Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal di Herstal, nell’accampamento militare dell’esercito dei Franchi, nella località di Archoires, nei pressi della città di Paris. Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese diMarzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Aran de Le Aran:
Scricchiola sempre la tua schiena, Signore di Herstal?

Charal di Herstal:
Si, maledizione. Va sempre peggio. In compenso, vedo che il malumore t’è passato: non dover subire le tue isterie mi gioverà. E poi questa maledetta campagna è ormai conclusa e domani tornerò a casa. Il comodo giaciglio del mio palazzo farà miracoli.
Mi seguirai?

Aran de Le Aran: Sì. Ti seguirò.

Charal di Herstal:
Ah, bene. In fondo cominci a sopportarlo, questo vecchio dissoluto, non è vero?
Dunque, sei pronto ad ascoltare il seguito?

Aran de Le Aran:
Inizia pure. Ti ascoltiamo.

Charal di Herstal:
Gli eserciti franchi avevano lasciato la terra dei piccoli laghi. Non erano stati smobilitati, la coscrizione rimaneva vigente: un orrendo pericolo si profilava a meridione dell’Aquitania.
Ero rimasto solo io, con mille uomini o poco più. Non ritenevo che il mio amico longobardo corresse pericoli di sorta nelle nostra terre, sicché avevo deciso di lasciar partire il maggior numero possibile di soldati affinché meglio si fronteggiassero i Mori ai confini con l’Hiberia. Per di più, il Re dei Longobardi avrebbe probabilmente avuto al seguito una nutrita scorta personale; ed inoltre s’andava a nozze, e non in guerra.

Liütprand giunse a metà della fresca, coloratissima primavera del sette cento e tredici.
Era magnifico. Lui e la sua scorta, per la verità assai inferiore per consistenza a quanto avessi previsto, erano magnifici. Montavano solo cavalli neri, vestivano brache e corsetti neri, sormontati da corazze a piastre luccicanti. E, su tutto, lasciavano sventolare lunghi manti neri. Il ferro delle loro armi era assai più chiaro del nostro, più argenteo e scintillante.

Parevano cinque cento Principi. L’unica cosa che distinguesse il Re dal soldato comune, era la sottile corona che Liütprand portava sul capo. Non era la Corona di ferro: era solo un filo d’argento, d’argento vero, che gli cingeva la fronte, rimanendo miracolosamente al suo posto anche durante il galoppo del suo cavallo.

La sua ossessiva attenzione alle questioni d’estetica l’aveva indotto a vestire la sua guardia con i suoi stessi colori, che poi erano il nero dei suoi capelli lucidi ed il fulgore del suo sorriso. Guardai i miei abiti inzaccherati e pensai che qualunque donna avessimo incontrato, avrebbe scambiato me per un bifolco e lui per un dio pagano.

Ci salutammo con calore, come puoi ben immaginare, e ci raccontammo ciò che era accaduto nelle rispettive terre in quel breve periodo.
Avevo lasciato da pochi giorni la penisola, quando lui aveva ricevuto il consenso alle nozze dal Duca di Bavaria. La situazione a Papia era consolidata e sicura, sicché era partito senza por tempo in mezzo. Portava in dono alla futura sposa una collana a suo dire unica al mondo, composta da perle grosse come sorbe, che provenivano da misteriosi mari che lambivano misteriose terre, in qualche misteriosa, sconosciuta parte del mondo.

Seppe della vistosa parata di Pijen e della sospetta accoglienza riservatami dai Franchi: rimase pensieroso e non commentò alcunché. Seppe della sfida del drago e disse solo che sarebbe stato davvero curioso d’incontrarlo, ma non gli credetti: mi compiaceva, ma a lui non era mai interessato nulla del mostro. In quel momento pensava solo al suo incontro con la duchessa di Bavaria ed allo sfoggio che avrebbe dato di sé.

Si innamorò della birra.

Dapprima disse di preferire il vino, poi si abituò alla saporosa schiuma profumata di fieno della birra e si convertì ad essa con tutto il cuore. Soffiava molto più spesso, coprendo cortesemente la bocca con il dorso della mano, ma ne bevve quantità ragguardevoli.

Quando ci mettemmo in marcia verso nord, diretti alla città di Augusta, erano cominciati i primi caldi. Ma per chi, come lui, fosse abituato all’umidore continuo delle paludi, quell’aria tersa non era che un piacere.

