All’Eminentia Excellentissima Vescovo Wynfrith di Adescancastre, Apostolus de le terre dei Germani, nel convento di Rotuenia, di Austrasia, nella terra dei Franchi.

Seconda relatio

redicta nelle terre de Franchi dal frate umilissimo Aran de Aran Insulæ, con l’aiuto del giovine interpres Agilulfus de Nèvers e vergata dal diacono Milus Fidei ne l’anno domini sette cento quaranta e uno.

Eminentissimo.
Le gemme sostituiscono i ghiaccioli sui rami degli alberi, il verde possente dell’erba nuova compare sotto l’eburnea e sconfinata distesa di neve, nei campi.
Ma pochi o nessun progresso mi pare d’aver compiuto. Questa aspra terra ancora pare respingermi.
Quantunque io non possa ancora fare a meno dei servigi di Agilulfus, comprendo assai di più la lingua. Può questa sola cosa salvare la mia missione dal fallimento?
Dovevo osservare ed ho osservato. Per capire. Per penetrare a fondo la mente delle genti che avrei incontrato, fino a sentirmi uno di loro, fino a pensare come loro, fino a divenire io stesso uno di loro. E ciò non mi riesce, Eminentissimo. Ed anzi, più parlo con questa gente e più mi pare che la loro mente mi sfugga. Ed anzi, più parlo con questa gente e più mi pare d’esser venuto da lontano ed esser destinato ad andare lontano.
Mi si consolida la convinzione che le prove ardue rafforzino la prodezza dei prodi e rafforzino la viltà dei vili. Non avrai sbagliato il tuo giudizio su di me, Eminentissimo? Non sarò io uno di codesti ultimi?
Mi ordinasti di ignorare ogni altro individuo che reputassi interessante e di cercare invece colui che più detestavo: Charal di Herstal. E così ho fatto. E costui ha proseguito il racconto della sua vita. E questa lettera accompagna quel racconto. Non esprimerò più giudizi su di lui. Se per te è interessante, allora la sua storia è interessante.
Certamente, a differenza di quanto accade a me, tu comprenderai il significato delle sue ossessioni sull’eredità scritta nel sangue. Scritta nel sangue dei Majores, e scritta nel sangue dei Re primogeniti.
O forse, a differenza di me, riterrai che chi ha contribuito oggi ad insediare sul suo trono Re Liütprand il Longobardo, possa domani prendere le armi contro di lui per favorire un Papa di cui conosce a malapena l’esistenza.
Tutto questo va oltre le capacità di questo tuo umile servo. Pensavo d’aver compreso, ma così non era. Intuivo la soluzione di un gigantesco e luminoso mistero sulla presenza di Dio in queste terre. Quella frase, Dio era già qui, avrebbe trovato un senso. Ma nessun mistero s’è svelato. Ho pregato Nostro Signore Gesù, affinché un giorno preparasse per me una sfolgorante sorpresa. Evidentemente Nostro Signore giudica troppi e troppo gravi i miei peccati e poche ed insignificanti le mie sofferenze. E quella sorpresa non ci sarà.
Ora, tornerò a Rotuenia, consegnerò a quei bravi frati questa missiva ed il racconto di Charal. Ed attenderò ancora tue istruzioni. E continuerò a pregare. Che altro potrei fare? Ti salutano con deferenza Il frate Aran de Le Aran. Il diacono Milus Fidei. Si prostra dinnanzi alla tua magnificenza il giovine servo Agilulfus de Nèvers.

Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal diHerstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Marzo de l’a.D. sette cento quaranta e uno.

Charal di Herstal:Frate Aran…

Aran de Le Aran:Signore di Herstal…

Charal di Herstal:
No no no no no, lasciamo subito perdere queste formalità da palazzo. Chiamami come mi hai sempre chiamato. E se me lo consentirai, io continuerò a chiamarti frate. Non v’è da parte mia alcuna intonazione di dispregio, te lo assicuro. Mi pare… Mi pare più confidenziale.Come tra vecchi amici.

