Che l’Iran sia una nazione dalla quale solitamente non vengano buone notizie, purtroppo, è cosa nota. Da quando, nel 1979, l’ayatollah Ruhollah Khumaini (più noto come Khomeini) tornò dall’esilio parigino scalzando Mohammad Reza Pahlavi e costringendolo alla fuga, infatti, nel Paese mirabilmente raccontato dai film e dalle fotografie di Abbas Kiarostami c’è stato ben poco da ridere.

Giova infatti ricordare che, con la proclamazione della Repubblica dell’Iran, tutti quelli che erano stati i progressi ottenuti durante la dinastia Pahlévi – la creazione di scuole pubbliche per donne (1918), l’accesso all’Università e il diritto di voto (1963), il limite dell’età minima (18 anni) per contrarre matrimonio da parte delle donne (1967), la legalizzazione dell’aborto (1977) – sono stati spazzati via.

D’altra parte, era questa la risultante del convincimento di Khomeini, profondo sostenitore di una teocrazia guidata da Dio, fondata sul Corano e svincolata da ogni influenza di tipo occidentale. Convinzioni che trovarono sistematizzazione nel volume Il governo islamico [1], opera nella quale trovava esplicazione la velāyat-e faqih elaborata dall’ayatollah già nei primi anni Quaranta del Secolo Breve: «Il legislatore deve essere completamente immune da ogni vizio e tendenza d’iniquità, e nessuno, tranne Dio, può godere di tali caratteristiche; quindi, nessuno, oltre a Dio, ha il diritto di legiferare» [2].

Tradotto in termini politici, nessuna azione individuale o collettiva avrebbe potuto essere realizzata al di fuori dei comandamenti islamici: ogni società secolarizzata andava considerata «antisciaraitica» [3] e, di conseguenza, “ingiusta” agli occhi di Dio. Era, de facto, un programma di lotta: «i governi ingiusti, vale a dire quelli non islamici, devono essere contrastati e non bisogna collaborare con essi» [4].

Le tesi di Khomeini furono un ritorno al pieno integralismo islamico in una prospettiva universalistica poiché rivolte non solo all’Iran ‒ divenuto una “mullahcrazia”, come scrisse nel 1986 una giornalista iraniana esule [5] ‒ bensì all’intera umma, cioè la comunità islamica mondiale.

Rispetto al 1979, anche grazie alle pur controverse parentesi rappresentate dalle Presidenze Rafsanjani ‒ che cercò di far uscire il Paese dall’isolamento aprendo alle prime relazioni con l’Europa, la Russia e l’Asia centrale post-sovietica ‒ e Khatami ‒ impegnatosi a trovare un equilibrio tra la sharīʿa (cioè la legge coranica) e la libertà individuale ‒ la società iraniana ha sviluppato «un disincanto graduale ma progressivo, nei confronti dell’utopia della rivoluzione islamica promessa dall’allora Guida suprema» [6].

Ciò non impedì, giova ricordarlo, nel 2005, al sindaco ultraconservatore di Teheran ‒ dove si era distinto per la chiusura dei centri culturali aperti dai suoi predecessori ‒ Maḥmūd Aḥmadinežād, con la sua retorica antisistema, di vincere il ballottaggio con Rafsanjani facendo leva sulla necessità di cancellare il processo di deviazione dai principi del khomeinismo in atto da una quindicina di anni.

I risultati di quella svolta ‒ appoggiata dai pāsdārān (i Guardiani della rivoluzione), e dai basīğ, un corpo paramilitare di volontari nato all’inizio degli anni Ottanta del Novecento che contava su più di un milione di affiliati ‒ non si fecero attendere: al di là del vespaio di polemiche provocato dall’affermazione tristemente nota pronunciata il 26 ottobre 2005 nell’ambito del convegno Un mondo senza sionismo [7], gli anni della presidenza Ahmadinejad furono quelli del caso Sakineh [8], del progetto di dismissione dei villaggi rurali, del rilancio del programma nucleare, delle esecuzioni pubbliche. Che, vale la pena ricordare, non risparmiano nemmeno i minorenni visto che tutti i cittadini «sono punibili con la massima pena dopo il raggiungimento dell’età legale, pari a 15 anni per i maschi e a solo 9 (o in taluni casi 11) anni per le ragazze. Nessuno sconto viene fatto nemmeno a chi è colpito da handicap mentali, come testimonia la vicenda di Atefeh Rajabi Sahaaleh, sedicenne iraniana condannata per prostituzione e impiccata il 15 agosto 2004 a Neka, nel Nord del Paese» [9].

Il risultato di tutto ciò è stato, all’uscita di scena di Ahmadinejad nel 2013, l’originarsi di una «tra le più significative crisi economiche (ma soprattutto politiche) dell’Iran post-rivoluzionario» [10]. I postumi di tutto ciò sono diventati i gravosi problemi che affliggono gli abitanti del Paese nella realtà fattuale e quotidiana: alle congenite mancanze di democrazia e libertà, si sono aggiunte quelle dei vaccini e dell’acqua.

