Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal di Herstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese diMarzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Aran de Le Aran:
Hai controllato le condizioni del tuo soldato? La febbre è sempre alta?

Charal di Herstal:
Eh? Ah, sì, va meglio. Domani sarà in condizione di marciare. Non vuoi mangiare qualche cosa, frate Aran?

Aran de Le Aran:
No. Non mangio. Ne sei certo ? Sta bene?

Charal di Herstal:
Te l’ho detto, sta benone. Ma tu non mangi mai?

Aran de Le Aran:
Mangio quanto basta. Devo solo pregare, io. Non spacco teste e non vado a caccia di draghi.

Charal di Herstal:
Tu sei ancora arrabbiato con me, frate. E’ una cosa evidente. Vuoi dirmi perché, in nome di Dio?

Aran de Le Aran:
Se vuoi una risposta nel nome di Dio, allora ti risponderò: non sono arrabbiato con te. E’ solo che non mi piacciono gli uomini del tuo stampo. Violenza, dissolutezza, crudeltà! Ecco ciò di cui ti vanti. Ecco le cose per le quali hai vissuto. Te ne rendo atto, sei un uomo sincero: tu pensi veramente che queste siano virtù. E, finché ho creduto che tu fossi un uomo comune, ero disposto a tollerare. Ora che mi sono reso conto che sei un uomo potente, la mia ira è maggiore. Non vi sono scuse che tu possa addurre.
E tuttavia, sbaglio. L’ira è un vizio capitale. E tu sei ciò che sei. Sei ciò che Dio vuole tu sia. Forse sto irritandomi con il lupo perché non si comporta da agnello. Cercherò d’essere più indulgente, in futuro. E devo ammettere che il tuo atteggiamento è assai meno indisponente rispetto all’inverno scorso. Ma credo che, qualunque cosa tu possa dire o fare, mai, mai riuscirai a piacermi. Nemmeno se, come hai fatto ieri, tu non toccassi mai più un boccale.

Charal di Herstal:
Beh, sei stato chiaro, frate. E non posso darti torto. Eppoi ho ritrovato il frate Aran che conoscevo. Non sono tanti, sai, gli uomini che possano impunemente dirmi ciò che hai appena detto.
Detto questo, che vuoi che faccia? Pensi che il mio racconto abbia ancora una ragione?

Aran de Le Aran:
Il Vescovo Winfrith lo vuole. Quindi lo ascolterò. E Milus lo trascriverà, come sempre.

Charal di Herstal:
Quindi proseguirò. Ma per te, frate, e non per lui. Proseguirò.

Bœmund sapeva della mia passione per Rötrud. Fin da ragazzo, fin dai tempi del ruscello, ad Herstal, dove, sosteneva lui, la fissavo da mattina a sera con uno sguardo intelligente come quello di una gallina. E siccome, negli anni del nostro addestramento, avevamo parlato di donne un’infinità di volte, sapeva che quella mia passione non s’era sopita mai. Sapeva che la donna che avevo sempre sognato,l’unica che avessi mai sognato, era lei.

Mentre me ne stavo lì, naso all’aria, a guardare il balcone del Re, il mio amico mi sussurrò:

«Chiudi quella bocca, Charal. Stai facendo la figuradell’idiot.

Per quanto mi fu possibile, cercai di seguire il suo consiglio e di darmi un contegno, ma non era facile. Era come se mi avessero dato un pugno alla bocca dello stomaco. Bœmund continuò:

«Forse è meglio che usciamo dal castello. Qui c’è troppa folla per pensare con lucidità».

E così facemmo. Camminammo attorno al castello fino al tramonto, in silenzio, ma non v’era soluzione che si potesse trovare alla mia pena. Alla fine, il mio amico domandò:

«E allora? Che intenzioni hai?»

