Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il rozzo ed anziano guerriero Charal, in una locanda della terra di Burgundia. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Gennaio del’a. D. sette cento quaranta e uno.

Aran de Le Aran:
Non sei che un animale ! Tu te ne infischi di tutto e di tutti! Non hai pensato a quel pover’uomo? Non hai visto la sofferenza sul suo viso quando vi ha sorpresi? E copri quel ventre schifoso e quel… Quel…

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Oh, avanti, frate, non farla tanto lunga! Mi coprirò quando avrò finito di pisciare. Che sarà mai successo, in fondo! Lei non sembrava disprezzare troppo la cosa, lo sai? Quanto al marito, vedrai che cambierà faccia quando gli lascerò qualche pezzo d’argento. Tu queste cose non le capisci.

Aran de Le Aran:
Essere immondo! Ieri sera la dileggiavi, la chiamavi bagascia e stamani ti fai trovare su di lei.. Dietro di lei, dentro di lei, a sbuffare ed a sbavare come un caprone!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Ma lei è una bagascia. E, ti dirò, anche piuttosto brava. Non bella, ma brava. Sa fare queste cose assai meglio di come cucini il capretto. Ed ora, falla finita o ti metto al suo posto. Precisamente nella stessa posizione. Sempre ché non sia proprio ciò che vuoi. Ed ora, dimmi: sono arrivati i miei uomini, stanotte?

Aran de Le Aran:
Sono arrivati venti armati. A gruppetti di due o tre alla volta, da direzioni diverse. Ma io, e che Dio mi perdoni, spero che non siano i tuoi uomini. Spero che siano i tuoi peggiori nemici e che ti passino a fil di spada.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Belle parole! Proprio ciò che ti aspetti da un umile servo di Dio! Se non fosse che… Se non fossi il cristiano che ho giurato d’essere, ti spiccherei la testa dal collo! Dove sono i miei uomini?

Aran de Le Aran:
Sono laggiù. In quella radura.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Si, sono loro. Hanno riconosciuto la Croce sulla sella del cavallo e mi stanno aspettando.

Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il rozzo ed anziano guerriero Charal, in una locanda della terra di Burgundia. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Gennaio del’a. D. sette cento quaranta e uno.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Avanti, frate, riponi quell’aria offesa e vieni qui a mangiare tra veri uomini. Non ti interessa parlare a questi valorosi? Se tu sei quel che sei e se la tua Chiesa ancora esiste, lo devi in parte anche ad alcuni di loro. Sappi che almeno la metà di questi uomini ha combattuto a Narbona. Se fosse qui il tuo Vescovo, si sarebbe già unito a noi. Smetti la tua alterigia ed unisci il tuo tavolo al nostro, per Dio!

Anzi, se verrai qui, continuerò il mio racconto. Sempre ché qualcuno ci porti da bere. Ai miei uomini piacerà ricordare queste cose.

Aran de Le Aran:
Ti ubriacherai di nuovo ?

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Ci puoi giurare. Da ubriaco la lingua mi si fa più sciolta.
Che ti dicevo ieri sera? Ero arrivato al castello di Childebert, in Neustria.

Childebert si era insediato al castello poche settimane prima. Poche settimane prima ancora, era morto il terzo Clovis, suo fratello, ed il regno d’Austrasia era vacante. Non ci sarebbe mai più stato un Re, in Austrasia. Si dice sia per questo che ora è ridotta tanto male, ma io non ne sono affatto certo.

Sicché, in quel momento, vigeva una di quelle strane situazioni che spesso si verificano tra noi. Childebert era Re di Neustria e Burgundia, ma era anche l’unico Re vivente dei Franchi, e la gente d’Austrasia faceva affidamento su di lui.

Erano passati due anni dal nostro incontro al ruscello di Herstal, eravamo molto cambiati entrambi, ma mi riconobbe al primo sguardo. Ed era sinceramente contento di vedermi.

«Charal!», gridò,

«Charal! Finalmente!»

Ah, sì, fu davvero contento di vedermi.
Passai due giorni bellissimi. Il Re mi fece visitare il castello, accompagnandomi di persona a visitare ogni stanza ed ognisotterraneo. Io non ero molto raffinato, all’ epoca. Sapete, uomini, avevo sempre vissuto in una capanna, ero cresciuto…

Aran de Le Aran:
Ah, ora invece sei un vero Principe!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Beh, ora va un po’ meglio. E tu risparmiaci il tuo sussiegoso sarcasmo, frate.

