Il solito trucco del Pd sull’età del ritiro: rinviare a dopo il voto

Pressing renziano per fare slittare il decreto e scaricare il barile sul prossimo esecutivo

Antonio Signorini per il giornale.it

Nessuno si vuole prendere la responsabilità dell’aumento delle pensioni a 67 anni, ma nessuno è in grado di cancellare lo scatto del 2019.

Come era prevedibile, il dato Istat sull’aspettativa di vita che ha innescato il balzo di 5 mesi ha dato vita a serie di prese di distanza, tutte politiche e poco concrete. Il Pd, dopo le aperture del ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è di fatto schierato per un rinvio della decisione.

La presa di posizione più importante ieri è stata quella del vicesegretario del partito Maurizio Martina, che ha chiesto il «rinvio dell’entrata in vigore del meccanismo» e l’attuazione dell’accordo governo-sindacati sulle pensioni. «Non tutti i lavori sono uguali. E non tutti i lavoratori hanno la stessa aspettativa di vita per le mansioni che fanno. Le norme volute dal governo Berlusconi e poi modificate dal governo Monti sull’aumento automatico dell’età pensionabile vanno riviste», ha spiegato.

La dichiarazione del ministro dell’Agricoltura ha raccolto senza problemi il plauso dei sindacati e di Mdp, fresco di uscita dalla maggioranza. Ma la realtà è più complicata di quella descritta dal Pd.

La legge di bilancio ha iscritto (peraltro prima di avere la certezza dell’aggiornamento Istat sull’aspettativa di vita) i risparmi dello scatto. Impossibile, quindi, proporre un rinvio dello scatto senza trovare la copertura, ha spiegato Maurizio Sacconi dal blog dell’associazione amici di Marco Biagi. «Un rallentamento nel passaggio agli annunciati 67 anni impone una corrispondente correzione della legge di Bilancio. In assenza di questa correzione il bilancio triennale sconta gli effetti della maggiore età a partire dal 2019». Quella di Martina, quindi, è una «falsa promessa». Per rinunciare allo scatto servono circa 1,2 miliardi all’anno a partire dal 2019.

Un rebus politico per il Pd. A norma di legge il rinvio che più preme ai democratici, cioè spostare il decreto a dopo le elezioni, non è possibile. Il termine ultimo per emanare il provvedimento è a un anno dallo scatto, quindi il primo gennaio del 2018. Ma già martedì Poletti ha detto di non sapere se sarà questo esecutivo ad occuparsene oppure il prossimo.

Ieri è tornato a spiegare che «La norma va applicata, ma entrerà a regime nel 2019 e abbiamo tempo per discutere». Quindi l’idea è di approvare un decreto e lasciare che il Parlamento lo modifichi in sede di conversione. Il premier Gentiloni e il ministro Padoa non vogliono sia messo in discussione il decreto. Ma se lo approveranno sarà come metterci la firma del Pd.

Per questo sono iniziate le prese di distanza. Oltre a Martina, la capogruppo del Pd in commissione Lavoro della Camera Annamaria Parente. «Gli unici Governi che hanno sganciato i requisiti pensionistici dagli automatismi dell’aspettativa di vita sono stati i quelli di Renzi e Gentiloni, con l’Ape sociale e con la legge di bilancio dello scorso anno, intervenendo su alcune categorie di lavoratori e lavoratrici che svolgono attività usuranti e sui disoccupati senza più assegno», ha detto la senatrice proponendo come soluzione una «ulteriore dell’Ape sociale».

Unico modo, insomma, è attenuare gli effetti dello scatto salvaguardando alcune categorie di lavoratori disagiati. Difficile, se non impossibile, differenziare l’aumento dell’età a seconda delle professioni come ha detto Martina.

Alleggerire l’aumento dell’età sarà solo per una scelta politica. La Lega ha ribadito la richiesta di sterilizzarlo. Il capogruppo Massimiliano Ferdiga e Roberto Simonetti hanno ricordato che il governo l’ha sempre respinta. Ma, anche per la Lega, il problema restano le coperture.