Dialogo tra il frate Aran de Le Aran ed il comandante Charal di Herstal, nel palazzo di Nevers.
Tradotto da Agilulfus de Nèvers e redicto dal diacono Milus Fidei nel mese di Marzo de l’a. D. sette cento quaranta e uno.

Charal di Herstal:
Rötrud ci aspettava sulla porta di casa: il Major ci voleva d’urgenza a palazzo.

Ma, inaspettatamente, Pijen affrontò un argomento diverso ed insignificante. Insignificante per me, quanto meno. Voleva puntualizzare i termini dell’alleanza tra Franchi e Longobardi, e voleva sapere con la maggior precisione possibile che atteggiamento avrebbero preso questi ultimi nei confronti del Papa e della Chiesa di Roma.

«Temo,» disse a Liütprand,«che il patto tra noi comporti pesanti ripercussioni sul nostro rapporto con Gregorio terzo. Noi siamo legati alla Chiesa da patti secolari. Siamo i difensori della Cristianità. Siamo la spada di Dio.»
Li interruppi:

«Temo che queste cose non mi riguardino. E’ bene che me ne stia fuori dagli affari di stato. Tornerò più tardi».
Avevo parlato con cortesia e non con il mio solito fare irritante. Mi sembrava rispettoso nei confronti di Liütprand non aver parte in questioni così elevate.
Ma il Major, con altrettanta cortesia, mi ordinò:

«No, resta. Presto parleremo di cose che ti interessano da vicino».

Poi, forse temendo d’esser stato troppo brusco di fronte al mio amico, continuò:

«Io gradirei che restassi. Se il Re conviene che sia giusto, naturalmente».

Liütprand sorrise e mi strinse un braccio, manifestando la sua amicizia. Sicché il Major seguitò:

«Tornando al Papa, temo di essere accusato di tradimento per essermi alleato con te, Re Liütprand. Tu sarai suo nemico?»
Il Re si tormentò un po’ il labbro inferiore prima di rispondere:

«Difficile a dirsi. Sarebbe più opportuno porre il quesito al Papa. Per quanto mi riguarda, al momento non ho nessuna convenienza a combatterlo. Ma lui potrebbe pretendere il mio intervento per battere l’Esarca bizantino di Ravenna. E questo aiuto non ho intenzione di darglielo davvero. Finché disputano fra loro, io resto il più forte. Poi, datosi che il Papa non ha né faccia né nobiltà, potrebbe al contrario allearsi con l’Esarca, che di faccia e nobiltà ne possiede ancor meno. Potrebbero accordarsi ed assalirmi.

Comprenderai dunque bene, Major domi, che non è semplice rispondere al tuo pur legittimo quesito.

Tuttavia, credo che fra qualche anno lo scontro tra Longobardi e soldati della Chiesa diverrà inevitabile: i Duchi del sud già premono per questo. Ed io stesso voglio un unico grande regno. Tutta la penisola dovrà essere longobarda. Quando questo accadrà, non so dirti, ora. Tra anni, comunque».
Pijen aveva ascoltato con aria corrucciata, annuendo di tanto in tanto. Quando Liütprand ebbe finito, giustificò la sua richiesta:

«Non posso permettermi ora di alienarmi l’appoggio del Papa. La sua forza in queste terre è immensa. Strana, sotterranea, strisciante; ma immensa. Non commetterò l’errore di inimicarmi vescovi e preti proprio adesso che Alamani e Neustriani sono in fermento».
Sconcertato, intervenni:

«Alamani e Neustriani? Non sono i Mori che ti preoccupano? Non si parla che di questo, là fuori».
Il Major scuotè il capo negativamente. Poi mi rispose con lo stesso tono serio che aveva usato con il Re:

«No. Al momento temo maggiormente la rivolta interna.

Certo i Mori sono una minaccia, non lo nego. Hanno sfondato le linee visigote lungo il Durum ed hanno invaso l’Aragona in nove giorni. Il Re visigoto è morto combattendo.

Ed ora minacciano l’Aquitania lungo tre direttrici.

