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Roma, 8 agosto 2019
Consigli non richiesti. Chiude Pandora TV, una creatura di Giulietto Chiesa. Perché chiude? Per difficoltà organizzative, finanziarie, logistiche? Anche. Il motivo vero della chiusura o di consimili abbassamenti di saracinesca risiede, però, in altro, secondo il mio modesto avviso: mancanza di interesse nel pubblico. Alla lunga questo incide. Ritrovarsi sempre gli stessi utenti che girano da un sito all’altro mormorando le identiche parole d’ordine getta nello sconforto; si diviene autoreferenziali; si è costretti a scrivere cose che hanno l’approvazione di chi è già convinto. Divenire popolari: hic stat busillis. La controinformazione non è popolare. Anzi, sopravvive in un bugigattolo informativo. Il fallimento controinformativo è evidente. E questo avviene perché rimane tenace la superstizione secondo cui la verità rende liberi; e induce alla rivoluzione. Il che è un errore madornale. Decisivo. La verità non smuove niente. La menzogna, sotto le belle forme dell’utopia, smuove. La Marcia su Roma, la Marcia del Sale, il Treno di Lenin, la Birreria di Monaco: credete che qui in moto e in marcia fossero uomini e donne a cui si era rivelata la verità? Ma no, essi credevano. Tendevano. Avere fede. Puntare lo sguardo in un futuro da modellare secondo il proprio desiderio. Colmare il cuore di folle desiderio: ecco, questo smuove; alla marcia, alla protesta, a sopportare il dolore e la morte. La verità, ammesso che ne esista una, è assai indesiderabile. Il condottiero sa che la verità deve essere celata dalla bellezza delle mire celesti. Il Paradiso Terrestre, le Vergini, El Dorado, la Terra del Prete Gianni, il Catai, la Greenland. 
Doppiezze del condottiero. Chi guida sa. Mosè, gli ecisti greci, Tamerlano, Etzel, Colombo, Cesare, Carlo Magno, Aguirre, Fitzcarraldo. Gli eserciti, la devozione, le folle tumultuanti, il cozzare entusiasta delle lance, l’adorazione, il miracolo: in azione e in marcia, le masse; la convinzione talmente radicata in sé stessi da negare l’evidenza, ecco la fede, incrollabile, la meta che giustifica i sacrifici più inumani. Ecco formarsi le categorie dell’essoterico e dell’esoterico. Vogliamo El Dorado, l’eterna giovinezza: Ponce de León legge una silloge di leggende su Alessandro Magno: le onde del favoloso si accavallano nei secoli, da Callistene agli amanuensi, egli se ne lascia travolgere, contagia altri uomini che converte alla fede di un’impresa folle. Essi si mettono in marcia, essi credono. Credere, obbedire, combattere o la goffa metafora del’asino e della carota sono volgarizzamenti di tale attitudine inestirpabile dell’animo umano.

Ebrei. In cosa credevano gli Ebrei durante la traversata nel deserto? Nella Terra Promessa, ovvio. Se Mosè avesse aperto un blog indicando con minuzia i chilometri da percorrere, le insidie, le siccità, le asperità, le morti, il suo popolo avrebbe fatto, giustamente, marcia indietro. Egli, Mosé, sapeva; si tenne, come un peso sul cuore, devastante, la verità; quale duce volle indicare una meta: la Terra degli Ebrei, homeland. Solo a questo prezzo, una bella menzogna, la raggiunse; il fardello della verità lo tenne per sé, talmente pesante che lo schiantò a pochi passi dal trionfo. Nemo propheta in patria. 
Fitzcarraldo. Brian Fitzgerald intende costruire un teatro in Amazzonia. Organizza, perciò, onde finanziarlo, un commercio di caucciù. Il sogno, che egli antepone alla razionalità, permette la follia dei gesti: una nave che risale una montagna per gettarsi in un corso d’acqua parallelo. Gli indigeni che lo accompagnano, però, fuggono, atterriti dalla ferocia degli Hivaros: giusto, poiché essi non hanno fede: la meschinità del basso tornaconto gli fa preferire la pelle. Fitzcarraldo si vede perduto, ma ecco il miracolo che soccorre sempre chi ha fede: il sogno degli Hivaros si intreccia al suo: essi lo scambiano, infatti, per un dio che li condurrà in paradiso. La nave viene, perciò, da loro  stesi issata sul crinale: dalla forza delle braccia e di due utopie.
