All’Eminentia Excellentissima Vescovo Wynfrith di Adescancastre, Apostolus de le terre dei Germani, nel convento di Rotuenia, di Austrasia, nella terra dei Franchi.

Tertia relatio

redicta nelle terre de Franchi dal frate umilissimo Aran de Aran Insulæ, con l’aiuto del giovine interpres Agilulfus de Nèvers e vergata dal diacono Milus Fidei ne l’anno domini sette cento quaranta e uno.

Eminentissimo.

In risposta alla mia ultima missiva, mi chiedesti ancora una volta di perseverare. Pareva che la narrazione di Charal di Herstal fosse ciò che più ti interessasse. Era implicita, nelle pergamene che ti lasciai a Rotuenia, la mia supplica ad esimermi da questo compito: ebbene, questa supplica tu ignorasti.

Persevera, frate Aran. Persevera nell’ascoltare il racconto di Charal diHerstal.
Mi domandavo il perché. Null’altro che vaghi accenni aveva fatto costui al mistero del Dio che era già qui. Null’altro che vaghi accenni aveva fatto all’eredità del Sangue Divino, oltre ché a quello dei Majores. E null’altro che un vago accenno fece al termine del suo ultimo racconto, a proposito del dissidio tra il Papa ed i Longobardi. Quale poteva dunque essere l’argomento di cui volevi sapere?

Mille ipotesi si accatastavano nei miei pensieri. In taluni momenti di particolare sconforto, mi parve perfino che il destinatario di quei racconti non fossi tu, ma io stesso. Mi parve che tu non desiderassi apprendere, ma desiderassi che io apprendessi. E, benché questo non avesse alcun senso, la sensazione era forte.

Charal stesso, dopo le prime irritanti reticenze, pareva desiderare che io sapessi. Pareva desiderarlo al punto da trattenere i lati peggiori del suo temperamento e mostrarne invece gli aspetti migliori. Quante volte mi disse che non era tempo di svelarmi alcuni fatti, quante volte mi disse che prima avrei dovuto sapere di lui! E perché, dopo aver svelato all’inizio la sua bisbetica, selvaggia natura, faceva di tutto per risultare gradevole a me? V’era un paradosso in questo: dapprima, quando l’avevo giudicato un comune soldato, nulla faceva per parer migliore, ed a comune soldato s’atteggiava. Quando venni a sapere che era un uomo potente, s’atteggiava a cortese e premuroso uomo potente, ma tendeva a sminuire la sua importanza. Tutto questo per narrarmi di sé. Poteva trattarsi solo di vanità? Tutto ciò che aveva narrato, benché sgradevole, pareva veritiero, e lui stesso non pareva individuo da indulgere alla vanità; e pareva, invece, che nel narrare eventi dolorosi, soffrisse sinceramente. E poi che vanità bizzarra quella che spingesse un uomo a narrare di sé ed, al contempo, a mortificare ciò che egli fosse per davvero!

Perché, dunque?
Perché voleva e vuole raccontarmi tutta la sua vita? Perché tu volevi e vuoi che mi racconti tutta la sua vita?

Ancora non comprendo.

Egli sta per tornare. Cinque giorni sono trascorsi e domani sarà qui. L’umile frate Aran persevera. Ascolterà ancora.
Ora sono in grado di comprendere quasi ogni sua parola e, se ricorro ancora alla traduzione del servo Agilulfus, è solo perché s’è creata ormai una sorta di liturgia che mi duole interrompere. Charal di Herstal pare trovarsi con essa a suo agio e ciò favorisce il suo eloquio. Inoltre il servo si sente importante per ciò che compie e questo fa diminuire il numero delle lamentele e dei borbotii.

Dovrebbe domani essere il tempo in cui rimuoveremo o confermeremo un antico dubbio: Charal dovrebbe narrarci la guerra tra i Longobardi ed il Papa di Roma. Sapremo forse quali siano oggi isuoi sentimenti nei confronti dell’uno e dell’Altro.

Tenterò di indurlo ad essere più esplicito sul Dio che era già qui. E cercherò di comprendere le ragioni che lo inducono a narrare tutto ciò che narra. Mi rendo conto che forse quest’ultima cosa non è per te di soverchia importanza. Ma lo è per me. Mi sono domandato se questa mia curiosità sia peccato, ma nulla vi ho trovato che possa dispiacere a Nostro Signore. E, dal momento che tu stesso non hai mai fatto precisazioni in merito, non trovo in questo nulla che possa dispiacere a te.

Una richiesta oso porre alla tua autorità: i frati di Rotuenia non sono più benevoli come nella prima occasione. Si sono lamentati del compito, peraltro lieve, di consegnarti le mie pergamene e di consegnare a me le tue risposte e le tue istruzioni. Ma credo che in realtà dispiaccia loro ospitarci. Quando giungiamo presso di loro chiediamo un pasto caldo ed un bagno. Nessun altro disturbo che questo abbiamo arrecato loro. Probabilmente si sentono irritati dal dover servire un frate che non parla la loro stessa lingua, oltre ché un diacono ed un servo.

E se dunque tu volessi imporre loro ciò che loro stessi dovrebbero offrire con gioia, la nostra fatica sarebbe in parte alleviata.

Ti salutano dunque con gratitudine e deferenza

Il frate Aran de Le Aran. Il diacono Milus Fidei.

Si prostra dinnanzi alla tua magnificenza il giovine servo

Agilulfus de Nèvers.

Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal diHerstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese diMarzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Charal di Herstal:
Eh, le battaglie non sono più quelle di un tempo, frate mio! Oggi i giovani hanno uno strano e assai comodo concetto dell’onore. Si perde più tempo ad evitare imboscate che a fronteggiare i nemici. I migliori e più utili soldati sono gli esploratori. Uno solo di essi, se bravo, può risolvere uno scontro senza che si perda un solo uomo. E se non è bravo, può trasformare una banale spedizione in una carneficina. Qualcuno mi porti da bere!
E sai una cosa, frate? Neppure la mia schiena è più quella di un tempo.

Aran de Le Aran:
Non hai più l’età per queste cose. Il tuo problema è tutto in questo.

Charal di Herstal:
E credi che non lo sappia? Se solo trovassi a chi lasciare tutto questo maledetto, ribollente calderone…

Aran de Le Aran:
Dicesti di aver fatto sette figli.