San Sebastiano è caduta spalancando loro la via lungo la costa del grande mare. Al centro, hanno spazzato via le difese del Duca d’Aquitania a San Gaudenzio, ed hanno via libera lungo la Garonna fino a Tolosa. E lungo la costa del mare interno, sono attestati alle secche di Perpignano e minacciano Narbona.

Ma si fermeranno dove sono. Per il momento sono paghi della conquista. E non possono spingersi più avanti se non ricevono altri uomini dal loro paese. I rifornimenti via mare sono lenti. Penseranno a consolidare, prima di affrontarci. A meno che non siano pazzi, si fermeranno. Non mi aspetto un loro attacco prima di due o tre anni».
Pensai che il pazzo fosse lui. E sebbene non in questi termini, cercai di dirglielo:

«Lasciare che si consolidino è un grave errore. Per il momento non sono che una pur grossa banda di razziatori. Il tuo esercito può affrontarli ed annientarli. Fra tre anni ci batteremo contro uno stato potentissimo».
Lungi dall’adirarsi, il Major rispose:

«Sfortunatamente, se Alamani e Neustriani si rivoltano, io non avrò più un esercito. I soli Aquitani ed Austrasiani non ce la farebbero mai. No, prima bisogna estirpare la maligna erba della rivolta all’interno. E dovrai farlo tu, Charal. Questa volta non fermerò le tue fanterie: la repressione dovrà essere dura e definitivaTra sei giorni partirai per la Neustria con pochi uomini. Studierai la situazione, provocherai, osserverai le reazioni. E la prossima primavera attaccherai in forze. Questo bubbone va estirpato una volta per tutte».

L’indomani Liütprand fece ritorno alle sue pianure. Non vi fu malinconia nell’addio, perché sapevamo che ci saremmo rivisti molte volte ancora.
Io portai Rötrud alla cascatella e le mostrai dove sarebbe stata costruita la nostra casa in mattoni, le spiegai l’orientamento che avevo deciso di dare alle finestre, come sarebbero state disposte le stanze…E le annunciai che due giorni più tardi sarei partito per la Neustria.

Tu sai di già, frate, che donna straordinaria avessi preso in moglie. Disse solo:

«Fa’ in modo di tornare, villano del nord. Siamo intesi?» Non potei che risponderle:

«Dovrebbero uccidermi per impedirmelo. Conosci qualcuno capace di farlo?»

Se Neustriani ed Alamani stavano preparando una rivolta, lo facevano davvero con avvedutezza. Visitammo dozzine di villaggi, quasi tutte le città ed i borghi, ma non un solo discorso in questo senso riuscii a cogliere, non un solo sospetto mi venne. Se non avessi conosciuto l’efficienza delle spie di mio padre, avrei dubitato che fosse in errore. Poi, un giorno che stavo per entrare con una ventina di uomini in un villaggio, vidi venirmi incontro un gruppetto di cavalieri. Li guidava il macilento Veltrobert di Galthier. Quando furono alla nostra altezza, il consigliere del Re si rivolse a me con insolita cordialità:

«Bene, Herstal, bene! Hai subito individuato il luogo giusto dove intervenire. I capi della rivolta si annidano là. Intervenendo in quel villaggio, puoi stroncare la ribellione in un sol colpo». Dopodiché ripartì al galoppo seguito dai suoi uomini.
Il suo atteggiamento mi sorprese: era la prima volta che dava segno di conoscermi e che mi rivolgeva la parola. Non detti troppo peso alla cosa. Pensai che forse quel giorno puzzavo di meno, e mi accinsi a fare quel che andava fatto.

Non vi sono molti metodi per snidare un traditore, frate. Non ve n’è nessuno piacevole. Un soldato si sente un verme, nel fare quelle cose. Ma siccome sei un soldato, fai ciò che devi fare. Prendi la vita di qualche innocente per salvarne molte altre.

