Nelle pagine precedenti abbiamo già descritto come solo i paesi occidentali abbiano una visione negativa della Russia. La stragrande maggioranza dei paesi al mondo si è rifiutata di elevare delle sanzioni e tuttora le loro popolazioni vedono i Russi con un certo favore1. È quindi lecito chiedersi perché vi siano tali disparità di vedute. Queste ultime sono un fattore oggettivo, reale, concreto. Non c’è nulla di inventato. Da noi in occidente Putin è spesso presentato come il diavolo in persona ed i Russi come i proverbiali orchi cattivi delle favole per bambini. Altrove invece la gente scende persino in piazza per manifestare la propria simpatia alla Russia, come recentemente avvenuto, per esempio, in Congo dove Putin è stato osannato alla stregua di un salvatore2.

Perché solo l’occidente collettivo sta manifestando così tanta ostilità nei confronti della Russia? Perché l’Europa si ostina a intraprendere delle politiche che non solo non stanno portando i frutti sperati dalla sua élite ma che si stanno dimostrando sempre più – per usare un eufemismo – controproducenti? Perché invece altrove non vi è questo risentimento nei confronti della Russia nonostante l’invasione dell’Ucraina? Perché solo noi occidentali ci stiamo dissanguando inviando armi al regime di Zelens’kyj (armi che, per inciso, non sono sufficienti per cambiare l’esito del conflitto ma solo per renderci ancora più invisi agli occhi dei Russi3)?

È un dato di fatto che a causa di tutto ciò i paesi europei si stanno sempre più indebolendo, non solo sul piano economico ma anche su quello politico. Come abbiamo già detto nella prima parte dell’articolo, Berlusconi ha ragione da vendere quando asserisce che ci stiamo isolando dal resto del mondo. Peggio: stiamo perdendo la faccia! Tutti ci guardano con sospetto e nessuno si fida più di noi, a maggior ragione dopo che le autorità governative occidentali hanno di fatto negato quello che è da sempre uno dei cardini fondamentali della nostra stessa civiltà oltre che del nostro benessere economico: l’inviolabilità della proprietà privata.

Forse non ci si rende conto di quanto grave sia stata la decisione presa dai governi occidentali di congelare le riserve della Banca Centrale Russa depositate presso altre banche centrali o altre banche estere (decisione questa presa su suggerimento del nostro presidente del consiglio4) e di sequestrare i beni e le proprietà di cittadini russi all’estero. In uno stato di diritto, nessuno dovrebbe mai essere privato delle proprie proprietà se non in casi debitamente previsti dalla legge e comunque solo previa sentenza di un giudice terzo. È l’abc della democrazia: la tripartizione dei poteri. Sì, ok; è vero che nella maggior parte dei casi queste misure hanno colpito persone incredibilmente facoltose, su cui ci sarebbe da discutere per il modo in cui si sono arricchite (anche se non mancano i casi di comuni cittadini russi, magari sposati con cittadini europei, a cui le banche hanno arbitrariamente chiuso di punto in bianco i propri conti correnti5). Ma il punto è che costoro sono stati puniti avendo come unica colpa quella di essere dei ricchi russi. Curioso come in nome della democrazia e della libertà si discriminino apertamente delle persone solo per la loro provenienza.

Chi si fiderà ancora di noi? Chi ci accorderà fiducia? Chi ci rispetterà quando noi siamo i primi a non rispettare le regole che imponiamo al resto del mondo? Per quale motivo un facoltoso imprenditore straniero dovrebbe investire in Europa sapendo che un giorno i suoi capitali potrebbero venire sequestrati sotto il pretesto di chissà quale scusa umanitaria? Ma soprattutto, perché tutto questo? Perché ci stiamo suicidando con le nostre stesse mani? A che pro?