Charal di Herstal:
Sette, sì. Ma tre sono femmine, due maschi sono morti, il primogenito pare sprovvisto dei comuni attributi che gli uomini portano tra le gambe mentre il secondo, che invece gli attributi li avrebbe, è uno tra i più malvagi individui che io abbia conosciuto. Probabilmente ho commesso un grave errore a dargli il nome di suo nonno. No davvero, non sono stato fortunato in quanto ai figli. La mia povera Rötrud ci faceva una passione, per questo. Anche le tre donne… Sono di una bruttezza che incute paura, maledizione. Tali e quali a me. Tozze, irsute e grevi come lottatori. E dotate della grazia di un burgundo del sud.

Tu non bevi, frate?
E comunque, prima di risolvere il problema del governo, devo risolvere quello del regno. Da troppi anni queste terre sono senza un Re Mago. Si dice che un tempo, all’epoca di Dagobert e, prima ancora, all’epoca dei due Merovech, i campi dessero tali frutti che oggi non riusciremmo neppure ad immaginare. Che non vi fossero quasi più morti per il freddo. E che la gente cantasse felice lungo i sentieri, così, senza una particolare ragione. I bambini nascevano tutti forti e sani, e non v’era necessità di annegare i gobbi, gli storpi ed i cretini come si deve fare oggi. E le guerre si facevano solo contro gli stranieri invasori.

Aran de Le Aran:
Leggende. Niente altro che leggende.

Charal di Herstal:
Spero di dimostrarti molto presto che hai torto, frate. Spero di dimostrarti che hai torto. Nel frattempo, che ne dici se riprendessi ilmio racconto? I tuoi fedeli giovani sono già all’opera, e dunque…

Aran de Le Aran:
Giunti a questo punto, credo che non riuscirei ad impedirtelo nemmeno con la forza. Per qualche strana ragione la cosa ti diverte.

Charal di Herstal:
Divertirmi? Mi divertirei assai, assai di più a prender sonno sui fianchi di una contadinotta che ho veduto gironzolare nei dintorni. Io sono un vecchio vizioso e lei ha l’aria di chi sappia cavarsela nelle circostanze più inconsuete. Sì, frate, mi divertirei assai di più che non stando qui a cianciare con te, mentre costui traduce ciò che comprenderesti benissimo anche da te, e quell’altro riempie con i suoi segni balordi montagne di tavolette di cera. Diciamo che raccontandoti la mia vita assolvo ad un obbligo.

Aran de Le Aran:
Un obbligo contratto con chi ?

Charal di Herstal:

Dunque , ti dissi che mio padre m’aveva convocato al castello. Era l’epoca in cui i Demoni avevano…

Aran de Le Aran:
Continui ad eludere questa domanda. Perché?

Charal di Herstal:
Non eludo un accidente. Verrà il momento anche per questo. Ed ora lasciami parlare. Era l’epoca in cui i Demoni neri, come li chiamavo io per via della pelle, o Demoni rossi, come li chiamavano quasi tutti per via degli indumenti, avevano preso a far scorrerie ad ovest delle terre dei Visigoti. Ed io andai al castello del Major.
Pijen il Grosso sedeva su un trono così grande che avrebbe ospitato anche qualcuno più grosso di lui, e pareva fosse stato partorito lì sopra. Quello era il suo posto. L’avevo veduto in piedi, l’avevo veduto a cavallo e l’avevo veduto seduto su uno sgabello: in nessuna delle tre circostanze era a suo agio. Ma sul suo trono…
Quando fui fatto entrare nell’enorme sala, disse:

«Vieni avanti. Qualcuno porterà qualcosa su cui sederti». Era stato sempre cortese con me. Ogni volta che ci eravamo trovati faccia a faccia era stato cortese con me quanto io ero stato irriverente ed irritante con lui. Aveva sopportato le mie provocazioni senza mai accennare a reagire e mi aveva anche offerto privilegi. Si potevan dare due cose: o la sua fama di spietatezza era usurpata e lui era in realtà un uomo tranquillo e buono, oppure era ciò che si diceva fosse ed era persuaso che fossi suo figlio. Io, in ogni caso, lo odiavo come l’avevo sempre odiato. E non sapevo resistere alla tentazione di farglielo capire ad ogni sguardo e ad ogni singola parola.

«Rimarrò in piedi», risposi, «così mi parrà d’abbreviare il colloquio».
Presto o tardi sarebbe accaduto, ne ero certo. Era fatale che, a furia di provocarlo, una volta o l’altra perdesse la pazienza. In fondo era ciò che stupidamente desideravo. Bene, quella fu la volta. Perse decisamente la pazienza. Ma non lo diede a vedere nei modi: si alzò lentamente, mi si avvicinò e pacatamente, con voce gentile, sussurrò:

«Questo colloquio durerà fin tanto che io non avrò deciso che termini. Tu ti siederai su quello scranno e rimarrai seduto lì fin tanto che io non avrò deciso che tu ti alzi. E non farai le tue bizze da puttanella isterica fin tanto che io non avrò deciso che puoi farle. Il ché forse non accadrà. Almeno per oggi. Se invece preferisci fare a tuo modo, mi corre l’obbligo di rammentarti che non hai con te le tue ormai famose francische da lancio. E che ti sarebbe difficile, qualora anche le avessi, colpire tutti e quattordici gli arcieri che hanno in questo preciso istante una freccia puntata sul tuo cuore. Per non dire degli uomini che stanno, sempre in questo preciso istante, montando di guardia davanti alla tua porta, e si assicurano che a tua moglie non accada nulla».

Detto questo, e senza aspettare reazioni da parte mia, mi voltò le spalle e tornò adagio a sedersi sul trono. Ero agghiacciato, naturalmente: il suo accenno a mia moglie mi aveva pietrificato. Ed ero certo che davvero i suoi uomini fossero davanti alla porta di Rötrud. Con un’occhiata alla mia destra ed una alla sinistra, avevo notato che gli arcieri c’erano veramente e che avevano davvero incoccato le frecce. Dio, quanto lo odiavo! Un giorno, pensavo, ti sgozzerò come si fa di un verro. Ora taccio ed obbedisco, pensavo, ma un giorno ti sgozzerò come si fa di un verro. E sai che disse lui, frate? Disse:

« Forse un giorno sarai in grado di tagliarmi la gola come ad un porco. Pare che un’idea del genere ti solletichi. Ma fino ad allora, le sole cose che puoi fare sono tacere ed obbedire di buon grado. Credo che alla fine non ti dispiacerà. »
Ti confesso, frate, che non potei fare a meno di ammirarlo. Lo odiavo più che mai, ma l’acutezza dei suoi pensieri mi colpiva. Era di certo crudele come si diceva, era di certo spietato come si diceva, aveva di certo commesso le terribili nefandezze che si diceva avesse commesso. Ma non era il padrone assoluto di Aquitania, Austrasia, Neustria, Burgundia, Alamania, Svevia, Bavaria e di chissà quante altre terre, senza che vi fosse una ragione. Senza una ragione che andasse oltre il sangue ereditato dal Malfattore Giusto.
Sicché, ingoiai il rospo e dissi:

«Che cosa devo fare, dunque?» Lui annuì a lungo, poi rispose:

«Raggiungerai i Longobardi nelle terre degli Itali. Si chiamano ancora così, malgrado gli Itali rimasti siano ormai pochi. Sai dove si trovino?»
Agitai un braccio e risposi:

«So che sono oltre le grandi montagne bianche, a levante e da meridione di qui. Nient’altro.»

«Non v’è altro da sapere. E nessuno dovrà nemmeno immaginare che sei laggiù. Niente insegne, niente nomi, nessuna gloria. In molti stanno disputandosi quel trono. Colui che lo deve occupare si chiama Liütprand. Sarà lui a portare la corona forgiata con i chiodi della Santa Croce. E tu lo aiuterai, ma in assoluto segreto. Ufficialmente noi siamo i difensori della Chiesa fin dai tempi del primo Clovis, e l’ultima cosa che dovremmo fare è schierarci a fianco di un Longobardo di cui nessuno conosce ancora le intenzioni precise. Forse combatterai contro i Bizantini o forse contro il Papa. Sarà il Longobardo a decidere. Non escludo che tu debba batterti contro entrambi. Forse perfino contro una parte dei Longobardi stessi. Per tenercene fuori, io provvederò ad inviare vibrate proteste a destra ed a manca per la proditoria aggressione. Guiderai un esercito di Neustria e Burgundia. Chiamarlo esercito è forse troppo, perché è composto per la maggior parte da bifolchi. Ma i pochi guerrieri veri sono assai valenti e, tra di essi, godi di grande fama. Rammentano ancora la tua impresa in Aremorica ed hanno saputo del tuo valore nella guerra degli Alamani. Attento, però: non hai mai condotto schiere tanto vaste. Sono oltre venti mila uomini. Dovrai imparare cose nuove, e dovrai impararle seguendo solo il tuo buon senso, perché non ci sarà nessuno ad insegnartele. Come nutrire una moltitudine di quel genere… Come fare in modo che ogni arciere abbia sempre la faretra colma, che ogni lanciere possieda una lancia, e così via. Non è cosa da poco, credimi».

Cercando di non dare tono di polemica alle parole, dissi:
«Capisco. In passato qualcuno si occupava di queste cose anche in vece mia, ed io non ho mai apprezzato il vero valore di questo compito. Lo svolgeròcome vuoi. Anche se occuparsi di vettovaglie non è cosa che dia troppo onore».

Ormai non v’era più alcun attrito, fra noi. Chi parlava non era Pijen, o Charal: quello era il dialogo tra il Major ed il comandante del suo esercito, che disquisivano di cose di guerra. Mio padre rispose:

«Ero io stesso ad occuparmi di tutto questo, mentre la tua fanteria avanzava carica di gloria. Tocca al comandante supremo, il compito. Le guerre si vincono a questo modo. I gesti eroici nutrono il cuore dei guerrieri, i carri di frumento nutrono il loro stomaco. Ed il secondo conta assai di più. La gloria di un guerriero viene dal vincere in tenzone. Quella di un comandante viene dal vincere in battaglia. Quella di un condottiero, dal vincere la guerra».
Aveva tutte le ragioni. Provai ad immaginare il duello tra un mediocre guerriero ben nutrito ed un grande eroe cui tremassero le gambe per la fame e che combattesse a mani nude perché le sue armi erano finite durante la battaglia precedente. E la conclusione che ne trassi è ovvia anche per un pacifico frate, credo.

Quando Pijen il Grosso parve aver terminato le sue raccomandazioni e le sue istruzioni… Dove avrei dovuto raggiungere l’esercito, quando sarei dovuto partire, dove avrei dovuto congiungermi con i Longobardi, a chi avrei dovuto rivolgermi una volta là per trovare codesto Liütprand… E poi ancora, quanta ragione concedere ai miei alleati, quanta pretenderne da loro… E cose di questa natura….Quando ci fummo accordati su tutto ciò, chiesi:

«Che si sa dei Demoni dalla pelle nera, ad occidente?» Lui fece una smorfia e rispose:

«Nulla di buono. Ma per ora non è tempo di occuparsi di loro. Vedremo. Quando avremo compreso meglio chi siano, che cosa siano, se siano davvero una minaccia, affronteremo l’argomento. Prima devono vedersela con i Visigoti. Per il momento costoro paiono turbati dalla stranezza dell’evento, ma presto reagiranno. I Demoni neri saranno pure mostri sanguinari, ma nemmeno i Visigoti sono violette del pensiero. Io lo so bene. Staremo a vedere come va a finire».

Poche settimane più tardi, alla luna nuova, stavo valicando le grandi montagne bianche, alla testa di un esercito smisurato, che si sarebbe congiunto con un altro smisurato esercito una volta raggiunta la grande pianura a sud, nelle terre degli Itali.

Credo che sia il caso di interrompere, frate. E’ ormai molto che parlo ed ho la lingua asciutta. Inoltre, la mia schiena scricchiola come se leossa fossero d’un buon vecchio legno.
Sei mai stato in quelle terre? Nelle terre degli Itali? Mhm, un posto strano, ma non privo di fascino. Un posto dove sarebbe anche gradevole vivere, se non fosse piagato da un calore opprimente, che non dà tregua nemmeno la notte e che toglie ogni energia. E da insetti grossi come uccelli rapaci.

Ricordami di parlartene, domani.

Buona notte. Anche a voi due.

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Aran de Le Aean:
Hai l’aria stanca, Signore di Herstal.

Charal di Herstal:
Non fa niente. Voglio parlarti dei Longobardi.