Entrai al galoppo nel villaggio seguito da venti cavalieri forsennati, seminando il panico. Mi fermai al centro e gridai:

«So che in questo villaggio si nascondono traditori che preparano una rivolta contro lo stato. Io li voglio. Darò loro un’ora perché vengano da me disarmati. Se tra un’ora non sisaranno presentati, o qualcuno di voi non li avrà consegnati, prenderò dieci persone a caso, e ne ucciderò una ogni ora. Se a quel punto ancora non avrò i colpevoli, ne prenderò altre dieci. Poi ancora altre dieci. E così di seguito finché non avrò coloro che cerco. O finché questo villaggio non sarà deserto. I traditori moriranno in ogni caso. Decidete voi quanti innocenti devono fare la loro stessa fine».

Poi feci circondare il villaggio affinché nessuno potesse fuggire, mi sistemai appena fuori di esso, ed attesi.

Quel giorno morirono sei persone. Il giorno successivo dodici.
Molti uomini adulti, ma anche donne, vecchi, bambini. Venivano legati per le braccia ad una staccionata e passati a fil di spada.

Supplicavano, piangevano, dichiaravano di non saper nulla di tradimenti o rivolte… Ma i colpevoli negano sempre.
Mentre aspettavo, presi a camminare lungo la fila dei cadaveri, chiedendomi perché mai una persona fosse disposta a morire per una ribellione stupida ed inutile. A che avrebbe giovato mai? Cosa poteva importare ad un servo di chi fosse il padrone?

Mi fermai davanti ad una vecchia, accorgendomi che respirava ancora. Lei girò in su il capo, mi guardò un istante poi spalancò gli occhi come fosse sorpresa. Stavo per proseguire quando lei ebbe come un sussulto. La guardai di nuovo, distrattamente. Ma era immobile. Gli spasmi della morte, pensai. Mi avvicinai di più e le misi una manosulla gola. In quell’attimo mi guardò nuovamente e sorrise. Ma le pulsazioni erano ormai deboli ed irregolari. Non valeva nemmeno la pena finirla. Ritrassi la mano ma un dito, che si era impigliato in un laccio di cuoio, fece uscire dall’abito un monile che portava al collo.Un monile di nessun valore. La scheggia di una pietra nera e blu. Lapis qui lapsit ex caelis. Enorme e prodigiosissima. Capace di riunire due persone lontane che ne portassero due schegge uguali. Capace di dare l’immortalità, a meno che uno dei due non invocasse l’Angelo della morte.

Sciolsi la dolce Alpaide dalla staccionata, la sollevai dolcemente e la condussi nel bosco, dove avrei potuto scatenare la mia furia senza essere visto ed udito. Mormorando una sua vecchia cantilena, la trasportai tra gli alberi, cullandola come lei aveva fatto sempre con me. Le raccontai la storia di un uomo che lasciava il mondo perché il mondo l’aveva nauseato, e la deposi delicatamente su un cuscino di foglie. Era leggera come una piuma. Ciò che pesa negli uomini è la vita: un corpo vuoto di vita è lieve come l’aria.

Mia madre era così: lieve come l’aria. A causa mia.

Ed ora vattene, frate. Sono stanco di vedere la tua faccia.Vattene e lasciami in pace.


Aran de Le Aran:
Anziché migliorare lo stato della tua schiena, il giaciglio comodo l’ha ridotta assai peggio, temo.

Charal di Herstal:
Giusto timore. Mi duole sempre di più. Se posi una mano in questo punto… Un poco più a destra… La senti scricchiolare?

Aran de Le Aran:
Che sciocchezze vai facendomi fare, Herstal ?

Charal di Herstal:
Non importa. Volevo solo che posassi una mano sulla parte dolorante. Ora dedichiamoci al nostro racconto.

Il Major domi aveva indovinato, riguardo alle mosse dei Mori: si erano fermati davanti alle porte di San Sebastiano, di Tolosa e di Narbona, e non avevano sferrato l’attacco.
Devi sapere, frate, che quando un esercito si prepara ad un assedio, mostra segni inequivocabili del suo proposito. Il comandante disponele truppe in un certo modo, tiene costantemente all’erta le truppe, le esercita ogni giorno… E se dall’altra parte c’è un comandante capace, sa quando il nemico sferrerà l’assalto. Dalle città di confine giungevano invece notizie di segno opposto: i Mori non stavano facendo alcunché per apprestarsi all’assedio, mostrando viceversa una certa rilassatezza. Non c’era di che gioire, in quelle città, ma il pericolo non pareva incombente.