Risposi:

«Che cosa vuoi che possa mai fare? Andrò dal Re, sorriderò, sarò cortese e mi congratulerò con lui perché mi sta portando via la donna».
Avrei seguitato a piagnucolare con Bœmund per ore, se qualcosa che avevo veduto non m’avesse distratto: un uomo stava entrando al castello dal cancello principale. Era ad una ventina di passi da noi. Camminava tranquillo, come ogni altro suddito di Childebert. Non portava armi, quanto meno in vista, e non era diverso da cento, da mille altri uomini. Tranne che per un dettaglio: il suo viso era nero.
Mi tornò a mente il ruscello, mi tornarono a mente i miei incubi di ragazzo, mi tornò in mente il Wyrdherr. Era il dispiacere per aver perso Rötrud, pensai, che disturbava i miei pensieri. In ogni caso, aveva qualcosa a che vedere con lei. In tutti quegli anni non l’avevo veduta e non mi era mai più apparso lui, sicché avevo finito per scordarmene. Ed ora Rötrud riappariva e, con lei, quel mostruoso individuo nero.
Bœmund si era accorto del mio improvviso disagio. Domandò che succedesse e ritenni che, dopo tutto quel tempo, fosse giusto confidare ad un amico come lui tutta la storia. Lui ascoltò con attenzione, come faceva sempre, poi disse:

«Vediamo se ho capito: la vista di Rötrud ti fa uscire di senno ed hai l’impressione di vedere l’uomo nero. Dimmi, la vista di Rötrud dovrebbe far uscire di senno anche me?»
Ci misi un po’ a capire, poi chiesi:

«Vuoi dire che l’ hai veduto anche tu?»

E lui:

«Distintamente. Un uomo dal mantello rosso, con una specie di scialle, rosso anche quello, arrotolato in testa, e la pelle del viso completamente nera. E’ entrato poco fa da quel portone».I nostri sguardi s’incrociarono un attimo e, dopo un cenno d’intesa, eravamo lanciati all’inseguimento del Demonio all’interno del castello.
Ma tra la folla plaudente, il Demonio non c’era. E, per quanto cercassi di aguzzare l’olfatto, non riuscii a sentire nemmeno odore di zolfo. Esplorai con lo sguardo tutta la coorte, salii in piedi sul bordo di un abbeveratoio, ma il Demonio s’era dissolto nell’aria.
In quel modo, però, m’ero messo in vista.

Re Childebert, sul balcone, aveva l’aria di chi sta per morire. S’era affacciato già prima del nostro arrivo, quando il sole era ancora alto nel cielo ed ora, alle prime ombre della sera, agitava ancora il braccio in segno di saluto ai suoi sudditi. E, malgrado paresse ormai un ghigno, aveva ancora il sorriso sulle labbra. Ma tutto ciò mi interessava poco. Ciò che m’importava era Rötrud: mi fissava con gli occhi spalancati, tenendo una mano sulla bocca, con l’espressione di chi ha veduto uno spettro. L’espressione di Maria Magdalena quando rivide Gesù vivo, dopo la Croce.

No, perdonami, frate. Non intendevo essere blasfemo. Non intendevo paragonarmi a Lui. Era solo un iperbole per definire la sorpresa dipinta sul volto di Rötrud.

Aran de Le Aran:
E’ comunque una bestemmia ! E poi la Magdalena non rivide Gesù vivo. Rivide il Suo Spirito risorto!

Charal di Herstal:
Nei sei certo? Avrei detto il contrario. Pensavo che Maria Magdalena avesse ritrovato Gesù vivo. Ma non importa. Sarà come dici tu.
Sai che cosa lessi in quell’espressione, frate? Lessi molte cose. Compresi molte cose. Vedi, avevo sempre creduto che a Rötrud non importasse un accidente, di me. Che mi avesse sempre considerato un amico come altri. In quel momento compresi che non era così. Quando era troppo tardi, quando lei stava per divenire la seconda moglie del Re, scoprivo che forse avrebbe potuto amare un… un selvaggio come me. Un essere spregevole, un uomo dai modi rozzi e dalle mani insanguinate. Lo scoprivo quando lei stava per divenire la seconda moglie del Re. Del Re! Non la seconda moglie di un sellaio, o la seconda moglie di un maniscalco. Del Re.
Sentii tirarmi per un braccio. Scesi dall’abbeveratoio e Bœmund mi domandò:

«Hai veduto l’uomo nero?»

