Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il rozzo ed anziano guerriero Charal, in una locanda della terra di Burgundia. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Gennaio del’a. D. sette cento quaranta e uno.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Questa donna ha le tette che paiono frittelle ed il culo che pare una cassapanca, ma cucina il capretto decisamente meglio di me. E anche la birra è passabile.

Aran de Le Aran:
E ciò esaurisce il campo dei tuoi interessi, no? Il capretto, la birra, il seno e le terga di una donna.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’uomo chiamato Charal di Herstal:
Io ho detto tette e culo. E comunque hai scordato la guerra.
Vi ho già detto di quando andai in guerra? No, no. Ero arrivato al momento in cui venni segnato dal Wyrdherr.

Ma dov’è finita quella bagascia? Ho il boccale vuoto da ore!
Orbene, dopo che il Wyrdherr mi ebbe segnato, riuscii a dimenticarel’uomo nero. Fu all’incirca a quell’epoca che salvai il Re e divenni un guerriero.

Aran de Le Aran:
Ti stai confondendo. Stamane, parlando di questo ciarlatano e dell’uomo nero, dicesti che ti era accaduto quando avevi otto anni.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Ed è proprio così. Quando salvai il Re avevo otto anni. Mese più, mese meno… Ed il Re ne aveva dodici, mese più, mese meno. Un paio d’anni prima era morto il terzo Teodorico. E, secondo consuetudine, il regno sarebbe stato diviso tra i suoi figli. Il terzo Clovis era divenuto re in Austrasia, mentre per Neustria e Burgundia si doveva attendere che il designato, che poi era il terzo Childebert, raggiungesse il quattordicesimo anno d’età. Era capitato sovente anche in passato che uno o più dei tre regni fossero vacanti. E capiterà ancora. In questi ultimi quattro anni, ad esempio, tutti e tre i troni sono vuoti. Era una sciagura, perché quando la terra resta senza un Re, i raccolti si fanno scarsi e le malattie si diffondono più rapidamente, ma era inevitabile.

D’altra parte questi sono Re cadetti, o addirittura illegittimi, e le loro facoltà sono deboli od inesistenti. Finché non tornerà sul trono un Re primogenito, della schiatta di Dagobert, questo nostro mondo non rifiorirà. Ma questo non c’entra.

A quell’epoca mio padre, che sia maledetto, si era preso con la forza anche la majestate dei due regni che non gli competevano, e un unico governo sovrintendeva a tutti gli stati. Anche se mi duole ammetterlo, mio padre governava con fermezza e difendeva bene i confini, ma la gente di Neustria e Burgundia sentiva la mancanza di un Re. E l’avrebbe sentita a lungo, se non fosse stato per me. Il terzo Childebert aveva dodici anni: di lì a due anni sarebbe divenuto Re. Un Re debole ed illegittimo, ma pur sempre un Re. Perciò era venuto ad Herstal per conferire con mio padre. O forse quello era giorno di giudizio e Childebert era lì per condurre qualcuno davanti alla corte del Major, perché in coda al corteo si trascinavano venti uomini incatenati, con il corpo coperto da piaghe e bruciature.

Lungo la strada il futuro Re aveva visto noi ragazzi in riva all’ansa del ruscello e aveva costretto il suo corteo a fermarsi. Si era spogliato e, senza pensarci troppo, si era tuffato. Ricordo d’esser rimasto sorpreso dal fatto che il Re… Noi avevamo capito subito che si trattava del Re. Chi altri poteva avere un corteo di tale ricchezza?… Dal fatto che il Re, nudo, fosse esattamente uguale a noi mortali.

No, frate, non fare quella faccia. E non rifarmi la predica di Adamo, per l’amor di Dio! Piuttosto comanda al tuo servo di procurarmi da bere.

Aran de Le Aran:
Ordinaglielo da te ! Sono due giorni che lo fai. Sono due giorni che gli dai ordini come fosse il tuo servo. Anzi sono due giorni che gli dai lo stesso ordine: birra.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Mhm. E’ vero.
Birra. Procurami birra, servo.

