare a fondo la mente delle genti che avrei incontrato, fino a sentirmi uno di loro, fino a pensare come loro, fino a divenire io stesso uno di loro. Mi affidasti Milus Fidei, giovane dalla memoria prodigiosa, onde riportare a te i dialoghi e le parole esattamente come erano stati pronunciati. Mi affidasti Agilulfus che è interpres capacissimo, onde riportarti il giustosenso d’ogni cosa detta.

Quale ingegno, Eminentissimo! Quale perfezione nel tuo metodo! Di certo era questo il modo per portare Dio a chi Dio non conosceva. Di certo questa era, malgrado la presenza di questo umile ed incapace frate, la più perfetta macchina di evangelizzazione mai concepita prima. Io avrei esplorato e tu saresti venuto poi ad illuminare le menti dei pagani, barbari Germani.

Ma perché far ciò non già nelle terre dei Germani, bensì nelle regionidei Franchi? Perché fondare un’abbazia a Fulda, nel centro esattodella terra d’Austrasia, governata da Majores Franchi, regnata da ReFranchi, già cristiani da duecento quaranta e sei anni?

La delusione fu enorme.

Affiorò allora il sospetto che le voci udite dicessero il vero: il Grande Vescovo Wynfrith di Adescancastre non era ciò che, nelle fiabe, si diceva che fosse, ma un Vescovo come ve ne sono altri. Non osava penetrare nelle terre dei draghi alati armato solo della Fede, ma andava in luoghi sicuri a negoziare. A prezzolare guerrieri mercenari in ozio, a rimetterli in arcione contro i Longobardi ed a favore di Roma.

Ti domandai allora se io venissi a servire Dio o gli uomini.
Ti lasciasti sfuggire l’ombra di un sorriso, sfuggevolmente, e mi rispondesti:
“Non s’è mai finito di conoscere Dio”.

Ora so che è vero. Ora ho compreso che il Grande Vescovo Wynfrithdi Adescancastre è assai più grande di ciò che dicessero le fiabe. L’ hocompreso improvvisamente, scontrandomi contro il mistero di cui giàtu avevi intuito la profondità. L’ ho compreso quando un contadino ignorante, in un mercato maleodorante m’ ha detto “Voi dite d’averci portato il vostro Dio, ma il vostro Dio era già qui”.

Ora so. Il giorno che mi chiamasti a Londinium, invece, dubitai di te.V’è differenza tra il credere ed il sapere, ed è agevole credere a ciò che già si conosce. Difficile è fare ciò che Nostro Signore vuole da noi: credere senza sapere. Ecco, questa è la vera Fede. Ecco dove s’infrange per sempre il mio sogno giovanile di divenire un giorno grande come tu sei.

Quel giorno partii per le terre dei Franchi con il cuore colmo d’amarezza. Giunsi dove tu volevi giungessi e feci ciò che tu volevi facessi. Ma il mio cuore era sempre colmo d’amarezza. Poi, quel contadino ignorante disse “Voi dite d’averci portato il vostro Dio, ma il vostro Dio era già qui.

Ora continuo nella mia opera, ma il mio cuore è leggero.
Dopo quel contadino, altri ci hanno detto la stessa sua frase e, di tanto in tanto, altri lo fanno.
Non so dirti, Eminentissimo se anche i miei due compagni abbiano compreso il significato di quella frase. Così come non so se fossero prima animati dai miei stessi dubbi. Non parlo con loro di questo. Ma mi pare che anche il loro cuore sia più leggero.
Agilulfus porta al latino ogni parola che viene detta, e come le parole, porta i suoni, le esclamazioni, i colpi di tosse, i grugniti, e tutto ciòsenza mai l’ombra d’una esitazione.

Milus, il diacono, è taciturno e riservato ma, come ben sai, le sue capacità sono difficili a credersi: egli ha sempre tra le mani una o due tavolette in cera, su cui verga strani segni mentre ascolta le parole di coloro che interpello, tradotte da Agilulfus. Agisce con tale noncuranza che pare a chi lo osservi che stia compiendo piccoli gestioziosi e mai nessuno s’è reso conto di ciò che va facendo. La sera, poi, al fioco lume d’una candela, legge i suoi graffi, ed ogni graffio diviene un fiume di parole, ed egli riscrive i dialoghi d’una intera giornata, una parola dopo l’altra, esattamente come sono state pronunciate.

Ora che so che la nostra missione nasconde qualcosa di enorme e meraviglioso, non dubito più.
Mai, nemmeno per un attimo, mi manca la fiducia in te né mai, nemmeno per un attimo, mi manca la Fede in Nostro Signore. Non accade quando le notti sono gelide, non accade quando i nostri ventri rumoreggiano per la fame, quando le nostre bocche sono arse dalla sete. Non accade quando siamo minacciati da uomini selvaggi a causa di misere incomprensioni o da immonde bestie e siamo certi che la nostra vita è al termine.

Proseguiamo indomiti. Interroghiamo le persone. Vaghiamo per le valli, ci inerpichiamo sulle colline. Osserviamo. Capiamo. Penetriamo a fondo la mente delle genti che incontriamo. Fino a sentirci tre di loro. Fino a pensare come loro. Fino a divenire noi stessi tre di loro. Lo faremo finché riterrai conclusa la nostra missione e ci ordinerai di rientrare, oppure finché Nostro Signore ci richiamerà a Sé.

Quando ti giungerà questa missiva, che affido alle sicure mani dei frati di Rotuenia, troverai anche la scrittura di tantissime voci di uomini e donne che ci parlano di tutto e di nulla. Parlano della loro vita, parlano dei loro affanni, delle gioie.

Tra tutti gli scritti, uno è più voluminoso di altri. La storia dell’infanzia di un anziano guerriero. L’uomo che narra è un individuo bizzarro, scontroso. Ora gioviale ed ora feroce. Sostiene d’aver sentito parlare di te, ma potrebbe essere una falsità. Non è l’uomo che vorrei come amico, ma certamente ancor meno lo vorrei come nemico. Abbiamo conosciuto un’infinità di persone migliori di costui, ma la sua narrazione contiene molte indicazioni, incluse le prove della sua dissolutezza. Cominciò a narrare da ubriaco, proseguì il giorno successivo in una pausa di sobrietà ed il racconto del terzo giorno fu fatto di nuovo da ubriaco. Quel giorno temetti d’esser sottoposto, a causa sua, alla più ignominiosa delle prove che un uomo od un servo di Dio possano subire ma, con l’aiuto di Dio, tutto si risolse in un grottesco rituale senza conseguenze di cui, ancora oggi, ignoro il significato. Forse tu troverai ad esso una spiegazione.
Senza dubbio il suo, tra tanti racconti, è il più sgradevole ed, al tempo stesso, il più esauriente.
Se dovessi trovare la sua narrazione insopportabile quanto io trovavo il narratore, passa ad altro.
Alla tua sapienza il giudizio.

Attendo da te, Eminentissimo, le istruzioni sul da farsi. Ove tu desiderassi il nostro ritorno, ritorneremo. Ove tu fossi giunto nel frattempo a Fulda e ci volessi colà, là verremo. Ove tu volessi altri racconti, altri racconti ti daremo. Di tanto in tanto passeremo per Rotuenia e domanderemo se vi siano nuove istruzioni per noi.

Nel frattempo, affronteremo ogni prova che Dio vorrà mettere sul nostro cammino.

Ti salutano con deferenza

Il frate Aran de Le Aran. Il diacono Milus Fidei.

Si prostra dinnanzi alla tua magnificenza il giovine servo

Agilulfus de Nèvers.