Insomma, il Re mi mostrò cose che non avevo mai vedute prima. Strumenti di tortura abbandonati da anni testimoniavano che un tempo i Re avevano anche governato direttamente, senza ricorrere ai Majores, ma Childebert ne aveva orrore e pareva felice di non dover più adempiere a quelle funzioni. E le tenaglie che erano un tempo servite a strappare le dita dei cacciatori di frodo giacevano ora a terra, arrugginite come le lame con cui s’erano tagliate le lingue delle spie. Le sale del sapere testimoniavano come ora essi si dedicassero ad attività meno cruente e più piacevoli. Piacevoli per loro, intendo. V’era una sala della lettura e della scrittura, dove il giovine Re componeva versi, ed una della musica, dove si sedeva e traeva strani suoni da una specie di zucca con il manico. Non avevo mai udito la musica e mi parve una cosa assai stupida, ma finsi di apprezzare quei suoni e la bravura del Re a pizzicare fili di budella. Quanto al comporre versi, credetti che il Re si esercitasse ad emettere grida e, fortunatamente, lui pensò che non vi fosse tempo per darmi dimostrazioni di sorta.

Quello che mi colpì di più furono i suoi armati. Gli armati della sua guardia personale. Che dipendevano direttamente da lui e non dal Major. Incidentalmente vi ricordo che il Major era mio padre, anche se io non lo ammettevo, anche se lui non lo ammetteva ed anche se il Re non lo sapeva. Bene, la guardia del Re era formata da uomini sulla  trentina, altissimi, fortissimi, bellissimi e tutti uguali. Scelti con cura. Childebert mi disse che sarebbero morti senza esitazione e senza batter ciglio per salvarlo in caso si fosse trovato in pericolo. E, d’improvviso, seppi quale sarebbe stata la mia richiesta. Così, quando pose la domanda, gli dissi:

«Voglio diventare Guardia Reale.»

Childebert fece uno sguardo deluso e rispose:

«Hai scelto una delle poche cose che non posso darti. Perdonami, Charal, ma non sei abbastanza alto, per questo».Avrei voluto obiettare che avevo solo dieci anni, che sarei cresciuto, ma non osai. E feci bene, perché negli anni successivi sarei cresciuto, sì, mi sarei irrobustito, ma non abbastanza per diventare come quei giganti scolpiti nella roccia. Allora mi dispiacque d’aver causato imbarazzo al Re, ma Childebert mi sorprese:

«Però, se è un guerriero che vuoi diventare, allora diventerai un guerriero».

Io penso che fosse destino ch’ io lo divenissi. Che fosse il volere di Dio. Se ci pensate, le circostanze che m’avevano condotto lì erano assolutamente strane e fatali. Il Re continuò:

«Da domani sarai affidato al miglior maestro d’armi di Burgundia che, secondo me, è anche il miglior maestro d’armi di tutto il mondo. Ti verranno date le armi e ti verrà data ogni cosa necessaria. Vivrai qui finché non sarai divenuto il più valoroso guerriero di tutta la cristianità.»
Mi parve un sogno. Dopo tutto, forse, avrei veramente catturato il Quinotauro. Ah, che tempi! Che tempi, amici miei!
Tutti voi, qui, tranne il frate, sapete su per giù che cosa succede ad una scuola di guerra. Ci si sveglia all’alba, ci si allena con l’ascia e lo scudo finché il sole non è alto nel cielo, si mangia, si beve, si parla di donne, ci si allena ancora, magari di spada e di lancia, si mangia e si beve, si va a puttane, si raccontano le puttane ai compagni…. Si dorme, ci si sveglia all’alba, ci si allena con l’ascia e lo scudo…Sempre così.
Passai quattro anni così.
Il maestro d’armi si chiamava Leguor. Qualcuno lo chiamava Legorius, alla latina. Era un ometto insignificante, né troppo alto né troppo basso, né troppo sottile né troppo grosso… In mezzo alla folla non l’avresti nemmeno visto. Lo guardavi ma non lo vedevi. Invece era meglio averlo come amico anziché di fronte a te armato, perché la sua tecnica era ineguagliabile. Letale. Qualunque fosse il tipo di armi scelte, qualunque piega prendesse il duello, contro di lui avevi perduto prima di cominciare a combattere.