Valicare le grandi montagne non fu troppo disagevole. Gli esploratori conoscevano quei territori come se avessero compiuto quel tragitto in migliaia di occasioni, e non commisero alcun errore, permettendoci di raggiungere l’altro versante in una dozzina di giorni. Contrariamente alle previsioni di molti comandanti di truppa, nemmeno attraversare il territorio dei Frisoni con una tal moltitudine di uomini causò problemi. Avevo fatto preparare scorte d’armi di gran lunga superiori alle necessità prima della partenza, e le razzie dei villaggi per procurare il cibo erano state fatte prima di raggiungere le pendici dei monti, nelle nostre stesse terre. Ciò implicava che dovessimo rallentare la marcia a causa dell’infinita fila di carri che ci portavamo appresso, ma noi non avevamo alcuna premura. I Frisoni si avvidero del nostro passaggio, non era possibile evitarlo: ma noi li lasciammo in pace e loro lasciarono in pace noi. Non si attacca senza motivo un esercito di venti mila uomini, anche se lento e sfilacciato come il nostro. Sicché, quando le retroguardie avevano da poco varcato i confini della contea bavara e prendevano a salire, le nostre prime staffette erano già in vista della grande piana e stavano scendendo. Quando era possibile, salivo su un’altura e rimanevo ore intere adosservare lo spettacolo superbo che scorreva sotto di me. I soldati esperti erano stati sapientemente mescolati ai villani, ai bovari ed ai pecorai, e questi ultimi imitavano quanto più fosse possibile i veterani, portandosi da veri guerrieri. Ogni gruppo aveva i suoi vessilli, che indicavano ora la tribù di provenienza, ora il paese nel quale erano stati reclutati, ora la scuola nella quale erano stati sommariamente addestrati. E le insegne consistevano di splendide stoffe variopinte così come di modeste pelli d’animale issate su un ramo d’albero. Tutto questo a perdita d’occhio, in una direzione e nell’altra. Quanto sarebbe costato, mi domandavo, dotare ogni singolo uomo di vere armature a piastre, riccamente decorate di preziose tuniche? E quale effetto avrebbe prodotto sul nemico un esercito di ventimila uomini rilucenti d’armatura e rutilanti di colore? Ciò avevano fatto i Romani settecento anni prima contro di noi: ci avevano battuto più nell’estetica che non nel valore, o nel coraggio. Come avrebbero potuto animali come noi, coperti di vello di capra ed armati di mazze lignee, competere con schiere di uomini sapientemente istruiti di battaglia, dotati d’asce e lance costruite da mastri armaiuoli, ciascuno più elegante del più ricco dei Re, che arretravano quando t’aspettavi che avanzassero, avanzavano quando pensavi arretrassero…. Che si muovevano quando avrebbero dovuto fermarsi, si fermavano quando era logico avanzassero… Guerrieri eterni contro soldati provvisori. Come avremmo potuto vincere?

Mi sarei ricordato di questo concetto, anni dopo. La guerra eterna contro la provvisorietà.
Ad ogni modo, un esercito in marcia, un esercito potente, è uno spettacolo esaltante, frate. Ed il sapere che risponderà ad ogni tuo capriccio non meno che ad ogni tuo ordine, comunica un senso di potenza difficile da contenere. Quando mi era stato fatto il comitatus, il giorno prima della partenza, un lungo brivido mi era corso lungo la schiena: nel momento in cui venti mila uomini avevano gridato all’unisono Ga ga gihu gahelia wiju big, che significa pressappoco La rovina urlante io consacro alla lancia, s’era alzato un tal boato che gli uccelli erano volati dai rami degli alberi ed i cani avevano abbaiato ed ululato credendo vi fosse un terremoto.

Ma sto divagando, perdonami.

Eravamo alla fine della primavera quando, dilagando nella pianura, giungemmo in prossimità di Papia, la città dove pensavamo di congiungerci con le truppe di Liütprand. Feci disperdere l’esercito nel raggio di molte miglia, cercando di dare il meno possibile nell’occhio, poi sguinzagliai spie che parlassero con accento longobardo in ogni direzione.

Dopo tre giorni, Liütprand venne da me.

Era un giovane pressappoco della mia età, alto, eretto, dal portamento nobile… Forse un po’ troppo sicuro di sé. Un uomo notevole, comunque, dall’aria intelligente e schietta.
Ci intendemmo alla prima occhiata, prima ancora d’aprir bocca. A farlo per primo, ad aprir bocca per primo, fui io. Srotolai una pergamena preparatami alla partenza e lessi:

«Ti saluto a nome del Major domi d’Austrasia, di Neustria, di Burgundia e d’Alemania, nonché a nome dei principi di Cambrai, di Yssel e di Paris, nonché a nome dei duchi d’Aquitania, di Bavaria, del Rhedae, di Tolosa e di un accidente che se li spacchi tutti quanti».
Dopodiché gettai lontano la pergamena e continuai:

«Non so leggere. Quello che ho detto l’avevo mandato a memoria per impressionarti. Ed ho scordato chissà quanti nomi». Lui scoprì una chiostra di denti bianchissimi in un sorriso divertito, poi prese a ridere sommessamente ed infine proruppe in una risata così forte che una mia guardia entrò nella tenda a controllare che stesse succedendo. Io attesi mugugnando che avesse finito, poi proseguii nel cerimoniale:

«Sono Charal di Herstal. Vengo per aiutarti a salire sul trono. Ho un esercito di ragguardevoli dimensioni, sparpagliato per miglia qui intorno».
Lui scuotè il capo, sorridendo ancora. Poi, parlando perfettamente la mia lingua con leggero accento aquitano, rispose:

«So bene chi sei. Ti aspettavo. E considero una grande fortuna, oltre che un grande privilegio, averti come amico e come ospite. Sempre ché tu gradisca le due cose. La tua fama ti precede, Herstal delle francische: non pensare che ridessi di te. La schiettezza dei tuoi modi era ciò che mi divertiva».
Lo squadrai attentamente poi, resomi conto che parlava seriamente, commentai:

«Beh, se sai governare, anzi in questo caso regnare, come sai esser diplomatico, il mio aiuto non ti servirà!»
Lui fece roteare il mantello che portava sulle spalle, lanciandolo lontano, poi rispose:

«Oh, sì che servirà! Da queste parti, troppi hanno dato fondo alla propria arte diplomatica, ed il risultato è una situazione in cui tutti hanno qualcosa da perdere e nessuno ha nulla da guadagnare. Papa Gregorio terzo vuole sottrarre Ravenna ai Bizantini ma non vuole combattere. L’Esarca bizantino vuole tenersela e pretende aiuto dai Longobardi del nord. I Longobardi del nord vogliono sottrarre Roma a Gregorio per unificare i ducati del sud. E i duchi del sud vogliono eleggere a nord un Re longobardo scelto da loro. E questa è solo una descrizione riassuntiva ed assai semplificata della situazione. Le cose sono in realtà di gran lunga più complesse. La diplomazia ha fatto il suo tempo. Ora occorrono le armi. »

Divenimmo amici, Liütprand ed io. I nostri diversi temperamenti ci univano, e ci univano gusti simili riguardo alla vita. Certo lui mangiava più elegantemente e meno rumorosamente di me, ma la quantità di cibo che ficcava nello stomaco era la stessa. Certo, quando beveva, non ruttava mai con decisione, preferendo emettere una specie di soffio silenzioso, ma la quantità di vino era la stessa. Certo, quando facevamo venire due o tre baldracche nelle nostre tende, lui si rivolgeva loro come a regine, senza mai sculacciarle o gridar loro epiteti volgari, ma la quantità di baldracche era la stessa.

Mi ci volle parecchio tempo per comprendere la situazione.
Ma quando ritenni d’esser pronto, agii con efficacia.
Liütprand comandava un forte esercito longobardo del nord, mentre decine di altri comandanti guidavano gruppi ostili a lui ed ostili fra loro, più o meno forti. E tutti avanzavano la pretesa di salire al trono. Liütprand avrebbe agevolmente potuto prendersi la corona con la forza, ma temeva che muovere contro eserciti formati da gente del suo stesso popolo, avrebbe esposto tutti al pericolo di un attacco esterno. Temeva che, mentre i longobardi erano impegnati a scannarsi tra loro, i Bizantini attaccassero Roma o viceversa. Oppure che i duchi attaccassero i Bizantini, o che Roma attaccasse i duchi. O che, peggio ancora, tutti costoro si accordassero ed attaccassero i Longobardi del nord annientandoli, per poi spartirsene i resti. Io dovevo garantire una sorta di immobilità all’esterno, affinché lui potesse risolvere le sue questioni interne.

Condussi l’esercito in una lunga e faticosa spedizione attraverso i monti che spaccano in due la penisola degli Itali. Un cammino massacrante che doveva condurci a Roma. Occorreva evitare le ancora buone strade romane per non farci avvistare e poter cogliere l’esercito di Gregorio di sorpresa, ma non era facile, poiché le strade romane erano le sole strade. Le uniche che sfruttassero i valichi. Procurare cibo per venti mila uomini in quella desolazione rocciosa era impresa non comune, tenere compatto l’esercito era impresa non comune, evitare che il malumore e le defezioni prendessero il sopravvento era impresa non comune.

Raggiungere Roma fu impresa non comune. Ma in qualche modo riuscì.
Avevamo insegne longobarde ed i miei uomini, tutti e ventimila, avevano tagliati i capelli ad imitazione dei guerrieri longobardi, cortissimi sulla nuca e con lunghi ciuffi che coprivano la fronte. Sicché, quando ci affacciammo sui crinali dei colli attorno alla città, i soldati del Papa pensarono d’essere attaccati dai Longobardi in forze. Probabilmente pensarono che tutti i Longobardi del nord avessero trovato un accordo, che si fossero uniti alle forze dei diversi ducati del sud e che ora fossero là, pronti a sterminarli. E si chiusero a riccio. Vedemmo un frenetico via vai di staffette a cavallo, poi l’esercito di Gregorio si raggomitolò attorno alle mura.

Ma non attaccai. Feci disporre quindici mila uomini attorno alla città e, con gli altri cinque mila, proseguii verso sud.
Questa volta il cammino fu più agevole, oltre ché più breve. Attestai gli uomini sulle rive di un fiume chiamato Vulturnum, disseminati per molte miglia, e lasciai loro il compito di fermare ogni armato che volesse salire a nord, poi risalii a Roma.

Qualcuno mi porti della birra! Ti annoiano, frate, tutte queste descrizioni di guerra? Eh, sì. Credo proprio di sì.

Aran de Le Aran:
Mi annoiano, è vero. E ne comprendo solo poche parti. Ma se tu credi che siano utili al Vescovo Wynfrith, allora racconta ancora. Pazienterò.

Charal di Herstal:
T’ho già detto che non parlo per lui, ma per te! Va bene, ti dirò solo l’essenziale della guerra. Quando raggiunsi l’esercito, nulla s’era mosso. Non era inconsueto che un esercito attendesse molto tempo prima di sferrare l’attacco. Ma quasi una luna era trascorsa da quando ci avevano avvistato, ed i soldati di Gregorio di certo ritenevano imminente lo scontro. Invece riportai l’esercito verso nord e attestai cinquemila uomini lungo l’Arnum, con un compito eguale a quello che avevo assegnato agli uomini di guardia al Vulturnum: nessun uomo che avesse anche solo un forcone, doveva passare il fiume. Stavo tenendo in stallo l’intera penisola.
Non ho idea di che cosa sarebbe accaduto se i duchi longobardi del sud avessero davvero voluto attaccare Roma. Né so con certezza che cosa sarebbe accaduto se i soldati del Papa avessero voluto davveroassalire Ravenna. O Papia. Probabilmente sarebbero riusciti a superare i miei sbarramenti. Ma in quali condizioni i loro eserciti avrebbero raggiunto l’obiettivo? A tutti conveniva restare immobili. Ai duchi per questione di forza e di tempo: prima di racimolare un unico esercito capace di superare i miei cinquemila armati sarebbero passati anni. Ed al Papa per questioni di opportunità. Ed inoltre i suoi armati stavano probabilmente ancora tirando profondi sospiri di sollievo e stavano domandandosi che cosa fosse accaduto.

Rimaneva una sola cosa da fare. Portai dieci mila uomini, dieci mila uomini, frate, hai idea di quanti siano dieci mila uomini? … Portai dieci mila uomini ad accerchiare Ravenna. Anche all’Esarca bizantino di Ravenna conveniva restare immobile, ora. Se anche uno solo dei suoi armati avesse sfiorato un’arma, lui sarebbe stato espunto dalla storia.

Ora si trattava di attendere le mosse di Liütprand, ed insediai un campo stabile a meridione del Padus, dove il grande fiume si trasforma in un acquitrino e prende a contendere la terra al mare. Un luogo giallastro, così umido che v’è nebbia anche in estate piena. Un posto infame. Una specie di grande nulla, popolato solo da strani grossi uccelli dalle lunghe zampe e da insetti tenaci e fastidiosi.