L’inverno del sette cento e tredici, un mite inverno, trascorse così, senza che accadesse nulla.

Io passavo tutto il mio tempo al ruscello dove ero stato da bambino. Me ne stavo là, a guardare lo specchio d’acqua, senza pensare a nulla. Come fossi una di quelle erbacce mezze acquatiche e mezze terrestri che si accontentano di esistere. Sul calar della sera Rötrud veniva a prendermi, mi gettava una coperta sulle spalle e mi conduceva a casa. Provava a parlarmi, ma senza successo. Non udivo le sue parole, non la vedevo, non sapevo più della sua esistenza. Provò a dirmi molte volte che era tempo mi radessi; si offrì molte volte di tagliarmi i capelli che ormai mi scendevano fastidiosamente sulla fronte. Visto davanti parevo un Longobardo e da dietro un Visigoto, mi sussurrava. Mi ficcava in bocca il cibo con la forza, mentre io guardavo fisso davanti a me senza vedere nulla. Tutto ciò che ti sto raccontando me l’avrebbe riferito lei tempo dopo: di quei momenti non possiedo alcun ricordo. Non so dirti nemmeno come facessi ogni mattina a recarmi al ruscello, ma è certo che andavo là.

Da quello che avrei saputo più tardi, il Major era venuto spesso a vedere come stessero le cose. Dapprima s’era informato sui motivi che m’avevano indotto ad interrompere la spedizione in Neustria ed a tornare. Poi era venuto semplicemente ad accertarsi delle mie condizioni. Rötrud l’accompagnava da me, al ruscello, e lui stava un po’ lì, a guardarmi mentre fissavo il vuoto.

Venne primavera, ma nulla accadde.
Se accadde qualcosa, io non lo seppi.
Con l’arrivo dei primi caldi, presi a spogliarmi e ad immergermi nell’acqua. Mi tuffavo al mattino e riemergevo, tremante, all’imbrunire, come avevo fatto da bambino.
Quando entravo in acqua sentivo voci. Non le voci del presente, riudivo suoni antichi. Voci profonde e rabbiose. Vieni a casa….Strane, vetuste eco. Voci di bambini. La mia nuova spada…. Discorsi uditi in un remoto passato. Cose dette e cose mai dette. Vieni a casa… Silenzi che avrebbero voluto divenire parole e che non ce l’avevano fatta mai. Presto ti porterò via da qui… Sì, riuscivo ad udire anche i silenzi, frate. Presto lui mi porterà via da qui
O forse erano i pensieri, quelli che riudivo, chi lo sa! Forse i pensieri restano nel luogo dove sono stati formulati. E le parole restano dove sono state dette.

Furono le voci a destarmi dal torpore.

Un giorno udii l’eco di antiche minacce:
Tieniti alla larga da lei, storpioHo buona memoria, e mi ricorderò di te.
Lascia stare la mia roba, storpioHo buona memoria, e mi ricorderò di te.
Ho buona memoria, e mi ricorderò di teGiustizia è fatta, la legge è stata applicata.
Ho buona memoria e mi ricorderò di teNon ce ne andremo senza il cadavere di questo bastardello.
Ho buona memoria e mi ricorderò di teHo buona memoria, e mi ricorderò di teHo buona memoria, e mi ricorderò di teHo buona memoriaHo buona memoria.
Ho buona memoria.

E mi ricorderò, di te.

La nebbia che mi avvolgeva si squarciò all’improvviso.
Mi resi conto di essere immerso nell’acqua del ruscello, mi resi contoche tremavo come una foglia, mi resi conto che molto tempo mi era stato rubato.