La via dei sogni è, però, lastricata di apparenti vicoli ciechi. Le rapide quasi distruggono la nave. Addio raccolto del caucciù, addio guadagni, addio teatro. Era, quindi, tutta una fata morgana? No. Fitzcarraldo, infatti, venderà la nave, sopravvissuta (per miracolo) alla furia delle acque: la voce di Caruso quindi echeggerà, meravigliosa e incongrua, in quelle lande verdissime – verdi come la speranza. Dio (o chi volete voi) ricompensa la fede: ecco che le antiche parole riacquistano senso: imperscrutabili sono le vie del Signore. Egli è generoso con chi ha fede; chi ha fede verrà reso ricco in modi ch’egli nemmeno immagina. La disfatta cela il trionfo, chi si crede perduto è salvato, come Cabiria. Occorre credere, credere, con cieca speranza, come Fitzcarraldo, come gli Hivaros: solo così otterremo ciò che vogliamo. 
Speranza. La verde speranza che rampolla dalla fede in un’idea: ecco l’unica speranza consentita: essa rassomiglia, infatti, alla certezza incrollabile. 
Sacrificio. La fede in un avvenire esige il sacrificio e la mancanza di calcolo. Ancora parole antiche che riacquistano un senso: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro li nutre. Non contate voi forse più di loro?”. Abbandonare i calcoli, le minuziose stategie, estenuanti, i retroscena sciocchi, i sottintesi. Avere fede. Anteporre il sogno alle difficoltà, ignorare addirittura le difficoltà, la pena, gli ostacoli. Solo la luce fioca all’orizzonte a guidarci. Questa è fede. I cacadubbi non ottengono mai nulla. 
Termopili. Solo lo sciocco potrà rimanere deluso nel vedere le Termopili. L’immaginario, infatti, è ormai contagiato dalla grossolanità bieca di Hollywood. L’uomo accorto le troverà, invece, perfette. Le fonti di acqua calda – le Termopili – i colli. Occorre ricreare nella mente lo stretto, la palude, il sentiero inaccessibile, la linea costiera arretrata. Tutto era umano, troppo umano, come è sempre stato. A conforto delle aspirazioni e della proliferante ricchezza dell’animo. Il miracolo di quegli scontri, però, è difficile da fingere nel pensiero. Quale forza spingeva quegli uomini? Quale sogno, quale idea trasformava sé stessi in puro sacrificio? La fede. In un condottiero, in un’idea, negli dei, nella Patria. Ecco che termini desueti ricevono un’infusione di senso. Non si teme il massacro, il dolore, la fatica; il breve cono di luce della vita origina da fonti di maestosa chiarità: si può ben morire per esse, cullati dalla speranza del canto degli amici e dal rimpianto di chi ci ama, che ci renderanno eterni.
Lunatici. Mi è simpatico Massimo Mazzucco, uno dei pochi che leggo assieme a Della Luna, Bertani e Blondet (che, ultimamente, ha riscoperto la bibbia del socialismo: Il tallone di ferro, forse cominciando a intuire, a differenza dei commentatori, granitici e schierati, che il totalitarismo casual non vanta né destra né sinistra, ed è parimenti sostenuto da Macron e Salvini). Il capolavoro mazzucchiano, che seguo come un romanzo, è la ricostruzione filologica dei falsi allunaggi. Il lavoro certosino alla base di queste indagini gli va riconosciuto: al di là della bontà delle sue osservazioni. Un’indagine minuziosa sino alla pedanteria, logica, in cui, presumo, avrà sacrificato qualche diottria. Siamo andati sulla Luna sì o no? Secondo lui no. Ma anche se la risposta fosse “forse sì forse no”, sarebbe già un ottimo risultato. L’importante è far nascere il dubbio. Sul tema, personalmente, rimango ondivago. La maggior prova a favore della simulazione dell’allunaggio è, per me, questa: la realtà ha copiato un film di due anni prima. Ogni opera cinematografica prima di 2001: odissea nello spazio (1967) ha visto rappresentazioni della luna grossolane o favolistiche, da Verne a Mélies a George Pal; nel migliore dei casi: fantastiche. In Kubrick, invece, la ricreazione degli ambienti lunari, delle strumentazioni delle navi interplanetarie, delle evoluzioni in assenza di gravità, i paludamenti per lo sbarco selenita – tutto è così convincente che non solo ha retto la prova estetica del tempo (dopo cinquantadue anni, un’eternità nel mondo degli effetti speciali), ma è stata capace di far sì che la realtà (o ciò che crediamo tale) gli si conformasse. Armstrong è atterrato, magicamente, sul set di Kubrick. Tutto questo lo trovo straordinario. 