Augusta era la città del Duca dei Bavari, che dopo la fallita rivolta degli Alamani, era divenuto anche governatore di codesti ultimi.
In effetti non era semplice neppure per gli abitanti di quelle terre cogliere la differenza tra Alamania e Bavaria, essendo i confini tra i luoghi tipicamente bavari e quelli tipicamente Alamani, assai vaghi. Ed esistendo peraltro spesso, per lo stesso acro di territorio, sia il nome bavaro che quello alamano. Per semplicità, io tendevo aconsiderarla un’unica terra con due nomi, popolata da due ceppi digenti diverse.

La promessa sposa non era a palazzo, il giorno del nostro arrivo. Il Duca era spiacente, ma la figlia maggiore, richiamata d’urgenza alla notizia che il Re dei Longobardi era in arrivo, ancora non era giunta. Gli onori di casa li fece la figlia minore, Eudora.

Quando la vedemmo, Liütprand mi lanciò uno sguardo preoccupato: Eudora era piccola, ossuta, niente affatto bionda, con gli occhi niente affatto chiari, e le gambe più secche e storte che avessi mai veduto. Non si poteva precisamente definire brutta: possedeva un sorriso dolce, uno sguardo tenero e modi attraenti. Ma non era ciò che ci si era prospettato. Una donna d’aspetto comune, popolana più che nobile.

Ora, frate, siccome le nostre informazioni sulle figlie del Duca parlavano di due figlie bellissime, noi c’eravamo aspettati che somigliassero tra loro. E se la primogenita avesse somigliato alla seconda, l’amore per la bellezza di Liütprand avrebbe subito uno smacco indimenticabile, e si sarebbe suscitato un serio problema diplomatico. Ma come ben sappiamo entrambi, nei cieli v’è un Dio. Quanto al Duca, sembrò apprezzasse l’elegante fierezza del Re longobardo, ma assai più interessato pareva al numero degli acri del regno di Liütprand che non alla sua eleganza. Ed assai di più attento al numero dei suoi armati che non a qualsiasi gioiello il futuro genero portasse in dote.

In ogni caso, ciò che davvero attrasse la sua attenzione, furono le mie asce. Seppi in quel momento che venivano considerate magiche. Seppi che erano state forgiate in tempi antichissimi da un femmineo fabbro nano, con l’aiuto di una potente Phatum e di qualche bizzarro dio pagano. E mi parve strano, perché io stesso le avevo tenute in mano ancor fresche di fucina non più di due settimane prima. Ed avevo conosciuto il fabbro che le aveva create, alto e villoso come un orso, e poco incline a farsi aiutare da chiunque.

Provammo a spiegare al Duca come stavano le cose, ma non ci credette. Chiese per un giorno intero dove fossero state forgiate, di che metallo fossero fatte, quale Santo le avesse benedette. Quando gli ribadimmo che solo le mie braccia erano il loro segreto, di nuovo non ci credette. Fu necessaria una dimostrazione, perché si persuadesse. Una complicata dimostrazione che richiese due giorni di preparazione, durante la quale il suo miglior lanciatore colpì a stento il bersaglio con le mie armi fatate una volta su quattro. E durante la quale io conficcai nel centro del bersaglio due comunissime asce ad ogni tiro chescagliassi, con un braccio o con l’altro.

Eravamo ad Augusta da quattro notti, quando entrai nell’alloggio del mio amico e lo trovai che si giaceva con Eudora.
Stava in ginocchio a fianco del giaciglio, con il capo tra le gambe di lei, e ne stava assaporando bramosamente gli umori. Lei emetteva gorgoglii pieni di passione, quasi che…

Va bene, va bene. Desisto. Era solo per… Non fa niente.Proseguiamo.

Elide, la figlia primogenita del Duca, tornò dopo una decina di giorni. Appena la vidi, compresi la ragione delle voci che ci erano arrivate: lei era bella abbastanza per tutte e due le sorelle. Alta quanto me, con il corpo sinuoso come fosse stata modellata nella creta, con un seno così prorompente da tentare ad ogni istante di sfuggire alla scollatura dell’abito. Gli occhi verdi e bellissimi, i lunghi capelli chiari… Bella com’era stata bella Rötrud alla sua età. Forse perfino di più. Una dea, frate.