Ti ho già detto, frate, che l’acqua di quel ruscello era gelida? Childebert si tuffò. Ma non riemerse. Noi, sulla riva, ci accorgemmo in un attimo che qualcosa non andava. Attraverso l’acqua limpida vedevamo il suo corpo, magro e bianchissimo, immobile sul fondo, pancia sotto. Ci tuffammo in tre o quattro. Io lo raggiunsi per primo, lo afferrai per i lunghi capelli, lo portai in superficie e lo rivoltai. Poi, con l’aiuto degli altri, lo issai sulla riva. Intanto gli uomini e le donne del suo corteo si erano resi conto dell’accaduto, si erano precipitati sulla riva, scatenando una baraonda infernale di grida, di ordini, di preghiere… Qualcuno lo avvolse in una coperta e, finalmente, Childebert si riebbe. Tossì un paio di volte poi spalancò gli occhi. E la prima cosa che i suoi occhi si trovarono di fronte furono altri due occhi. I più belli del mondo. Quelli della mia Rötrud. E, naturalmente, se ne invaghì all’istante.

Se un episodio del genere fosse capitato dieci anni più tardi mi sarei dannato l’anima. Ma ad otto anni… Eppoi, a ben guardare le cose, lei era Rötrud, e non la mia Rötrud. Lei non sapeva nulla della mia passione. Pur avendo fatto di tutto perché capisse, non le avevo mai detto nulla in proposito. Quanto a Childebert, sarebbe divenuto un Re, e non il mio Re. Io vivevo in terra d’Austrasia ed il Re, in Austrasia, era il terzo Clovis.

Pochi anni dopo, quello sguardo mi avrebbe causato qualche pena. Ed anche un grosso guaio. Talvolta i guai si trasformano in gioie, ma di questo, forse, parleremo un’altra volta.

Ad ogni buon conto, quando fu tutto finito, quando Childebert si fu rivestito, fui avvicinato da una serva che mi accompagnò da lui.

«Qual è il tuo nome?»,
mi chiese Childebert. E quando gli risposi:

«Charal», lui sorrise e replicò:

«Un nome inconsueto!». Ed io:

«Questo esclamò la mia nutrice quando nacqui. Ed è rimasto il mio nome.»

Agilulfus:
E’ bene tu sappia, signore, che Charal significa E’ maschio!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
E Childebert riprese:

«Bene, me ne ricorderò più agevolmente. Vieni alla corte di Neustria fra due anni da oggi. Vieni con richieste ambiziose. Desidero mostrarti la mia riconoscenza.»
L’avrebbe fatto davvero. Due anni dopo l’avrebbe fatto davvero.
Ma a quell’epoca mi parve una prospettiva remota. Due anni erano un’eternità, e non riuscivo ad immaginare la mia vita in un futuro così lontano. E dunque seguitai a vivere come avevo sempre vissuto ed a fare le cose che avevo sempre fatto.

Per esempio, facevo legna per il focolare com’era accaduto da quando ero abbastanza grande per farlo.
Il bosco, ufficialmente di proprietà del Major, o forse del Re, era in realtà da sempre di chi ne avesse necessità. Alpaide ed io avevamo necessità di legna per il focolare e, dunque, io tagliavo legna. Una sera temetti di averne tagliata troppa: stavo rientrando alla capanna con il mio fardello di rami e piccoli tronchi, quando scorsi due uomini che mi aspettavano immobili al margine del bosco. Faceva già buio da tempo, e non ebbi difficoltà a scorgerli, alla luce della loro stessa torcia. Non detti loro il tempo di fermarmi o di dire alcunché: lasciai cadere la scure e la mia fascina e mi lanciai di corsa verso il ruscello. Presto compresi che la mia non era stata una fantasia, perché gli uomini mi inseguirono. Mi tuffai nel ruscello, così com’ero, completamente vestito, agitando l’acqua e sollevando rumorosi spruzzi, nel tentativo di far credere che annaspassi annegando nel buio. Poi raggiunsi silenziosamente la riva lontana della buca e mi nascosi tra le frasche di un cespuglio acquatico. I due uomini vennero alla riva del ruscello, andando su e giù diverse volte ed illuminando la superficie dell’acqua con le torce. Uno dei due pareva più meticoloso dell’altro, ed insisteva per seguitare le ricerche, mentre l’altro pareva più propenso ad andarsene, convinto che nessuno potesse resistere, di notte, al freddo di quell’acqua. Il primo gridò all’altro:

«Non ce ne andremo senza il cadavere di questo bastardello».

E l’altro gli rispose:
«Hai provato a sentire l’acqua? Metti dentro una mano!

Credi veramente che qualcuno possa resistere a questo freddo? Il cadavere ora è sul fondo a far compagnia ai pesci, dammi retta. Se

vuoi tuffarti e ricuperarlo, fai pure. Io me ne vado. Per i pochi spiccioli che ho ricevuto, ho fatto anche troppo».
Faticai a spiegare ad Alpaide che cosa fosse successo ai miei panni fradici ed alla mia pelle livida per il freddo. Dopo avermi fatto ripetere all’infinito il racconto dell’accaduto, lei parve credermi, anche se mantenne un’espressione pensosa fino a quando ci coricammo.

La sera in cui vennero gli uomini vestiti di cuoio alla capanna di Bœmund, stavo discutendo con lui, nell’aia, sulla lunghezza della sua ultima spada in legno. Sostenevo che fosse troppo lunga. O forse troppo corta. Ora non ricordo.

Gli uomini erano tre: due giovani smunti ed annoiati ed uno più maturo, alto e magro, con i capelli striati di grigio. I giovani entrarono in casa senza parlare ed il terzo rimase ad attendere lì, accanto a noi, guardandoci di tanto in tanto con aria distratta. I due giovani uscirono di lì a pochi istanti tenendo il padre del mio amico per le braccia. Quello più anziano chiese al prigioniero il suo nome, poi si mise a recitare svogliatamente una formula di rito, mentre gli altri due avevano lasciato Guardiano e stavano conficcando nel terreno quattro pioli lunghi un palmo. L’anziano stava dicendo qualcosa a proposito di un trancio di carne sottratto al Major domi ed intanto gli altri due stesero a terra il prigioniero e lo legarono mani e piedi ai pioli. L’anziano parlò ancora qualche istante, sempre cantilenando svogliatamente, poi trasse da sotto il suo strano abito di cuoio una lunga mazza. Guardiano alzò il capo quel tanto che la posizione gli consentiva, lanciò uno sguardo a suo figlio, gli sorrise, poi chiuse gli occhi e parve addormentarsi. Ed il boia prese a fare il suo lavoro, cominciando dalle gambe. Prima spezzò la sinistra con un buon colpo all’altezza del ginocchio. Guardò piegando il capo come procedesse la cosa, si chinò, chiuse un occhio e controllò che l’arto fosse ben rotto, come si fa per vedere se un bastone sia diritto, poi si rialzò e ripetè l’operazione con l’altra gamba. Si muoveva con flemma, ragionandobene sul da farsi. Quando passò alle braccia, spiegò con cura ad uno dei suoi aiutanti come dovesse, con i piedi, tenere ben salda la parte da colpire; e quando anche il braccio destro fu spezzato, rispose allo sguardo interrogativo del suo garzone annuendo. Così andava bene. Passò diverso tempo, prima che si arrivasse al costato. Era già stato colpito numerose volte il ventre; e le parti basse… Ad ogni spaventoso grido di Guardiano, qualche curioso si affacciava alla scena, e s’era radunata ormai una piccola folla di curiosi, che facevano tranquilli commenti. Al primo colpo alle costole il grido fu più alto, ed anche la madre di Bœmund uscì sulla porta di casa. Diede un’occhiata distratta, rientrò e richiuse la porta.