Da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19, in Iran meno del 2% della popolazione è immunizzata, i contagi hanno superato i tre milioni e sono 86.000 i morti. Le autorità sostengono di aver somministrato sei milioni di dosi, ma più di qualcosa non torna e le contraddizioni, in questo senso, sono molte e preoccupanti: «esortando a diffidare dei vaccini che arrivano dal “Satana” (come si diceva un tempo degli Usa) occidentale, la Guida suprema Ali Khamenei ha ricevuto – sotto i riflettori della TV di Stato – il vaccino CovIran Barekat, made in Iran» [11]. E così, chi può permettersi economicamente di farlo, si reca in Armenia affrontando file che durano anche giorni, per scegliere tra «il russo Sputnik V, il cinese CoronaVac e AstraZeneca» [12].

Non va meglio per quanto concerne la situazione idrica: le cosiddette “proteste degli assetati” sono ormai arrivate alla Capitale. Il governo attribuisce responsabilità dei disagi alla crisi delle precipitazioni ma, come spesso accade, il problema non è il cambiamento climatico, bensì il dissesto idrogeologico [13]: in questo caso, poi, «prominent lawyers have said that Khuzestan’s problem stems from the illegal theft of water from river forks in the region» [14].

La Guida suprema Ali Khamenei e il Presidente (ancora per poco) Hassan Rohani sostengono pubblicamente i manifestanti: «ma è solo propaganda per chi abita lontano dalla provincia del Khuzestan, dove tutto è cominciato» [15].

La verità, invece, è quella di una repressione efferata e brutale con le forze di sicurezza che, oltre all’uso di manganelli e lacrimogeni, «hanno aperto più volte il fuoco con proiettili veri ad altezza d’uomo sui manifestanti provocando un bilancio di vittime stimato, per ora, tra le 8 e le 10 vittime» [16]. La versione dei media statali iraniani, invece, è stata quella che le vittime siano state il risultato di «proiettili sospetti sparati da alcune persone sconosciute che sono penetrate tra i manifestanti pacifici» [17].

Alcuni hanno anche messo in guardia sul fatto che la situazione potrebbe declinarsi in una guerra sull’acqua ben più vasta o essere la risultante di interessi a trasformare, quello idrico, nel prossimo problema del “villaggio globale” [18].

Al di là delle fosche previsioni e delle speculazioni più o meno complottistiche o distopiche, la realtà è che la carenza idrica abbia già da settimane comportato molte interruzioni nella fornitura di energia elettrica. Il che, in un Paese come l’Iran, è immediatamente diventato un pretesto per interrompere i servizi di comunicazione online nella regione del Khūzestān dove le proteste si sono originate. Lo denunciava, già nel novembre 2019 [19], l’osservatorio NetBlocks quando, allora, i manifestanti erano in piazza contro l’aumento dei prezzi del carburante.

Quindi, applicando il novacula Occami [20], lo schema è molto semplice: provocare una crisi idrica incolpando il cambiamento climatico per aumentare il livello di sopportazione degli abitanti e, quando ciò non riesce più, avere una buona scusa per interrompere i servizi elettrici in modo da togliere ‒ privandoli del web ‒ ai manifestanti la possibilità di organizzarsi e diventare pericolosi o, ancor peggio, una minaccia per l’instabilità politica in un momento delicatissimo: la Repubblica islamica, infatti, ha da poco incoronato un nuovo tradizionalista, il giurista religioso Sayyid Ebrahim Raisol-Sadati (Raisi) ‒ sotto sanzioni Usa e condannato da Amnesty International per le «esecuzioni di massa mentre era a capo della magistratura iraniana negli anni ‘80» [21] ‒ che ha vinto le ultime elezioni (anche e soprattutto) grazie all’alto tasso di astensionismo. E che ha interessato, oltre che una grande fetta di giovani, una società rassegnata e disincantata che «non crede più che il proprio voto possa fare la differenza» [22].

Ma non è tutto, purtroppo. In vista dell’insediamento ufficiale di Raisi, la partita della censura del web ha assunto subito una nuova valenza, quella di rappresentare un’opportunità per evitare eventuali manifestazioni contro l’ennesima virata integralista del governo. Che, dall’islamizzazione dei social ‒ celebre il caso di Hamdam, app di incontri rilasciata «per promuovere matrimoni “duraturi e consapevoli” tra i giovani e aumentare la natalità» [23] e contrastare l’occidentale Tinder ‒ è passato all’approvazione (ovviamente in una sessione chiusa, senza passare per la discussione in aula) di una proposta di legge che limita, per tutti, l’accesso a internet [24].