Aran de Le Aran:
A dire il vero, Signore di Herstal, ti ho chiamato in numerosi modi e, fatta eccezione per galantuomo, nessuno di questi è opportuno. Non avrei mai immaginato tu fossi un uomo di così ragguardevole importanza. L’esercito che comandi è di proporzioni inimmaginabili.

Charal di Herstal:
Galantuomo può andare. E’ un discreto compromesso. Bestiaanimaleed essere immondo sono un po’ troppo poco. Sai, per i miei uomini…Signore di Herstal, invece, è eccessivo. Ma perché non solo Charal o solo Herstal?

Aran de Le Aran: Come desideri.

Charal di Herstal:
Mmm, non vuoi sbilanciarti. Sei ancora offeso perché i miei uomini ti denudarono.

Aran de Le Aran:
No, è acqua passata. Tutto sommato non accadde nulla.

Charal di Herstal:
Non me la racconti giusta, frate. L’uomo che ho davanti non ha il piglio del frate Aran che ho conosciuto. Mi piaceva quel tuo carattere, sai? Oh a proposito, i miei uomini ti hanno accolto bene?

Aran de Le Aran:
Oh, sì. Bene. Come un Re.

Charal di Herstal:
Questo era esattamente l’ordine che avevo dato.

Aran de Le Aran:
Sapevi che sarei venuto ?

Charal di Herstal: Lo speravo.

Aran de Le Aran:
Perdonami, signore di Herstal, anzi solo Herstal, ma questa tua improvvisa benevolenza mi lascia perplesso. E mi domando due cose. La prima è: perché? E la seconda, che poi forse è la stessa della prima, è: che cosa mai stai escogitando?

Charal di Herstal:
Seguimi frate.
Avanti, non temere. Seguimi.

Aran de Le Aran: E dove ?

Charal di Herstal:
Dobbiamo fare una cosa. Dopo, se potrò, risponderò alle tue domande. Ma questa è cosa urgente. Ecco. Posa la mano sulla fronte di questo soldato.

Aran de Le Aran:
Brucia. Questo giovane ha la febbre altissima.

Charal di Herstal:
Ne sei certo? Hai provato anche più su? Verso la nuca? Ecco, così. Ha la febbre, dici. Bene. Ora possiamo andare. Ora, sono a tua disposizione fino a notte inoltrata. Ti racconterò il resto della mia vita, come ci eravamo ripromessi.

Aran de Le Aran:
Solo questo ? Avevi bisogno di me per capire che quel soldato ha la febbre ? Pensavo che stesse per morire. La qual cosa è tutt’altro che lontana dal vero. Pensavo di dover ascoltare la sua Confessione. Più sto vicino a te e meno comprendo.

Charal di Herstal:
Sono certo che quel soldato non morirà. Ma ora siediti e dimmi dove s’era interrotto il mio racconto, quest’inverno. Sempre che t’interessi ancora.

Aran de Le Aran:
Quel soldato morirà. Ed il tuo racconto non interessa a me, ma al Vescovo Winfrith.

Charal di Herstal:
Ti sbagli su entrambe le cose ma non importa. Dunque, il racconto?

Aran de Le Aran:
Non ricordo con precisione. Sono passati quasi due mesi. E le pergamene del racconto sono state consegnate al Vescovo.Tu rammenti qualcosa, Agilulfus?

Agilulfus:
Sì, signore. Ricordo. Il Signore di Herstal, a quattordici anni, era stato mandato a combattere in Aremorica assieme all’amico Bœmund ed al cane Quinowoulf. Di quella battaglia sarebbero divenuti gli eroi.

Aran de Le Aran: Non è sorprendente ?