Quel mare, il mare dei Tusci, era il secondo che vedevo con i miei occhi. Avevo vissuto quattro anni sulla riva del Mare Verde, su a nord ed era assolutamente diverso. Una scogliera immane, altissima e frastagliata da profonde insenature che si inoltravano per miglia nell’entroterra. Avevo solo sentito parlare del Mare Interno, che veniva descritto come una sorta di miniatura dell’altro, con scogliere simili ma assai meno imponenti ed onde meno alte e violente. Ed avevo appreso che il mare interno era lo stesso che bagnava Roma, ma che lì, in quella zona, non si infrangeva più contro alcuna scogliera: li finiva semplicemente su una pianura sabbiosa o si mescolava ad una palude. Durante l’azione contro Papa Gregorio ero giunto a non più di sei o sette miglia dalle sue rive ed il mio cavallo aveva immerso le zampe in una fanghiglia che era quasi mare.

Ora apprendevo che ve ne fosse un altro. Un altro piccolo mare. E lo vedevo davanti a me, affatto diverso dal roboante Mare Verde del nord e simile invece ad uno sterminato stagno salato. Le leggende sostenevano che tutti i mari fossero in definitiva un unico mare, unendosi alfine l’uno con l’altro in qualche luogo lontano. Ma, pur essendo io incline al ritenere che tutte le leggende nascono sulla verità, codesta mi parve una fandonia.

Il tempo trascorso là mi parve infinito. Nulla v’era di interessante, nulla accadeva di singolare. E nulla faceva l’esercito dell’Esarcato per movimentare le nostre giornate. Non ne avevano motivo, peraltro: il nostro accerchiamento era assai largo e blando, occorrendo solo che loro non marciassero in forze verso Papia. Per il resto consentivamo loro di fare ciò che avevano sempre fatto. Permettevamo che entrassero e uscissero a piacimento dalla città, limitandoci asorvegliare da lontano le carovane un po’ più lunghe. E nulla accadeva mai.

L’unico diversivo fu rappresentato da una visita di Liütprand, verso la fine dell’estate. Le sue truppe stavano abilmente inducendo i mille gruppuscoli avversari ad addensarsi in non più di due luoghi onde attaccarli. E ci stavano riuscendo assai bene, con agguati notturni e finte aggressioni, ma era questione lunga e di pazienza infinita. Il caldo era ancora opprimente e lui giunse alla mia tenda sudato e stremato. Disse subito:

«Ti prego, amico mio, fammi subito spogliare questi panni ed accompagnami a fare un bagno. Mi sento appiccicoso come la lingua di un bue.»
Non mi ero mai tuffato in un mare. Né avevo mai pensato di farlo, così come avevo sempre creduto che l’unica ad immergersi nell’acqua salata fosse stata la madre di Re Merovech. Chissà perché, non mi era mai venuto a mente che i marinai vi si tuffavano probabilmente da sempre.Ti sei mai immerso in un mare, frate? E’ una sensazione gradevole. E’ come farlo in un normale corso d’acqua, naturalmente, ma il mare è salato. E le onde ti trasportano piacevolmente sull’arenile rivoltandoti come fanno di ogni cosa che trovano. Galleggiavo, nudo come un verme, con addosso solo la pietruzza del Wyrdherr, e pensavo ad Alpaide, mentre il mare dei Tusci mi cullava languidamente e cullava altrettanto languidamente Liütprand, a poche braccia di distanza. Dove poteva essere finita la mia dolce madre? Quale poteva essere il suo aspetto, se poi era ancora viva? Anche Alpaide mi aveva parlato del mare qualche volta. Quando? Ah, certo, mi aveva narrato sovente di un mare detto di Galilea. Là gli Apostoli di Gesù Cristo avevano compiuto una pesca prodigiosa. Là Gesù aveva chetato una tempesta con un solo sussurro. Là Gesù aveva camminato sulle acque. Ed anche in un’altra occasione Alpaide m’aveva parlato del mare: vi si era immersa la madre di Re Merovech, benché non riuscissi a ricordare che cosa fosse accaduto dopo. Poi d’improvviso mi tornò a mente il suo racconto ed, a quel pensiero, schizzai fuori dall’acqua, corsi sull’arenile e raggiunsi le due asce che portavo sempre con me. Liütprand mi guardò stupito e mi gridò:

«Che sta succedendo? Ci assaltano?»
E, dopo aver gettato uno sguardo tutt’attorno, gridò ancora:

«Non vedo nessuno. Non c’è nessuno nel raggio di miglia! Che cosa hai visto?»

Gli gridai:
«Non qui. Lì. In acqua. Esci, presto!»

Ora Liütprand stava in piedi, immerso fino al petto e scrutava il mare. Poi col braccio fece un segno negativo, si girò verso di me e gridò:

«Non vedo nessuna imbarcazione. Hai le traveggole?»
Ma io insistevo con ampi gesti che uscisse e, pur perplesso, mi accontentò. Quando fu sulla terra chiese premurosamente:

«Sei certo di sentirti bene? Che cosa t’ha spaventato a questo modo, avevo avuto l’impressione tu fossi un eccellente nuotatore».
Lasciai cadere le armi e risposi:

«Sono un eccellente nuotatore. Fin da piccolo. Ma non abbastanza da affrontare disarmato un bestea Neptuni Quinotauri similis nel suo elemento!»
Liütprand non disse nulla. Continuò a fissarmi, da sopra una spalla gettò un’occhiata al tranquillo mare dei Tusci, assolutamente deserto, e mi fissò ancora. Pensai non avesse compreso il nome della bestia. Dopotutto l’avevo detto in latino. Così precisai:

«Un Quinotauro marino!»
Lui annuì convinto. Si allacciò sommariamente un drappo attorno alla vita e rispose:

«Sicché hai scorto un Quinotauro marino. Allora, credo si possa dire che tu m’abbia appena salvato la vita!»
Aveva usato un tono strano, quasi mi stesse canzonando. Risposi:

«Non ho scorto un Quinotauro. M’è semplicemente venuto a mente che potrebbe esservi un Quinotauro.»
Mi mostrò le palme delle mani e continuò:

«Ora non sottilizzare. Ho di sicuro corso un grave pericolo. Certo, per comprendere quanto grave fosse il pericolo, gioverebbe tu mi dicessi che cosa sia mai un Quinotauro marino. Faresti questo per me?»
Era così, Liütprand. Si nascondeva dietro il suo fare compassato ed io non riuscivo mai a capire quando parlasse seriamente e quando celiasse.
La sera stessa, nella mia tenda, parlammo a lungo e di argomenti diversi. Lui seguitava a rigirare tra le dita ed a rimirare con aria trasognata un monile trovato chissà dove, ed infine disse:

«Non è magnifico? A volte penso che nelle mani di certi uomini vi sia qualcosa di sovrannaturale. Qualcosa che va oltre l’uomo stesso. Guarda con attenzione questo bracciale».
Presi il monile che mi porgeva e lo studiai con attenzione. Era sicuramente bello, e sicuramente era occorsa davvero molta perizia nel forgiarlo e nell’incastonarvi le pietre. Ma più di questo non vitrovavo. In fondo non era che un bracciale e non mi sentivo certo rapito quanto lui. Rendendoglielo dissi solo:

«Bello davvero. Pensi di regalarlo a qualcuna delle tue puttane? »

Si contrariò:
«Vuoi scherzare, spero! Un oggetto di quella fattura ad una puttana? Non molte regine sarebbero degne di un gioiello simile! Hai osservato la regolarità perfetta con cui sono disposte le pietre? Il gioco del colore delle pietre stesse? Dal blu profondo a sfumare verso lo smeraldo chiaro? Ah, magnifico. Eppure, se conoscessi come conosco io l’uomo che l’ha fatto… Non ci crederesti mai. Non crederesti mai che un omuncolo siffatto sia stato capace di…Di questo!»

Amava le cose raffinate, non v’era dubbio, ed in esse sapeva vedere sottigliezze e sfumature che a me, come a molti altri, sarebbero sfuggite.
Poi il discorso si spostò su argomenti per me più interessanti e meno imbarazzanti. Lui aveva snocciolato una sequela di invettive contro l’inettitudine di Papa Gregorio quando gli domandai:

«Ho visto da vicino l’esercito di Roma: è ben poca cosa. E tu mi dici ora quanto lui stesso sia esitante, privo di polso ed incapace di decisioni ferme. Da dove viene dunque la potenza di Roma? Nelle mie terre la Chiesa viene considerata importante quanto i tuoi eserciti, e non v’è decisione che si possa prendere senza tener conto della sua posizione. Tu stesso potresti cancellarla in breve tempo, se volessi. Un attacco deciso, rapido, spietato. Un solo profondo colpo al cuore. Ed invece…»
Lui meditò qualche istante prima di rispondere:

«La potenza della Chiesa risiede nella nostra cristianità. La Chiesa è Dio. Rappresenta il Dio nel quale crediamo».
Insistetti:

«E pure in qualche modo stiamo entrambi combattendo contro di lei. Pare che la sfidiamo e, al contempo, ci auguriamo di perdere. O, quanto meno, che ci dispiaccia vincere. Credo che non riuscirò mai a capire ».

«Un’analisi acuta, amico mio. Forse le cose stanno proprio in questo modo. La Chiesa non ha un suo castello. Non vive in un solo, preciso luogo. Il Papa sta a Roma e il territorio della Chiesa parrebbe Roma. Ma i suoi vescovi, i suoi preti, frati, monaci, diaconi… Costoro vivono in tutto il mondo. Ovunque nel mondo vi sono cattedrali, chiese, conventi, monasteri. E la gente va in quei posti a pregare Dio. Il nostro Dio. Anche tu ed io, se desideriamo pregare, andiamo lì. Tu te la sentiresti di lanciare una delle tue asce contro un prete? Di far bottino in una chiesa? Conosci uno dei tuoi soldati che sarebbe capace di affondare la spada nel petto di un monaco senza temere d’incorrere nell’ira di Dio? E dunque noi combattiamo contro un Papa che agisce contro i nostri interessi inducendolo a ritirarsi da questa terra o da quest’altra, ma nel nostro cuore temiamo il Dio che egli, forse indegnamente, rappresenta. E temiamo d’offendere la fede che il nostro popolo ha in quel Dio. Se anche noi fossimo assolutamente atei, ed io non conosco nessuno che veramente lo sia, dovremmo fare i conti con i nostri sudditi. Se un Re non tiene in conto i suoi sudditi, non regnerà a lungo. I sudditi sono i veri padroni dei Re. Anche se a volte pare l’opposto, è proprio così. Perché è in loro nome che agisce. Pensa per un attimo al tuo Major: da quel che so di lui non è uomo dalle mani delicate. A differenza di me, o di quale tu voglia altro Re longobardo, non ha a che fare con un solo popolo, ma con dozzine di popoli diversi tra loro. Ed usa il pugno di ferro per fare di tutte quelle genti un popolo. Reprime rivolte, uccide senza pietà i facinorosi, castiga chiunque si opponga al suo disegno. Ma quale altro è codesto disegno se non far di essi un unico grande popolo? Orbene immagina che riesca nel suo intento. Che tutte le tribù su cui governa parlino un giorno un’unica lingua e si sentano un’unica gente. Ed ora immagina che il Major decida di privarli del loro Dio. Che uccida ogni vescovo ed ogni prete, che usi le chiese come stalle ed i conventi come caserme. Che accadrebbe?»
Pareva assai sensato quel suo parere. Ed io non volevo contraddire Liütprand, quindi mi limitai ad annuire e tacqui. Tuttavia non ero del tutto convinto. Non v’è nesso alcuno, pensavo, tra il prete che aiuta il contadino a parlare al suo Dio e l’abate che riscuote le prebende e che affama i villani dei suoi possedimenti terrieri, vasti come quelli dei Principi. Un giorno, mi ripromisi, avrei ripensato a questo. La Chiesa reggeva con la mano destra la Croce, tenendola bene in vista, mentre nascondeva dietro la schiena lo scudiscio che portava nella mano sinistra.