Rötrud si accorse subito che la mia follia era svanita. Mi vide arrivare da lontano, gocciolante ed infreddolito, ma anche desto. E deciso a regolare i miei conti, come Bœmund aveva saldato i suoi.
Mia moglie mi salutò come fossi tornato dalla guerra. Per lei ero solo stato via per un po’, come in altre occasioni. Le chiesi:

«Ma come abbiamo fatto a non riconoscerlo?» Lei mi guardò un attimo e domandò di rimando:

«A riconoscere chi

«Lo storpio del ruscello. Veltrobert di Galthier è lo storpio del ruscello. Tutto ciò che sta accadendo è opera sua. Bœmund l’aveva capito ed ha già sistemato la questione. Ora lo farò anch’io».
Mi spiaceva, ma il drago avrebbe dovuto attendere qualche tempo prima di incontrare le mie asce. Mi spiaceva, ma anche la gola del Major domi avrebbe dovuto attendere qualche tempo, prima di incontrare il mio coltello.
Prima dovevo ammazzare qualcun altro.

V’era un insolito fermento al palazzo del Major domi. Ormai i guardiani di porta mi conoscevano e mi fecero passare senza difficoltà. Ma mi avvertirono che il Major stava male e che, probabilmente, non mi sarebbe stato concesso di vederlo. Al contrario, appena un suo servo mi vide, mi chiamò affannato dicendomi che Pijen aveva ripetutamente ordinato di condurmi da lui, appena fossi stato in condizione di farlo. E mi introdusse nella stanza dove riposava.

Il Major era desto. Il suo faccione odioso era contratto in una smorfia di fastidio, ma disse ugualmente:

«Vieni avanti, grande eroe. Qualcuno ti procurerà uno scranno».

Poi, rivolto ai servi, continuò: «Voi uscite. Tutti fuori».

Mi sedetti sullo scranno che avevano posto accanto al suo giaciglio ed attesi. Lui mise la punta della lingua fra i denti, ma dovette ritrarla perché una smorfia di dolore gli aveva contratto il viso. La sua sofferenza era evidente. Sicché, come si conveniva ad un gentiluomo, cercai di non irritarlo. Lui mi guardò, poi disse ansimante:

«Dunque il tuo male è passato. Me ne rallegro. Il mio, come vedi, procede in direzione opposta».
Una falsità ed una verità: non era vero, naturalmente che si rallegrasse della mia guarigione. Non gli importava nulla della mia salute. Era sicuramente vero, invece, che la sua stesse peggiorando. Finsi di credergli, e gli restituii la cortesia di poco prima interessandomi del suo stato:

«Qual è il tuo male?
Pijen tentò inutilmente di girarsi su un fianco, poi vi rinunciò e rispose:

«Il mio male sono gli anni. Sono le apprensioni. Il mio male è la maledetta passione che ho per queste terre e per la loro gente ingrata. Ed ora, se vuoi, estrai il tuo coltello e tagliami la gola come hai sempre desiderato fare. Qualche giorno di differenza non cambierà le cose. Almeno uno dei due sarà soddisfatto». Resistendo ancora una volta alla tentazione di gettargli in faccia la sua ipocrisia, dissi:

«Nella mia lista il tuo nome viene dietro ad altri due. Ho altre urgenze, per ora».

Lui riuscì a ridere ed a tossire insieme. Il riso era strano sul suo volto arcigno. Quando ci riuscì, rispose:

«E’ meglio che ti affretti, allora. Rischi di vederti sottrarre il lavoro dal Demonio».

Mio malgrado, sorrisi anch’io:«Vedrò che cosa posso fare».

Per un attimo rimanemmo così, a guardarci negli occhi, entrambi con un sorriso cretino sulle labbra. Poi lui si rifece serio e domandò:

«Chi deve assaggiare per primo il filo delle tue francische? Galthier, immagino. Se è così, spaccagli il cuore anche a nome mio. Lanciagli un’ascia in più precisandogli che viene da parte mia. Tua madre Alpaide è stata la sola donna che io abbia mai amato».
Mi alzai così di scatto da rovesciare lo scranno e lo afferrai per la gola. Voleva lo uccidessi? Bene, aveva trovato le giuste parole.Voleva che alterassi l’ordine della mia lista? Bene, eccolo accontentato. E cominciai a stringere.
Lui chiuse gli occhi, sorrise ed attese.