Charal di Herstal:

Sorprendente è dire poco. Grazie, Agilulfus.
Bene, la battaglia d’Aremorica non fu che una banale scaramuccia. Alcuni Britanni, stufi di azzuffarsi tra loro per un pezzetto di terreno, si erano accordati per sottrarlo ai contadini di Neustria. Avevano varcato il confine, avevano ammazzato qualcuno, violentato qualche donna… Niente di particolare. Noi gli avevamo imposto di restituire tutto e di pagare un risarcimento alle famiglie danneggiate, ma loro avevano fatto ricorso all’esercito.
Sono questioni che accadono ogni giorno e che, il più delle volte, chi amministra le cose in loco risolve senza nemmeno avvertire il governo centrale. Quella volta, chissà perché e chissà come, la cosa era arrivata all’orecchio del Major, che non poteva fingere di non aver visto. Sicché fu inviato laggiù il contingente di Neustria, cui competeva la difesa di tutta la parte occidentale dello stato. E la mia scuola di guerra faceva parte del contingente di Neustria. Un’occasione perfetta per saggiare la bravura ed il grado di preparazione degli allievi. Naturalmente i neofiti venivano inseriti qui e là nei ranghi dei veterani e quindi Bœmund ed io saremmo stati lontani e non avremmo probabilmente saputo l’uno dell’altro fino al termine della battaglia. Questo per spiegare un po’ come vanno queste cose.
Il comandante aveva fatto precedere la truppa da una squadra di esploratori, che avevano intercettato il contingente dei Britanni in una spianata a sette od otto miglia da noi. Riferirono che si trattava d’una trentina di guerrieri, all’apparenza deboli, male armati e per nulla convinti di quanto stavano facendo. Avevano appena terminato di bruciare un cascinale con dentro tutti i suoi occupanti, e bighellonavano nei paraggi. Noi eravamo venti volte più numerosi.Truppe sceltissime, esperte e con l’armamento più prezioso che si fosse mai visto al mondo. Sarebbe bastato mostrarci e se la sarebbero data a gambe. Invece il comandante si accertò prima che non fosse una trappola, poi fece nascondere dietro una collina tutto l’esercito, ed infine, portando un prezioso vessillo dorato, andò a proporre al nemico una tenzone tra campioni. Sei di loro, sei di noi.
I sei di loro erano i più grossi e probabilmente i più bravi del drappello.
Indovini frate chi fossero i sei di noi? Erano sei allievi della scuola di guerra, compresi Bœmund e me.
Era stato fatto apposta. L’unica cosa positiva che si sarebbe potuto trarre da quella circostanza era il battesimo della battaglia per noi. Nessun altro vantaggio o privilegio per guerrieri veri. Noi ci presentammo preceduti da un enorme Crocifisso e pregammo compunti per alcuni minuti, mentre i Britanni ostentarono uno sciamano straccione che si dimenava come un invasato, lanciando al nostro indirizzo sputi ed incomprensibili insulti. Tutto secondo rituali consolidati, inutili e noiosi. In quel momento volevo solo farla finita in fretta, forse per ardore o forse per paura.

Cominciò nel peggiore dei modi. I primi tre nostri ragazzi vennero battuti nel giro di pochi istanti ed ignominiosamente: non erano pronti, evidentemente. Tremavano come foglie di fronte allo sguardo corrucciato di tre esperti nemici, non avevano la forza per sostenere la spada e si aveva l’impressione, osservandoli, che non sperassero di meglio che morire in fretta e senza dolore. Li avevo visti combattere in addestramento, ed erano mille volte più forti di così. Ma la paura può darti la forza di un gigante oppure toglierti anche la poca che hai. Il terzo nostro compagno, che aveva visto morire gli altri due, si lasciò trapassare il ventre da un lentissimo colpo di punta del nemico, senza nemmeno alzare la sua arma, senza nemmeno abbozzare una comune, semplicissima parata.

