Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal diHerstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese diMarzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Charal di Herstal:
Ci fu data una settimana per sistemare le cose.
Gli animali furono affidati al villano che curava i campi confinanti con i nostri, che non poteva combattere perché privo del braccio destro. A Rötrud fu consentito seguirci fino ad Herstal: avrebbe cercato sua madre, o la mia, per vivere là fino al mio ritorno, nell’ipotesi che tornassi. E mi fu consentito portare Quinowoulf.

La settimana successiva arrivammo ad Herstal, incolonnati con centinaia di uomini di ogni risma rastrellati lungo i territori dal Mare Verde fino a lì, molti dei quali avevano al seguito le famiglie.
La capanna di Alpaide non esisteva più e di lei nessuno si ricordava. Chiesi a tutti quelli che incontrai, ma non ottenni nulla. Non riuscii a riconoscere nessuno. Nessuno che avessi conosciuto in gioventù. Tutte facce nuove.

La pietra caduta dal cielo era sempre al mio collo ma, evidentemente, non era così prodigiosa.
Finalmente una vecchia mi disse d’aver sentito parlare da qualcuno, che ne aveva sentito parlare da qualcuno, d’una capanna di tronchi che sarebbe stata lì anni prima. Era andata a fuoco una notte, a quanto pareva, ma nulla seppe dirmi della donna che ci viveva. Anzi, che nella capanna vivesse una donna sola, lo apprendeva in quel momento. Non c’erano nemmeno Bœmund e la servetta Hildegonda e, a quantopareva, non c’erano mai stati. Non erano mai arrivati lì.

Se il castello di mio padre non fosse stato ben visibile sulla sua altura, se il ruscello non avesse continuato a scorrere là dove era sempre stato, avrei dubitato d’essere davvero ad Herstal.

Rötrud, invece, ritrovò una sorella di cui ignoravo l’esistenza, di sette anni più anziana di lei e vedova da tempo, e si sistemò nella sua casa. Non v’era troppa simpatia, fra loro, ma Rötrud era abile a mandare avanti una casa, ed avrebbe rappresentato un ben valido aiuto nel coltivare l’orto dei cui frutti avrebbero vissuto.

Quando fu il momento di lasciarci, lei disse sorridendo:
«Fa’ in modo di tornare, villano del nord, siamo intesi?»

Sorrisi a mia volta e le risposi:

«Dovrebbero uccidermi, per impedirmelo. Conosci qualcuno capace di farlo?»

E le sistemai un ciuffo di capelli color miele che le scendeva sulla fronte.
Dopodiché rientrai nelle fila di quell’accozzaglia di gente e proseguimmo in direzione sud-est.

Era la fine dell’autunno quando giungemmo al campo d’addestramento. Le famiglie erano state in qualche modo tutte sistemate lungo il cammino e v’erano solo uomini in grado di combattere. Il campo si trovava poco a oriente di Paris, non lontano da qui, ed era immenso. Non avevo mai visto tanta gente in vita mia. Devo ammettere che l’organizzazione messa assieme da mio padre era formidabile. C’erano almeno due dozzine di migliaia di uomini, tutti villani o quasi, tutti ignoranti che avevano maneggiato ogni sorta di attrezzo ma mai un’arma. E che non avevano la minima conoscenza della disciplina, degli usi militari, delle battaglie. Uomini anche forti, ma che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbero lanciati all’impazzata contro il nemico facendosi trucidare stupidamente. Oppure che se la sarebbero data a gambe di fronte al primo attacco nemico.

Invece venimmo divisi in gruppi, ordinati e composti da comandanti capaci, che ci addestrarono sull’uso delle armi tenendo conto delle attitudini di ognuno, che ci spiegarono le tattiche di combattimento, le nostre e quelle Alamane, insegnandoci come sopravvivere e, possibilmente, come vincere.

Ci misero alla prova con spada e lancia, ed io ottenni un posto nella seconda fila, che includeva coloro che avessero una vaga idea di come si maneggiano quelle armi. Un posto di discreto privilegio, non troppo esposto e non troppo avvilente. Poi venne la prova delle asce, e ci fudetto di colpire un tronco d’albero da una ventina di passi. Quasi tuttele asce finirono lontane dal bersaglio. Qualcuna colpì il tronco ma rimbalzò via cadendo tristemente a terra.