Maledetta verità. Solo una cosa rimprovero a Mazzucco: credere che l’eventuale ammissione davanti al mondo smuova le coscienze. Non funziona così. Le passioni, i sentimenti non hanno campo. Solo l’apatia. Anche se la NASA indicesse una conferenza stampa e affermasse, urbi et orbi: “Abbiamo scherzato!”, anche questo non servirebbe. Perché siamo immersi continuamente in una poltiglia in cui menzogna e verità si amalgamano l’una nell’altra. Tanto da essere indifferenti l’una all’altra. Come detto, la verità è noiosa. Creare, invece, l’utopia dell’uomo che conquista la spazio: questo sì che appassiona! La sfida impossibile, gli eroi, la tecnica che frantuma ogni ostacolo! Lo svelamento del trucco, però, quale delusione! Chi vorrebbe conoscere i trucchi del mestiere? Si anela, per disposizione metafisica, a essere ingannati. Ci piace veder scomparire il coniglio nel cappello: rivelare il doppio fondo nel cilindro, però … a chi interessa la mistificazione? L’illusione consente di sopravvivere. 

Medicine man. Un lampo riga tremendo il cielo, si scarica una folgore a terra: incendia la foresta scacciando i poveri trogloditi dal villaggio pazientemente costruito. Chi ha lanciato la paurosa saetta? Quale volontà? Lo stregone o il medicine man s’inventa una storia, qualsiasi, di sottomissione, ira e sacrificio. Forse ci crede pure lui. Il villaggio ascolta ed esegue. Un totem è posto in adorazione permanente onde scoraggiare la collera divina, meteorica. Passa il tempo. La religione raffina lentamente quell’intuizione. L’arte la sfaccetta in migliaia di volti e leggende. La guerra la cementa nel cuore della comunità. Migliaia di anni dopo un meteorologo arriva a miracol mostrare: ma quale ira divina, è solo una volgare scarica elettrica! La rivelazione svuota i cuori. Delusione, disfatta, depressione, rinuncia, odio. Chi vuole ascoltare queste eresie? Nessuno, eppure il verme interiore rode velocemente le coscienze. Si depongono le armi; si spopolano gli eserciti, cedono le gerarchie interne; il medicine man vede che le ferite, magicamente, si richiudono grazie agli antibiotici; il villaggio, però, eccolo sfaldarsi; si diviene civili; i più giovani vanno in città per alcolizzarsi come gli altri; i bambini son sempre meno; i vecchi rimangono a blaterare sul mondo scomparso; alla fine muoiono. 
Decadenza. Il salmo responsoriale che precede la lettura del Vangelo secondo Matteo. Liturgia della Parola. Si legge un salmo e la comunità risponde: “Venite, santifichiamo il Signore/Glorifichiamo la roccia della nostra salvezza”. Quindi un altro salmo: urge la risposta di prima, ma, stavolta, senza l’aiuto dell’officiante che la ripete, la comunità stenta a compitarla tutta. Terzo salmo: dopo il “Venite, santifichiamo il Signore”, l’uditorio si blocca a metà, a un “glorifichiamo” borbugliato che si spegne in un imbarazzante mezzo brusio. I cristiani lì riuniti, infatti, hanno dimenticato, in pochi secondi, la parte conclusiva: “La roccia della nostra salvezza” proprio non gli viene, la memoria s’arresta ai due secondi scarsi, perduta tra le fantasticherie postmoderne che ingombrano le capocce consunte di questi poveri diavoli. La testa come un alveare, ronzante di sciocchezze, la testa che va al dopo, qualunque dopo, inutile, ovvio, la testa che non riesce a concentrarsi, nemmeno in quel luogo, che già si pensa ai tre whatsapp che aspettano in sonno: forse più di tre! Chissà cosa significa essere cristiani oggi. Ripetere parole di cui si è incapaci di comprendere non l’intima essenza, ma persino la più debole eco. 