I colpi al costato dovevano rappresentare la parte più delicata del lavoro: ad ogni mazzata il boia si chinava sul prigioniero, gli metteva una mano davanti alla bocca e controllava che respirasse. Guardiano aveva dispettosamente perduto i sensi ed aveva smesso di gridare; sicché l’uomo vestito di cuoio doveva accertarsi che fosse ancora vivo: per lui era una cosa importante, era un uomo coscienzioso, evidentemente.

Faceva quasi buio, Guardiano non emetteva più nemmeno rantoli già da qualche colpo, i giovani garzoni del boia stavano chiacchierando di fatti loro e la piccola folla stava lentamente disperdendosi. Era tempo di concludere. Il boia recitò un’ultima frase rituale, qualcosa come Giustizia è fatta, oppure La legge è stata applicata… E con un’ultima pregevole mazzata, spaccò la testa del condannato.

Dopodiché, fece un fischio ai suoi due aiutanti e si incamminò tranquillo verso il castello.
Bœmund ed io rimanemmo ancora qualche istante a guardare il corpo del mite Guardiano, il lieve sorriso che pareva rimasto sul volto deformato ed il suo cervello sparso sul terriccio dell’aia, poi il mio amico si diresse verso una staccionata poco distante, vi ci si sedette e chiese:

«Davvero pensi che la spada sia troppo lunga?» O forse disse troppo corta. Ora non ricordo.

Bœmund era l’unico amico di quei tempi.
Più avanti ci saremmo incontrati di nuovo e avremmo trascorso assieme molte sere, e avremmo combattuto assieme molte battaglie. Anche da adulto avrebbe combattuto come da ragazzo: sgusciando e colpendo. Ma di lui avrò occasione di parlarti ancora, forse.

Ma ora sono stufo di cianciare. Parlo, parlo, ed intanto il capretto si è freddato. Per fortuna la birra non s’è scaldata troppo.

Aran de Le Aran:
Non gliene hai dato il tempo.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Già. Ora parla un poco tu, frate. Racconta la tua vita. Lo sai che cosa t’ ha mandato a fare, qui, il tuo Vescovo Bonifacius? Sai perché tifaccia vagare qui e là senza sapere nulla di queste terre e senza

conoscere una parola della nostra lingua?

Aran de Le Aran:
Mi crederesti se ti dicessi che non lo so esattamente? Per essere più precisi, so che cosa dobbiamo fare, ma non so perché dobbiamo farlo. Lo scopo del nostro viaggio è tutto nella prodigiosa testa di Bonifacius. E solo lì. Noi dobbiamo solo renderci ben chiaramente conto della situazione e poi riferire a lui. Malgrado non sia agevole sopportare i tuoi modi, malgrado tu ti diverta ad irritarmi, il tuo racconto mi è di grande utilità.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Ora non diventare accondiscendente, frate. Dimmi piuttosto del Papa. E’ sempre alle prese con il mio amico Liütprand? Oppure non sai nulla nemmeno di questo?

Aran de Le Aran:
Sì, di questo qualcosa so. Il Re longobardo è una minaccia continua per Roma. Il sud della penisola è un insieme di regni longobardi. Il nord della penisola è un regno longobardo. E Roma sta nel mezzo.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
E Bonifacius vuole convincere noi Franchi ad aiutarlo a conquistare Roma. E’ questa la missione?

Aran de Le Aran:
Temevo che me l’avresti chiesto. Pare tu sia ben informato! Come ti ho detto, non lo so. Non so nemmeno perché ti faccio queste confidenze ma, a dire il vero, molti la pensano a questo modo. Io invece credo che stia cercando qualche cosa d’altro. Intuisco che v’è dell’altro. Ieri hai detto che vi abbiamo convinto di ciò che già sapevate. Ed hai aggiunto che il nostro Dio era già qui. Credo che sia questo ciò che interessa a Wynfrith. A Bonifacius, come lo chiami tu. Non vuoi parlarmi di questo?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
No. Meglio di no. Almeno per ora.
Solo se, e quando, saprai di più della mia vita potrò tentare di spiegartelo. Ora non capiresti

Aran de Le Aran:
Continua il tuo racconto, allora. Ciò ci avvicinerà alla meta. Stanno già scendendo le prime ombre. Abbiamo passato qui l’intera giornata e non resta molto tempo.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Come vuoi. Dov’ero rimasto?