Il quarto nemico si avvicinò con l’aria di chi deve sbrigare una noiosa formalità e, visto com’erano andati i primi tre scontri, non c’era da dargli torto. Ma il nostro quarto uomo era Bœmund. Il Britanno ci mise solo alcuni istanti a capire di non essere stato fortunato come quelli che l’avevano preceduto: tentò un paio di colpi elementari, che Bœmund schivò semplicemente con una torsione del busto e chinandosi leggermente. Senza muovere i piedi. Tentò allora un colpo a falce, facendo sibilare la spada nell’aria. Ma Bœmund scansò ilcolpo arretrando la testa di quel tanto che bastava, non una spanna di più. E rimanendo sempre immobile sulle gambe. Riesci ad immaginare che cosa si prova ad avere di fronte uno così? Che schiva i tuoi colpi migliori come se fosse infastidito da una mosca, ed intanto ti fissa, ti guarda dritto negli occhi sorridendo? No, tu certamente no, frate, ma ti assicuro che non è divertente. Soprattutto se avessi pensato, come aveva fatto il Britanno, di farne un sol boccone. Beh, costui si girò verso i suoi compagni con l’aria di chi si è appena ficcato in un grosso guaio, con l’aria di chi domanda perché quell’avversario sia toccato proprio a lui. Ma ormai era là, sicché iniziò a combattere. Bœmund lo lasciò sfogare irridendo ancora un po’ ai suo colpi, poi si diede da fare. Secondo suo costume fintò i colpi una dozzina di volte senza affondare mai. Entrava ed usciva dal duello come un fulmine senza mai colpire, mentre il Britanno tagliaval’aria con ogni possibile colpo della sua spada spaventosa. Colpi che avrebbero tagliato a metà un bue. Bœmund ostentava sicurezza,rimanendo scoperto e tenendo la punta della spada poggiata al suolo. Pareva provocare il suo nemico, invitandolo a colpire, ma si trattava invece di un pezzo pregiato del suo repertorio: trascorso un certo tempo, il braccio del Britanno era indolenzito dal peso e dai colpi menati a vuoto, mentre quello di Bœmund non aveva sostenuto che il peso dell’elsa. Il Britanno era madido di sudore, mentre il mio amico era fresco come un fiore. E, d’improvviso colpì di punta alla gola. L’altro tentò di parare di rovescio, ma era troppo appesantito e futroppo lento. La spada gli uscì da qui dietro, assieme ad un fiotto di sangue impressionante.

A quel punto accadde l’imprevedibile: contro ogni regola, i cinque Britanni si scagliarono tutti assieme contro di me, Bœmund e l’altro allievo di Neustria. Il loro comandante gridò per fermarli, ma non si fermano con la voce cinque bestie urlanti lanciate contro una preda. Così uccisi per la prima volta, frate. Dimenticai che si trattava di un vero combattimento. Mi parve di fare ciò che avevo fatto centinaia di volte in allenamento. Agivo senza pensare, capisci? Avevo tre asce, con me: una per ogni braccio ed una infilata nella cinta, dietro la schiena. Lanciai la prima contro il guerriero più vicino come l’avevo lanciata tante volte contro il tronco d’un albero. E l’arma volò diritta come in tutte le altre occasioni. E spaccò la prima testa. Mi sfilai la terza da dietro il corpo e lanciai le due asce rimastemi contemporaneamente contro altri due avversari, incrociando il tiro e colpendoli entrambi in mezzo agli occhi. Proprio qui. Intanto un Britanno era arrivato addosso al terzo allievo, e si rotolava a terra assieme a lui, mentre l’ultimo nemico andava praticamente di sua iniziativa ad infilzarsi sulla spada di Bœmund. Il Britanno che aveva aggredito il nostro compagno riuscì a ferirlo assai gravemente, scoprendogli l’osso della spalla, quassù, ed immobilizzandogli il braccio per sempre. Ma la nostra battaglia era vinta, e l’ultimo avversario fuggì verso i suoi compagni, inseguito dal mio ringhiante Quinowoulf che gli mordeva i polpacci, facendolo incespicare ad ogni passo.

