Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il rozzo ed anziano guerriero Charal, in una locanda della terra di Burgundia. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Gennaio del’a. D. sette cento quaranta e uno.

Aran de Le Aran:
Come ti senti, galantuomo ?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Come un giglio. Tu continui a pensare che ieri fossi ubriaco, vero, frate?

Aran de Le Aran:
Sei otri di birra. Hai bevuto sei otri di birra. Che cosa dovrei pensare? Hai farneticato per tutto il tempo sul sangue, sui Re e su molte altre cose. Tu al mio posto che penseresti?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Io, al tuo posto, penserei di meno ed ascolterei di più. Hai un sacco di cose da imparare. I miei farneticamenti, come li hai chiamati, sono la verità. La verità che la gente di qui conosce da sempre e che tu ed i tuoi accoliti, chiusi al caldo dei vostri conventi, grassi comodi e pasciuti, comodamente seduti davanti alle vostre fumanti ciotole di brodo caldo, invece, ignorate. Questo farei al tuo posto. Questo. Cercherei la verità.

Aran de Le Aran:
Dunque, anche senza birra, persisti nella tua bestemmia. Secondo te la Bibbia non dice il vero!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:

Oh, si. La Bibbia dice la verità. Solo che tu non la sai leggere. Hai mai provato a capire quel che v’è scritto, o ti sei limitato a mandare a memoria le parole? Ora ti dirò io la verità. E se pensi di farcela ad ascoltare fino in fondo, senza accusarmi di bestemmia, senza interrompere e cercando di capire , ti accorgerai che la Bibbia contiene più verità di quanta tu abbia mai osato credere. Non l’interpretazione che i Padri della Chiesa danno della Bibbia, ma la Bibbia. Precisamente così come è scritta. Tu, ed i tuoi predecessori, siete venuti per niente. Molti di voi si sono fatti ammazzare per niente. Il Dio che ci portate era già qui. Credi veramente che tre o quattro, o fors’ anche dieci frati, sarebbero riusciti a convertire degli animali selvaggi, come noi? Degli analfabeti insensibili, delle belve dall’aspetto vagamente umano come i Sicambri? Credi a me, frate, i tuoi predecessori ci hanno convinti di ciò che già sapevamo. Il vostro Dio era già qui.

Aran de Le Aran:
Questo ha a che fare con i due che nominavi ieri? Miravech, e l’altro, il Brigante Giusto?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’uomo chiamato Charal diHerstal:
Merovech. Re Merovech. Ed il Malfattore Giusto. Non v’è troppa differenza, ma noi siamo avvezzi a chiamarlo così. Non l’ hai trovato sulla Bibbia, vero? Vediamo se ora ti viene a mente: chi fu crocifisso assieme a Gesù?

Aran de Le Aran:
Ai due lati della Santa Croce, dicono tutti e quattro i Vangeli, furono alzate altre due croci e vi furono crocifissi due ladroni. Ma legati con corde e non penetrati nelle carni con chiodi. Ma non vedo che cosa abbia questo a che fare con…

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
La Bibbia, e per essere preciso quanto te dirò i quattro Vangeli, non specificano di che reato fossero accusati quei due. Non parla di ladri. Sono, genericamente, due malfattori. Quello a sinistra, anche in punto di morte, non trova di meglio da fare che sbeffeggiare il Cristo. Quello a destra, invece, …

Aran de Le Aran:
Perdonami se ti contraddico, galantuomo. Me ne dispiace e pure devo. Le Scritture non nominano più costoro, dopo la Crocifissione. Essi scompaiono.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Scompaiono dalle Scritture. Ma io ti dico invece che il Malfattore Giusto è l’uomo da cui discendo.

Aran de Le Aran:
Ma è morto ! E’ stato crocifisso!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Ed il Vangelo ti da notizie su di lui? L’Evangelista ti dice chi fosse e che facesse prima della sua morte? Quanti anni avesse? Ti dice se fosse sposato o no? Ti dice con quante concubine fosse avvezzo a giacere? Ti dice, specialmente, se avesse o non avesse figli? Se anche ai piedi della sua croce ci fosse qualcuno a piangerlo?

No. Non dice nulla di tutto questo. Dopo tutto era un uomo adulto. Che ci sarebbe di strano se avesse avuto cinque, sei o magari quattordici figli? Io ne ho fatti sette praticamente senza rendermene conto.