Giggiani. Il prete, di ascendenze africane, ha un problema nel pronunziare il nome del Principale. Poco prima di imbattersi nel Vocabolo Sommo, lo si vede sbarracare impercettibilmente le orbite (quasi un fulmineo attacco di panico), per poi bloccarsi – frazioni di secondo, beninteso! – e prendere alfine il coraggio di ca-cantare: “Ieusz”; in certi passaggi, pur semplici, la lettura degenera in un delirio cacofonico: sembra di ascoltare un disco al contrario. Le suore redentrici, in prima fila, assistono impassibili, tetragone. Solo la più anziana, una donnina minuta, con un bastone ortopedico, una che ha vissuto la bruciante parabola del progresso post-conciliare, abbassa dolcemente il capo stringendo più decisa l’impugnatura orizzontale: ch’ella prende a girare, lenta, a destra e a sinistra, imprimendo all’attrezzo una inevitabile volontà rotatoria: quasi a voler trivellare le lastre di marmo o finire il drago della propria delusione torcendogli il cuore maledetto. Un movimento metodico, seguito da occhi dubbiosi e svagati, e che si arresta solo alla pronunzia della zizzania evangelica (lolium temulentum) venuta lì a degenerare, senza sconti alla disfatta, in un’inaudita “giggiani”.
La rassegnazione mi è divenuta familiare: la riconosco, quasi sempre. 

Non ci indurre in tentazione. Al Padre Nostro il pretonzolo bercia: “ … Come li rimettiamo ai nostri debitori/e non ci abbandonare alla tentazione …”. Preferivo, da misoneista, la versione pristina (“Non ci indurre in tentazione”), concettualmente perfetta. E tuttavia pare che si voglia rinnovare anche qui. Non ci indurre in tentazione: è Dio che permette il Male, sempre. La tentazione offerta su un piatto d’argento. La prova. Persino il Figlio di Dio viene tentato, nel deserto, per quaranta giorni; addirittura (ecco lo scandalo) sulla Croce. Il Male affina, se lo si rifiuta, come il fuoco purgatoriale (“poi s’ascose nel foco che li affina”), rende certi a sé stessi, aurei. Il Male promana da Dio, che lo permette. Si deve temere questo Dio che pone ostacoli e lordure. Timor dei. Egli sa. Rinunciare, combattere, rientrare nel limite, nella Legge. Il timor di Dio. Il fuoco della tentazione. Conoscere sé stessi. 
Ipotesi su Dio. Se il Maligno, una promanazione di Dio, fosse l’ultima prova che Egli ci concede? Resisteremo alla tentazione? Dire “no” o “sì”? L’Anticristo non è che Dio stesso ridisceso per l’estrema possibilità concessaci. 
Ai cessi in tassì. Per sapere dove andrà il mondo occorre scandagliarne i recessi più sordidi e gli anfratti ormai dimenticati. Rimestare la merda mi è consueto: blog idioti, siti porno, tecnoscemenze, costituiscono la mia pastura. Reinterpreto, ancora una volta, quale eretico sbarazzino, antiche parole. Diportarsi con i pubblicani e le meretrici, evitare i farisei. 
Decadenza. In qualunque civiltà la decadenza è annunciata dal tratto semplicistico, dalla sciatteria. Le linee nell’arte figurativa si fanno meno pure, più facili; la letteratura si occupa di svago o tenta di scandalizzare, sempre più, sin all’estremo, un pubblico ormai senza cultura, intorpidito e bisognoso, perciò, di grossolane scariche eversive: sesso, apocalissi, record sportivi; la scienza non riesce a tenere uno sguardo onnicomprensivo e si sfarina in tecnica: avanzano i tecnici, ignorandosi l’un l’altro, con un angusto chiarore davanti a loro. Infine essi si perdono, in ogni senso, sino a ingigantire, con arroganza, il meschino imperio della propria piccineria. 