Scuotei il capo e risposi: «Svanito».

Continuammo ad aggirarci per la coorte del castello, ma inutilmente. Ormai faceva scuro, il Re e Rötrud si erano ritirati e la gente stava andandosene. Del Demonio nero nessuna traccia.

Ci sistemammo per la notte in un fienile che stava poche miglia ad occidente del castello. Il viaggio a piedi, dal campo dell’esercito a lì,non era stata quel che si dice una passeggiata, ed eravamo stanchi, ma non vi fu verso di prender sonno. Per quanto riguardava me, a causa del ritorno del Demonio e, soprattutto, per l’espressione di Rötrud. E per quanto riguardava Bœmund, a causa mia: non tacqui un istante, in tutta la notte.

Non saprei dire quante volte gli descrissi quel gesto di sorpresa, quella mano sulla bocca. Non so dire quante volte gli chiesi che cosa avrebbe fatto al mio posto. Non so dire quante volte cercai di capire che nesso vi fosse fra Rötrud e l’uomo dalla pelle nera.

Lui rispondeva a grugniti, o con gesti delle braccia, ma non disse nulla. Per tutta la notte. Finalmente, alle prime luci dell’alba, si stancò di sopportarmi e pronunciò una frase compiuta che rispondeva a tutte le domande della notte:

«Non so perché quell’uomo avesse la pelle nera. Forse è il Demonio, o forse no. Forse esistono uomini così. E credo che non c’entrasse nulla con Rötrud. Lei non ce ne parlò mai. Tu hai veduto un uomo nero due volte. E non puoi essere certo che si tratti dello stesso uomo nero. Rötrud l’hai vista migliaia di volte: se ci fosse un legame avresti visto sempre anche lui. Questo penso io. Per quanto riguarda lei, credo che preferirebbe sposare un rospo anziché il Re. Li ho visti, su quel balcone: non l’ha degnato d’uno sguardo e, quando lui le si avvicinava per dirle qualcosa, lei si ritraeva istintivamente, con fastidio. Quindi, se ora vai al castello, le ficchi un sacco in testa e te la porti lontano, così lontano che il Re non possa trovarvi mai, può perfino darsi che sarete felici. Ed ora, visto che questo è stato sicuramente il discorso più lungo che io abbia fatto in vita mia, ho finito. E, se la cosa ti aggrada, vorrei provare a dormire qualche istante. Chiedo troppo?»

Eh, Bœmund era davvero il miglior amico che un uomo potesse desiderare. Aveva detto precisamente ciò che desideravo dicesse.
Lo lasciai dormire finché volle. Se l’era meritato. Io, in quel poco che restava della notte, mi torturai la testa con mille pensieri, nel tentativo di escogitare un piano per rapire la mia Rötrud. Pensai naturalmente anche alle conseguenze di ciò che stavo per fare: innanzitutto non era improbabile che i giganti della Guardia Reale ci sopraffacessero. A me non importava di morire, ma stavo mettendo a repentaglio anche la vita del mio migliore amico. Poi, nel caso il rapimento avesse avuto successo, non era improbabile che lei m’avesse poi odiato per tutta la vita. Quale donna sarebbe grata all’uomo che le impedisce di diventare Regina? E, nell’assurda ipotesi che anche ciò fosse superato, nell’assurda ipotesi che lei, pur senza avermelo mai detto, m’amasse così tanto, dove saremmo andati? Non nei regni dei Franchi. Dove, allora? Poi ancora, la mia carriera di soldato terminava lì. La mia luminosa, desiderata, voluta da Dio e faticata carriera di guerriero veniva sacrificata. Non avrei mai più sconfitto nemici valorosi, conquistato terre, cacciato draghi, o Quinotauri. Forse sarei divenuto un fabbro, forse un porcaio.

In altre parole, stavo per compiere una follia.