Ed io lasciai la presa.

La mia schiena va assai meglio, ora.
Ti dispiace, frate, se proseguiamo domani? Ho molte cose da fare, ora che il dolore è passato e che mi reggo in piedi senza bisogno di alcun aiuto.
Torna domani.

Buona notte.
Ed anche a voi due.


Charal di Herstal:
Pijen ci mise un po’ a riprendersi. Tossì ripetutamente, poi con sforzi indicibili, si tirò a sedere sul suo giaciglio. Mi puntò un dito contro e disse:

«Uccidermi non servirà a cambiare le cose. La verità è quella che è, e noi non possiamo farci niente. Non sei l’unico a cui non piaccia il proprio destino»
Nauseato, risposi:

«Tu sei un verme ipocrita, Major domi. Quello che non comprendo è questo tuo affannarti a farti benvolere da me. Quando ti dissi chi fosse mia madre, non ne ricordavi nemmeno l’aspetto: ora, improvvisamente, diventa la donna che amavi! Che scopo hanno tutte le panzane che mi racconti? Te l’ho detto ancora: io so bene chi sei, e le tue recite non fanno presa su di me».
Lui scuoteva il capo. Quando ebbi terminato, rabbiosamente, rispose:

«Tu non sai un accidente di niente! Negai di conoscere Alpaide perché questo era ciò che lei voleva! Mi fece giurare d’agire a quel modo, quando mi lasciò. Non voleva che il nome di suo figlio venisse associato a quello del regicida. Non mi perdonò mai d’aver ucciso il Grande Re Dagobert. Le offersi ciò che voleva purché restasse, ma lei rifiutò qualsiasi aiuto. E quando nascesti fece di tutto per nasconderti a me».
Dunque era vero! Pijen d’Herstal aveva fatto uccidere il Re Mago! Ciò che stava dicendomi era verosimile. Conoscendo il temperamento di Alpaide, c’era di che credergli. Rimasi in silenzio, sconcertato e lui, con voce più pacata, seguitò:

«Allora ero certo che la storia del Santo Sangue fosse solo una leggenda. Rifiutavo l’idea che il trono spettasse al Re per diritto divino, quando io lo meritavo mille volte di più. Volli essere Re. Ma io non sono che l’erede di un malfattore graziato. E lui era l’erede di Dio. Quando seppi con certezza la verità, quando un bambino di nove anni mi guarì dalla lebbra toccandomi la fronte, era troppo tardi. Tua madre aveva già lasciato il palazzo ed era fuggita in Burgundia. Venisti alla luce qualche mese più tardi, e fosti allevato lontano da qui. Qualche anno dopo Alpaide tornò, e si sistemò in una capanna, vivendo come una serva. Ma non mi consentì mai di aiutarla. Dovetti farlo dall’esterno e suo malgrado.

Alcuni servi fecero capolino nella stanza: scendeva la sera ed erano pronti ad accendere le torce. Il Major fece loro cenno d’entrare, attese che l’operazione fosse compiuta e che se ne andassero, poi riprese in un roco sussurro:

«Fortunatamente disponevo delle spie più abili del mondo. apevo sempre dove foste, di che cosa aveste necessità… Quando venni a sapere che il proprietario della capanna stava tornando, lo feci uccidere. Quando seppi che tua madre non riusciva più a tirare avanti, feci in modo che certi miei contadini le dessero un lavoro. Quando seppi che Oshuat di Galthier, il Vescovo di Colonia cui avevi offeso il figlio storpio, aveva incaricato un sicario di eliminarti, affiancai un mio uomo a quest’ultimo per impedirgli di fare il suo lavoro.
Poi salvasti la vita al fasullo Re Childebert, ti garantisti la sua gratitudine e partisti. Ti persi di vista. Le mie spie non ti trovavano più. Ed Alpaide sparì poco dopo di te.
Per anni vi feci cercare senza successo. Molti miei informatori pagarono a caro prezzo questo fallimento.
Poi rapisti la promessa sposa del Re. E Veltrobert di Galthier ti denunciò. Era già un influente cortigiano, a quell’epoca, e sosteneva sul suo onore d’aver veduto te ed un tuo complice compiere il ratto ed uccidere diverse persone. Fu arduo difendere il tuo nome. Fortunatamente ti eri fatto una fama d’eroe nell’esercito ed il Re dovette desistere. Ma nel frattempo tu eri sparito di nuovo. Alla vigilia della guerra di Alamania mi capitasti davanti al naso, facendo di tutto perché ti facessi scuoiare. Avevi gli stessi occhi e lo stesso temperamento di tua madre. E la mia stessa abilità nel guidare un esercito. Non dubitai mai che tu fossi il mio primogenito. Ma mantenni fede al giuramento e finsi di non sapere nulla della tua storia.

Il resto lo conosci.
E questa, che ti aggradi o no, è la verità.

Gli credetti, frate. Tutti i pezzi del mosaico andavano a posto e lui aveva mostrato di conoscere particolari che poteva conoscere solo nel caso che il suo racconto fosse veritiero. Gli era sfuggito solo un dettaglio, ma preferii non colmare quella lacuna: il Vescovo di Colonia, il padre di Veltrobert, assalito mentre veniva a celebrare le mie nozze e quelle del Re longobardo, era stato ucciso da Bœmund. Legato braccia e gambe a paletti conficcati al suolo e poi massacrato a mazzate. Esattamente come Veltrobert aveva fatto uccidere suo padre, Guardiano.

Ma non era il caso che il Major venisse a saperlo.
La luce delle torce baluginava nel buio della stanza, lanciando sinistre ombre sul volto di Pijen, contratto dal dolore. A voce ancora più bassa riprese:

«Veltrobert di Galthier è l’uomo più pericoloso ch’io abbia incontrato. Perché è il più crudele. Il solo sentimento che conosce è l’odio. Ed ha alle sue spalle tutta la potenza della Chiesa. Guardati da lui. La sua guerra contro di te non è finita».
Mi accorsi che la mia mano stava cercando il manico dell’ascia. Ormai anche il solo suono del nome di Veltrobert lo storpio produceva su di me quell’effetto. Risposi a mio padre:

«Neanche la mia contro di lui. Temo che debba essere lui a guardarsi da me».

Pijen d’Herstal scuotè il capo e commentò:
«No, sarebbe una follia attaccarlo adesso. E’ precisamente ciò che si aspetta, e cadresti nella trappola che ti ha sicuramente teso. L’inganno che ti ha indotto ad uccidere tua madre era probabilmente solo l’esca. E se anche riuscissi ad ucciderlo, verresti giudicato per il delitto e giustiziato. Prima devi diventare il Major domi. Poi, quando sarai soggetto solo al giudizio di Dio, lo combatterai ad armi pari. Credimi, è potentissimo. Se così non fosse l’avrei già eliminato io. Quando sarai Major, tutto sarà diverso. Devi pazientare solo qualche giorno, credo».

Annuendo, gli risposi:
«Certo sarebbe il modo giusto di fare le cose. Ma io non voglio diventare il Major domi solo per uccidere uno storpio». «Non si tratta di una scelta. Non puoi decidere tu se vuoi o non vuoi diventare Major: tu hai il sangue del Malfattore Giusto. E quindi sarai il Major domi. La decisione spettava a Dio. E Lui ha scelto così».

Tossì a lungo, poi seguitò:
«Ho un ultimo comando da darti, benché certamente non potrò controllare se lo eseguirai o no. Mantieni vivo il Santo Sangue. Quando compresi l’enormità del mio delitto, per aver fatto uccidere Re Dagobert, giurai di proteggere da quel momento la continuità dei primogeniti. E questo ho fatto. Alpaide lo sapeva e forse mi aveva in parte perdonato, per questo. Quando sarai Major dovrai fare lo stesso».