Aran de Le Aran:
E tu dunque, discenderesti da lui. Dall’uomo crocifisso alla destra diNostro Signore.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Infatti. Ma, bada, non sto dicendo che le cose siano andate a questo modo. Volevo solo dimostrarti che, quando leggi le Scritture, lo fai in modo ottuso. La realtà è ancora molto, molto più dolce.

Aran de Le Aran: Sarebbe ?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Non oggi, frate. Non oggi.
Non sei pronto, per questo. Oggi ti racconterò invece di me. Era questo che volevi, no? Ebbene, sono nato ad Herstal, su, a nord. Ho passato l’infanzia in una capanna di tronchi o nelle sue adiacenze, coccolato da quella creatura dolcissima che era mia madre. Alpaide. Alpaide non aveva nulla. Mio padre non le aveva lasciato nulla. Nemmeno la capanna in cui sono cresciuto era nostra: mia madre l’aveva trovata libera in una sera di disperazione, ed aveva osato introdurvisi per passare, e far passare a me, una notte al caldo. A quell’epoca avevo due o tre anni. La seconda notte nessuno si era fatto vivo ed eravamo rimasti là. La notte successiva era accaduto lo stesso, e poi la notte dopo, e quella dopo ancora. La gente dei dintorni si era abituata a vederci lì e la capanna aveva finito per essere nostra. Probabilmente il proprietario era morto in qualche guerra. O forse s’era stufato ed era andato altrove. Non l’ho mai saputo. E nessuno mai s’era fatto avanti per reclamare. Fortunatamente, aggiungo, perché la pena per chi si insedia in casa altrui è ancor oggi la stessa che per il furto, e non mi sarebbe piaciuto vedere la scure di un punitore del Major abbattersi sugli avambracci di Alpaide.

Se solo mia madre si fosse rivolta a Re Teodorico, il terzo Teodorico, se avesse potuto spiegargli la situazione… Ma benché lei mi portassespesso alla corte del Re, non distante da Herstal, lui era quasi sempre lontano. Teodorico regnava su tre regni e si muoveva in continuazionetra l’Austrasia, la Neustria e la Burgundia. E forse, anche se l’avesse incontrato, Alpaide non gli avrebbe chiesto nulla. Aveva me da crescere, ma il suo orgoglio era lo stesso di una regina.

Sicché crebbi là.
Che dire di quel periodo? Fino ai sei od ai sette anni non condussi una vita diversa da quella di tutti gli altri bambini della mia età. Non diversa dalla tua, frate, o da quella del tuo diacono. Eravamo poveri ma io non me ne rendevo conto. Mia madre faceva sì che non pensassi a quello, e a me non importava. Tutti erano poveri. In fondo è così ancora oggi. Tutti sono poveri, eccetto i Re, i Majores, ed i frati. I Re ed i Majores non li vedi mai e non fai confronti. Ed i frati dicono d’esser poveri e si comportano da poveri anche se invece mangiano più dei Re. Ad ogni modo io non vedevo nemmeno i frati, allora, perché non v’erano conventi nei paraggi. A rammentarci la nostra indigenza c’era la fame, è vero: mangiavamo quando ne avevamo, ossia non tutti i giorni, ma io avrei avuto fame anche se avessimo avuto la tavola imbandita tre volte al giorno e, quindi, anche la fame sembrava una cosa normale. Tutto ciò che è usuale non turba.
La cosa che distinse la mia infanzia da quella della maggior parte dei miei coetanei, fu l’intento di Alpaide di fare di me un uomo che sapesse. Non chiedermi il motivo di questa sua idea, non l’ho mai compreso. Diceva che un giorno avrei imparato a leggere e scrivere, che avrei imparato a far di conto come i gabellieri del Major. Non avevamo nulla da leggere, naturalmente, e lei non era capace di farlo, né possedevamo nulla che potesse essere contato, ma insisteva che l’ignoranza peggiora la stupidità e che il sapere ingrandisce la mente. Un giorno, pensava, sarebbe passato dalla nostra capanna un menestrello con pergamene e calamo ed avrebbe insegnato ad entrambi come usarli. Non chiedermi neppure perché fosse convinta che i menestrelli sapessero leggere, né perché uno di loro dovesse fermarsi proprio a casa nostra, perché non saprei risponderti nemmeno in questo caso. Forse riteneva che, girando per il mondo, ne avessero vedute di tutti i colori e quindi avessero appreso anche l’arte della scrittura. E forse uno di loro, in passato, le aveva promesso che sarebbe venuto. Chi lo sa!