Quando lanciai io, l’ascia si conficcò saldamente nel mezzo del tronco ed alla giusta altezza. Il nostro comandante, che si muoveva a cavallo tra noi, spinse la sua cavalcatura verso di me e mi apostrofò con rudezza:

«Tu hai troppa fortuna, villano: tua moglie sta di certo spassandosela con qualche ragazzino. Lancia di nuovo quell’ascia».
Presi un’altra ascia e lanciai di nuovo. Ti assicuro, frate, che non desideravo ostentare la mia bravura. Ma per me lanciare un’ascia era una cosa naturale come infilarmi le brache o soffiarmi il naso. Sicché la seconda arma si conficcò a due dita di distanza dalla prima. Il comandante portò di nuovo il cavallo vicino a me, si sporse per guardarmi in faccia, cercò di capire che cosa stesse succedendo, poi disse:

«Di nuovo. Scagliala di nuovo».

Ma il risultato fu lo stesso, se non addirittura migliore. Il comandante scese da cavallo, mise il suo viso così vicino al mio che i due nasi si toccavano, mi guardò a lungo negli occhi poi chiese:

«E tu chi diavolo saresti?»
In un attimo dovetti decidere che cosa rispondere. Se avessi detto d’essere stato quattro anni prima un valente comandante dell’esercito di Neustria, mi sarei messo troppo in mostra: dopo tutto poteva essere che Re Childebert stesse ancora cercandomi per il rapimento. Se avessi detto d’essere un comune villano del nord, il comandante non mi avrebbe creduto ed avrei destato ancora maggiori sospetti. Così optai per una falsità intermedia: ero un villano del nord che in gioventù aveva frequentato una scuola di guerra in Austrasia e che, per pura passione, aveva seguitato ad allenarsi.
Non fu una grande idea. Per dirla tutta fu una colossale idiozia: a nessun villano è consentito frequentare una scuola di guerra. E se mai questo prodigio fosse accaduto, nessuno mai vi avrebbe rinunciato per tornare a fare il villano. So per certo che non mi credette. Ma un braccio come il mio gli avrebbe fatto comodo, e non indagò oltre. Per farmi capire che non era agevole prenderlo per il naso, mi sussurrò:

«In Austrasia si porta alla spalla l’ascia di piatto, e si lancia a braccio teso ed a gambe larghe. Tu appoggi di taglio, fletti il braccio e abbassi il ginocchio della gamba d’appoggio. Lanci come si lancia in Neustria. Ma non importa. Farai parte delle truppe scelte del Major. Vieni nella mia tenda domani alle prime luci.».La guerra era il mio destino, frate.

E’ così che è fatta la vita. Sarei diventato uno dei soldati scelti dell’unico uomo che avessi mai odiato veramente nella vita: il Majordomi d’Austrasia, di Neustria e di Burgundia Pijen d’Herstal detto il Grosso. Mio padre. E magari, nel corso di un concitato scontro, gli avrei salvato la vita. Quello era il mio compito. E lui non avrebbe mai saputo d’esser stato salvato da suo figlio.
Sì, caro frate. E’ così che è fatta la vita.

A metà primavera quattro o cinquemila uomini erano divenuti un esercito di passabile qualità. Con gli altri sette od ottomila non v’era stato nulla da fare. Non v’era stato verso di far indossare loro nessun altro abbigliamento che una pelle d’animale, non v’era stato verso d’insegnar loro l’uso di un’arma diversa dalla clava, non v’era stato verso di insegnar loro ordini più complessi di Avanti!, di Fermatevi! e di Indietro!

Uomini così, in battaglia, puoi utilizzarli in un solo modo: sporchi loro il viso di terra per peggiorare il loro aspetto animale, li ubriachi un po’, li nascondi in un bosco e, quando il nemico ti attacca di fronte, li mandi contro un fianco del suo schieramento. Si precipitano su di lui urlando come belve feroci, sporchi puzzolenti, agitando una clava od un forcone, ed ottengono risultati sorprendenti. Le schiere nemiche si disuniscono e perdono impeto. Non v’è altro impiego possibile.