Aran de Le Aran:
Re Childebert ti promise la sua riconoscenza.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Proprio così. E mantenne la promessa.
Ora… A te può sembrare strano che un ragazzo, un bambino di dieci anni lasci la madre e attraversi mezzo mondo senza la guida di un adulto. A me parrebbe strano. Ma fu quello che accadde. Due anni dopo il giorno del tuffo di Childebert nel ruscello, mia madre seppe che era venuto il momento di separarci.

Io avevo quasi scordato il giovane e pallido Re, ma non così la dolce Alpaide.
E Childebert aveva compiuto il quattordicesimo anno d’età ed era divenuto Re di Neustria e Burgundia.

I racconti serali ricominciarono. Erano più ricchi di dettagli, un po’ meno fantasiosi e più orientati a darmi suggerimenti e consigli. Ero cresciuto e divenuto, ai suoi occhi, pronto per affrontare il mio destino. Racconti velati di nostalgia, ma anche carichi di promesse radiose. A me, francamente, di quel radioso futuro non importava un accidente di niente. Ma lei era sicura che si dovesse compiere. Aveva vissuto per questo. Aveva scorticato le sue sottili mani in lavori infami perché io potessi un giorno fare qualcosa di immenso. Ah, se avessi ereditato da lei l’amore per la vita, frate! La sua fiducia nel domani. Quel suo fatale accettare la volontà di Dio. Che vita più felice sarebbe stata la mia! Lei non aveva nulla, ma considerava la vita stessa un dono straordinario. Io possiedo tutto. In questo mio sangue maledetto c’è quello che potresti definire un grande destino. Ma questo grande destino non è che un immane macigno, il cui peso diminuisce appena quando conquisti, quando prendi.

O quando bevi.
Ma alle conquiste ti abitui; ciò che ottieni pare, col tempo, tuo da sempre; le sbornie passano e, dopo un po’, il macigno ritorna pesante come all’inizio. Un dono che avrei dovuto rifiutare, la vita. E pure, quando qualcuno prova a togliertela, combatti, uccidi, la difendi. Buffo mistero!

Quando Alpaide ritenne fossi pronto, e quando lei stessa si sentì pronta, mi raccomandò di lavarmi ogni giorno, mi preparò un fagotto pieno di due stracci e di poche altre inutili cose, controllò che la pietruzza del Wyrdherr fosse saldamente legata al mio collo, mi indicò sommariamente la direzione da prendere, mi baciò sulla fronte e mi guardò partire per la Neustria.

Non pianse, la dolce Alpaide. Almeno finché non fui lontano, non pianse.
Passai al ruscello, ma Rötrud non c’era. Feci un vago gesto con la mano per salutare Bœmund e gli altri ragazzi, cui loro risposero con un eguale, vago gesto della mano… Poi m’incamminai in direzione del sole che s’alzava. Andavo incontro alla vita, frate. A dieci anni. Dio, quante domande mi passavano per la testa!

Quali erano le ambiziose richieste che avrei presentato al Re? Non ero stato capace di trovarne. Quanti draghi avrei incontrato? Com’era fatto, quant’era grosso un drago? Con che cosa avrei combattuto per ucciderli tutti? Con la sottile pertica che reggeva il mio sacchetto?

E il Quinotauro? Che accidente era un Quinotauro? Avrei mai rivisto mia madre? Gli amici?

D’altronde, questa è la vita. Non è così, frate?