Era mezzo Burgundo e mezzo Visigoto, non parlava quasi mai e, quando lo faceva, si esprimeva a bassa voce, pacatamente, sempre con lo stesso tono. In tutto quel tempo non l’ ho veduto ansimare una solavolta. Mai in affanno, capite? Mai in affanno, nemmeno con avversari grossi il doppio di lui. Pareva non gli interessasse concludere un duello. Pareva pensare che tanto, finito un duello, ne comincia uno nuovo. Se vedeva l’avversario in difficoltà, non faceva nulla per finirlo. Non gli interessava vincere e non gli interessava perdere. Forse, non gli interessava vivere così come non gli interessava morire. Quattro anni.

Ascia, scudo, spada, lancia… Puttane… Quattro anni così.
A quattordici anni ero la più forte ascia dei Franchi. Davvero. Ero il più forte. Con lancia e spada, un disastro, ma con l’ascia… Vedete, avevo una prerogativa: lanciavo con il braccio sinistro quasi bene quanto con il destro. Una cosa rara. E questo fece sì che stabilissimo anche nuove regole di combattimento. La tradizione d’onore vuole che, lanciata l’ascia, la si debba ricuperare e proseguire il combattimento. Lo sapete tutti. Ma io potevo disporre di una seconda arma. Ora, si chiedeva Leguor, era giusto che io lanciassi la seconda ascia prima d’aver ripreso l’altra, e le ricuperassi successivamente entrambe? Era giusto che io portassi alla cinta una terza e magari una quarta bipenne? Fu deciso di sì, a patto che mi impegnassi sul mio onore a riprendere almeno la metà delle armi adoprate. Da cosa avesse ricavato questa decisione, è difficile dire, ma questo fu.
Sicché mi esercitavo a far roteare due asce come se compissi una danza, a confondere l’avversario con movimenti d’ogni sorta, per poi colpirlo di destro se s’attendeva di parare il sinistro, o colpirlo di sinistro se s’era preparato al destro. Ed ero imbattibile. Poi potevo disporre di più lanci, e ciò faceva di me una macchina da guerra formidabile. Non è una vanteria, le cose stavano così.

Non v’era puttana in tutta la Neustria che non mi avesse fatto i suoi complimenti. Beh, loro li fanno sempre a tutti, i complimenti, soprattutto se paghi senza discutere. Ma i miei erano ben meritati. E spesso ottenevo sconti di prezzo.

Non era andata sempre a quel modo, naturalmente: la prima volta che i miei commilitoni anziani mi avevano portato da una di codeste gentildonne, raccomandando a me di far vedere chi fossi, e raccomandando a lei di far di me un vero uomo, le avevo già mostrato chi fossi prima d’essermi calato le brache. E lei aveva riso per chissà quanto tempo. Sapete come vanno queste cose, no?

No, siediti frate, non mi riferivo a te.

Beh, insomma, siccome la donna aveva un suo amor proprio, ed era stata compensata in anticipo, aveva insistito. Era stata prodiga di spiegazioni e di esempi pratici, ed io avevo fatto vedere chi fossi per un’altra mezza dozzina di volte. Sapevo che cosa fosse l’amore solo per averne sentito parlare e, sul momento, per la verità, non mi ero sentito nemmeno troppo soddisfatto.

Quella stessa sera, però, ero già perdutamente innamorato di lei. Avevo deciso che le mie asce avrebbero sfondato il petto di chiunque avesse osato avvicinarsi a lei. E avevo pianto. Ero rimasto seduto da solo, davanti ad un falò, a strillare come un aquilotto sperduto per l’intera notte. Forse perché mi ero reso conto che non sarebbero bastate le armi di Neustria per uccidere tutti i suoi clienti, chissà! Pochi giorni più tardi, qualcuno che conosceva assai bene queste cose, mi aveva condotto da un’altra donzella dai costumi simili. Ed io avevo scordato la prima e mi ero invaghito di quest’ultima. Poi mi avevano condotto da una terza, a causa della quale avevo scordato la seconda…Dopo che le hai girate tutte un paio di volte, non ne ricordi i nomi, né che faccia abbiano! Sai che quella ha due mani d’oro, che l’altra ha particolare pratica nello star sopra, che l’altra ha labbra come…

Oh, Cristo! E va bene, frate, parlerò d’altro! Ma che un uomo non possa neppure…

Insomma, che bei tempi, amici miei!