Quando l’addestramento fu terminato, il Major venne a visitare le truppe che avrebbero affrontato gli Alamani.
Pijen il Grosso era proprio come me l’ero immaginato. Rude, autoritario e crudele. Oltre ché, naturalmente, grosso. Fece schierare tutti e dodici mila gli uomini nella piana di Choulogne, e passò qui e là, a caso, fra i ranghi. Sapeva di guerra, il Major, e non commise l’errore di interrogare selvaggi armati di pertiche. Preferì allestire la sua messinscena con soldati che possedessero l’aspetto di soldati. Si fermò ad una trentina di passi da dove mi trovavo io ed interrogò un fante leggero, armato di spada corta, chiedendogli::

«Sei tu, guerriero, il più valoroso del mio esercito?» Naturalmente avrebbe voluto sentirsi rispondere di sì. Così avrebbe potuto aggiungere che era fiero di lui, che tutti i guerrieri dovevano sentirsi i migliori, che lui comandava dei prodi, che gli Alamani stessi avrebbero ammirato il coraggio dei Franchi… Insomma, avrebbe detto le stupidaggini che sempre dicono i comandanti generali in questi casi. E mentre i prodi, pensando alla battaglia, avrebbero faticato a non riempirsi le brache per via della paura, se ne sarebbe andato. Nei giorni a venire poi, mentre i prodi, faticando sempre più per non farsela addosso, avrebbero ingaggiato battaglia con i nemici, lui se ne sarebbe stato su una collina ad osservare la battaglia da una ragguardevole e sicura distanza.
Ma il soldato rispose di no.
Proprio così, frate. Rispose di no. E, non contento della delusione data al suo Major, con forte accento del settentrione aggiunse:

«Nemmeno per questa nerchia, che sono il più valoroso! Quelli sono proprio i primi a lasciarci il culo».
O qualcosa di simile, insomma.
Il superiore dell’uomo, colui che l’aveva istruito, si portò prima una mano sul volto disperato, poi alla gola, in un gesto protettivo. Come sentisse già la lama degli sgherri di Pijen penetrargli nelle carni del collo. Ma Pijen lo ignorò. Incenerì invece con lo sguardo il soldato, soffiò aria dal naso e chiese ancora:

«Chi sarebbe, dunque, il più valoroso?»

E, maledizione, frate, maledizione, lui rispose:

«Quello la, quello robusto».

Maledizione, frate. Quello là, quello robusto, ero io.
Ed ecco di fronte a me il mio detestato genitore. In piedi di fronte a me, gli occhi dell’uno negli occhi dell’altro. Appena mi trovai davanti il suo faccione malvagio, scordai tutte le precauzioni prese fino a quel momento per via del rapimento di Rötrud. Desiderai solo che sapesse che lo odiavo. Tentai già di farglielo capire con lo sguardo, ma lui scambiò l’espressione truce del mio viso per determinazione. E disse:

«Un uomo con i coglioni della dovuta grandezza! Come ti chiami, guerriero?»

Facendomi sfuggire l’ombra di un sorriso, o forse d’ un ghigno,risposi:

«Sono Charal di Herstal, figlio di Pijen di Herstal e di Alpaide.»

Beh, frate, era un uomo odioso ma anche lui possedeva i coglioni della dovuta grandezza. E non si impressionò come avevo sperato. Non si impressionò affatto, anzi, come se la mia frase non l’avesse interessato per nulla. Continuò a guardarmi negli occhi, sporse la punta della lingua annuendo appena, poi rimontò a cavallo e se ne andò.

Chi s’era impressionato era invece il mio comandante. La sera stessa mi fece chiamare nella sua tenda e mi disse:

«Così sei un villano del nord! Hai imparato a maneggiare l’ascia in Austrasia! E ti sei tenuto in esercizio per passione! Non ècosì?»
Quello era un uomo capace, la cui stima mi lusingava. Mi dispiaceva averlo ingannato. Sicché mi scusai con lui:

«Non intendevo recarti offesa, comandante. I motivi per cui ti ho mentito non riguardano te, ma altre cose. Cose del passato. Ti chiedo venia».