Nel frattempo, cercava lei stessa di insegnarmi il maggior numero di cose possibili. Ogni sera mi accoccolavo ai suoi piedi ed Alpaide raccontava. Con voce suadente, quasi una cantilena, narrava una sera la storia di Sansone, dai lunghi capelli che contenevano la sua forza immane; oppure, la sera successiva, la storia delle trombe di Gerico, strumenti simili ai nostri corni da battaglia ma fatti d’oro puro, capaci di emettere un suono così forte da abbattere le mura di una città. Spesso mi narrava della inimmaginabile potenza dell’Arca dell’Alleanza che, contenendo gli scritti dettati da Dio, era in grado di spianare le montagne ed asciugare il mare. O di un profeta chiamato Mosè che il mare non sapeva asciugarlo, sicché lo faceva spalancare davanti a sé ed al suo popolo semplicemente spalancando le braccia. Ma le sue storie preferite erano quelle riguardanti Gesù Cristo. Tante volte me le narrò che appresi ogni singolo passaggio di un libro che si chiamava Vangelo, che poi era parte di una altro libro chiamato la Bibbia.

Io non avevo la più pallida idea di che cosa fosse un libro, né seppi mai se lei ne avesse veduto uno. Allora ritenevo fosse un cofano, simile all’Arca dell’Alleanza ma più piccolo, dove i narratori imprigionavano le storie usando la magia. E pensavo che bastasse spalancare il coperchio per ascoltare ed apprendere.

Anni più tardi, quando mi fu mostrato un libro e mi resi conto che non era altro che un po’ di pergamena imbrattata, rimasi assai deluso. Tutte quelle storie servivano ad insegnarmi la giustizia e la nobiltà d’animo. Non so dire quali effetti abbiano prodotto, ma a questo servivano, secondo Alpaide.

Naturalmente mi disse chi fosse mio padre. E mi spiegò, senza tentare minimamente di nascondere o di alterare la verità, che io ero il frutto di una sua illusione d’amore e che non dovevo aspettarmi d’avere un giorno un padre come altri miei amici avevano. Questo implicava che mi spiegasse come nascono i bambini, senza ricorrere ai Corvi nutrice, ai cavoli piantati a rovescio o ad altre cose del genere. Mi disse anche che i Majores discendono in linea diretta dal Malfattore Giusto, l’uomo crocifisso a destra del Signore e salvato dalla sua stessa bontà un istante prima della morte. E che questa discendenza mi avrebbe creato obblighi maggiori, dovendo io essere più giusto, più ardimentoso e più misericordioso degli uomini comuni. Naturalmente mi parlava anche di Dio e dei Re, ed in particolare di Merovech il Sicambro, il primo leggendario Re dal Santo Sangue, figlio di donna e di un mostro degli abissi simile al Quinotauro. E delle migrazioni del nostro popolo dai paesi del freddo. E di mille altri argomenti nei quali eroismo, nobiltà e coraggio non mancassero mai. E se qualche volta chiedevo perché tutto quel peso gravasse sulle mie gracili spalle e non, ad esempio, su quelle del Re, rispondeva che non dipendeva da lei: era scritto nel mio sangue. Io ero il primogenito del Major.

«I Majores fanno», diceva, «i Re sono».
Quando ritenne fossi abbastanza grande per capire, mi parlò di più di mio padre. In fondo credo che non lo odiasse. Ciò che era accaduto a lei non era allora poi così inconsueto, e non lo è oggi. L’unica macchia, diceva Alpaide, sulla vita del Major era un pesante sospetto: lo si accusava d’aver partecipato alla congiura ed all’omicidio di Re Dagobert, l’erede legittimo di Merovech. Mia madre non sapeva se credere o no alla cosa, e sosteneva che la situazione dei Re dei Franchi fosse così ingarbugliata da non poter esser certi di nulla. Secondo logica avrebbe dovuto accadere l’opposto ed il Major avrebbe dovuto difendere Dagobert, che era del ramo principale, e combattere invece i cento altri dei rami cadetti, che spuntavano qui e là come funghi dopo la pioggia, possedendo pochi o nessun diritto divino e pochi o nessun potere che li rendesse Magi.
Se lei non odiava mio padre, io presi a compensare ampiamente quella mancanza, e ed a sognare di ucciderlo un giorno come avrei fatto del drago.
Ancora oggi non riesco ad immaginare dove e come Alpaide avesse appreso tutte quelle cose; ad ogni modo, tutta quella parte della mia vita trascorse così, illuminata dai suo racconti.
Alpaide era tutto il mio mondo.
Qualcosa cambiò quando mia madre divenne la serva d’un gruppo di contadini del Major. Mangiavamo un po’ più spesso ma ci vedevamo molto meno. Lei se ne andava quando faceva ancora buio e tornava quando faceva buio di nuovo, così stanca da non aver più la forza di raccontare storie. Pareva già una vecchia. Aveva venticinque o ventisei anni e pareva una vecchia.