No, non fare quella faccia e lascia giudicare queste cose a chi diqueste cose s’intenda. Anzi, ora sorvolerò sui dettagli, perché so che ti irriterei per nulla. La vita comune ti irrita sempre, dannazione. Tu vorresti che il mondo fosse popolato solo da Santi e da vergini. Adogni modo…

Liütprand s’innamorò di Eudora.
Eudora si innamorò di una guardia di Liütprand.Elide s’innamorò di me.
La guardia di Liütprand s’innamorò di Elide.

Ed io non mi innamorai di nessuno.
Io non mi giacqui con Eudora, benché lei lo volesse, per non ferire il mio amico: lui amava quella donna.
Non mi giacqui con Elide benché lei me l’avesse chiesto apertamente, per la medesima ragione; per non ferire Liütprand: quella sarebbe divenuta sua moglie.
E non mi giacqui con la guardia di Liütprand perché la cosa non mi aggradava.
Di tutte le altre possibili combinazioni non volli sapere nulla.

Tutte quelle profferte d’amore non avevano fatto altro che ravvivare in me il desidero di reincontrare la mia Rötrud. Più passavano i giorni e più il mio pensiero tornava su di lei.
Dopo una complicata serie di calcoli, determinai che avevo ventottoanni. E siccome eravamo coetanei, a quell’epoca Rötrud aveva ventotto anni. Su per giù l’età che aveva avuto mia madre Alpaide l’ultima volta che c’eravamo visti.

Si poteva cominciare a dire che io e lei fossimo invecchiati insieme. E di certo meritava un premio per avermi sopportato per tutto quel tempo.
Architettai un progetto, lo sottoposi a Liütprand e lui lo approvò incondizionatamente. Non fu facile ottenere l’assenso del Duca di Bavaria a quel mio intento, ma il prestigio del Re dei Longobardi unito a quello di Herstal delle francische alla fine prevalsero.

Il matrimonio tra Liütprand ed Elide avrebbe avuto luogo ad Herstal, assieme a quello tra Charal e Rötrud.
Sempre ché quest’ultima fosse d’accordo.

E questo, alla fine, avvenne.

In un viaggio che durò oltre un mese, da oriente ad occidente, sotto l’acqua torrenziale di quell’aprile balzano che mise a dura prova l’eleganza del Re dei Longobardi e quella dei suoi soldati, giungemmo ad Herstal.

Appena avevo preso in considerazione l’idea di sposare Rötrud, m’era sorto il timore che lei non ne volesse affatto sapere.
Mi dicevo che avrebbe avuto ogni diritto di cercarsi qualcuno che le stesse vicino come ogni donna pretende dal suo uomo. Qualcuno senza destino.

Mi dicevo che la vera felicità era stata per noi fare i villani ed i porcai su una scogliera del grande mare verde, e non la guerra.

Mi dicevo ecco, ora arrivi là, arriva il grande eroe, convinto di farle chissà quale grande sorpresa ed invece non ce la trovi più, china a sradicare cipolle.
Mi dicevo un sacco di cose.

Per tutto il viaggio, mi dissi un sacco di cose. E molte di più ne immaginai, nessuna di esse gradevole.

Invece quando arrivai alla casa della sorella, inzaccherato, quasi lacero, accompagnato da cinque cento splendidi cavalieri, neri ed argento, Rötrud era nell’orto. A sradicare cipolle. Ignorò gli eleganti Longobardi e mi corse incontro, e mi abbracciò felice, e mi disse che m’amava.

E mi sposò.

Ma di questo ti parlerò in un’altra occasione. La schiena mi duole alpunto da non riuscire più a parlare. Seguiteremo questo racconto quando saremo giunti a palazzo.
Ora abbi misericordia: chiama qualcuno che mi aiuti a cambiare posizione.

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Aran de Le Aran:
Il diacono Milus, qui, il nostro taciturno incisore di tavole cerate, desidera ringraziarti di questo invito, Signore di Herstal. Lui è nato in questa città.

Charal di Herstal:
Bene. Sei riuscito a ritrovare i tuoi parenti, giovane diacono, o questo inflessibile frate ti ha costretto a seguirlo sempre?