«Non è questo che conta. Io sapevo chi eri dopo averti visto lanciare. Solo un allievo di Leguor il Visigoto poteva trattare una francisca bipenne a quel modo. E solo un allievo di Leguor è scomparso anni fa, dopo il rapimento della promessa sposa del Re. Quello che non sapevo, quello che nessuno sapeva, è che tu fossi il figlio del Major domi. Da quel che ho compreso non lo sapeva nemmeno lui!»
Dunque tutti sapevano. Dunque Re Childebert si era convinto che l’autore del rapimento fossi io. Ed era riuscito anche a convincere di questo anche il Major.
E dovetti mentire ancora:

«Me ne andai ad inseguire un drago. Il rapimento non mi riguarda».

«Oh, certo che no! E’ assolutamente normale che il più promettente guerriero di Neustria, a vent’anni già comandante di truppe scelte, se ne vada a spalare merda di vacca nel luogo più deserto del mondo! E, d’altra parte non è questo il punto: fino ad oggi il Re ti accusava del delitto mentre il Major sosteneva la tua innocenza. E benché il primo avesse una persona influente che tiaccusava e portava prove, l’altro ti difendeva senza elementi, così,per partito preso. Accade sempre a questo modo. Accade sempre che la pensino al contrario. Ed accade sempre che alla fine prevalga la decisione del Major. Ma oggi tu hai sfidato anche lui. Ora non so che possa accadere. Tuo padre è uomo dalle reazioni imprevedibili. E non è tenero. Se, quando venisti da me, tu m’avessi detto come stavano le cose, avremmo potuto tener nascosto il tuo nome e t’avrei affidato un distaccamento, od anche di più, di fanteria leggera.

Ora, con questa tua bravata… Spero che la guerra tenga occupata la mente di tutti e che per un po’ tu la faccia franca. Se sarà così, guiderai le mie fanterie. Altrimenti… Non lo so. In ogni caso, quale che ne sia l’esito, dopo la guerra ti conviene scomparire di nuovo. Ed ora, per ogni evenienza, fammi il comitatus».
Posai un ginocchio a terra, chinai il capo, e recitai la formula con la quale gli giuravo fedeltà fino alla morte.

Pijen d’Herstal non dette notizie di sé.
Alla prima battaglia contro gli Alamani, vedemmo il suo stendardo in lontananza e null’altro. Io guidai la fanteria leggera, tutta la fanteria leggera, e fu una vittoria schiacciante. Una battaglia assai semplice. In campo aperto. Noi da una parte, loro dall’altra. In futuro i nostri nemici non avrebbero più commesso lo stesso errore, e sarebbe divenuta una guerra orrenda, combattuta da famiglie contro altre famiglie, da amici contro amici. Nelle case, nelle strade, con poche possibilità di scontri onorevoli. Gli Alamani avevano una terra loro, nella quale convivevano con i Bavari, ad oriente della Burgundia ed a meridione dell’Austrasia. Ma moltissimi di loro vivevano mescolati ai Franchi in Austrasia e Burgundia . Non volevano terre: rivendicavano solo maggiore giustizia. Volevano essere considerati alla stessa guisa dei Franchi. Volevano niente di meno che un Major domi Alamano. La qual cosa, con mio padre al governo, era come chiedere al sole di non tramontare od all’acqua dei fiumi di non scorrere più.

A conti fatti, l’esercito risultò essere in quel periodo uno dei posti più sicuri dove un uomo potesse rifugiarsi. Vedevi il nemico. Sapevi da quale direzione sarebbe venuto il pericolo. Si moriva, certo. Anche se gli scontri veri non furono che una dozzina in due anni, anche se Pijen non utilizzò mai nemmeno un terzo dei suoi settantadue mila uomini, anche se i distaccamenti dell’ovest e del nord non videro mai un Alamano, molti soldati morirono. Ma non fu nulla al confronto del fiume di sangue che in quello stesso periodo bagnò le città, i villaggi, i cascinali.

Ad ogni giovane guerriero Alamano che noi uccidevamo in campo aperto, una sposa burgunda od un ragazzo austrasiano perdevano la vita in un agguato dietro un fienile o lungo una strada. Fui costretto ad ordinare lavori ignobili per guerrieri coraggiosi, come ispezionare ogni buco di un’intera città onde snidare tutti gli Alamani. E lavori da beccaio come sgozzarli tutti e bruciarne i cadaveri.