Fu a quell’epoca che rividi Bœmund.
Aveva fatto molta strada. Le sue doti di sveltezza avevano fatto di lui un guerriero promettente, che si era imposto solo per bravura. Non come me, che ero stato favorito dalla fortuna.
L’organizzazione militare è una cosa complicata. Non vi annoierò con questo. Basti sapere che ogni città, di tanto in tanto, scambia ancora oggi i suoi guerrieri con quelli di altre città per… Come posso dire… Per rendere omogenea la bravura di tutto l’esercito. E siccome allora il Major sovrintendeva tutti e tre gli stati più, anche se non ufficialmente, l’Aquitania ed l’Alamania, i più bravi tra i neustriani andavano a combattere in Burgundia, i burgundi più bravi venivano mandati in Austrasia, gli austrasiani migliori in Burgundia, gli Alamani in Aquitania, gli Aquitani in Austrasia, e così via.
Sicché, un mattino, mi trovai di fronte, in combattimento, il mio amico Bœmund.
Combattemmo dall’alba al tramonto, senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere sull’altro. Vi garantisco che non aveva perduto,crescendo, la sua sveltezza. Era sempre un serpente. Ed io ero ormai capace di battere anche i serpenti.
In quei quattro anni non avevo avanzato una sola richiesta a Re Childebert. Non una. Quella volta lo feci: chiesi, ed ottenni, che il Re parlasse al Major, onde far rimanere Bœmund con me.
E formammo la più formidabile coppia che mai si fosse vista in una scuola di guerra. Dovetti solo attendere che risolvesse un suo piccolo problema, perché s’era invaghito di una puttana e, per diverse settimane, non fece che piangere e starsene da solo davanti ai falò, ma passato che fu questo inconveniente, battemmo ogni altra formazione di asce e spada che avesse osato sfidarci. Combattevamo senza scudo, con una rapidità mai veduta. Lo stesso Leguor ci considerava ormai la miglior coppia di guerrieri che avesse mai addestrato.
Mancava la consacrazione della battaglia. Della battaglia vera, dove sovente i più coraggiosi si accorgono improvvisamente di non riuscire a trattenere il contenuto del ventre, mentre altri, meno bravi, superano imperterriti e freddi la prova. Ma tutti erano pronti a scommettere sudi noi. E noi pensavamo ne avessero ben d’onde. Ne avevano bend’onde.
Bœmund aveva il potere di farsi voler bene da tutti.
Prima di tutto dal mio cane. Fu proprio lui a trovargli il nome che non gli avevo mai dato, e Quinowoulf, questo era il nome, pareva essergli riconoscente dimostrando quasi più affetto per lui che per me. E’inutile vi spieghi che speravamo di sconfiggere un giorno il Quinotauro con l’aiuto del Quinowoulf.

Agilulfus:
E’ bene tu sappia, signore, che Quinowoulf suona, all’incirca, come Quinolupo.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Poi anche i miei compagni, presero subito a benvolere Bœmund. E tutte le donne che conoscevo.

E un giorno venne l’occasione che tutti aspettavamo. Venne il battesimo della battaglia.
A ovest, ai confini con l’ Aremorica, che, come quasi tutti tra voi sanno, è la terra dei Britanni sul grande mare, erano scoppiati incidenti. Bisognava andare, e le guarnigioni di Neustria erano le più vicine. Così venimmo mandati a combattere. Facemmo il comitatus e… Sai che cosa sia il comitatus, frate? Un’ antica usanza sicambra: alcune parole in una lingua antica che simboleggiano un giuramento al nostro comandante. Ci si impegna a morire per eseguire un suo ordine.

In quegli anni era più una tradizione che altro, e molti comandanti lo ignoravano ormai da tempo. Il nostro capo invece ci teneva, sicché ci ingarbugliammo la lingua con quei suoni strani e partimmo.
Tutti voi avete provato l’emozione della prima battaglia, e sapete fin troppo bene come ci si sente. Per te, frate, dirò che già nei giorni che precedono quello dello scontro, senti le budella che ti si attorcigliano e senti nelle orecchie il ronzio di mille alveari. Due sole cose possono aiutarti: la fiducia che hai in te stesso e la giusta opinione che il tuo comandante ha di te. Perché lui vuole da te quello che puoi dare. Non di più e non di meno. E ti fa fare quello che puoi fare. Niente di più e niente di meno.

Se, durante lo scontro, quando un’orda urlante di giganti sporchi e puzzolenti, col viso tinto e furibondo, ti viene addosso… Se, in quelmomento, perdi la fiducia in te stesso, sei già morto. Se il tuo comandante ha sopravvalutato le tue possibilità e ti affida un compito troppo grande per te, sei già morto.