Domandai perplesso:
«Il Re è un primogenito? E’ Mago?»
«Per Dio, no! La madre gli dette il nome di Dagobert terzo, ma la sua parentela con Dagobert secondo è più flebile di un soffio. No, questo Re è poco più che un impostore».
Continuavo a non capire:

«Ma non ve ne sono altri! Dagoberto terzo è l’unico Re vivente»

Pijen rispose:
«Vi sono due primogeniti della schiatta del secondo Dagobert. E stanno per diventare tre. Te li mostrai lo stesso giorno che conoscesti il tuo nemico Galthier, ricordi? Essi sono Conti di Rhedae. Sidgisbert quarto e quinto: figlio e nipote di Dagobert secondo. Il primo aveva nove anni quando mi pose una mano sulla testa e mi guarì dalla lebbra in una notte. E pare che il secondo abbia pari facoltà. Ho fatto in modo che sposasse una discendente di Giselle di Razés, anch’essa imparentata con il grande Re Mago. Ora i due aspettano un figlio. Se sarà maschio, possiederà probabilmente poteri inauditi.

Vai a Rhedae. Accertati della loro incolumità. Veglia su di loro. Ma fa’ in modo che la Chiesa non ne sappia mai nulla»

Mentre tornavo a casa, riflettevo su quanto avevo saputo: certamente il consiglio di non affrontare Veltrobert di Galthier senza un’adeguata preparazione era saggio. Bœmund aveva atteso ventuno anni, per compiere la sua vendetta. Ma l’idea di diventare Major domi mi pareva una follia, oltre che non attrarmi affatto. La prospettiva di sostituire un uomo che odiavo, rischiando di divenire con il tempo uguale a lui, mi repelleva.

La sola cosa da fare per il momento, era stare vicino a Rötrud. L’avrei protetta da ogni pericolo, cercando di renderle il tempo che le avevo tolto durante la mia follia.

Di certo Pijen di Herstal si sarebbe ripreso, avrebbe ricominciato a fare il Major, sarebbe stato preso da mille impegni ed avrebbe finito per scordarsi di quella sua mania di far di me il suo erede.
Nel frattempo, io avrei accantonato le mie vendette, avrei lasciato che Veltrobert di Galthier si tranquillizzasse, ed avrei costruito la casa nella radura della cascata. Provavo il desiderio fortissimo di lasciare che il mio animo si chetasse. Volevo pace. Serenità. Infinito tempo da trascorrere con la mia sposa. Mi raddolciva l’idea di trascorrere anni simili a quelli passati sulle scogliere del nord. Fatica per le braccia e riposo per la mente. Questo mi occorreva. Questo mi piaceva pensare occorresse a Rötrud.

Quella sera, quando le esposi i miei progetti, ne fu felice.
L’indomani tornammo assieme alla radura e prendemmo a discutere sulla forma che avremmo dato alla nostra casa, di che dimensione avremmo fatto le finestre, di che pendenza avrebbe avuto il tetto. Quando le dissi che avevo pensato a tre stanze, lei rispose:

«Date le circostanze, meglio quattro».
Protestai, dicendo che una casa così grande sarebbe finita troppo vicino alla cascata, che avrebbe richiesto troppi mattoni, e travi troppo lunghe… Poi osservai meglio il sorriso sornione con cui mi stavaguardando e compresi. Dio aveva evidentemente gradito le nostre nozze: il figlio che in tutti quegli anni non era mai venuto, beh, ora sarebbe venuto.
Puoi immaginare la mia felicità, frate. No, forse non puoi, ma non ti tedierò con essa. Ero felice, insomma. Mi resi conto che il drago, che Pijen di Herstal, e che perfino Veltrobert mi interessavano di meno. Non li avrei dimenticati di certo. Né avrei rinunciato alla mi vendetta. Ma non in quel momento. In quell’istante, i progetti formulati la sera prima mi parvero ancora più attraenti. E nulla mi avrebbe impedito di realizzarli.

Invece, tre giorni più tardi, morì Pijen di Herstal.

Ma ne parleremo un’altra volta.Buona notte, frate.
Ed anche a voi due.