Ma la cosa che più mi angosciava era tradire il mio Re. Come ho detto ancora, Childebert non era, a rigor di termini, il mio Re: il mio Re non esisteva. Io ero nativo d’Austrasia e l’Austrasia era senza un Re da diverso tempo. Ma questo non mi faceva sentire meglio. Childebert m’aveva dato tutto: speranze, possibilità…. La sua amicizia…. Ed io lo ricompensavo commettendo un delitto di tale gravità che forse i codici della legge sarebbero risultati inadeguati a giudicare ad a punire. Il più grave crimine nella storia del popolo dei Franchi, fin da quando s’erano chiamati Sicambri.

Avevo sognato di divenire il più grande eroe della storia. Stavo per divenirne il peggior criminale.
Tutto perché un’amica che non vedevo da molti anni s’era messa una mano sulla bocca.

E pure, non riuscivo a rinunciare all’idea.

Si fece giorno e Bœmund si destò.
Sbadigliando, si rovesciò sulla testa un secchio d’acqua. Scuotè il capo, cercò le sue armi, le indossò…. Si girò verso di me e chiese:

«Andiamo?»

«Andiamo», risposi. Non c’era più tempo per i dubbi o per i rimorsi. Non c’era più tempo. Restava da fare ciò che era scritto nel nostro destino. La Volontà di Dio. Lo so, il destino e la Volontà di Dio possono divenire le più comode delle scuse. Lo so. Ebbene, tale era la mia volontà di compiere quell’atto, che fu come me l’avesse ordinato Dio.
Così andammo. Andammo a rapire la futura Regina di Neustria e Burgundia ed a fare di lei, nella più rosea delle eventualità, la moglie d’un porcaio.

Ma vedo che il braccio del tuo scrivano non riesce più a seguire le parole. Ed è tempo di smettere: la mia schiena non va meglio del suo braccio.

A domani, frate Aran. A domani.

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Aran de Le Aran:
Oggi ho assistito ad un prodigio. Ad un Miracolo. Quel soldato che mi mostrasti, in preda alla febbre… L’ ho rivisto stamane: è completamente rimesso. Pieno di energie. Ho interrogato i suoi compagni e costoro m’hanno assicurato che non gli fu somministrato alcun medicamento. Un Miracolo.

Charal di Herstal:
Uhm, sì. In certe particolari circostanze può accadere. Ma non è una buona cosa che tu te ne vada in giro a parlare con i soldati.
Ed ora, a noi. Sei pronto, scrivano?

La preparazione del rapimento di Rötrud, ed il rapimento stesso, richiesero tre giorni.
Come prima cosa dovemmo rubare tre cavalli dalle stalle reali. Ci avvicinammo allo stalliere con la scusa di ammirare un cavallo nero, per la verità bellissimo, e, mentre Bœmund carezzava il collo dell’animale e si complimentava con l’uomo per la sua bravura nell’allevar cavalli, io scivolai dietro il poveretto e gli tagliai la gola. Non fare quella faccia, frate: questa non è che una quisquiglia. Se ti farai il Segno della Croce ad ogni morto di cui ti narrerò, a sera avrai perduto l’uso del braccio. Fu necessario anche che uccidessi una guardia che era passata mentre nascondevamo il primo cadavere sotto la paglia, ad esempio; e così i cadaveri sotto la paglia divennero due. Poi fu la volta di una terza guardia che intendeva fermarci mentre uscivamo dal castello con i cavalli: uno dei tre animali, il baio, era la cavalcatura preferita di Childebert, e l’uomo l’aveva riconosciuta. Il cadavere finì sepolto sommariamente in un bosco poco lontano. Nascondemmo i cavalli nel cascinale dove avevamo dormito. Il villano che viveva lì con la famiglia fu convinto a collaborare con poche ma chiare minacce di morte e con due monete d’oro. Poi tornammo al castello a piedi e ci presentammo al Re.