Ma trovò un giorno la forza ed il tempo per accompagnarmi al castello eretto dal grande Re Mago Dagobert a Stenay, che era, a quel tempo divenuto la dimora di Re Teodorico. Od addirittura già del terzo Clovis, non ricordo con precisione. E vidi il mondo vero, o quello che credetti fosse il mondo. Il mercato del castello era una tale carica di vitalità, di suoni, di grida, che rimasi confuso ed affascinato. Quanti uomini, quante donne esistevano? Quanti mestieri si erano inventatigli uomini? Quanti oggetti, strumenti, abiti, cose inutili, colori…. In quante forme poteva esser fatta una giara, ed in quante un canestro? Ed a quale scopo, poi, farli dissimili? Di quasi ogni cosa dovetti chiedere ad Alpaide che utilità avesse, di quasi ogni faccia strana dovetti chiedere ad Alpaide da dove venisse, di quasi ogni mestiere dovetti chiedere ad Alpaide quale senso avesse.

Provai sensazioni nuove e strane, frate. Sì, ero confuso ed affascinato. E, per dirla in tutta sincerità, anche non poco atterrito.
Attorno al mercato vi erano numerosi armati, pronti a sedare ogni accenno di rissa, a dirimere ogni disputa, a buttar fuori dalle mura, a pedate, qualche eventuale facinoroso.

Non avevo mai veduto un guerriero. Ne avevo udito dai racconti di mia madre, ma ora erano lì, davanti ad i miei occhi. Con spade vere, lance vere, asce vere, scudi. E naturalmente era tutto molto diverso da come avessi immaginato. Una volta a casa, avrei dovuto avvertire gli amici di come stavano le cose e avremmo dovuto cambiare quasi del tutto i nostri giuochi. Vidi, ad esempio, gli armati prelevare un pollaiuolo, bastonarlo a sangue e portarlo via tra le risa e gli schiamazzi della gente: quello sarebbe divenuto uno dei nostri giuochi preferiti, nel quale, a turno, qualcuno avrebbe impersonato il pollaiuolo ladro ed altri sarebbero divenuti gli armati. Vidi un soldato tirare a sorte le sue stesse armi, e con esse probabilmente la vita. Anche quel fatto sarebbe divenuto per noi un giuoco. E così pure vidi molte altre cose che non avremmo imitato mai, come le giovani sporche che sorridevano agli uomini per giacersi con loro in cambio di un soldo, o i ruffiani che quel soldo intascavano. E gli ubriachi che barcollavano lungo le strade e vomitavano all’angolo delle case; ed un cieco che, pur bendato, vedeva le cose assai meglio di me; ed un uomo che soffiava dentro una canna e ne traeva suoni sgraziati, ed un ricco signore vestito di lucenti stoffe dai colori sgargianti, ed un mendicante dal viso coperto di croste, le più schifose agli angoli della bocca, che lo costringevano a sorridere sempre. Ed il pollaiuolo ladro appeso all’interno di una gabbia, che lasciava cadere le lacrime del suo pianto dirotto sui moncherini delle mani mozzate.

Alpaide riuscì a vendere alcune uova che le erano state donate e, con il ricavato, acquistò uno scialle da mettere sulle gambe la sera. Ma si trattò di un pretesto: il vero scopo di quella giornata era mostrarmi una piccola parte del mondo degli adulti.