Sono stati 121 i parlamentari che hanno approvato la mozione motivata ‒ come fatto paradossalmente su Twitter da Mohsen Rezaei ‒ proprio a causa delle molteplici sfide alle quali, in questo periodo l’Iran è impegnato.

La portata dell’Internet Censorship Bill sul quale l’Iran stava lavorando da tempo essendo stata proposta già tre anni fa è particolarmente negativa per la popolazione: secondo quanto prevede il testo di legge ‒ che, in quanto tale, dovrebbe essere reso pubblico integralmente, ma sorprendentemente, «parti di questo documento sono state censurate e tenute fuori dalla portata degli esperti e del pubblico come “non pubblicabili”» [25] ‒ tutte le società di social networking e di messaggistica dovrebbero nominare un rappresentante iraniano accettando le regole sul controllo da questi decise. In caso contrario, entro quattro mesi dall’entrata in vigore della normativa, le app potrebbero essere bloccate.

Nel mirino c’è soprattutto Instagram, utilizzata dal 53% della popolazione, al momento l’unica app che non richieda, entro i confini del Paese, l’accesso tramite VPN e, perciò, la più diffusa poiché, de facto, gratuita. E che, di conseguenza, è divenuta uno strumento di marketing per molti iraniani le cui attività sono state duramente colpite dai vari lockdown.

Ma ciò pare non contare: secondo il Governo il contenuto dell’app è pericoloso e offensivo per le credenze religiosi e culturali. Insomma, lo stesso leit motiv che ha giustificato le già attuate limitazioni alla velocità della banda larga, la creazione di una lista nera di url indesiderati e il filtraggio basato su keywords [26]. Un climax, insomma, tutt’altro che rassicurante.

La verità è che il web è stato, per anni, «una spina nel fianco dell’establishment islamico perché ha completamente minato i media controllati dallo Stato. […] Le segnalazioni di disordini o proteste pubbliche potrebbero ancora essere censurate, ma questo non è più possibile sui social. I giovani, in particolare, seguono gli sviluppi politici solo su Internet, in particolare su Twitter, e ignorano i media controllati dallo Stato» [27].

L’obiettivo è, quindi, quello di mettere al riparo l’entrata sulla scena politica di Raisi limitando, la prossima settimana, «la capacità del pubblico di esprimere malcontento politico o comunicare tra loro e con il mondo esterno» [28] e, probabilmente, di creare le premesse per una successiva e progressiva normalizzazione che la nuova Presidenza potrebbe usare per accreditarsi nell’opinione pubblica iraniana e, forse, non solo.

Almeno, questo sarebbe il male minore. Ad ogni modo, quella iraniana, rimane una situazione da tenere d’occhio se non altro per denunciare quanto sta accadendo in un Paese che, immerso in mille difficoltà, «risulta al contempo diverso e vicino al nostro mondo e che, anche per questo, piace e si fa amare» [29].

Note:

[1] R.M. Khomeini, Hokumat-e Eslāmi (Il Governo islamico), Roma, Centro Islamico Europeo, 1983.

[2] R.M. Khomeini, Kašf-e asarār (Il disvelamento dei segreti), Qom, 1944, p. 289.

[3] P. Abdolmohammadi, Il repubblicanesimo islamico dell’ayatollah Khomeini, in «Oriente Moderno», vol. 89, n. 1, del 2009, p. 88.

[4] V. Cirillo, Il Medio Oriente, Roma, Ardesia, 2006, p. 92.

[5] H. Kafi, Au Pays du grand mensonge, in «L’Express International», n. 1827, del 16 luglio 1986.

[6] P. Abdolmohammadi, Lo Stato islamico perfetto anatomia degli Ayatollah, in «Limes», n. 8 del 2013, p. 131.

[7] E. MacAskill, C. McGreal, Israel should be wiped off map, says Iran’s president, in «The Guardian», del 27 ottobre 2005, ora in https://www.theguardian.com/world/2005/oct/27/israel.iran.

[8] R. Bonuglia, Iran, stato barbaro. Non solo Sakineh, in «The Week», del 26 novembre 2010, pp. 34-39.

[9] Ivi, p. 37.

[10] G. Perletta, Iran, la parabola politica di un ex presidente: il ritorno di Ahmadinejad, in «ISPI», del 7 settembre 2018, ora in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-la-parabola-politica-di-un-ex-presidente-il-ritorno-di-ahmadinejad-21208.

[11] F. Zoja, Khamanei diffida dei «vaccini Satana». E si fa iniettare l’autarchico CovIran, in «Avvenire», del 17 luglio 2021, ora in https://www.avvenire.it/mondo/pagine/iran-covid-vaccino.

