Qualche anno fa, Hal Berghel poneva un interessante quesito espresso dal titolo del suo articolo: Which Is More Dangerous, the Dark Web or the Deep State? [1]. La risposta era certamente complessa e tale rimane, ma una cosa è certa: ormai queste parole sono sempre più spesso usate – e abusate – nelle analisi economiche. Deep WebDeep StateDark WebParallel ConstructionCybercrime, sono parole che richiamano fenomeni già di pubblico dominio e riflessione.

A tutto ciò si aggiunge un altro termine: quello di “dark pools”, ossia, dei “listini oscuri” nei quali i trader non vedono le proposte di vendita e di acquisto, né i rispettivi volumi. Un trading, insomma, dove le transazioni avvengono in maniera del tutto anonima e le negoziazioni non sono rintracciabili. Alla faccia della trasparenza, insomma.

Il primo a parlarne fu nel 2014 Michael Lewis [2]: le dark pools – tradotte in italiano col termine “piscine oscure” – sono nate per rispondere all’esigenza dei grandi investitori di concludere accordi, senza innescare un movimento avverso di prezzo: se un trader ha intenzione di vendere un numero elevato di azioni di una società in una borsa pubblica, deve dichiarare questa volontà, correndo il rischio che il valore del titolo possa scendere per via dell’accresciuta offerta.

Le dark pools, di fatto, eliminano questo rischio, annunciando le offerte solo dopo che sono avvenute e limitando l’accesso a tali scambi. Un bel vantaggio, insomma, per chi voglia approfittare delle condizioni create dalla pandemia per speculare nelle borse non solo europee, potendo in questo contesto effettuare grandi acquisti o vendite senza distorsioni di prezzo, che si verificherebbero se inviassero l’ordine a un mercato aperto. In altre parole, aggirando i costi della negoziazione e lo stesso impatto sul mercato (il cosiddetto market impact): alla faccia della mano invisibile [3] di Adam Smith.

Operare nelle dark pools può addebitare commissioni inferiori rispetto ai mercati tradizionali in quanto le operazioni possono essere svolte all’interno degli stessi broker, senza inviarle ai mercati secondari: non sorprende che la società Bloomberg LP possieda la dark pool Bloomberg Tradebook, registrata come tale presso la Securities and Exchange Commission (SEC). Ciò consente a Bloomberg di operare all’interno del Bloomberg Tradebook.

Non a caso già nel 2016 una ricerca pubblicata dalla Bloomberg Intelligence basata su dati raccolti dalla Financial Industry Regulatory Authority (FINRA) rivelava che le più usate dark pools appartenessero a Ubs (14,4% del totale), Credit Suisse (13,6%), IEX (10,7%, l’unico non essere un grande istituto di credito), Deutsche Bank (7,6%), Morgan Stanley (7,2%), Jp Morgan Chase (4,9%), Merril Lynch (4,8%) e Barclays (3,9%) [4]: insomma, quasi tutte le grandi banche, parallelamente alle loro attività ufficiali, detengono da anni una “piscina oscura” nella quale sguazzare alla faccia della concorrenza e del libero mercato.

Nel 2016, giova ricordarlo, la Barclays e Credit Suisse ricevettero dalle autorità statunitensi una salata multa (rispettivamente di 70 e 85 milioni di dollari) per irregolarità nelle loro dark pools: gli istituti bancari ‒ secondo la SEC ‒ avevano «favorito alcuni trader ad alta frequenza, armati di algoritmi e supercomputer, a scapito di tradizionali investitori istituzionali; hanno mancato nei controlli interni richiesti dalla Sec; e hanno fornito informazioni inesatte ai clienti» [5].

Le “borse oscure” in tempi di pandemia hanno rialzato la testa: il controvalore di questo tipo di scambi nel primo trimestre 2020 funestato dal Covid-19 è arrivato a 199,73 miliardi. Il 65% in più rispetto riferito allo stesso periodo al dato del 2019. Se consideriamo il solo mese di marzo il rialzo passa al 118%. Dati, quindi, di assoluto rilievo che rischiano di destabilizzare il mercato azionario, rendendo i titoli di borsa meno precisi e i mercati regolamentari meno efficienti.

Un trend che dall’inizio della pandemia non smette di essere rilevante: le ultime stime suggeriscono che il 40% di tutte le operazioni negli Stati Uniti ed il 20% di quelle europee vengano effettuate proprio nelle dark pools [6]. Negli ultimi venti giorni, inoltre, alcuni titoli sono stati particolarmente interessati da questo fenomeno: il 50% di quelli Apple, il 53% delle azioni Tesla, il 40% di quelle Microsoft sono state scambiate nelle dark pools.

Tanto che il Nasdaq, nello scorso mese di agosto, ha acquisito una quota di minoranza significativa nella sede di negoziazione di dark pool azionaria con sede negli Stati Uniti, Level ATS. Si tratta di un sistema di trading alternativo che «fornisce agli utenti una piattaforma di scambio continua per fare trading in un ambiente dark pool, consentendo loro di ridurre al minimo la perdita di informazioni e l’impatto sul mercato» [7].

In Australia, inoltre, due dark pools  ASX Center Point e Chi-X Hidden Liquidity  sono persino integrate nella borsa: «insieme, rappresentano circa il 12% del commercio continuo sul mercato in Australia. La quota oscura in alcuni titoli/settori è significativamente più alta, con i REIT in particolare che spesso hanno più del 30% di scambi sul mercato che si verificano al buio» [8].