Vuoi sapere una cosa, frate? Te lo dico senza alcun compiacimento,ma provai piacere nell’uccidere. E’ un peccato grave, considerato che sono un soldato?

Aran de Le Aran:
Il peccato è uccidere. Le Scritture non dicono se uccidere provando piacere aggravi il peccato: questo giudizio Dio lo affida alle nostre coscienze. Secondo la mia, rende enorme un peccato già grave.

Charal di Herstal:
Temo che la mia la pensi allo stesso modo, maledizione. Quella volta provai gusto nello spaccare delle teste. Sai quante altre ne ho spaccate in seguito? Hai idea di quanti uomini io abbia ucciso? Sempre nell’assoluta indifferenza. Qualche volta, anzi quasi sempre, con un briciolo di pietà. Quando vedi il corpo del tuo nemico staccarsi dalla vita, quando i suoi occhi si fanno vitrei e fissano il vuoto, il furore che t’animava un attimo prima si dissolve. E provi pietà. Questo mi accade di norma. Ma quella volta…

Quando tornammo nella fila del nostro esercito, che s’era mantenuto al coperto dietro la collina, la voce dell’accaduto ci aveva preceduto. Guerrieri di mille battaglie, coperti di cicatrici e di gloria ci accolsero come tre di loro. Ed anzi, opportunamente, al soldato ferito vennero tributati più onori che a Bœmund ed a me. Furono grida, pacche sulle spalle, risate… Chissà quante volte ci venne chiesto di narrare l’accaduto e non ti nascondo, frate, che i nemici divenivano ad ogni racconto più numerosi, finché si sparse la voce che tutti i Britanni presenti ci avessero assalito. Secondo il racconto che poi fu riportato a Re Childebert, io avrei ucciso non meno di quindici uomini, mentre il mio amico si sarebbe limitato a tagliarne a fette una dozzina. Si disse perfino che Quinowoulf avesse sbranato i rimanenti. Noi soldati siamo dei bambini spregevoli, in fondo, e nutriamo di queste cose la nostra vanità. E’ andata in questo modo da sempre, ed io non faccio eccezione.

Gli anni che seguirono non furono molto diversi. Non feci altro che migliorare le mie tecniche di combattimento, in addestramento oppure in vere battaglie. Come ti ho detto, fatti come quello di Aremorica accadono ogni giorno o quasi e l’esercito non resta in pace a lungo.Quando la pace diviene preoccupantemente duratura, è il tuo comandante stesso che provoca i disordini: i guerrieri devono combattere per non imbolsire. Molte battaglie stupide. Inutili. Tanti morti altrettanto inutili, perché la battaglia è una specie di giuoco, ma poi finisce che qualcuno muore ugualmente.

Leguor mi affidò prima il comando di pochi uomini, poi di qualche dozzina di soldati, fino ad insegnarmi a comandare reparti interi di guerrieri. Mi spiegò le tattiche di guerra usate dai conquistatori romani centinaia di anni prima che, a suo dire, erano ancora insuperate, mi raccontò come agivano e come pensavano gli eserciti dei vari popoli, come si combatteva in Aquitania, come si schieravano in battaglia i Visigoti, quali astuzie adottavano i popoli delle steppe dell’est…Divenni assai bravo. Avevo uno straordinario maestro, avevo messo tutto il mio impegno e tutta la mia attenzione al suo servizio e, sopra ogni cosa, avevo la fiducia dei miei uomini, anche di quelli assai più esperti di me, che si sarebbero fatti ammazzare senza batter ciglio se questo avessi chiesto loro. Come sosteneva Leguor, Charal il guerriero dalle molte francische stava diventando una leggenda. Ed i guerrieri non sognano di meglio che servire un comandante leggendario. Beh, forse v’era molta esagerazione, in questo, e lui lo diceva per infondermi coraggio. Ma questo era ciò che diceva.

