Tratto da zerohedge.com scelto e tradotto da Gustavo Kulpe

Oltre la metà delle aziende italiane ha dichiarato che subirà una carenza di liquidità entro la fine del 2020 e il 38% ha riferito di “rischi operativi e di sostenibilità”, secondo un sondaggio condotto su 90.000 società dall’istituto nazionale di statistica italiano ISTAT.

La Confcommercio, l’organismo italiano di rappresentanza delle imprese impegnate nel commercio, ha recentemente stimato che il 60% dei ristoranti e di altre imprese sarebbero a corto di liquidità mentre il 30% si lamenta dei costi aggiuntivi derivanti dall’attuazione delle misure di sicurezza anti contagio imposte per poter iniziare a servire i clienti dopo il blocco.

L’industria del turismo, che rappresenta il 13% del PIL nonché settore cruciale nel mantenere a galla l’economia italiana negli ultimi dieci anni, fornendo lavoro a circa 4,2 milioni di persone, è in una sorta di limbo post-blocco. I confini sono stati riaperti ma i turisti stranieri rimangono ancora lontani. E con molti residenti locali che non hanno la possibilità finanziaria per andare in vacanza quest’anno, è improbabile che la domanda interna possa riprendersi tanto quanto le aziende turistiche vorrebbero disperatamente.

Il turismo è stato uno dei pochi settori dell’economia che è cresciuto negli ultimi anni. L’anno scorso, ad esempio, è cresciuto del 2,8% mentre la produzione industriale italiana è calata del 2,4%. In un’economia che non cresce da oltre 10 anni, e con un debito pubblico che continua a crescere a un ritmo spaventoso, il settore in più rapida crescita è appena stato colpito dalla madre di tutte le mazzate.

Anche l’industria manifatturiera italiana, che già annaspava prima della crisi, è nei guai. Ad aprile, quando l’Italia era alle prese con uno dei più gravi blocchi in Europa, l’indice di turnover industriale dell’ISTAT è precipitato del 46,9%, mentre l’indice dei nuovi ordini industriali non rettificato è diminuito del 49,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Da allora, molte aziende hanno riaperto, ma l’attività è rimasta bassa.

Per superare la battuta d’arresto, molte aziende avrebbero bisogno di credito. Ma questo è più facile a dirsi che a farsi in Italia, a meno che tu non sia un’azienda multimiliardaria. Il gigante automobilistico Fiat Chrysler è sul punto di ottenere un prestito sostenuto dallo Stato per 6,3 miliardi di euro, più di qualsiasi altra casa automobilistica europea. Persino Atlantia, la società che ha gestito e mantenuto il ponte Morandi a Genova, crollato nel 2018 provocando 43 vittime, spera di battere cassa presso il governo per un prestito di 1,7 miliardi di euro.

Nel frattempo, centinaia di migliaia di piccole imprese continuano ad aspettare. Nei primi giorni della crisi il governo Conte ha dichiarato che sarebbero state rese disponibili garanzie di debito per sbloccare fino a 740 miliardi di euro di finanziamenti per le imprese. Tuttavia, entro il 20 maggio, solo 301.777 su 607.391 richieste di assistenza erano state accolte, secondo un rapporto della commissione investigativa bicamerale italiana. (Una richiesta accettata non significa che un prestito venga effettivamente erogato).

Per quelle aziende che si perdono nelle falle del sistema di prestiti di emergenza in Italia, molte delle quali funzionavano perfettamente prima della crisi del coronavirus, è forte la tentazione è di rivolgersi ai “cravattari” affiliati alla mafia, che sono più che felici di dare una mano. In Calabria la Ndrangheta “inizialmente arriva con offerte di bassi tassi di interesse, perché il suo obiettivo finale è quello di impadronirsi del business, attraverso l’usura, e usarlo per riciclare i loro proventi illeciti”, afferma il procuratore Nicola Gratteri.