Mentre tornavamo, al tramonto, mi girai a guardare le mura del castello di Stenay: quale immensa potenza dovevano possedere i corni d’oro chiamati trombe per abbattere barriere così possenti?
Sarei andato spesso al castello, successivamente. Ed ogni volta mi sarebbe apparso più piccolo ed assai meno imponente. Alpaide aveva come al solito la spiegazione: ero io che crescevo, e non il castello che si restringeva. Era lo stesso che con gli uomini. Quando siamo piccoli gli adulti paiono enormi. Poi diveniamo più alti di loro e ci paion piccoli. E non avrei mai più provato, dunque, le stesse sensazioni di quella prima occasione. Ma quella volta…

Il giorno passavo la maggior parte del mio tempo al ruscello che correva poco distante dalla capanna. Era un corso d’acqua modesto,fondo in genere non più di due spanne e largo appena qualche passo. Ma in quel punto, nei pressi della mia capanna, trovava un roccione sulla sua strada, e formava un’ansa. Lì aveva trovato il modo di scavare una buca più profonda, larga una trentina di passi, dove era possibile tuffarsi senza incocciare con la testa il fondo e dove si poteva nuotare agevolmente se si imparava a vincere la forte corrente. Se oggi sopporto il freddo, lo devo alle gelide acque di quel ruscello. Mi ci tuffavo al mattino e ne riemergevo all’imbrunire. Ripensandoci, non so come faccio ad essere vivo. Lo facevo perché mi piaceva ma, soprattutto, lo facevo per essere ammirato dagli altri bambini. Ero il più forte. Ero il più ardimentoso, ero il più eroico. Sentivo meno il freddo. Nuotavo più a lungo. Da grande avrei ucciso più draghi di chiunque altro. Io avrei sconfitto il Quinotauro, e qualunque altra creatura gli somigliasse. Io e nessun altro.

Poi c’era Rötrud, lì a guardare.
Rötrud. Aveva pochi mesi meno di me. Otto anni, più o meno. I capelli color del miele e gli occhi così celesti che quando ti fissava provavi quasi dolore. Rötrud. Migliaia di tuffi nel ruscello. Migliaia di arrampicate sugli alberi. Migliaia di pretesti per menare le mani e migliaia di risse insensate contro innocentissimi ragazzi, sovente più grandi e grossi di me, che ancora oggi, se son vivi, si staranno chiedendo perché li assalissi. Solo per farmi notare da lei.

Il ché non avveniva.
Lei pareva non disprezzare particolarmente la mia forza, né apprezzarla in modo speciale. Mi guardava arrampicarmi, menar le mani o nuotare con espressione assente, come si guarda il vento agitare le fronde degli alberi.
Lei il padre l’aveva, ma non sono certo che considerasse la cosa un privilegio. Non lo vedeva praticamente mai, lui non le rivolgeva mai la parola e, le rare volte in cui lo faceva, erano ruggiti accompagnati da calci. Sicché lui entrò a far parte della mia lista dei mostri da uccidere, insieme al Major ed alle altre bestie legittime.
Non chiedeva mai nulla, Rötrud. Non suggeriva mai un giuoco diverso e raramente partecipava ai nostri. La ricordo seduta su una staccionata, mentre osserva senza interesse una masnada di maschi nudi e vocianti, mentre ondeggia le gambe penzolanti e guarda questo mondo vedendone un altro lontano. Senza mai un sorriso. Mai un sorriso. Talvolta mi avvicinavo a lei trovandomi istintivamente ad essere premuroso, e le chiedevo se mi volesse come suo paladino, ma la risposta era un’alzata di spalle. E, talvolta, altri bambini le siavvicinavano premurosi, ed allora ricominciavo a menar le mani. Entro breve tempo tutti si erano rassegnati al fatto che lei era mia, perché nessuno era capace di battermi.
Tutti sapevano che era mia. Tutti tranne lei.
Tra coloro che avevano provato a parlare troppo spesso e troppo gentilmente con Rötrud, c’era un bambinetto pallido, piccolo, magrissimo, con una gamba un po’ più corta e sottile dell’altra. Evidentemente, quand’era neonato, la sua deformità non era stata considerata sufficiente perché venisse soppresso, ma ora zoppicava visibilmente. E forse ciò che cercava da Rötrud non era altro che l’opportunità di scambiare qualche parola con chi, al pari di lui, stava più in disparte. Non lo picchiai, perché sarebbe stato troppo facile, ed un eroe come me non si doveva abbassare al suo livello; però lo avvertii che stava percorrendo un sentiero assai pericoloso:

«Tieniti alla larga da lei, storpio. Se ti scopro un’altra voltaa rivolgerle la parola, ti annego.»