Childebert fu gentile ma non quanto in altre occasioni e non quanto avessi temuto. Probabilmente ricordava che io e Rötrud ci conoscevamo fin da piccoli, e la cosa non gli garbava. E lei tenne gli occhi bassi tutto il tempo, evitando deliberatamente che i nostri sguardi si incrociassero. Il Re si compiacque, assai formalmente e quasi infastidito, per i miei successi militari poi, con sorprendente rapidità, ci fece comprendere che il colloquio era finito. Ma ciò che speravo sarebbe accaduto, accadde: durante un attimo di distrazione di Childebert, Rötrud mi guardò dritto in faccia con inequivocabile espressione di supplica. Parve dirmi portami via di qui. Ed ogni mio residuo scrupolo cadde. Quando il Re ci congedò dicendo:

«Potete rimanere al castello ancora qualche giorno, se lo desiderate»,

non mi lasciai sfuggire l’occasione e gli risposi:
«Grazie, Sire. Approfitteremo della tua benevolenza. La sera mi piace fare lunghe passeggiate lungo l’esterno delle mura». 

E dopo un ultimo sguardo al dolce viso di Rötrud, me ne andai seguito dal fido Bœmund.

Quella sera Rötrud non venne.
Attesi fino all’alba poi cedetti alle insistenze del mio amico e tornammo al cascinale per rimanere nascosti. Di certo erano già stati trovati i cadaveri delle Guardie e dello stalliere, ed era stato scoperto il furto dei cavalli. Difficilmente avrebbero pensato al valoroso Charal, amico del Re, ma era meglio non rischiare e restare nascosti durante il giorno.
La sera successiva Rötrud non venne.
La terza sera, quando ormai le speranze stavano abbandonandomi, udii la sua voce: stava passeggiando serenamente, e parlottava con una serva di chissà quali futili argomenti. Bœmund ed io camminavamo in senso opposto e presto incrociammo le due donne. Rötrud mi lanciò uno sguardo d’avvertimento ed io, guardando attentamente, scorsi nell’oscurità due Guardie Reali che le seguivano a pochi passi. Mi inchinai alle due donne rispettosamente in segno di saluto, così come il mio amico; loro risposero con un delicato cenno del capo, e proseguimmo ognuno nella propria direzione. Quando fummo all’altezza delle Guardie, queste non ci degnarono d’uno sguardo.

Quando fummo un passo oltre loro, ci girammo di scatto e le prendemmo alle spalle. Fu la questione di un attimo: le loro gole recise non emisero che un lieve rantolo. La serva di Rötrud non siaccorse di nulla, finché Bœmund non le chiuse la bocca con una mano impedendole di gridare.

Poco dopo eravamo fuori vista, nascosti dagli ontani del bosco. La serva aveva gli occhi spalancati per il terrore e Rötrud, la mia Rötrud, sorrideva. E siccome anche lei s’era certamente posta dei quesiti, aveva avuto dubbi, ed aveva pensato al futuro prima di venire a passeggiare sotto le mura del castello, arguii che preferiva divenire moglie di un porcaio anziché d’un Re.

La serva si chiamava Hildegonda. Era giovane, sciapa e un po’ troppo secca, per i miei gusti. Ma, evidentemente, non così per quelli di Bœmund. Mancava un cavallo, perché la sua presenza non era prevista, sicché la giovane dovette cavalcare dietro la sella del mio amico. E forse ci prese gusto a cingere la vita d’un uomo così forte. Forse lo strusciarsi contro di lui per tutto quel tempo, cullata dal galoppo del baio reale… Beh, non fa niente. S’innamorarono. Eccotutto.

Quanto a Rötrud ed a me, eravamo su cavalli diversi, lei non mi cingeva la vita ed il galoppo non faceva sì che ci strusciassimo. Ma per noi era superfluo.
Cavalcammo per giorni. Su mia insistenza e contrariamente al parere del mio amico, eravamo diretti al campo militare, ma facemmo un largo giro per far perdere le nostre tracce. Certamente a quell’ora il Major era stato avvertito del rapimento, l’esercito era stato mobilitato e centinaia di soldati stavano cercando la mancata Regina ed i suoi rapitori.