Capitolium. La rivista storica del Comune di Roma aveva nome “Capitolium”. Aveva, poiché sono riusciti, a furia di politicanza ciabattona, a far chiudere pure quella. Colleziono vecchi numeri di “Capitolium”, soprattutto quelli degli anni Trenta. La qualità delle riproduzioni fotografiche, in bianco e nero, ancora affascina. La temperie culturale agiografica, col Mascelluto in evidenza, non disturba più di tanto. Di solito il numero si chiudeva con una appendice deliziosa: la serie statistica dell’allora Governatorato di Roma. Cifre, numeri, percentuali: scuole urbane e suburbane (col resoconto della frequentazione degli alunni, maschi e femmine, divisi in classi), rivendite all’ingrosso e al dettaglio, mercati rionali, asili e università, cinema e teatri, afflusso di italiani e stranieri, ortaggi, macelleria, affitti, case, luoghi di svago, granaglie, cambi di residenza, popolazione criminale: tutto incasellato in tabelle semplici e immediate, dai caratteri netti e inequivocabili. L’attività municipale confluiva in quei resoconti di commovente nitidezza ove le maiuscole, le minuscole, le abbreviazioni, gli accenti e gli apostrofi ricevevano l’auctorictas formale da leggi ortografiche e di composizione sancite con meticoloso rigore e gusto dell’equilibrio: in grado di abolire ogni ghiribizzo o invenzione personale. A costo di sacrificare l’originalità individuale e santificare la maniera. Ma così va governato un Paese. Il formalismo deve essere dittatoriale. Lo sbaglio mai ammesso. Sapete perché l’Italia decade? Perché non c’è più un centro di gravità permanente. L’idiozia del decentramento, il solipsismo e l’immaginazione al potere (in barba alla legge) hanno pervaso le amministrazioni. Il Municipio X non sa cosa fa il XII così come il Comune non ha la più pallida idea di cosa hanno in mente il X e il XII, ormai satrapie eccentriche, spesso governate in dispetto del Comune e tenute, fra una tartina e l’altra, da mestieranti di crassa ignoranza gonfi della sicumera degli stupidi. No, la legge non esiste per l’ominicchio del futuro. Egli vuole la libertà. Anche dagli apostrofi. Si fa come dico io, le regole sono camicie di forza, e così l’ortografia, la grammatica, la logica aristotelica. Obbedire a “are-ere-ire l’acca fa sparire” gli pare conformista così come umiliante riandare alla regoletta del “cia” o “gia” (mancia-mance e non mancie, camicia-camicie o ciliegia-ciliegie e non ciliege, anche se la Rizzoli la pensa diversamente e sentì l’urgenza di pubblicare, caschi il mondo, il capolavoro Un cappello piene di ciliege). Chi sbaglia i tempi, le concordanze o reca devozione agli anacoluti, in tale frangente storico, è un traditore della patria. Così come dovrebbe essere cacciato dagli uffici pubblici colui che sciatteggia con grassetti e corsivi, incolonnamenti farlocchi, linee d’interpunzione e segni diacritici. Persino chi appicca e appiccica, in un ufficio pubblico, una scritta a mano, tutta sghemba e approssimata, dovrebbe esser preso a calci in culo. Il potere, infatti, il potere che ci domina il cuore, quello che ci soffia nelle orecchie il miele della libertà, vuole questo. Vuole la poltiglia, l’indifferenza. Scrivere “un invasione” o sbagliare il numero dei detenuti delle Isole Marshall (ascrivendo a tale innocuo territorio i criminali del Marocco) sul sito ufficiale del Ministero di Giustizia, aggiungere quattro puntini di sospensione (“Devono essere tre, porco D …!”, s’infervorava un vecchio insegnante mentre leggeva, estenuato, tesi di laurea un tanto al chilo), preterire le coniugazioni, ignorare il condizionale o il trapassato remoto; dire: “Salvini ha un grosso consenso” equivale a consegnarci alla dissoluzione: grosso non significa nulla; esteso, grande, largo, vasto, proliferante, brulicante, numeroso, molteplice, sostanzioso, cospicuo, consistente significano, forse, qualcosa: la differenza tra un cretino 2.0 e un essere umano, di questi tempi. 