Ma il tempo passa rapido e, con il tempo, ti stanchi di quelle sciocchezze. Vorresti una guerra vera. Mi riesce difficile spiegare… Non v’è gesto eroico in una battaglia stupida. Capisci, frate? Il gesto eroico è quello che produce risultati eroici, e non quello compiuto per mostrare il tuo valore.

Cominciavo a stancarmi, insomma. Ero ormai un comandante stimato, mi ero sempre distinto in battaglia per onore e bravura, ma ero l’eroe di nulla.
Venivo anche mostrato qui e là come una specie di strano animale, tenevo discorsi cretini agli allievi della scuola di guerra… Cose del genere.

Avevo su per giù una ventina d’anni quando avvistarono il drago.

Vedi, frate, quando hai sperato per una vita intera che accada una cosa, e quella cosa accade, ti fai prendere da una sorta di eccitazione irrefrenabile. Se poi è un evento così raro, se poi è una cosa che potrebbe anche non accadere affatto nell’arco della tua vita, allora cominci a pensare che tu sei nato a quello scopo. Che è Dio stesso che lo vuole.

Hai mai provato qualcosa di simile, frate? Da giovane aspetti per anni, poi, da adulto aspetti ancora, e quella cosa non accade. Intanto, attorno a te, voci ti dicono che quella cosa non accadrà più. Qualcuno dice che i draghi non esistono più. E qualcuno dice perfino che non sono mai esistiti! Il tempo passa, e tu vieni preso da altre faccende. La guerra, il comando, una donna…

Poi ti alzi una mattina e senti dire che a settentrione, alcuni pastori sono disperati perché trovano le greggi devastate. Che non si tratta di lupi, perché i lupi non lasciano sul terreno impronte così grandi da contenere un uomo seduto. E la tua testa pare scoppiare.

Ma occorre prudenza. Hai paura della delusione e ti fai circospetto. La prima cosa che feci fu mandare sei uomini di fiducia a controllare.

E, nell’attesa, cercai di informarmi. Sparsi la voce presso tutti gli uomini che di lì a poco sarei andato a caccia del drago e che mi occorrevano informazioni. Ciò che sapevo io era poco: Alpaide era stata poco esauriente su questo argomento. Sapevo che un mostro era comparso in prossimità delle Arduenne ai tempi del primo Clotario, il Re di Soissons, quasi duecento anni prima. E sapevo che un drago era stato ucciso da San Giorgio nella terra di Cristo, ma ignoravo quanto tempo prima fosse accaduto. Dunque sapevo che nessun essere vivente avrebbe potuto descriverlo per averlo veduto con i propri occhi, e sapevo che era possibile ucciderlo. Ma non era molto. E non era molto nemmeno ciò che mi aspettavo di apprendere da altri. Invece, la mia tenda parve diventare la meta di un pellegrinaggio. Ne udii di ogni sorta. Chi veniva a raccomandarmi di non andare perché il nonno di suo nonno, che era stato un grande eroe, era stato dilaniato dalle unghie possenti del mostro; chi, al contrario, mi chiedeva di accompagnarmi perché sapeva per certo che si trattava di un animale stupido e che ucciderlo era facile; chi diceva fosse grande come due cavalli ma mite, chi sosteneva fosse non più grande di Quinowoulf ma feroce. Ed era grigio di manto e con un lungo braccio al posto del naso, oppure fatto come un serpe e coperto di scaglie. Qualcuno mi disse che per sconfiggerlo avrei dovuto procurarmi una barca, perché il drago era in realtà un enorme pesce, con un buco sulla testa da cui uscivano spruzzi d’acqua bollente.

Insomma, dopo alcuni giorni ne sapevo quanto prima.
Chiesi a Bœmund che ne pensasse. Lui fece un paio di smorfie, scuotè il capo impercettibilmente poi rispose:

«Tutto quello che so, è quello che mi raccontava mio padre».