Io stesso, diacono Milus Fidei:
Non ho nessuno, Signore. Mia madre raggiunse il Paradiso nel darmi alla luce. I buoni frati si prendono cura di me da allora, poiché non sappiamo chi fosse mio padre. Tutto ciò che ho lo devo ai buoni frati.

Charal di Herstal:
Ovvero la tonaca che indossi. Che altro possiedi, di cui esser loro grato?

Aran de Le Aran: Sei ubriaco, Herstal.

Charal di Herstal:
No. Non ancora. Che vuoi saperne, tu?

Aran de Le Aran:
In tutto questo tempo ho imparato a misurare la birra che hai bevutodall’acidità dei tuoi discorsi.

Charal di Herstal:
Mhm. Sarà una giornata difficile.

Aran de Le Aran:
Niente affatto. Sarà precisamente come tutte le altre. Ed ora racconta, prima di cadere addormentato.

Charal di Herstal:
Sì. Serve a farti tacere.

Avevo voluto celebrare il mio matrimonio assieme a quello di Liütprand per due diverse ragioni. Innanzitutto perché la mia amicizia per lui era molto forte e mi piaceva l’idea di legarlo ad un evento che non sarebbe sfuggito alla mia memoria. Quando fossi stato moltovecchio e rincitrullito l’avrei…

Aran de Le Aran:
Ed ora che sei in quelle condizioni te ne ricordi, infatti.

Charal di Herstal:
Per tutti i demoni dell’inferno, frate, hai sorriso! Hai sorriso, questa è tutt’altro che una giornata infausta. E’ il giorno dei prodigi! Il tuo diacono ha parlato e tu…

Aran de Le Aran:
Era solo una smorfia: mi duole il piede. Continua ti prego. E posa quel boccale.

Charal di Herstal:
Neanche per sogno.
Un’altra cosa che mi dava piacere, era l’idea che tutti coloro che avevano ragioni per detestarmi, o che non ne avevano alcuna per conoscermi, avrebbero comunque dovuto partecipare. Il Major, ad esempio. Non avrebbe di certo offeso il Re Longobardo con la sua assenza, dopo tutta la briga che s’era preso per averlo come alleato. Aveva ricevuto me con tutti gli onori e non s’era neppure mostrato all’arrivo del mio amico: ero certo che avesse in serbo una sontuosa sorpresa. Dunque la mia Rötrud avrebbe avuto alle sue nozze tutti gli uomini più potenti del mondo.
E per due diverse ragioni, finsi di desiderare una cerimonia sobria ed appartata. In un’altra città, od un piccolo borgo, dove nessuno ci conoscesse.

Liütprand e Rotrud sarebbero stati ancora più sorpresi e compiaciuti. Ed il Major avrebbe pensato che la sua presenza e quella dei suoi potenti nobili non mi facesse alcun effetto. Naturalmente avrebbe saputo dalle sue spie il luogo ed il giorno delle nozze nel momento stesso in cui l’avessimo deciso, e sarebbe stato presente. Ma non invitato da me. Questo contava: non invitato da me che, anzi, avevo fatto di tutto per nasconderglielo.
Fu facile convincere Rötrud: l’ultimo legame che avesse ad Herstal era la sorella e per lei una città valeva l’altra. Mi rispose solo:

«Basta che sia presente tu».
Forse Liütprand teneva invece a nozze fastose. Ma quando gli proposi d’evitare la volgarità d’una cerimonia di quel genere, finse di condividere il mio gusto e mi accontentò: in fondo a lui non importava un accidente di Elide, ma solo dell’alleanza tra Longobardi e Bavari.

Il matrimonio fu fatto a giugno del sette cento e tredici. Nel piccolo convento della foresta sacra, a Woëvres.
E credo che la gente del posto se ne rammenti ancora oggi.
Il convento stava in una radura nel bel mezzo del grande bosco. Una piccola radura. La leggenda voleva che lì fosse stato assassinato il grande Re Dagobert, tuo… Il grande Re Mago Dagobert. E che le piante attorno al chiostro fossero immarcescibili ed eterne.

Ancora una volta, due ragioni avevano indirizzato quella scelta: laprima era che il mio matrimonio avrebbe avuto l’appoggio della magia e della santità. La seconda, che se mio padre aveva avuto realmente parte nel delitto, probabilmente si sarebbe sentito a disagio.

Tutto quanto avevo previsto accadesse, accadde.