Camminai trentaquattro giorni.
Mangiavo frutti di bosco, verzure… Qualche contadino, di tanto intanto, mi dava un sorso di latte appena munto… Una volta catturai una fagiana e me la mangiai cruda perché non m’ era riuscito d’accendere un fuoco.
Già al terzo giorno di cammino mi accorsi che un cane mi seguiva a rispettosa distanza, acquattandosi tra gli alberi se giravo lo sguardo verso di lui. Provai più volte a farlo avvicinare, ma non ci fu nulla da fare, e tuttavia continuò a seguirmi. Un grosso cane lupo dal pelo fulvo e dallo sguardo triste, poco più che un cucciolo spaventato. Sarebbe venuto con me fino in Neustria. Non sono certo che mi sarebbe stato di grande aiuto se avessi incontrato un drago, ma mi faceva sentire in compagnia. Lo chiamai in mille modi: a grugniti, a versacci, fischiando, battendomi la mano sulla coscia, ma non ci fu nulla da fare. Drizzava le orecchie e chinava il capo da un lato, pareva capire che cosa volessi da lui, ma non ci fu verso di farlo avvicinare a meno di venti metri.

Più proseguivo verso est e più le notti si facevano fredde. Avevo imparato a seguire il più possibile i corsi d’acqua anche a costo d’allungare il cammino. La sera scavavo una buca nel terreno, vientravo e mi ricoprivo di terra per resistere al freddo. Il mattino successivo lavavo con cura me ed i miei panni e riprendevo ilcammino. E così, avanti, un giorno dopo l’altro. Altri frutti di bosco, altra verzura, altro sorso di latte appena munto…

Trentaquattro giorni.
Giunsi al castello di Childebert a primavera inoltrata.
Ero vivo ed allegro. Nessuno aveva molestato il mio viaggio, né uomini, né bestie. Niente draghi, niente Quinotauri.
Avevo sentito la presenza di qualche bestia, la notte, nei boschi, ma non era mai accaduto nulla. E, eccezion fatta per la fagiana che mi eromangiato, l’unico animale che avevo visto era il cane.

Il castello di Childebert non era molto diverso da quello di Stenay, che era stato di suo padre Teodorico e che ora era di suo fratello Clovis, in Austrasia. Forse più piccolo, ma dalle mura più alte.
Quando varcai l’ingresso nessuno mi si fece incontro, e tutti continuarono a fare ciò che stavano facendo. Nella strada s’udivano l’imbonire di un acquaiolo e la nenia di un gruppo di frati; attraverso una grata, lo schiocco regolare d’uno scudiscio ed i lamenti d’unmoribondo. Più avanti un uomo trascinava una donna per i capelli, sferrandole di tanto in tanto un pugno in faccia, un altro tormentava una biscia con un bastone ed una altro ancora, con la schiena addossata ad un muro, borbottava tra sé chissà quali profondi concetti. Nessuno s’occupò di me.

Non sapevo come fare ad incontrare il Re, perciò chiesi ad una vecchia, che stava stendendo dei panni ad asciugare, dove fosse l’ingresso del palazzo reale. Lei mi guardò con astio, indicò un grosso cancello in ferro e grugnì:

«Laggiù. E portati via il cane. Sta pisciando contro il mio bucato».

Per la prima volta il cane mi si avvicinò, scodinzolando, e mi guardò dritto in faccia. Era diventato il mio cane. Lo volessi o no.
Ora, frate, dovrei narrarti il mio incontro con il Re di Neustria e Burgundia. Ma prima occorre che faccia qualche premessa, che tispieghi com’era la situazione.

Invece la candela sta per finire, la birra è finita da un pezzo ed io sono davvero stanco di parlare. Ora me ne vado nel pagliaio e provo adormire. Tutto sommato non ho fretta d’ arrivare dove sto andando e, se vuoi, posso trattenermi qui anche domani e raccontarti qualcosa d’altro. Oggi sei stato meno sgradevole di ieri. Cerca d’alzarti domattina dello stesso umore.

Buona notte.

Anche a voi due.