Ed io, tutto eccitato:
«E perché non me l’hai detto prima? Ho chiesto al mondo intero!»
Lui seguitò a fare smorfie e replicò:

«Che volevi che ti dicessi? L’aspetto del drago è questo, oppure quest’altro… Mio padre sognava il drago quando era sbronzo d’idromele».
Un po’ deluso dissi:

«Meglio di niente. Ho sentito così tante sciocchezze in questi giorni che una in più non mi farà un grosso effetto».
Lui non disse nulla. Uscì dalla tenda e scomparve. Tornò dopo qualche ora, tenendo tra le dita una lucertola ed un pipistrello, e disse:

«Ecco qui. Il drago è fatto come questa lucertola ed ha le ali come questo pipistrello. Ma verdi come il resto della lucertola.»

Ero assai irritato:
«Se lascia impronte capaci di contenere un uomo seduto,

sarà più grosso di così, non credi?» E Bœmund:

«Mhm, sì. Immagino di sì. E sputa anche fuoco dalla bocca, pare. Ma tu credi davvero a queste scemenze? Ai deliri d’un ubriaco?»
Replicai ancora più irritato:

«I draghi esistono da quando il mondo è mondo! La gente ne parla da sempre. Li ha visti da sempre. In qualche modo devono pur essere fatti!»
Avevo alzato la voce, ma Bœmund mi conosceva bene. Era abituato alle mie sfuriate e sapeva che di lì a poco la mia rabbia sarebbe sbollita. Così, con la sua abituale tranquillità, rispose:

«I draghi esistono da quando esiste l’idromele». E se ne andò.

I primi sei uomini tornarono dopo un paio di settimane con la notizia che non v’era nessun drago. Non avevano trovato nulla di certo. Avevano vegliato tre notti ma le capre non avevano subito assalti di alcun genere. E, se le impronte v’erano state, la pioggia se l’era portate all’inferno. Mandai altri uomini ed attesi.

In quello stesso periodo, Re Childebert mi chiamò a corte. Aveva deciso di prendersi una seconda moglie e voleva mostrare la nuova Regina di Neustria e Burgundia agli amici. Un grande onore per me, essere annoverato tra costoro. Perciò decisi che mi sarei occupato del drago solo quando ne avessi avuto notizie più precise e, col cuore colmo di gioia, mi recai al castello di Childebert. Naturalmente Bœmund era con me.

Ricordo che era l’inizio dell’autunno, i colori, nei campi e nelle vigne erano meravigliosi, il cielo era sereno e l’aria fresca e leggera. Tutto contribuiva a farmi sentire felice. Quando fummo ad un paio di miglia dal castello, passammo tra due ali di forche cui stavano appesi per i piedi non meno di cento cadaveri decapitati, metà ad un lato del sentiero e l’altra metà dall’altro lato. Ed ognuna delle teste spiccate era legata per i capelli ad un braccio penzolante del suo stesso corpo. Un dondolante monito a chi si fosse fatto venire l’idea di turbare la cerimonia reale.

Ma nemmeno l’espressione vagamente stupita di quei volti e gli occhi sbarrati che ci fissavano dalle teste mozze, riuscirono ad intristirmi. Poi giungemmo al castello ed entrammo nella coorte.

il Re stava affacciato sorridente ad un balcone e salutava i sudditi festanti. Ed ero sempre più felice. Poi vidi, accanto a lui, l’alta e sottile figura della futura regina, vidi i suoi capelli color del miele e, perfino da quella distanza, riuscii a distinguere il celeste intenso dei suoi occhi. Guardai Bœmund e Bœmund guardò me, annuendo. La felicità si era già trasformata nella più nera delle amarezze. La futura regina era Rötrud.

Era divenuta una donna meravigliosa. Snella, dolcissima, nobile. Come io avevo in cuor mio sempre saputo che sarebbe diventata. Era la mia Rötrud.