Forma e sostanza. Il linguaggio, l’etica, la disciplina (la preghiera, il codice militare) definiscono l’uomo, la polis, l’Italia. Se questi comandamenti sono ignorati in nome d’una anarchia scambiata per progresso liberale ci si consegna alla disfatta. 
Immaginazione al potere. Rendiamoci finalmente conto della portata di tale dysangelium.L’immaginazione al potere, dilagante nelle scuole e nelle università, nelle magistrature o nelle amministrazioni; lo sbaglio come cosa di poco conto (correggibile, perdonabile), la tolleranza verso la dislessia logica, il disprezzo per la pulizia formale hanno schiantato, in pochi decenni, la più decisiva nazione del mondo. Claudio Villa, quando incideva, non poteva sbagliare; una sola possibilità gli era concessa. Per tale motivo vigeva, inevitabilmente, una selezione, dura. La voce migliore, l’impostazione migliore, l’uomo con una volontà feroce di emergere, umile e spietato, intrepido: dalle casette di Trastevere alla notorietà. Anche in teatro o nella danza non si poteva ingannare il prossimo: sei bravo, vai avanti, altrimenti ti dedichi ad altro. La gavetta poteva durare decenni o per sempre. Vi erano premi che non contemplavano la premiazione: la mediocrità non va premiata: se ne riparlerà il prossimo anno, il primo posto rimane vacante. Nella musica, nell’artigianato, nelle arti classiche lo sbaglio non poteva permetterselo nessuno. Questi, invece, sono tempi per il tasto delete, per il riavvolgimento del nastro: tutto può avere una seconda o una terza chance, una ennesima chance: la qualità declina, inevitabile, perché chi può permettersi di sbagliare abbassa le ambizioni, diviene facile, sciatto, menefreghista, ridanciano; di notte tutte le vacche sono grigie (e non grige). 
Essenza. In guerra non sono permessi errori. Le regole devono esser osservate maniacalmente poiché distillate, nei secoli, in vista della sopravvivenza. Di qui una serie di accorgimenti e consuetudini ferree che l’ominicchio del futuro, nella bambagia ottantennale della pace che il Potere subdolamente permette, ama dileggiare.
I migliori comandanti sono quelli che non sprecano i propri uomini, che pianificano ogni mossa, minimizzando perdite e sfruttando le debolezze del nemico. Un fendente sbagliato, un colpo a vuoto, una distrazione segnano il confine tra vita e morte; al contrario del digitale dove ogni soldato morto resuscita con il loading. Anche il contadino minimizza le perdite. Il miglior contadino è quello  che non spreca energie, che sa dosare i gesti e, perciò, la fatica, che razionalizza, per istinto, le potature (sbagliare il taglio condanna a un raccolto minore), e, con mezzi semplici, sfrutta il tempo concessogli da Dio e dagli umori atmosferici. Rendersi essenziale, non oltrepassare i limiti: questo è contropotere. 
Ventilabro. La democrazia liberale ha abolito il setaccio, la selezione, la gerarchia, in nome della libertà: per servire meglio la schiavitù. 
Accenti. Quando ho scritto “Ponce de León” avrei potuto anche scrivere, per comodità, “Ponce de Leòn”. In tal modo, però, avrei accresciuto la dissoluzione cioè l’ingigantirsi dell’entropia. L’entropia è il peccato massimo o, se non siete credenti, ciò che ci avvicina alla schiavitù ordita dal Potere. Grammatica e ortografia costituiscono, per l’uomo avvertito, il nuovo missionario, un campo di battaglia. 
Logica. La logica accresce l’intelligenza, organizza il mondo: è guerra. Per questo è invisa al potere attuale. La Sfinge, ominosa, attende Edipo “piedi gonfi” e lo sfida: ne rimane schiantata; Omero si suicida per un enigma propostogli da alcuni umili pescatori; il Minotauro attende cruento nel centro del labirinto, ma Teseo, il luminoso, l’apollineo Teseo, lo uccide, sovrastando egli le volute dell’inganno; Sansone sfida i Filistei con un indovinello: “Dal divoratore è uscito il cibo e dal forte è uscito il dolce”: le conseguenze, fra tradimenti e furia di vendetta, saranno rovinose. La logica non ammette eccezioni e lo sbaglio è inammissibile così come la scappatoia o il perdono: vita e morte, in equilibrio, decidono vittime e conquistatori, entrambi glorificati dalla bellezza del duello. La logica, la congettura brillante, il paradosso caratterizzano i condottieri. La fede, i soldati. 