Così te ne stai lì a guardare quei mostri che ti vengono contro, aspetti l’ordine di combattere, ed intanto continui a ripeterti che non hai paura di morire. Che la vita non ti interessa. E ti dai dello stupido per aver fatto credere a tutti che sei bravo.

Ma ora basta. Ho parlato troppo, ho mangiato troppo e ho voglia di dormire un po’.
Della battaglia di Aremorica parleremo più tardi. Sapete tutti come andò: io, Bœmund ed il mio cane Quinowoulf ne divenimmo gli eroi. Voi, guerrieri, avete cavalcato tre giorni di fila. Andate a riposare perché potrei decidere di partire in qualsiasi momento. E qualcuno mi desti prima del tramonto.

Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il rozzo ed anziano guerriero Charal, in una locanda della terra di Burgundia. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Gennaio del’a. D. sette cento quaranta e uno.

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Posa quella spada, frate. Finirai per farti del male.

Aran de Le Aran:
Maledetto demonio ! Tutto ciò è opera tua ! Hai ordinato tu a questi selvaggi di spogliarmi. Lo so. Avevi paura a sodomizzarmi per primo. Hai desiderato farlo dal primo momento che mi hai visto, non è così? Ma non ne avevi il fegato. E venti armati non ti bastavano per umiliare un frate: dovevi attendere l’arrivo di un esercito!
Ma arrostirai all’inferno, bestia! Arrostirai all’inferno quanto è vero che Dio esiste!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal di Herstal:
Va bene. Arrostirò all’inferno. E’ quasi certo, questo. Ma nessuno qui vuole sodomizzarti. A questi uomini piacciono solo le donne. Come a me. Li scelgo con cura e posso garantire per ognuno di loro. Tu non hai idea di quello che può accadere in un accampamento di guerrieri se anche solo uno di loro è una femminella. Ho dovuto scartare anche guerrieri assai forti, a causa del loro vizio.

Ed ora prendi la tua tonaca e indossala. Nudo non sei una meraviglia. Forse non sarebbe male ti facessi un bagno, lo sai? E, per Dio, posa quella spada!

Aran de Le Aran:
Nemmeno per sogno. Pensi che mi fidi di questi bruti? Appena avrò posato la spada mi balzeranno addosso tutti assieme e prepareranno il terreno ai tuoi sordidi piaceri. Quello che tu vuoi è oltraggiare un servo del Signore davanti a tutti. Placare la tua sete infame mentre i tuoi simili ti stanno a guardare. Una cosa di cui vantarti davanti ai fuochi degli accampamenti, mentre, ebbro come sempre, dileggerai Iddio!

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Se questi uomini avessero voluto sopraffarti, saresti già stato sopraffatto ore fa. Pensi che temano te? Anche con una spada in mano non faresti paura ad un coniglio. Ora posa quell’arma e mettiti tranquillo. Nessuno ti sodomizzerà. Hai la parola di Charal di Herstal.

Aran de Le Aran:
Ah, davvero una bella garanzia !

Traduzione di Agilulfus dalle parole dell’’uomo chiamato Charal diHerstal:
Senza dubbio la migliore che tu possa trovare di questi tempi.
Se avessi tempo ti racconterei ancora della mia vita ed allora capiresti. Ma sfortunatamente non è così. Gli uomini giunti oggi sono latori di pessime notizie. Devo andare a combattere, frate. A difendere queste terre ed a difendere anche la tua Chiesa. I miei neri incubi di ragazzo vanno di nuovo prendendo corpo e forma nel sud della terra d’Aquitania, ed io devo affrontarli ancora una volta.

Ti liberi di me, frate. E può darsi che sia in modo definitivo. In questi casi non si può mai sapere.
Ad ogni modo, sappi che questi uomini avevano solo l’ordine di dare un’occhiata alla tua schiena. Alla parte alta della tua schiena. Nessuno ha mai desiderato altro.

Ora rendi quella spada al suo proprietario. Gli servirà.

Una borsa d’oro per te, oste. Dovrebbe rappresentare il giusto compenso. E se mai dovesse prenderti la nostalgia, se mai dovessi pensare d’aver subito un sopruso, allora da’ un’occhiata all’effige di quelle monete: la vita ti parrà meno ingiusta.