[12] F. Sabahi, Iran senza vaccini: in migliaia fuggono in Armenia per una dose, in «Il Manifesto», del 27 luglio 2021, ora in https://ilmanifesto.it/iran-senza-vaccini-in-migliaia-fuggono-in-armenia-per-una-dose/.

[13] Alessia C.F. (Alka), Climate change? Chiamatelo col suo nome: dissesto idrogeologico! Ecco il territorio tedesco, in «Ora Zero», del 17 luglio 2021, ora in https://www.orazero.org/climate-change-chiamatelo-col-suo-nome-dissesto-idrogeologico-ecco-il-territorio-tedesco/.

[14] AA.VV., Iran water crisis: Internet shutdowns observed amid protests in Khuzestan, in «Euronews», del 22 luglio 2021, ora in https://www.euronews.com/2021/07/22/iran-water-crisis-internet-shutdowns-observed-amid-protests-in-khuzestan.

[15] AA.VV., Gli iraniani hanno sete, in «Il Foglio», del 29 luglio 2021, ora in https://www.ilfoglio.it/esteri/2021/07/29/news/gli-iraniani-hanno-sete-2728963/.

[16] M. Gebeily, As Iran faces ‘water bankruptcy,’ drought exposes past problems and future threats, in «The Japan Times», del 29 luglio 2021, ora in https://www.japantimes.co.jp/news/2021/07/29/world/iran-water-shortage/.

[17] C. Castronovo, State Department monitoring internet outages in Iran amid protests, in «The Hill», del 28 luglio 2021, ora in https://thehill.com/policy/international/565321-state-department-monitoring-internet-outages-in-iran-amid-protests.

[18] AA.VV., Is Iran on the verge of sparking a water war?, in «The Week», del 29 luglio 2021, ora in https://www.theweek.co.uk/news/world-news/middle-east/953634/is-iran-on-verge-starting-water-war.

[19] NetBlocks, Internet disrupted in Iran amid fuel protests in multiple cities, del 15 novembre 2019 ora in https://netblocks.org/reports/internet-disrupted-in-iran-amid-fuel-protests-in-multiple-cities-pA25L18b.

[20] L. Froidmont, Philosophia Christiana de Anima, Lovanio, 1649, p. 110.

[21] AA.VV., Iran: la rivolta degli assetati, in «ISPI», del 27 luglio 2021, ora in https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-iran-la-rivolta-degli-assetati-31271.

[22] G. Bernacchi, Nell’Iran di Raisi i giovani sono più esclusi che mai, in «Lifegate», del 15 luglio 2021, ora in https://www.lifegate.it/iran-raisi-giovani-politica.

[23] F. Correira, Iran launches Hamdan: the Islamic ‘Tinder’, in «Olhar Digital», del 16 luglio 2021, ora in https://olhardigital.com.br/en/2021/07/16/internet-e-redes-sociais/ira-lanca-aplicativo-hamdan-o-tinder-islamico/.

[24] M. Sinaiee, Iran’s Parliament Moves Ahead With Internet-Censorship Bill, in «Iran International», del 28 luglio 2019, ora in https://iranintl.com/en/iran/iran%E2%80%99s-parliament-moves-ahead-internet-censorship-bill.

[25] P. Stone, Iran Regime’s Solution To Prevent the Expansion of Protests: National Internet, in «Iran Focus», del 29 luglio 2021, ora in https://www.iranfocus.com/en/uncategorized/47343-iran-regimes-solution-to-prevent-the-expansion-of-protests-national-internet/.

[26] AA.VV., Iran Continues To Tighten Control Over Citizens’ Online Activities, in «Iran International», del 18 gennaio 2021, ora in https://iranintl.com/en/iran-human-rights/iran-continues-tighten-control-over-citizens-online-activities.

[27] AA.VV., Iran verschärft Internetzensur, in «Spiegel», del 28 luglio 2021, ora in https://www.spiegel.de/netzwelt/web/iran-verschaerft-internetzensur-a-c666aed8-b104-414d-ae16-f648b59add8b.

[28] AA.VV., Iran Internet Services Disrupted Amid Weeklong Water-Shortage Protests, in «RFERL», del 22 luglio 2021, ora in https://www.rferl.org/a/iran-internet-disrupted-protests/31371949.html.

[29] R. Zipoli, Iran, un paese fratello, in AA.VV., Iran. Gente, Strade, Paesaggi, Venezia, Marsilio, 2007, p. 15.

Previous articleIn Poche Parole: la Ribellione del Mondo Occidentale?
Next articleLa prassi della velocizzazione delle divise è stata inaugurata da Figliuolo: se la volete capire il messaggio è che dopo politici ed economisti servono i militari x far funzionare le cose in ColonItaly
BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”, "Il Corriere delle Regioni" e Nova Historica . Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. RESEARCH INTERESTS StoriografiaStoria economicaStoria ContemporaneaGeopolítica https://robertobonuglia.academia.edu/cv