Aran de Le Aran:
Una delicatezza principesca!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:

Già. Sai, frate, i ragazzi… Ma non credere che il suo carattere fosse debole come il suo corpicino! Sai che fece? Mi guardò con astio e disse:

«Sei grosso e forte. Ma io ho buona memoria. Mi ricorderò di te!».

E se ne andò claudicante.
E si guardò bene dal rinunciare. Veniva al ruscello a mattinata inoltrata, da solo, gironzolava qui e là, distrattamente, aspettava che mi tuffassi poi andava a parlare a Rötrud. Andava a tentare di parlarea Rötrud, perché lei , dalla sua staccionata, seguitava a dondolare le gambe senza nemmeno guardarlo. Ma, per me, la provocazione era sufficiente, e così la scena si ripeteva: lo minacciavo, lui si inferociva e ripeteva:

«Ho buona memoria. Mi ricorderò di te».
Pareva conoscere solo quelle parole. Ogni volta diceva così. Sia che mi limitassi alle parole, sia che lo afferrassi per gli abiti e lo scuotessi un po’, diceva di aver buona memoria, e che si sarebbe ricordato di me.
La stessa minaccia rabbiosa la fece più volte anche ad un altro ragazzo, un certo Bœmund. Più volte lo sciancato tentò di rubargli le sue preziose e finte armi in legno e, ogni volta, si vide respingere malamente dal proprietario che gli diceva:

«Lascia stare la mia roba, storpio».
E, ogni volta, anche Bœmund si sentì rivolgere la stessa minaccia:

«Ho buona memoria. Mi ricorderò di te».

Se c’era uno capace di tenermi testa, quello era proprio Bœmund. E non perché fosse più forte: era più svelto. Svelto come una donnola. Non v’era modo di colpirlo o di afferrarlo. Mentre lui ti colpiva come, quando e dove voleva.

Ma, benché fosse l’unico che avrebbe potuto farlo, non mostrò mai attenzioni per Rötrud. Era meno prepotente di me, più riflessivo, parlava solo quando era strettamente necessario, con frasi lapidarie e vagamente sentenziose. Non si esaltava per alcun motivo, non si eccitava per nulla, non aveva progetti per il futuro, o vendette dacompiere. Era l’opposto di me. Ma diventammo amici, Bœmund ed io. Era l’unico cui avessi concesso il diritto di venire alla capanna di Alpaide. L’unico che condividesse i racconti dei Santi sbranati dai leoni e che condividesse, poche volte per la verità, un po’ dei frugali pasti che mia madre preparava. Ed era anche l’unico a casa di cui andassi a mia volta, per ammirare l’ultima ascia che aveva ricavato da un legno, l’ultima lancia per la caccia al drago che aveva costruito, quasi sempre rubando una pertica da sotto un bucato steso. La capanna dei suoi genitori era simile, per forma, a quella di Alpaide, ed identica per povertà. Lui aveva un padre: faceva il bovaro, era sempre ubriaco e sempre pacato e gentile con tutti, inclusi noi bambini. Tutti lo chiamavano Guardiano. Anche la moglie ed i figli. Guardiano. Un uomo minuto e fragile che stonava accanto alla moglie, che pesava il doppio di lui, era alta il doppio di lui, era grossa il doppio di lui e si ubriacava il doppio di lui. E che, per nostra fortuna, giaceva quasi sempre mezza addormentata in qualche angolo della casa.

Fu in quel periodo che vidi per la prima volta l’uomo nero. Un uomo completamente nero. Non solo le vesti. Tutto nero. Stavo raggiungendo la solita compagnia al ruscello quando lo vidi scomparire dietro un albero, a cento passi da noi. Una visione fuggevole, al punto da dubitare d’aver visto bene. Era avvolto in una  specie di lunghissimo mantello rosso, attorno al capo portava arrotolata una stoffa rossa ed il suo viso era nero. Tentai di aguzzare la vista ma era scomparso. Chiesi agli altri, ma nessuno aveva visto nulla. Trovai il coraggio di andare fino agli alberi, ma non trovai nessuno.

