Tratto da spiked-online.com Scelto e tradotto da Gustavo Kulpe

La provincia canadese del Quebec ha adottato una nuova legge sulla laicizzazione, nota come Legge 21, nel giugno 2019. Vieta ai dipendenti del settore pubblico in ruoli di autorità, compresi gli insegnanti, di indossare simboli religiosi, tra cui l’hijab e il niqab. Il disegno di legge 21 è stato successivamente accolto con accuse stravaganti da parte di media e politici esterni al Quebec, che non hanno ben compreso, accusando la popolazione della regione di una serie di peccati sgradevoli, tra cui xenofobia, islamofobia e razzismo.

Queste accuse dal suono familiare appartengono, naturalmente, al vocabolario di una preci saparte politica prominente e regressiva, la sinistra radical-chic. Due aspetti dei “radical chic” sono particolarmente problematici in relazione alla legge sulla laicizzazione del Quebec. Primo, il radical chic privilegia l’identità religiosa; e, in secondo luogo, fonde razza e religione, confondendo gli attributi innati e intrinsechi di una persona (come la razza) con attributi acquisiti, estrinsechi (come la religione o l’opinione).

La versione del secolarismo della legge 21 include un principio cruciale: la separazione tra stato e religione. In pratica significa che ad un ufficiale di polizia, ad esempio, non sarebbe permesso indossare un crocifisso visibile, un kippah o un hijab in servizio.

Separando stato e religione in questo modo, il Quebec persegue il modello francese di secolarismo, un modello che, a differenza della versione inglese, include esplicitamente il principio di separazione. L’élite anglo-canadese non ne è certamente troppo lieta. Ma i sondaggi mostrano che la legge gode di un enorme sostegno all’interno del Quebec, mentre anche molti canadesi fuori dal Quebec la sostengono.

Secondo gli standard europei, la legge 21 è una legge moderata, persino timida. I simboli religiosi sono vietati nei servizi pubblici e/o nelle scuole in Francia e in alcune parti della Svizzera, del Belgio e della Germania. Gli indumenti per il viso, incluso il velo integrale, sono vietati in molti paesi europei e africani, compresi alcuni paesi a maggioranza musulmana. La legislazione del Quebec non è né eccezionale né irragionevole.

Richiedendo a insegnanti e dipendenti pubblici in posizioni di autorità di rimuovere i simboli religiosi durante il lavoro, la leggel 21 protegge gli alunni e gli utenti dei servizi pubblici dal proselitismo passivo trasmesso da tali simboli. È una questione di etica professionale. Pertanto, la legge 21 estende e protegge i diritti, inclusa la libertà di coscienza, di utenti e studenti.

La reazione della sinistra radical chic è stata, beh, reazionaria. Ritengono che i musulmani siano un gruppo oppresso – oppresso, cioè da altri gruppi nella società. Da questo punto di vista, il disegno di legge 21 viene presentato come un altro strumento di oppressione anti-musulmana, privando i fedeli dell’Islam della loro stessa identità musulmana.

Parte del problema qui deriva dall’abitudine radical chic di confondere razza e religione, specialmente se quella religione è l’Islam. Perché se essere musulmano è una “razza”, allora è innato e immutabile. E quindi vietare l’uso di simboli religiosi tra i dipendenti pubblici viene visto come un divieto dell’essere innato e immutabile di qualcuno. Un divieto razziale.

Ironia della sorte, attaccando la legge 21, i radicals finiscono per appoggiare gli aspetti più autoritari dell’Islam. Ad esempio, l’apostasia – la rinuncia formale alla propria religione – è un grave peccato nell’Islam e un crimine, con gravi conseguenze, in molti paesi a maggioranza musulmana. Alla persona nata in una famiglia musulmana viene negata la libertà di coscienza e qualsiasi possibilità di lasciare la fede. E in questa impresa, l’islamista è pienamente supportato dal multiculturalista radical, il quale insiste anche sul fatto che l’hijabi “deve” indossare il suo hijab in ogni momento. Dopotutto, non può fare altro. La sinistra radical chic reitera quindi una versione soft del tabù contro l’apostasia.

Il secolarismo invia il messaggio opposto. Dice che non sei definito dalla religione che ti hanno imposto da bambino.

Purtroppo, diverse organizzazioni ben finanziate stanno ora sfidando la legge 21 in tribunale, sostenendo che discrimina le donne musulmane. Ma molte donne musulmane non indossano l’hijab. Dire che un divieto di indossare simboli religiosi discrimina l’hijabis è come dire che i limiti di velocità discriminano i proprietari di auto veloci. Eppure quelli che sfidano la legge sono auto-selettivi. Scelgono di indossare l’hijab proprio come il guidatore della macchina veloce sceglie di superare il limite di velocità.

La proposta di legge 21 non si rivolge a nessuno; piuttosto, si rivolge a determinati comportamenti. Se una donna indossa l’hijab non per scelta ma perché è costretta a farlo dal marito, dalla famiglia o dalla comunità, allora un divieto in alcuni contesti la aiuterà a resistere a quella pressione.

Fortunatamente, la sinistra radi cal chic finora non è riuscita a fermare la legge 21. Ma ha fatto un danno enorme, erodendo il sostegno al secolarismo, anche tra molti che affermano ipocritamente di essere secolaristi. Dovremo lavorare molto duramente per riparare quel danno. In particolare, dobbiamo affermare l’importanza della libertà di coscienza (che include sia la libertà di religione che quella religiosa) per tutti i cittadini; respingere la fusione tra razza e religione; e insistere sul fatto che l’etica professionale ha la precedenza sul privilegio religioso.