E durò due lunghissimi, orrendi anni.
Ma i Franchi erano troppo potenti perché si potesse mettere in dubbio il risultato finale. Lentamente e fatalmente Gli Alamani si rifugiarono sempre più numerosi ad est, dove si sentivano protetti perché circondati dei loro simili. E quando furono là, Pijen concentrò il più formidabile esercito che si fosse mai visto al confine delle loro terre e li sconfisse in una sola rapidissima battaglia.
Fortunatamente il Major accettò la resa dei guerrieri e non infierì con la popolazione mostrando, viceversa, una per lui sorprendente magnanimità. Quando stavo per condurre la fanteria ad inseguire le schiere dei nemici in rotta, arrivò l’ordine di fermarci: non ci si doveva inoltrare in territorio Alamano.
Sulle prime mi parve una decisione squisitamente strategica. Pensai che il Major temesse una trappola. Invece, col passare dei giorni, dovetti convincermi che davvero non covava desideri di vendetta.
Più sorpresi di me parvero gli stessi Alamani che, già certi della fine, temevano per le loro famiglie e per le loro case. Tutto ciò favorì la resa finale. Ogni giorno che passava giungeva la notizia che qualche ostinato gruppo di nemici, di fronte alla prospettiva di una resa onorevole, aveva deposto le armi, ed ormai la fine della guerra era questione di poco tempo.

La mia fanteria si attestò poche miglia oltre il confine, attrezzata a presidio. Molte truppe furono rimandate a casa e vennero sostituite da intere tribù di uomini che non avevano mai combattuto, molto più simili a coloni che a soldati, e le tribù si stanziarono, separatamente l’una dall’altra, lungo la fascia che il Major aveva stabilito per loro. L’ordine era di limitarsi a proteggere ed appoggiare il Duca bavaro finché questi non avesse riportato la situazione alla normalità.

Fu a quell’epoca che mi presentai nella tenda del mio comandante. Naturalmente sapeva già che cosa volessi da lui, ma mi parve rispettoso porre la richiesta:

«Come dicesti una volta, alla fine della guerra mi converrà scomparire di nuovo. Credo che la guerra sia ormai finita».
Lui spostò alcuni oggetti dalla tavola che aveva di fronte, si sedette su uno spigolo e chiese:

«Che farai ora? Tornerai alle tue vacche?»

Non potei far altro che aprire le braccia. Lui scuotè il capo, prima in modo affermativo poi in modo negativo, sporgendo le labbra, quindi disse:

«Un uomo come te!».

E nient’altro.

Non salutai nessuno. Nemmeno gli uomini che avevano conquistato la mia stima e la mia amicizia. Non potevo. Per non creare guai al comandante, ufficialmente disertavo.
Mi diressi subito in direzione di Herstal, per mostrare a Rötrud che nessuno era stato capace d’uccidermi. Combattere quella guerra m’aveva riportato indietro nel tempo e m’aveva risvegliato la passione per le armi, i duelli, le battaglie; e mi ero via via appassionato anche al comando degli uomini. Ora perdevo di nuovo tutto questo e, tuttavia,anche l’idea di trascorrere i prossimi anni nei campi, così come avevo trascorso i quattro su al nord, in compagnia della mia donna, non mi dispiaceva affatto.

Poi, se mi fossi annoiato, c’era sempre un drago che mi aspettava. Quando fui a debita distanza dall’accampamento, dissi a Quinowoulf che mi trotterellava tra le gambe:

«Ora vado da Rötrud. Tu vieni?»

Pareva l’avesse morso una tarantola. Saltò, abbaiò, si rizzò sulle zampe posteriori e mi leccò il viso. E pisciò contro tutti gli alberi della terra degli Alamani. Faceva sempre così quand’era felice.
Poi s’avviò deciso a settentrione.

———————————————————————————————–

Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal di Herstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese diMarzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Charal di Herstal:
Più salivo a nord e più la guerra pareva una cosa remota.
Ero io a chiedere notizie agli abitanti e non l’opposto. La gente sapeva che c’era una guerra in corso, sapeva che era ormai vinta e sapeva che alcun beneficio sarebbe a lei venuto da questa vittoria. Ma ne parlavano come di una cosa accaduta dall’altra parte del mondo. Qualcuno pensava addirittura che fosse avvenuta al di là del mare, senza poter tuttavia precisare di quale mare, né dove fosse il mare. Forse Pijen il Grosso non era un governatore prodigo ma, di certo, faceva sentire il suo popolo al sicuro da ogni pericolo.