E, per giorni, non riuscii a dimenticarlo, Mi destavo nel cuore della notte e credevo di vederlo nel buio della capanna, accanto al mio giaciglio o, peggio, accanto a quello di mia madre. Non mi tuffavo più nel ruscello se prima non avevo esplorato i primi passi del bosco. Gli altri ragazzi, Rötrud e Bœmund compresi, si erano accorti del mio comportamento e mi chiesero che cosa cercassi, ma, temendo di esser preso per pazzo o, peggio, di rendermi ridicolo, non parlai mai a nessuno dell’uomo nero.

Finché una notte credetti d’aver sfiorato con un braccio il suo mantello e non fui più capace di muovermi. Da un istante all’altro m’avrebbe afferrato alla gola e strozzato. Rimasi immobile, in piedi a fianco del giaciglio, con una mano contro la parete e l’altra che tenevaun lembo della coperta. Pietrificato. Terrorizzato all’idea di respirare. Se avrai pazienza d’ascoltare ancora il mio racconto, frate, e se gli darai credito, saprai che non sono un vile. Ho combattuto in tutto il mondo, ho sfidato ogni sorta di nemici senza sapere che fosse la paura. Ma quella visione, che poteva perfino essere fasulla, un inganno dell’occhio, mi aveva sconvolto. Vi sono paure che vanno oltre quella del dolore, della tortura e della morte. Io provai quelle paure. Al mattino mia madre mi trovò così, in piedi accanto al giaciglio, con una mano appoggiata alla parete e con il lembo della coperta nell’altra mano. E decise che occorreva l’intervento del Wyrdherr.

Il Wyrdherr si chiamava Dreibergh, o qualcosa del genere.
Arrivò alla capanna un paio di sere più tardi. Era vestito di pelli di volpe, era sporco come non avevo mai veduto nessuno prima e puzzava come non credevo fosse possibile.
Mia madre gli offrì una cena che noi non ci saremmo mai permessi e Dreibergh, dopo aver ruttato ripetutamente, mi mise le mani sul capo. Chiuse gli occhi, arrovesciò la testa all’indietro, borbottò qualcosa di incomprensibile che aveva a che fare con un albero d’olmo, poi disse ad Alpaide di uscire e di non entrare finché lui non l’avesse richiamata, qualunque cosa udisse. Dopodiché si pose alle mie spalle, pronunciò altri suoni privi di senso, e mi domandò:

«Senti bruciore agli occhi?» Feci cenno di no con il capo. Lui chiese:

«Pisci sangue?» Non pisciavo sangue.

«Hai voglia di urlare?»
Non particolarmente. Sospirò, uscì a richiamare mia madre, e ci tranquillizzò annunciando che ciò che avevo visto era un brandello dei giorni, o degli anni, che sarebbero venuti e che ancora non erano. Soggiunse che non era per nulla un fatto raro e che non v’era motivo di preoccuparsi. A molti capitava di vedere il domani, disse, e aggiunse che una grande aura di bontà vibrava nella nostra capanna. Per tranquillizzarci ulteriormente, ci lasciò due pietruzze nere e blu, ciascuna legata ad una sottile cinghietta di cuoio.

«La vostra forza», disse il Wyrdherr, «sta nella straordinaria passione che vi unisce. Di rado ho trovato un simile attaccamento in una famiglia senza padre. Un legame non proprio di questo mondo. Ciascuno di voi indossi una di queste pietre: serviranno a riunirvi quando sarete separati. Sono schegge di una antica lapisilliusis, enorme e prodigiosissima. Finché le porterete al collo, nessun demone potrà sfiorarvi. Ora possedete non due vite distinte, ma una sola. Ciò che è destinato per voi non saranno già due Angeli della Morte, bensì il medesimo. E solo voi stessi potrete evocarlo.».
Alla richiesta di precisazioni di Alpaide, a proposito di codesta pietra, lui inarcò un sopracciglio, stupito e vagamente contrariato dalla nostra ignoranza, e chiarì:

«Una magica pietra caduta dai cieli. Lapis qui lapsit ex caelis!»

Dunque, giacché nessuno dei due avrebbe presumibilmente ordinato alla propria morte di darsi da fare, eravamo eterni.

Alpaide ed io pensammo d’aver sprecato una cena squisita. Invece aveva ragione lui.

Ma ora, frate, è tempo di mettere qualcosa sotto i denti, non trovi? Se vorrai, continueremo in un altro momento.