Il carro adornato di fiori che portava Elide e Rötrud, oltre ché sua sorella, era avanzato a fatica lungo gli stretti sentieri ombrosi che conducevano alla radura, scortato da cinque cento splendidi cavalieri neri. Io e Liütprand eravamo giunti alla cappella del convento attraverso un sentiero diverso.

Il frate che avrebbe dovuto officiare il rito, o che avrebbe dovuto fingere di farlo, ci attendeva ansioso sul piccolo sagrato, strofinandosi le mani. Due cavalieri longobardi porsero il braccio alle spose aiutandole a scendere dal carro e le condussero all’altare. Liütprand edio le seguimmo e ci affiancammo alle due donne di fronte al Crocifisso più grande che avessi mai veduto. Elide sfoggiava un lieve sorriso, per la verità un po’ mesto, mentre Rötrud era radiosa. Era, a quell’epoca, più anziana di almeno quindici anni rispetto all’altra, ma rivaleggiava con essa in bellezza ed in grazia. Gesù, com’era bella, frate!
Sono certo che se fosse qui ora, lei saprebbe descriverti l’abito di ogni persona presente, in ogni più minuto dettaglio. Io ti risparmierò tutto questo, anche perché non rammento altro che il viso di lei.

Perché sorridi?

Aran de Le Aran:
Nulla. Sempre il piede che mi duole.

Charal di Herstal:
Prima indicavi l’altro piede. Ma non fa niente.

Compresi subito che il frate non aveva nessuna intenzione di sposarci. Parlava con le due promesse ed intanto sbirciava il fondo della chiesa strizzando gli occhi; pose le più inutili ed oziose domande alla sorella di Rötrud, sempre sperando che in fondo alla cappella accadesse qualcosa… Prendeva tempo, insomma.

Liütprand mi guardava in modo interrogativo e seccato già da qualche istante, quando la radura prese ad affollarsi.
Il mondo intero era presente alle nozze della mia Rötrud, frate. Il mondo intero. Mi parve che, eccetto quelli dalla pelle nera, tutti gli uomini e le donne del mondo fossero quel giorno alla foresta sacra di Woëvres. Principi e bifolchi, Conti e bovari, Duchi e mendicanti. Semplici maniscalchi, e guerrieri, e uomini di fede, e miscredenti, gente buona o gente malvagia. Tutti.

Il brusìo all’esterno della cappella era divenuto tale da soffocare le parole gridate all’interno, e quando Liütprand volle manifestarmi il suo compiacimento, dovette farlo a gesti.
Poi, di colpo, cadde il silenzio: il Major domi Pijen d’Herstal era entrato nella cappella, e si dirigeva a passi decisi verso l’altare.

Rötrud mi tirò una manica del corsetto e mi sussurrò: «Una cosa terribile! Nessuno ci ha confessato!»

In tutta quella confusione l’avevamo tutti scordato. Correvamo un grave rischio di non ottenere l’assoluzione: avevamo vissuto nel peccato, la mia donna ed io. Per molti anni ci eravamo posati a marito e moglie, senza il consenso di Dio. Ed io avevo sulla coscienza tanti di quei peccati da garantire l’inferno anche a due o tre Santi, oltre a me. Supponendo che nel novero degli omicidi potessi non includere i nemici uccisi in combattimento, restavano quelli sgozzati durante il rapimento di Rötrud, quelli spaccati in due alla capanna sulla scogliera, un marito tradito, un innamorato geloso, e non ricordo più quanti altri.
Le sussurrai di rimando:

«Ti prego, sposami ugualmente. Più tardi vedremo».

Intanto il Major era arrivato all’altare. Ignorando noi che stavamo inginocchiati sui gradini, prese a confabulare con il frate. Poi si girò e tornò da dove era venuto, inchinandosi impercettibilmente a Liütprand mentre gli passava accanto. Per qualche ragione che al momento non comprendevo, era intervenuto un cambio di programma ed il fraticello che in un primo momento doveva essere sostituito da qualche importante prete, forse da qualche Vescovo, avrebbe officiato la messa.

Guardai Liütprand temendo che s’adirasse: gli avevo visto pretendere il Papa, l’ultima volta che era entrato in una Chiesa! Invece alzò le spalle e fece una smorfia che significava il suo totale disinteresse alla cosa. Evidentemente essere un marito davanti a Dio gli importava meno che essere Re davanti a Dio.