L’idea era questa: Bœmund si sarebbe presentato tranquillamente al campo da solo, mentre io e le due donne avremmo atteso nascosti nelle vicinanze. Avrebbe detto a tutti che avevamo saputo del rapimento, che avevamo partecipato anche alla caccia dei rapitori e che poi lui era rientrato ed io ero andato a caccia del drago. Dopo qualche giorno ci avrebbe raggiunto e si sarebbe diretto alla sua vecchia casa di Herstal, in riva al ruscello, in compagnia di Hildegonda, mentre io sarei andato veramente a caccia del drago con Rötrud e, successivamente, avremmo trovato una sistemazione. In quel modo i soldati avrebbero braccato due sconosciuti e non noi. E, con il tempo, speravamo che si sarebbero scordati della cosa e che il Re si sarebbe trovato un’altra Regina, o magari due. In quella situazione sarebbe bastato che nessuno riconoscesse le due donne, e avremmo potuto vivere tranquilli.

Quando giungemmo in prossimità dell’insediamento, ci rendemmo conto che le acque non s’erano chetate affatto. Il campo era in fermento e decine di uomini a cavallo entravano ed uscivano al galoppo, in continuazione.

Ma Bœmund si diresse là ugualmente, in tutta tranquillità. Il concetto di paura era estraneo, a quell’uomo eccezionale.

Tornò due giorni dopo, con due cavalli. Tutto era andato come volevamo. Nessuno s’era sognato di associare il nome di due prodi come Charal dalle molte francische Bœmund l’aspide ad un crimine di tale ignominia. Solo il Re aveva sospettato di noi, pareva, ma l’esercito intiero s’era rifiutato di dar credito ad una simile eventualità. E, a completare la mia felicità, aveva con se Quinowoulf.

Quando il cane mi vide, parve impazzire. Saltava, uggiolava, si rizzava sulle zampe posteriori leccandomi il viso… E pisciò contro tutti gli alberi della terra di Neustria. Faceva sempre così, quand’erafelice.

Quindi venne il momento di separarci.
Bœmund ed io ci abbracciammo fortemente ed a lungo, senza dire nulla per paura che le voci tradissero la commozione, poi partimmo. Lui e la servetta Hildegonda in una direzione, Rötrud, Quinowoulf ed io in un’altra. Sentivo che non ci saremmo rivisti mai più. E credo lo sentisse anche lui.
Anni più tardi mi sarebbero giunte sue notizie: avrei incontrato qualcuno che, suo malgrado, aveva dovuto regolare con lui un vecchio conto. Più avanti avrei saputo che sarebbe vissuto felice con la sua Hildegonda fine alla morte di lei. Poi, in una battaglia cui avrei partecipato anch’io, ignari l’uno della presenza dell’altro, sarebbe morto come muore un grande eroe. E non v’è dubbio che questo fosse Bœmund: un guerriero straordinario, un amico straordinario, un eroe straordinario.

Charal di Herstal:
Voglio dirti subito, frate, che non divenni un porcaio.
Non precisamente: feci il contadino. Che è anche peggio perché devi fare molte cose faticose e, per di più, capita sovente che tu debba comunque fare anche il porcaio.
Ricordo i quattro anni che seguirono con infinita dolcezza e nostalgia. Anni sereni. Che dedicai esclusivamente al lavoro ed a Rötrud. Un lavoro faticoso, ma facile. Nel quale non occorreva pensare. Anche l’esercito stanca i tuoi muscoli, ma i momenti d’ozio sono molti e, spesso, anche troppo lunghi. I campi e gli animali, invece, richiedono un’attenzione ed una presenza continue, ma non occorre saper far niente di speciale. Le cose che vi sono da sapere si apprendono nell’arco dei primi due o tre mesi, dopodiché tutto scorre sempre uguale. Quasi sempre chi ti comanda è sgradevole e pretende da te ciò che la natura non produce. Talvolta piove quando vorresti ci fosse il sole; talvolta c’è il sole quando vorresti piovesse. Talvolta fa troppo freddo e talvolta troppo caldo, ma impari con gli anni che così è sempre stato e così sempre sarà, e dunque accetti sereno quel che Dio ti manda. Insegui le stagioni e le stagioni ti sfuggono, e così è degli anni e della vita. Ma se hai accanto la donna che per tutta la vita hai desiderato d’aver accanto, se senti che quel che lei ha desiderato tutta la vita è stato d’aver accanto te, allora invecchiare è quasi piacevole. Poi lassù nel nord, in riva al Mare Verde, il tempo assume connotati diversi da quelli che mostra qui, e diviene meno importante. Quelle sconfinate distese deserte, interrotte solo di tanto in tanto da miseri boschi di betulla, quei venti radenti che ululando selvaggiamente spazzano i campi da oriente ad occidente, quegli immensi, gelidi silenzi contrastati dal rombo lento e possente del mare, creano una
specie d’incanto che rasserena il tuo animo e che ti toglie il sensodella gioventù e della vecchiaia.