Il balzo della volatilità delle borse mondiali e la conseguente erraticità dei prezzi hanno indotto gli investitori a operare su queste piattaforme spesso criticate, nate come alternativa alle grandi borse, prima tra tutte quella di New York. Molti analisti hanno denunciato il fatto che permettere importanti deroghe alla pubblicità sulle transazioni offra infinite possibilità a chi vuole non solo speculare, ma anche e soprattutto perseguire scopi non ortodossi. In altre parole, tra dark pools e «internalizzatori» [9] la trasparenza non regna sovrana.

A tutto ciò si aggiunge il fatto ‒ non secondario in termini di importanza ‒ che le dark pools con i loro misteriosi prezzi riescano a confondere e a volte persino distorcere quelli reali: «Qual è la quotazione giusta? Quella che vedo sulla normale Borsa o quella che è appena passata con un ordine colossale sulla dark pool? Le piattaforme oscure, inoltre, in momenti di grande stress sui listini, possono inoltre contribuire al caos: non sono trasparenti, non sono adeguatamente regolamentate e – considerando la mole di transazioni – rischiano di trascinare con loro il resto del sistema finanziario, a partire dalle normali Borse» [10].

D’altra parte, queste piattaforme di contrattazione erano nate per far “nuotare” gli investitori in una liquidità elettronica senza permettere al resto del mercato di sapere chi compra e chi vende. Tra l’altro, ad oggi, sono mercati ancora non considerati sedi di negoziazione ai sensi della Mifid (la direttiva europea 2004/39/CE). Fatto inevitabile questo, visto che essa era stata ideata proprio per creare un terreno competitivo uniforme («level playing field») tra gli intermediari finanziari dell’Ue, senza pregiudicare la protezione degli investitori e la libertà di svolgimento dei servizi di investimento in tutta la Comunità. 

Un terreno, però, che pare venga meno in tempi di economia liquida la quale, in quanto tale, preferisce le acque scure delle dark pools alla piattaforma normativa imposta da Bruxelles. Si sta infatti delineando ‒ come sottolineato dal Presidente della SEC Gary Gensler ‒ «una grande concentrazione, realmente riscontrata intorno a questa piccola manciata di market maker che stanno acquistando una parte significativa dell’attività di vendita al dettaglio negli Stati Uniti. E ora circa la metà del nostro mercato non va alle borse illuminate; va alle dark pools e ai grossisti (che sono anche dark). Quindi ci sono alcuni conflitti intrinseci» [11].

I mercati finanziari, quindi, in barba alla fideistica convinzione di Adam Smith, sono sempre di più «strettamente controllati da una manciata incredibilmente piccola di istituzioni, che agiscono a porte chiuse e senza regole adeguate» [12]: insomma, nelle dark pools che rappresentano la cartina di tornasole «del banchiere globale perché con essa il banchiere stesso può fare la politica e la guerra», come scriveva Tyler Durden in un articolo avveniristico e quanto mai calzante dieci anni or sono [13].

Note:

[1] H. Berghel, Which Is More Dangerous, the Dark Web or the Deep State?, in «Computer», vol. 50, luglio 2017, pp. 86-91.

[2] M. Lewis, Flash Boys: A Wall Street Revolt, New York – Londra, W.W. Norton & Co, 2014.

[3] Cfr., la voce «mano invisibile» redatta da M. Franzini in AA.VV., Dizionario di Economia e Finanza, Roma, Treccani, 2012.

[4] M. Bersani, Una crisi sistemica, in AA.VV., Storie di bancari e risparmiatori traditi, a cura di L. Bertell, S. Caucchioli, A. De Vita, G. Gosetti, Milano, Franco Angeli, 2020, pp. 19 e ss.

[5] M. Valsania, Multa record della Sec contro le Dark Pools di Credit Suisse e Barclays, in «IlSole24Ore», del 1° febbraio 2016.

[6] B. Zambonin, D. Martins, What Dark Pool Trading Volume Says About AMC Stock, in «The Street», del 6 ottobre 2021.

[7] A. Smith, Nasdaq acquires minority stake in US equity dark pool LeveL ATS, in «The Trade News», del 3 agosto 2021.

[8] Global Trading, A Deep Dive into Public Dark Pool Trading in Australia, in «Markets Media», del 6 ottobre 2021.

[9] Di fatto le grandi banche che, «usando strumenti finanziari di loro proprietà, eseguono elettronicamente e internamente l’ordine di compravendita dell’investitore. Poi: frenano, pure rimanendo rilevanti, le «tradizionali» piattaforme telematiche alternative», V. Carlini, La sfida di broker e banche alle Borse tradizionali, in «IlSole24Ore», del 17 marzo 2018.

[10] E. Marro, Quanto c’entra la finanza ombra («dark pool») con il crollo delle Borse?, in «IlSole24Ore», del 10 febbraio 2016.

[11] Cfr., l’intervento del 1° settembre 2021 di Gary Gensler in Committee on Economic and Monetary Affairs dell’European Parliament ora in https://multimedia.europarl.europa.eu/en/committee-on-economic-and-monetary-affairs_20210901-1345-COMMITTEE-ECON_vd.

[12] K. Morris, SEC Chief: About ‘Half of Our Markets’ Go to Dark Pools, in «the Tokenist», del 2 settembre 2021.

[13] T. Durden, Here Are The Most Actively Traded Names In Goldman’s Dark Pool (Or Why Is The Big Money Fascinated With Italy?), in «Zero Hedge», del 27 giugno 2011.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 08 Ottobre 2021 https://www.corriereregioni.it/2021/10/08/alla-faccia-della-concorrenza-le-dark-pools-delle-banche-globali-di-roberto-bonuglia/

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BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”, "Il Corriere delle Regioni" e Nova Historica . Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. RESEARCH INTERESTS StoriografiaStoria economicaStoria ContemporaneaGeopolítica https://robertobonuglia.academia.edu/cv