Giunsi a casa ad autunno inoltrato, senza aver avuto alcun fastidio, senza che a nessun armigero, e ne avevo incontrati numerosi, venisse l’idea di fermarmi od anche solo di chiedermi alcunché.
Rötrud era nell’aia della casa di sua sorella. Mi vide da lontano e presea fissarmi per capire se fossi proprio io. Poi Quinowoulf le si lanciò incontro abbaiando ed ogni suo dubbio scomparve. Anche a me venne spontaneo accelerare il passo mentre lei si faceva il Segno della Croce. Pensai che, terminato di ringraziare Dio per il mio ritorno, anche lei si sarebbe messa a correre verso di me.

Invece rimase stranamente immobile e, quando fui ad una dozzina dipassi da lei, dalla casa uscirono sette armati dell’esercito d’Austrasia. Non fecero nulla. Non dissero nulla. Lasciarono che abbracciassi la mia donna, lasciarono che entrassi in casa, entrarono a loro volta e chiusero la porta.

Il Major domi d’Austrasia, di Neustria, di Burgundia ed ora anche d’Alamania, Pijen d’Herstal detto il Grosso, stava seduto su uno sgabello in fondo alla piccola stanza, con la schiena appoggiata alla parete. Stava mordicchiando uno stelo di saggina e, con un altro stelo eguale, stava pulendosi le unghie.

Rötrud mi guardava preoccupata, cercando di capire dal mio sguardo che cosa stesse accadendo, ma io ero più sorpreso di lei. Temevo di sapere che cosa sarebbe accaduto di lì a poco, questo sì. Ma tentai di tranquillizzarla con gli occhi.

Il silenzio era pesante.
Poi mio padre alzò gli occhi su di me e disse:

«Mi è consentito parlare ad un così grande eroe?»

Il sarcasmo era evidente.
Cercai una risposta adatta, non troppo rischiosa e non troppo rispettosa e, alla fine, dissi:

«In queste terre ti è consentito tutto. Sei tu quello che comanda».

Per tutta risposta ricominciò a pulirsi le unghie e rimase in silenzio ancora per qualche tempo. Si udiva solo il respiro degli occupanti la stanza. Dopo un po’ il Major fece un impercettibile cenno del capo ai suoi armati e costoro uscirono richiudendo la porta. Di nuovo si occupava delle unghie. Dopo un po’ ancora, rialzò il capo e guardò alternativamente Rötrud e me. Capii che cosa volesse e dissi a lei:

«Ti prego, esci. Noi dobbiamo parlare».

Poi mi corressi:

«Io ed il signore di Herstal dobbiamo parlare».

Ero certo che lei già sapesse chi era quell’uomo, non era un modo per avvertirla. Quel che volevo era trattare lui come si conveniva, chiamandolo con il giusto titolo. Temevo per lei, capisci frate? Quando fummo soli nella stanza, lui riprese a curarsi delle sua mani. Continuai a tacere. Lui lo stesso.

Quando Dio volle, parve terminare il suo lavoro e disse:

«Vuoi ripetermi il tuo nome, grande eroe?»

Lo feci:

«Io sono Charal di Herstal, figlio di Pijen di Herstal e di Alpaide».

Lui guardò per un po’ il soffitto prima di ripetere:

«Alpaide! Alpaide. Il nome non mi suona nuovo, ma non riesco… Tua madre era una donna non troppo alta, occhi e capelli chiari…»
Era passato abbastanza tempo perché mi fossi ripreso dalla sorpresa di trovarlo lì. Ora ragionavo con calma. Sapevo a che cosa andavo incontro irritandolo, ma avevo atteso quel momento per tutta la vita.

Così, cercando di non perdere la calma, decisi che gli avrei detto tutto ciò che andava detto. Senza insultarlo, possibilmente senza offenderlo, ma anche senza temerlo. Gli avrei detto tutto ciò che andava detto. E cominciai:

«Hai appena descritto quasi tutte le donne di questa terra, signore di Herstal. E dunque è un caso che la descrizione non corrisponda. Dolente, ma Alpaide aveva i capelli scuri».
Lui bofonchiò qualcosa che non compresi poi, più chiaramente disse:

«No, proprio non ricordo».