Là vivemmo, Rötrud ed io, quei quattro anni. Presi da quell’incanto.

Non vennero figli. Inspiegabilmente, non vennero figli. Io li desideravo, ma non vennero. Oggi sono certo del contrario, perché ne ho fatti sette senza quasi rendermene conto, ma allora pensai di non essere capace di farli. E la cosa mi faceva sentire a disagio. Rötrud invece non se ne crucciò mai, sostenendo che quando Dio avesse voluto, i figli sarebbero venuti. Diceva che, per quanto ne sapeva lei, stavo usando il metodo giusto e che nulla più di quello avrei potuto fare.

Quattro anni. Quattro magnifici anni.

Ma la vita non è fatta così.
E dopo essere stata dolce con noi per quattro anni, dopo averci lasciato in pace per tutto quel tempo, all’improvviso decise di tornare se stessa e, nel giro di pochi giorni, ci regalò alcune sorprese.
Una notte fummo destati di soprassalto dall’abbaiare feroce di Quinowoulf e, soprattutto, dai muggiti che provenivano dalla stalla: le vacche parevano impazzite dal terrore. Poi sentimmo un suono strano e fortissimo, un verso inaudito, come il ringhio di cento, mille, dieci mila lupi inferociti mescolato al raglio di cento, mille dieci mila asini. Mi precipitai fuori dal giaciglio e stavo accendendo una torcia quando quel grido spaventoso si ripeté. Afferrai un’ascia e mi precipitai fuori, ma pareva tutto finito. Non vidi nulla di strano. Se gli animali non fossero stati ancora visibilmente agitati, se il cane non avesse seguitato ad abbaiare alla notte, avrei dubitato d’aver udito. Non seppi che pensare. Controllai con cura le adiacenze della casa, ma non trovai nulla di diverso dal solito. Sicché, pur assai perplesso, tornai a dormire. Solo il mattino successivo compresi: nella melma del recinto dei porci c’era l’impronta a tre dita della zampa di un animale. Simile come forma a quella d’una gallina, ma lunga quasi tre passi e profonda un braccio. Per ventiquattro anni avevo sperato in cuor mio di trovare il drago, finché, evidentemente, s’era stancato di aspettare ed era venuto a cercarmi lui.
Non un solo animale mancava: tutte le capre erano nel recinto; tutti i porci, tutte le vacche erano al loro posto. Non una staccionata era stata divelta, nessun danno era stato causato. Lui voleva me.
Così, dopo quattro anni, tornai ad indossare le armi. Montai a cavallo e, seguendo Quinowoulf, mi diressi a sud.
Procedemmo senza interruzioni quasi fino al tramonto. Il cane seguiva senza difficoltà l’usta, e trovammo ancora numerose impronte. Quando dal terreno roccioso della scogliera passammo allaterra morbida dell’entroterra, le impronte si fecero ancora più nitide e regolari. E così trovai la risposta ad una delle mie domande di ragazzo. Calcolando la distanza da un’impronta alla successiva, fui ingrado di immaginare la grandezza del mio nemico: un drago era lungo undici passi. Da qui a laggiù. E, per una questione di giuste proporzioni, non poteva essere più basso di sette od otto braccia, all’incirca come il leccio che vedi spuntare dietro quel gruppo di tende.