Così presi moglie, frate.
Forse la santità della foresta di Woëvres era più potente dei miei peccati, perché Dio avrebbe benedetto quell’unione, dandomi felicità fino alla fine.
Fino a ché il maledetto gelo di un maledetto inverno, non avesse presola mia Rötrud e…

Bah, fatemi portare altra birra.

I festeggiamenti che vennero tributati al Re dei Longobardi ed alla sua consorte furono così sontuosi che Liütprand ne fu assai colpito. I regali che ricevette così ricchi che ne rimase turbato. Ed al di sopra di tutto questo, la considerazione del Major fu così evidente che ne rimase commosso.

Subito dopo la cerimonia fummo praticamente costretti a recarci ad Herstal, a palazzo. Pijen aveva fatto allestire la grande sala del trono con scranni per tutti i potenti, ed aveva fatto porre un trono simile al suo nel centro della sala, in modo che Liütprand potesse dialogare con lui guardandolo negli occhi, mentre i capi di ogni tribù dei Franchi lo circondassero, facendolo sentire al centro dell’interesse.

Era stato preparato uno scranno anche per me, ma non mi ci sedetti: preferii starmene ad un lato della sala, con una spalla appoggiata ad una colonna. In fondo non avevo titolo per sedermi là, se non quello di capo militare, e preferii mostrare modestia e lasciare al mio amico tutta la scena. Lui sì, ne aveva i titoli.
Pijen d’Herstal mi lanciò un’occhiata fuggevole, ma che avrebbe incenerito la foresta di Woëvres, poi dette inizio alla cerimonia:

«Il potentissimo, e giustissimo, e cristiano Re…» eccetera eccetera…

«… Sia benvenuto in queste terre. Lo salutano il Majordomi d’Austrasia, di Neustria… »

e il Principe di questo, e il duca di quest’altro…
La solita storia. Il Major andò avanti, rigidamente e formalmente fino a completare l’elenco di tutti i potentati dei territori su cui stendeva il suo enorme prestigio e la sua forza militare. Non dimenticò nessuno, nemmeno il più piccolo borgo fortificato che avesse un capo.
Ma Liütprand il Longobardo non era uomo che perdesse di vista l’essenza delle cose. Era certamente impressionato da quella fantasmagorica situazione ma, alla fine del discorso di mio padre, garbatamente replicò:

«Ti sono grato, Grande Major, di questa benevola accoglienza. E così a tutti i nobili e potentissimi Signori qui convenuti. Ma, dimmi, posso esprimere la mia gratitudine anche al tuo Re?»
Se gli avesse sferrato un calcione sotto il ventre, Pijen avrebbe sofferto assai di meno. Perché naturalmente il Re non c’era.
Per un attimo il volto gli si trasfigurò fino a renderlo simile al drago. Non vomitò fuoco perché non ne era capace, ma se avesse potuto,l’avrebbe fatto. La sua furia derivava dal fatto che mai, mai una solavolta il Re, qualunque Re sedesse sul trono, aveva fatto ciò che doveva essere fatto. E mai, mai una sola volta, il Re era stato presente laddove la sua presenza era richiesta. E ciò aveva creato infiniti imbarazzi.
Inoltre Liütprand aveva detto al Major il tuo Re. Può sembrarti una sottigliezza, frate, ma quella sola parola significava molte cose. Significava che il Re Longobardo non considerava il Major domi superiore al Re. Né sullo stesso piano del Re. Per Liütprand, Pijen era un servitore. Un servitore potente, ma sempre un servitore. Ed il Re era il Re. Certamente un re fainéant, ma sempre il Re.
Ora il Major avrebbe dovuto superare l’imbarazzo e pazientemente spiegare al Longobardo la particolarissima situazione di quelle terre. Probabilmente senza riuscirci del tutto. Ed avrebbe dovuto proseguire l’impari colloquio con quel peso sul suo esuberante stomaco.
Masticò amaro, Pijen, mentre Liutprand attendeva imperturbabile il seguito. Poi rispose:

«Devo scusarmi con te, Sire, ma il nostro Re non è qui. Da secoli i nostri sovrani disdegnano la politica. Questa è l’usanza.
Ed affinché tu non interpreti la sua assenza come un affronto, ha inviato in sua vece il nobile Signore di Galthier, che porgerà al nostro Re la tua gratitudine»
.
Quindi fece un cenno a quest’ultimo, che si avvicinò zoppicando allo scranno del Re longobardo. Non senza difficoltà gli si inchinò e disse:

«Ti porgo gli omaggi del Re di Neustria Sire. Ed i miei personali. Stamani avrei voluto che la tua messa venisse officiata da un sacerdote degno del tuo rango. Mio padre, il Vescovo di Colonia, stava giungendo a questo scopo. Ma ignoti criminali gli hanno teso un’imboscata al limitare dell’Arduenna, ed egli è rimasto brutalmente ucciso. A mazzate, come un criminale comune. Ho preteso, malgrado il terribile lutto, di essere presente. Voglio sperare che perdonerai la nostra mancanza».
Liütprand si fece accondiscendente. Era venuto il momento della diplomazia. Si rivolse al Major domi e disse:

«Devo esservi parso un ingrato: l’accoglienza fattami è quanto di più sontuoso un uomo possa immaginare. I miei cinquecento cavalieri ed io stesso siamo profondamente impressionati. Nulla avrebbe potuto, meglio di questo, rinsaldare la nostra amicizia e suggellare un patto d’onore fra i Franchi ed i Longobardi.

Ho avanzato una richiesta di certo impertinente. Ho stoltamente dimenticato che ogni popolo ha sue proprie usanze, pretendendo da voi che adottaste le nostre. Vi chiedo di perdonarmi.

Voglio inoltre ringraziare il Signore.. »

«di Galthier, Sire. Veltrobert di Galthier. Consigliere del…»

«…il Signore di Galthier. Mi unisco al suo cordoglio per il terribile evento che l’ha colpito».
Il consigliere tornò al suo scranno camminando all’indietro e tenendola schiena curva ed il capo chino.
Pijen emise un piccolo grugnito di soddisfazione e di sollievo, poi riprese le redini della situazione. E comunicò a Liütprand che il banchetto avrebbe avuto luogo di lì a qualche minuto, in un salone adiacente. Incrociai per un attimo il mio amico, in un sussurro mi complimentai con lui per come avesse menato tutti per il naso, e lui, tenendo la bocca mezza chiusa, mi rispose:

«E’ stato divertente. Un po’ nauseante, a dire il vero, ma divertente».

Elide e Liütprand trascorsero la prima notte di nozze a palazzo.
Rötrud ed io nella casa di sua sorella che, dopo aver assistito al matrimonio, era convinta d’essersi imparentata con l’uomo più potente del mondo, e si comportava in modo servile e mellifluo.

L’indomani decisi di farmi una lunga cavalcata nei dintorni di Herstal per rivedere i luoghi della gioventù. Il ruscello dove avevo incontrato mia moglie, il castello di Stanay, le mie campagne, i miei boschi. Forse le nozze m’avevano intenerito.

Stavo sellando il cavallo quando giunse Liütprand. Mi pose una mano su una spalla e chiese:

«Allora? La notte di nozze?» Risi, prima di rispondere:

«Ah, bellissima. Chissà perché, ma è andata proprio come mi aspettavo. E la tua?»

Rise anche lui poi, un po’ più seriamente, disse:
«Mah, che vuoi! Codesta donna è sicuramente bellissima, ma incapace della passione della sorella. Se aggiungi a questo il fatto che giaceva con me, desiderando di farlo con te…»
Lo consolai:

«Non ci pensare. Ragion di stato…»

«Già. Ma, per parlar d’altro, il tuo cavallo ha una sella bizzarra!»

Era la prima volta che bardavo la mia cavalcatura con quella particolare sella: essa possedeva tre occhielli per ciascuno dei due lati, dove infilare sei ben equilibrate bipenni da lancio. Due robuste correggie partivano da sotto la sellatura e penzolavano ai fianchi del cavallo, terminando con due cerchi di metallo in cui infilare i piedi. Oggi perfino tu conosci le staffe, frate. Ma in quegli anni nessuno le usava, nelle nostre terre.