Non era una provocazione. Sono certo che davvero non ricordava. Ma io mi sentivo ferito ugualmente, ferito per mia madre; e forse esagerai:«E’ comprensibile. Sono certo molti i bastardi che hai seminato per il mondo».

Ma non accadde nulla. Lui annuì e disse:

«Molti, sì. Hai ragione. Non posso ricordarmi di tutte le donne che hanno scaldato il mio letto. Quanto ai figli, nella maggior parte dei casi non vengo nemmeno a conoscenza della loro nascita. Tu dici d’essere mio figlio. Ti ho visto combattere, ti ho osservato mentre comandavi, e sono incline a crederti. Vorrei crederti. In battaglia hai fatto sempre ciò che avrei fatto anch’io al tuo posto. Ma tutto questo non basta. Ho due figli legittimi che davanti al nemico girano il cavallo e se la danno a gambe. E, sfortunatamente, il sangue del Malfattore Giusto, che scorre nelle mie vene, ha lo stesso colore degli altri. Come posso avere la certezza che sei mio figlio?»
Sorrisi e risposi:

«Non puoi. Io ti dico solo ciò che mi disse mia madre. E non ho alcuna necessità di dimostrarti nulla perché nulla ho da chiedere. Le tue terre, i tuoi averi e la tua potenza non mi interessano. Non pretendo alcun privilegio. Avrei solo voluto il tuo rispetto per lei. E per questo è probabilmente troppo tardi».
Mi scrutò a lungo, pensando, poi disse:

«Beh, è un peccato. Per Dio, parli davvero come il figlio che vorrei avere. E ti riconoscerei domattina, se potessi. Ma come sai, devo preservare il sangue del Malfattore Giusto. Dio vuole che il Major domi sia un discendente diretto del crocifisso di destra. Ti ha spiegato queste cose tua madre? Così come il Re dovrebbe discendere direttamente da Dio stesso. Direttamente, dico! Dal ramo di Dagoberto. E non come questi… Questi imbelli cadetti buoni a nulla… Bah! Ad ogni modo, se hai qualche desiderio, lo soddisferò. Lo hai meritato in battaglia. Che tu sia mio figlio o no, lo hai meritato».

Scuotendo il capo risposi:

«Te l’ho detto, nessun desiderio. Se puoi, dimentica questo colloquio e dimentica anche me. Re Childebert mi sta cercando da tempo per un’offesa arrecatagli anni orsono. Vorrei scomparire per sempre e vivere tranquillo».
Pijen si alzò sbuffando dallo sgabello e si diresse alla porta. Intanto disse:

«Per il ratto della regina? Non ti devi più preoccupare per quella storia. E non occorre che tu scompaia. Mi saresti utile, nell’esercito».
Non capii che cosa intendesse dire. Così, mentre apriva la porta gli chiesi:

«Hai interceduto per me presso Childebert?»

Rispose:

«Non è stato necessario. Childebert è morto il mese scorso».

E chiuse la porta.

Finalmente riabbracciai Rötrud come si conveniva, pretendendo di essere accolto come una donna accoglie il suo uomo che torna salvo dalla guerra. Ed ottenni ciò che desideravo senza dover insistere troppo. Mentre mi strofinava la schiena indolenzita, domandò solo:

«Come sapeva che saresti venuto qui?» Le risposi:

«Il Major è l’uomo più potente del mondo. E gli uomini potenti sono circondati di ruffiani che raccontano loro ogni cosa. Non v’è starnuto che venga fatto in queste terre di cui lui non venga a sapere. Non sono affatto stupito di questo. Mi piacerebbe piuttosto sapere chi sia andato a raccontare a Re Childebert che fui io a rapirti. E come costui facesse a saperlo!»
Rötrud sorrise, mi si mise di fronte e commentò:

«Poco importa, ormai. Pensiamo a cose più serie». E, lasciata la schiena, si dedicò ad altro.