Nel bel mezzo della piana, le impronte si interrompevano. Quinowoulf si fermò e venne a prendersi le carezze che spettano a chi ha compiuto un buon lavoro: il drago era volato via.
Uscii a caccia del mostro anche il mattino successivo, ma senza successo. E quando tornai, v’era un’altra bella sorpresa. Avvicinandomi alla casa, mi resi conto subito che qualcosa non andava per il suo verso. Non so dire che cosa: forse un panno steso dove non doveva essere steso, forse un secchio rovesciato, non saprei dire. Ma sapevo che qualcosa non andava per il suo verso. Ed inoltre, il cane, anziché correre incontro a Rötrud come faceva sempre, si teneva accosto alle mie gambe, con le orecchie rizzate come la punta delle picche.

Mi avvicinai silenziosamente, girai sul retro e mi misi ad ascoltare, attraverso la finestra, i rumori provenienti dall’interno. La situazione era chiara: quattro uomini, forse cinque, stavano tentando di violentare la mia donna.

Tornai al cavallo, presi due asce da lancio, una per mano, poi entrai tranquillamente dalla porta.
Gli uomini erano quattro. A giudicare dal loro abbigliamento, tre erano pastori. Uno comodamente appoggiato ad una parete sorrideva con lo sguardo felice di chi sta per godersi un bello spettacolo. Gli altri due mi davano le spalle, perché erano intenti ad evitare la punta dell’attizzatoio che Rötrud, chiusa in un angolo, agitava sotto il loro naso. Ridevano anch’essi. Il quarto uomo sedeva su uno sgabello alla mia sinistra. Portava un mantello rosso ed uno scialle rosso arrotolato attorno al capo; aveva uno strano naso largo e piatto, due labbra enormi e la pelle del viso completamente nera. Finalmente vedevo il Demonio da vicino.

Ma non dedicai troppo tempo ad esaminarlo. Preferii squarciargli il petto con la scure che avevo nella mano sinistra. Non era distante, ma fu un buon lancio, considerato che quello non è il mio braccio migliore. Poi balzai su di lui, ricuperai l’arma e la scagliai contro la fronte del pastore appoggiato alla parete. E la testa gli si aprì in due come una zucca. Gli altri due, naturalmente, si erano scordati di Rötrud e guardavano me. Avevo ancora la scure nella mano destra, appoggiata all’indietro sulla spalla, in questo modo. Loro portavano coltelli alla cintura, ma sapevano, avevano visto, che non avrebbero mai avuto il tempo di usarli. Ma erano due. Così dissi:

«Presto o tardi si muore tutti, no? Oggi tocca a voi. Chi vuole cominciare?»

Per un attimo tutti restammo immobili. Loro non si muovevano ed io, per non rimanere disarmato, non lanciavo. Ma fu questione solo di un istante. Parve lungo, ma fu solo un istante. Si udì un sibilo ed uno dei due lanciò un grido abbattendosi a terra: Rötrud gli aveva sferrato un colpo formidabile su un orecchio con il suo attizzatoio. Restava una testa per una scure. Sì, puoi farti un altro Segno della Croce, frate. Anzi, fanne due: l’uomo colpito da Rötrud era solo svenuto, e mitoccò finirlo piantandogli il suo stesso coltello nel cuore.

Comunque, l’uomo nero non era il Demonio. E, comunque, era morto quanto gli altri tre. E, come loro, venne scagliato in mare dall’alto della scogliera, venne inghiottito dalle onde e scomparve.

La settimana che seguì dovetti occuparmi di una scrofa che stava per partorire e non potei seguitare la caccia al drago. Mi ripromettevo di farlo subito dopo, ma non fu possibile, perché la vita aveva in serbo per me una nuova sorpresa: i soldati del Major.

Quando li vedemmo arrivare, Rötrud ed io ci guardammo preoccupati, temendo che, pur dopo tutto quel tempo, ci avessero scoperti. Invece non avevano la più pallida idea di chi fossimo. Per loro ero solo un villano senza nome. Il Grosso, com’era soprannominato il Major, mio padre, aveva ordinato una coscrizione di tutti gli uomini in grado di combattere. Aveva deciso di sottomettere il popolo degli Alamani. Era la guerra. Una vera guerra.

Ma te ne parlerò domani, se vorrai.