Liütprand si alzò, andò a versarsi del vino e suggellò quel discorso:
«Il popolo è il vero padrone del Re. Ricorda questo, amico mio»-
Con ogni probabilità non stava pensando al mio popolo, bensì al suo. Poi cambiò radicalmente argomento:

«Ed ora, dimmi che cos’è un Quinotauro. Già so qualcosa, al proposito, ma vorrei m’aiutassi».
Nella certezza che stesse di nuovo menandomi per il naso, domandai di contro:

«Ah sì? E che cosa sai?» Ma lui pareva serissimo:

«So quanto m’hai detto! Che esiste il Quinotauro di terra, ad esempio. Dal momento che hai precisato che quello di stamane poteva essere marino, ho arguito che ne esista anche uno di terra. E, perché no, uno di cielo. Esiste anche quello volante?»
Feci una smorfia e risposi:

«Divertiti pure, cinico Longobardo. Tra poco, ne sono certo, sosterrai che non esistono neppure i draghi. E che non esistono i Demoni dalla pelle nera. Ed io sarò tentato a crederti. Sai essere assai persuasivo, con questo tuo modo canzonatorio. Ma io sono certo che tutto ciò è pura verità. Del drago ho udito io stesso il verso terrificante, e ne ho seguito le impronte enormi per un giorno intero. E quanto ai Demoni neri, una mia ascia ne ha quasi diviso uno a metà. E l’ho scaraventato giù da una scoglieracon queste stesse braccia. Ora, se esistono gli ultimi due, perché non potrebbe esistere il primo?»
Liütprand alzò le sopracciglia, bevve un sorso di vino, soffiò anziché ruttare, poi domandò:

«E che aspetto avrebbe?» Risposi:

«Questo nessuno lo sa. Per la precisione, io non lo so. Ed inoltre, per citare esattamente la storia, la bestia marina sarebbe solo simile ad un Quinotauro. Me ne parlava sovente mia madre, che io non annovererei tra le bugiarde. Ed è una storia assai conosciuta dalle mie parti, perché ha a che vedere con il Santo Sangue dei Re primogeniti. Un sangue dalle facoltà magiche. »
Ora Liütprand pareva davvero interessato:

«Pensavo che da voi i Re non regnassero più!» Con pazienza spiegai:

«Non è proprio così: i Re regnano ancora, ma non governano. A questo provvedono i Majores domi. Sia gli uni che gli altri si tramandano ereditariamente un sangue speciale. I Re, solo i primogeniti, si tramandano il Sangue del Re dei Re. E , come t’ho detto, questo conferisce loro poteri sovrumani. I Majores primogeniti, invece, portano il sangue dell’uomo che venne crocefisso alla destra di Gesù Cristo. E ciò dovrebbe conferire loro saggezza, bontà e giustizia. Ora, se vuoi che ti dica il mio parere, è verissimo che i Re primogeniti siano Magi; e forse, dico forse, è vero che i Majores siano saggi. Però sono certo che non siano per nulla giusti. E meno che mai, buoni. Per lo meno questo major non lo è di certo».

Liütprand pareva spazientito:
«E tutta questa storia che cosa ha a che fare con il Quinotauro?»
«Fu il Quinotauro marino a conferire a Re Merovech il Sangue Divino. Quando la madre era già gravida, andò a farsi un bagno in mare, come noi stamane. Dall’acqua uscì un mostromarino e la violentò ingravidandola nuovamente. Merovech era dunque figlio di due padri: di un Re sicambro e di una misteriosa creatura venuta dal mare. Ed il sangue ereditato da questa creatura era il Sangue di Gesù. Nessuno sa spiegarsi come, ma è così. Il sangue di Merovech passò ad una altro Merovech, poi via via ad altri primogeniti, fino a Dagobert, che pare fosse dotato di poteri inimmaginabili. Dopo l’omicidio di Dagobert sono saliti sui vari troni solo Re di rami cadetti, ma si dice che il Santo Sangue scorra ancora e che un giorno un Re primogenito tornerà a regnare. La storia è questa. No so descriverti l’aspetto del Quinotauro, quindi. Quel che so è che una creatura simile ad un Quinotauro venne dal mare molti anni orsono. E null’altro.» Liütprand torse la bocca, poi commentò:

«Mi pare solo un’ingarbugliata, orribile bestemmia. Come poteva il Sangue Divino scorrere nelle vene di un mostro? E come sarebbe giunto fino ai Majores il sangue del crocifisso a destra di Gesù?»
Annuii e risposi:

«In molti si son posti le tue stesse domande. E pure i Re primogeniti sono Magi, su questo non vi sono dubbi.»
Lui scuotè il capo con decisione e disse:

«Tra l’essere Magi ed avere il Sangue Divino nelle vene, passa molta differenza!»

All’apparenza i suoi dubbi erano legittimi. Ma io credevo a questa storia, pur con tutte le sue lacune. Era una storia d’Alpaide, ed Alpaide non aveva mai mentito o raccontato fiabe. Era una cosa nella quale avevo sempre creduto, e non sarebbe stato semplice convincermi del contrario. Dissi:

«Posso solo ripeterti ciò che ho già detto: se esiste il drago e se esitono i Demoni dalla pelle nera, perché non potrebbe esistere il Quinotauro, o una sua variante marina?»
Liütprand parve accorgersi che il suo cinismo m’offendeva, e divenne accondiscendente:

«In questo potresti aver ragione. Se escludiamo la storia del Sangue e pensiamo solo ad una bestia chiamata Quinotauro, allora potresti aver ragione. Anche mio padre sosteneva d’aver inseguito un drago per mesi. Tutto il resto, perdonami, pare più una leggenda che nasconda significati diversi. E quanto ai Demoni neri, qui nella terra degli Itali sono più numerosi degli Itali stessi. Fanno scorrerie da centinaia di anni su queste coste. Ma non sono Demoni. Sono uomini. Comunissimi uomini, solo più scuri di pelle. Alcuni sono davvero neri: quelli dal naso largo sono decisamente neri. Ma perlopiù essi sono mori. Così si chiamano: Mori. Vengono da sud. Da oltremare. I Romani li combattevano già prima della nascita di Nostro Signore. Nel vostro fatato isolamento di ghiaccio non ne avete mai udito parlare, ma quaggiù sono una cosa comune. Sono tormentosi e comuni come questi maledetti insetti.»

L’indomani Liütprand tornò alla sua guerra.
Ed io al mio assedio interminabile.
Ciò che era stato detto sul potere della Chiesa seguitava a tormentarmi come pensiero fisso. Mi domandai se Pijen il Grosso fosse della stessa opinione di Liütprand. E mi scopersi a pensare come avrei agito io se fossi stato nei suoi panni. Ma la testa di Pijen era un mistero difficile da penetrare. L’unica cosa certa a quel proposito, era che i panni di Pijen mi sarebbero andati larghi.

Buona notte, frate. Ed anche a voi due.