Asini. Persino l’asino aristotelico di Buridano, posto di fronte a una sfida logica, ne viene sconfitto; e muore. Di fame o di sete, non si sa. 
Verità e tragedia. La tenzone dell’intelligenza non è mai prevaricazione o volontà di dominio. Essa promana, bensì, dalla tragedia. Dietro ogni ferita lanciata dal logico si intravede l’eterna notte: la morte, amica temuta e terribile. I più intelligenti sanno dell’eterna notte eppure vivono: questa, per me, è la maggior prova della dignità umana. Godere di ciò che l’uomo ha costruito, delle scintille che ci hanno elevato sopra lo strato bruto dell’esistenza, tale è la gioia di chi reca il duello. Le evoluzioni logiche di Amleto che paragona il re a un verme sono meditazioni drammatiche sospese tra la verità, che paralizza, e l’azione: infine, però, anche lui, l’irresoluto, agisce: poiché ha una meta, una fede, un’utopia. Quando il principe uccide Polonio, il cacadubbi, quello per cui ogni cosa vale l’altra, fingendo di scambiarlo per un topo, egli si diverte, anche. Amleto, infatti, è uomo intelligente: l’occidentale all’inizio della decadenza, l’Inglese prima del telaio meccanico. Risata e mestizia si intrecciano, altresì, in Bramante: Democrito, pasciuto, sorride; Eraclito aggrotta le sopracciglia, il volto rigato dai patimenti: in realtà essi sono uno, l’amore della meraviglia e dell’inconsueto sotto un cielo che protegge e ci rammenta la nostra solitudine. E tutto questo è bellezza. 
Schiavitù. La prima cosa che fecero gli immaginifici al potere fu di attaccare la scuola, il nozionismo, abolendo il voto numerico. Soccorrevano i giudizi: analitici e sintetici. Un circonvoluto pastone, senza alto né basso, per cui tutte le vacche e gli alunni si coloravano, gradatamente, di grigio. Oggi siamo alla promozione automatica sin all’età del consenso. I mufloni affollano licei e istituti col retrogusto dell’analfabetismo. Inutile cicalare di scie chimiche, 5G e sionismo quando la disfatta in casa ce la siamo messi da soli. Potevamo dire no: non l’abbiamo fatto. Siamo stati posti, quale popolo infinito, di fronte a una scelta. Sì. No. Abbiamo scelto Barabba, in nome della comodità. Ora branchi di armenti e zombi si aggirano per il Paese trascinando piedi pesanti e arroganze autoreferenziali. La democrazia liberale protegge questi esemplari e inabissa i migliori: il totalitarismo casual sa come si annienta una civiltà. 
Parusia. Ipotesi per un racconto di fantascienza: Cristo, atterrato fra nembi luminescenti e caligini da Pink Floyd, straccia in mondovisione il costume da Lucifero e si rivela: vi ho messi alla prova, avete scelto il Male, ovvero l’Ignavia. La salvezza era presso di voi, nelle vostre mani, e l’avete rifiutata attirando la condanna ineluttabile. Vi ho amati: ora ho altro da fare. E scompare, stavolta per sempre. L’ultimo essere umano, Adam, scherzo parodico del Fato che lo rassomiglia all’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, proverà una solitudine disperata, assoluta, totalizzante: morirà con gli occhi nel vuoto. 
GuardianiDavanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. “Può darsi”, dice il guardiano, “ma adesso no”. Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: “Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me”. L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l’ingresso. L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: “Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa”. Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sé. Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea. Alla fine gli s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge. Non gli rimane più molto da vivere. Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo. “Che cosa vuoi sapere ancora?”, domanda il guardiano, “sei proprio insaziabile”. “Tutti si sforzano di arrivare alla legge”, dice l’uomo “e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?”. Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: “Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. Adesso vado e la chiudo”.

Pubblicato da Alceste