E voi, ai cavalli! Il contingente di Neustria dritto a sud, lungo la piccola Rhônna. Gli altri con me. Piegheremo un poco ad ovest e traverseremo il Taerin vicino ad Albì.
Se qualcuno incontra il nemico, mandi messaggeri all’altro gruppo.Sennò, ci riuniremo al castello di Rhédae. Non dimenticate di porre avanguardie e retroguardie. Non procedete in campo aperto e, quand’è possibile procedete al passo. Non più di due fermate…. 

Aran de Le Aran: Se ne sono andati ?

Agilulfus:
Si, signore. Sono andati.

Aran de Le Aran:
Dio sia lodato ! Ho temuto veramente che volessero… Ah, Signore quali ardue prove metti avanti ai nostri passi! Quali ardue prove! Ricorda quello che hai veduto, Agilulfus. Ricordalo sempre. Dio ci dà tantissimo. Ci dà la Sua salvezza. Ma tanto ci chiede. Egli vede nei nostri animi e sa molto bene, già prima che le cose accadano, come ci comporteremo. E, ciò non di meno, ci mette alla prova. Che cosa credi sarebbe accaduto se non avessi afferrato quella spada e non mi fossi difeso come una belva feroce? Credi veramente che si sarebbero fermati? Quelli erano animali, Agilulfus. Animali. Eppure Nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, già sapeva come sarebbe finita. Egli non avrebbe mai permesso che venisse oltraggiato un Suo figlio. E’ stato Lui ad armare la mia mano. Mi sono trovato quell’arma tra le mani senza rendermene conto. E l’avrei usata, se fosse stato necessario. Dio avrebbe guidato il mio braccio. E quella spada avrebbe scintillato nell’aria, ed i nemici della Fede si sarebbero ritirati, attoniti, di fronte alla Potenza del Signore.

Agilulfus:
Va bene. Va bene frate Aran, signore. Ma ora ti prego, calmati! Sei tutto sudato! Copriti o ti…

Aran de Le Aran:
Ricordati sempre di ciò che hai veduto oggi: quando il Grande Vescovo Winfrith di Adescancastre vi ha affidato a me, sapeva quel che faceva!

Agilulfus:
Perdonami, signore, ma io credo veramente che quegli uomini volessero solo vedere la tua schiena, benché non ne comprenda il motivo. Hanno osservato la strana voglia che hai sulla spalla destra e null’altro. E poi quegli uomini sono forse dei bruti, ma non nemici della Fede. Molti di essi, compreso Charal, portano la Croce

Aran de Le Aran: 

Parli così perché sei uno stolto ed un ignorante! Che cosa vuoi che possa importare, ad uomini come quelli, della mia spalla? Ah, certo quell’uomo ti ha facilmente ingannato. Ti sei esaltato a quei suoi racconti sconci e, peggio, alla vista delle sua azioni! Ma non ha di certo ingannato me. Io non ho perduto di vista per un solo istante lo scopo del nostro viaggio. Non mi sono mai fidato di lui. Mai. E se assecondavo quel senza Dio era solo perché ogni sua parola in più poteva essere utile al nostro scopo ed agli scopi del nostro Vescovo Winfrith.

Agilulfus:
Perdonami, signore. Io non possiedo la tua saggezza. Non mi ero reso conto. E sono stato felice quando hai sgominato quegli uomini. Oh sì, ne sono stato felice. Avresti dovuto vederti, frate Aran! Parevil’Arcangelo Gabriele! O forse San Michele! Però ora siedi. Se ne sono andati.

Aran de Le Aran:
Questo atteggiamento ti fa onore, Agilulfus. Io perdonerò la tua ignoranza. Ma il vero perdono dovrai chiederlo a Dio: un lungo digiuno di contrizione ti attende. E molta, moltissima preghiera.

Agilulfus:
Pregherò e digiunerò, signore. Come tu comandi.

Aran de Le Aran:
Domani di buon’ora raccoglieremo e riordineremo tutte le pergamene raccolte fin’ora e dirigeremo i nostri passi verso nord. E’ tempo diconsegnare tutto quanto il nostro lavoro al convento di Rotuenia, dove attenderemo nuove istruzioni dal Vescovo Winfrith.
Capisco che avete bisogno di qualche tempo per riposarvi. Questi ultimi giorni devono essere stati per voi assai gravosi.

E tu, Milus, perché continui a fare quei dannati segni? Pensi che al Vescovo interessi ciò che dico a voi due?