Ancor prima che iniziasse questa crisi, il sistema bancario italiano mezzo scassato e l’infinita massa di burocrazia rendevano ottenere un prestito da una banca d’affari un compito quasi impossibile – senza contare le legioni di aziende zombi che già dovevano alle banche enormi quantità di debito che non ripagheranno mai e che andrebbe periodicamente ristrutturato. Nell’ultima crisi, la quota di capitale del settore andata persa nelle imprese zombi è più che raddoppiata, dal 7% al 19% tra il 2007 e il 2013, secondo l’OCSE. Qualcosa di simile, ma su scala ancora maggiore, è probabile che accada entro la fine di questa crisi.

E questa è l’ultima cosa di cui l’economia e il sistema bancario italiani hanno bisogno. Nonostante un massiccio sforzo di risanamento negli ultimi anni, i crediti deteriorati (NPL) rappresentano ancora il 7% dei prestiti totali in Italia, uno dei rapporti più alti in Europa. In calo di quasi il 17% cinque anni fa, grazie alla cartolarizzazione di massa dei crediti deteriorati italiani. Gli investitori in questi NPL cartolarizzati si aspettavano di guadagnare il loro rendimento in gran parte in base ai proventi della vendita delle garanzie sottostanti.

Il processo di cartolarizzazione dipendeva da due condizioni di base che sono ora in questione:

  1. la volontà degli investitori di investire in debito tossico spezzettato alla Italiana; e
  2. la capacità degli esattori di recuperare e vendere le attività sottostanti.

Il blocco ha reso praticamente impossibile la condizione 2. I tribunali erano chiusi. Il mercato immobiliare italiano, in cui si sarebbe dovuto vendere la garanzia per i prestiti connessi alle abitazioni, è stato bloccato. E gli esattori non sono stati in grado di raggiungere i mutuatari per negoziare anche pagamenti parziali su prestiti non pagati.

Se le raccolte in Italia continuano a diminuire, il reddito generato potrebbe non essere sufficiente per pagare gli investitori che hanno acquistato i crediti deteriorati cartolarizzati. In tal caso, secondo il Wall Street Journal, gli investitori in titoli mezzanine e junior perderebbero i loro investimenti e il governo italiano già finanziariamente in difficoltà, che garantiva che i titoli senior rendessero attraenti le operazioni, avrebbe dovuto pagare parte del conto.

Il sistema bancario italiano sarà presto inghiottito da una nuova ondata di prestiti in sofferenza mentre legioni di società, famiglie e individui si sono indeboliti durante il periodo post-blocco. Quando ciò accadrà e le percentuali di crediti deteriorati nel settore bancario italiano saliranno di nuovo a doppia cifra, proprio mentre il mercato dei crediti deteriorati italiani inizia a crollare, il sistema bancario italiano non solo non tornerà ai livelli del 2015, ma si troverà in una situazione ancora peggiore.

Il governo italiano è già in difficoltà fiscale. Entro la fine di quest’anno il suo debito sarà già salito a circa il 155% -160% del PIL, dal 136% dell’anno scorso -risultato di tre processi simultanei: massiccia crescita della spesa pubblica per contrastare la crisi del virus, una vertiginosa crisi di entrate fiscali e un forte calo del PIL.

Se il governo italiano non è in grado di far fronte all’avvicinarsi dello tsunami di crediti in sofferenza, presto saranno necessari aiuti esterni. Altri membri dell’Eurozona saranno nella stessa barca, motivo per cui la BCE sta tranquillamente parlando della creazione di una bad bank per “immagazzinare” centinaia di miliardi di euro di debito non pagato. Ottenere la benedizione di alcuni paesi del Nord Europa, in particolare della Germania, per il programma sarà un compito difficile, soprattutto alla luce dell’attuale situazione di stallo tra la Corte costituzionale tedesca e la BCE. Ma per l’economia italiana, il tempo è di vitale importanza.