Gli occhielli per le asce erano un’invenzione mia. Il concetto della staffa l’avevo invece mutuato proprio dai longobardi. Avevo raffinato un po’ l’idea, perché le loro staffe non erano altro che un rudimentale pezzo di corda teso di traverso al dorso del cavallo, ma l’effetto era il medesimo: si poteva appoggiare il peso del corpo su di un fianco o sull’altro, guadagnando enormemente in agilità.

Se il drago fosse venuto, sarei stato pronto.

Cavalcammo assieme tutta la giornata. Liütprand fingeva di trovare gradevoli quei paesaggi e, di tanto in tanto, faceva un apprezzamento su qualcosa che aveva veduto; ma io sapevo che provava nostalgia per la sua sconfinata pianura.
A metà giornata giungemmo in una spianata sormontata da una cascatella, nel mezzo di un bosco. Ricordavo vagamente il posto, ma ora mi pareva immensamente più bello di un tempo.

Dissi al mio amico:
«Mi piacerebbe vivere qui. Costruire qui una casa per Rötrud». E lui:

«Sicuramente un luogo suggestivo. Ma un po’ angusto per costruirvi un palazzo. Non credi?»

«Palazzo? Quale palazzo? Io avevo in mente una casetta di due stanze. Al massimo tre. Volendo fare le cose in grande, in mattoni. Niente altro che questo. Non mi piacciono i grandi palazzi. Se devi dire una cosa a tua moglie devi gridare! In una casa come penso io, invece, non farei altro che sussurrare a Rötrud ciò che vi fosse da dire. E l’avrei sempre vicina.

Ecco, l’ingresso dovrebbe stare laggiù, in favore dell’aurora. E la finestra rivolta in qua, per catturare gli ultimi raggi di luce del tramonto».

«Ma tu hai bisogno di un palazzo, per tutti i diavoli. Come farai quando verranno delegazioni, messi, giudici… Li riceverai nella stanzetta con la finestra in favore del tramonto? Sussurrerai loro i tuoi ordini?»

«Ma di che cosa stai parlando?»
«Sto parlando di quando sarai il Major domi!»
«Il Major domi? Io Major domi? Tu devi essere pazzo. Al contrario di quanto affermi, la tua prima notte di nozze deve essere stata assai movimentata».
Liütprand mi guardò a lungo, con espressione perplessa, poi riprese:

«Stai dicendo che non accetterai?»

«Sto dicendo che non me lo proporranno. Pijen di Herstal ha due figli legittimi, lo sai?»
Lui scuoteva il capo:

«Ciò nondimeno, lui vuole te, al suo posto. L’avrebbe visto anche un cieco. Ed ormai è vecchio. Non è il tipo che lasci facilmente le redini, ma è vecchio; ed ha cominciato a pensare alla sua successione. A te. Ne sono sicuro. Dunque lascia perdere i tuoi propositi riguardo alla casetta. Quando tornerai dall’Hiberia andrai a palazzo. Da’ retta a me».
Tu sai quanto io sia testardo, frate: insistetti. L’idea della casetta sotto la cascata era il massimo dei miei desideri, in quel momento:

«Eppure io ti dico che verrò a vivere qui. Che diavolo andrei mai a fare in Hiberia?»
Liütprand divenne serissimo:

«Dunque non hai saputo! I Mori sono ai confini con l’Aquitania. Il Demonio nero è giunto alla tua porta, Herstal. Lucida le tue asce e sta’ pronto ad usarle».
Puoi ben immaginare, frate, con quale stupore accolsi la notizia. Liütprand l’aveva appresa a palazzo appena prima di partire per raggiungermi e, convinto che io già sapessi tutto, non me ne aveva accennato fino a ché il discorso non era finito per caso su quell’argomento.
Pregai il mio amico di seguirmi e tornai al galoppo a casa.
Non v’era un pericolo immediato, naturalmente, ma l’idea di Rötrud sola mi dava un certo senso d’inquietudine.
La notizia si era ormai diffusa ed in tutta Herstal non si parlava d’altroche degli invasori neri. Ma nessuno pareva seriamente spaventato. Il Major domi aveva sempre provveduto alla sicurezza di tutti, e tutti confidavano in lui.
Nessuno aveva visto quella minaccia con l’anticipo di anni com’era accaduto a me. Nessuno, ch’io sapessi, aveva avuto i miei stessi incubi.

Ma ora basta.
Torna domani, frate. Ti dirò il resto domani. Buona notte.
Ed anche a voi due.