Quella sera, Quinowoulf morì.
Ti pare strano, frate, che un uomo avvezzo alla morte come me, avvezzo a dare la morte ed avvezzo ad averla tutt’attorno in battaglia… Ti pare strano che un uomo così si fosse affezionato ad un cane? E lo è! E’ strano! Un cane è un cane. La gente comune li prende a calci, i cani. Ce ne serviamo perché facciano la guardia, o perché ci aiutino a cacciare, o perché ci trovino qualche tubero sotto terra. E, per compenso, gettiamo loro un osso di tanto in tanto.

La gente li prende a calci, i cani.
Ebbene, io no. Io, quando il mio venne scodinzolando a leccarmi il viso per l’ultima volta, mi resi subito conto che era il suo addio. Avevamo vissuto molti anni assieme ed avevamo passato assieme ogni sorta di pericolo. Avevamo condiviso amici e nemici, momenti esaltanti e momenti tristi. Ci eravamo rimpinzati spesso ed avevamo patito la fame qualche volta. Ma, fino a quell’istante, non mi ero reso conto di quanto fosse vecchio.
Fino a quell’istante.
In quell’istante vidi il suo sguardo e compresi. Non avremmo più cacciato il drago assieme. E se avessi mai trovato il Quinotauro, avrei dovuto cavarmela senza di lui. Già troppo mi aveva dato senza mai chiedere null’altro che stare con me. E con me era stato sempre.
Gli tenni stretto il muso con una mano, come avevo fatto migliaia di volte. Gli strofinai la testa come avevo fatto migliaia di volte, e lui capì che stavo rispondendo al suo addio. Felice, si abbandonò ai miei piedi sospirando.

Non saremmo andati mai a nord, Rötrud ed io. Tornai a fare il guerriero.
La guerra è il mio destino, frate.
A sud, sulle rive del mare interno, molte persone presero ad essere ossessionate da incubi simili ai miei. Pareva che il Demonio cui avevo spaccato il cuore con un’ascia e che avevo gettato da una scogliera, non fosse morto. E che si fosse invece moltiplicato. Decine di quegli esseri dall’abito rosso, neri di pelle e d’anima, incutevano il terrore a meridione delle terre visigote. Assalivano villaggi, razziavano le greggi, uccidevano gli uomini con bizzarre spade piegate, violentavano le donne con sistemi inauditi, infilavano i bambini in schidioni di quercia, li arrostivano su grandi fuochi e ne divoravano i brani.

I racconti dei viaggiatori e dei pellegrini a questo riguardo si facevano sempre più frequenti, sempre più precisi e sempre più preoccupanti. Quando Pijen mi convocò al suo castello, ero certo che le voci fossero giunte anche a lui e pensai che l’argomento fosse il mio Demonio nero.

Ma lui aveva in quel periodo urgenze d’altra natura e lasciò, a mio parere imprudentemente e maldestramente, ai Visigoti l’onere di abbattere il Demonio.
Mi inviò invece a comandare un suo esercito coscritto oltre le montagne dalle nevi eterne, per assicurare il trono dei Longobardi al giovine Liütprand.

Per qualche ragione che mi sfuggiva, un misero pezzetto di terra paludosa pareva occupare il pensiero dei cristiani assai di più del pericolo che l’inferno li inghiottisse come stava accadendo ai Visigoti. E mentre il tuo Papa e l’Esarca di Ravenna si disputavano i quattro sassi corrosi di un battistero, e pochi miseri acri di pantano, i Longobardi si schieravano un giorno a fianco dell’uno ed il giorno successivo a fianco dell’altro, a seconda di chi comandasse quella mattina. Un guazzabuglio politico da cui solo Liütprand poteva farli uscire, divenendo Re.

Anche questa è una storia che meriterebbe d’esser narrata. Ma ci vorrebbe tutta la notte. Ed invece domani m’attende un viaggio faticoso e non privo d’insidie.
E dunque, temo dovremo parlare di queste cose in un’altra occasione. Torna qui fra sei giorni, e continuerò a dirti di me. Oppure aspettami qui, se vuoi. Ho già ordinato ad una scorta di proteggerti a costo della vita, come tu fossi il Re. Saranno i tuoi angeli. Nel caso che quelli veri dovessero distrarsi un attimo.

Addio, frate.

Aran de le Aran:
Addio a te, signore di Herstal.