Queste sono domande a cui ha risposto Vladimir Putin in persona allorché ha proferito le seguenti parole: “Il mondo sta cambiando e sta cambiando rapidamente ed in questa nuova realtà non esistono stati intermedi, ma solo stati sovrani o stati colonie”6 Lapidario. Inutile aggiungere altro. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Anche il presidente della Duma di Stato Volodin non perde occasione per ricordare ai paesi occidentali non solo quanto queste sanzioni stiano loro ritorcendosi contro, ma anche quanto esse li rendano ancora più succubi dell’impero americano7. Gli fa eco l’europarlamentare croato Milan Kulakusic, secondo il quale l’Unione Europea è ormai diventata il 51° stato americano, ma in una forma di totale subalternità, senza diritto di voto8.

Il portavoce del ministro degli esteri russo, la signora Maria Zakharova, pochi giorni fa, intervistata dalla televisione italiana, ha risposto nella seguente maniera: “Non è nell’interesse dell’Europa litigare con la Russia, è una strategia che vi indebolisce, perché il vero obiettivo di Washington, che detta l’agenda diplomatica a Bruxelles, è in realtà creare difficoltà anche alla Cina”9. Purtroppo questa non è propaganda russa, solo uno stolto potrebbe crederlo; invece è solo l’amara verità. I paesi europei avrebbero tutto da guadagnare a tessere rapporti amichevoli con la Russia, non fosse altro per la possibilità di acquistare a prezzi convenienti quelle materie prime e energetiche di cui le nostre economie hanno disperato bisogno per garantire adeguati standard qualitativi di vita alla propria popolazione. Ma qualcuno non lo vuole.

Noi in Italia ci ricordiamo tutti delle parole pronunciate dal primo ministro Draghi: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”10. Pur provando una certa riverenza, per non dire soggezione, nei confronti dell’austera figura del nostro presidente del consiglio, non possiamo esimerci dal constatare quanto questa sua frase sia diabolica nella sua sottigliezza. Si sottende che il comune cittadino, stringendo la cinghia, possa lui stesso dare un enorme contributo nel combattere il despota russo, favorendo così il trionfo della libertà e della democrazia.

Ovviamente non è così. Nella prima parte di questo articolo ci siamo prefissati di dimostrare quanto tutto questo semplicemente non corrisponda affatto al vero. Non è tenendo spento il condizionatore in estate, o rinunciando alla gita domenicale, od indossando un maglione in più perché il termostato in inverno è fermo a 18° invece di 20, che si sconfiggerà la Russia. Questi discorsi sono probabilmente in grado di fare presa solo su menti deboli, ossia su quella parte di cittadinanza fortemente ideologizzata che vota a sinistra. Premettiamo che non si vorrebbe fare una polemica a carattere politico, anche perché l’attuale opposizione (meglio sarebbe chiamarla oppofinzione) non merita alcuna considerazione da parte di chicchessia. Però bisogna dirlo forte e chiaro: parole come queste servono solo ad illudere le persone, a far loro credere cose che nella realtà non esistono, ad appagarle nel loro irrefrenabile desiderio di sentirsi sempre come moralmente superiori nei riguardi del prossimo. “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”, diceva il sociologo francese Gustave Le Bon11.

Difficile non dargli ragione. Però vorremmo ricordare anche le parole del filosofo tedesco Schopenhauer12. Egli era solito dire: “Ogni verità passa attraverso tre fasi: prima viene ridicolizzata; poi è violentemente contestata; infine viene accettata come ovvia”. Oggi forse siamo a cavallo tra le prime due fasi. Vi è una verità che viene ridicolizzata anche a colpi di dossier giornalistici ed alla quale quasi nessuno crede. Ma al contempo sta diventando sempre più difficile per l’uomo della strada accettare la vulgata comune perché la realtà fattuale contro la quale quotidianamente si trova lottare è sempre più dura e lontana da quanto propinato dagli organi di stampa. Evidentemente siamo ancora distanti dalla terza fase. Ma dopo sarà un fiume in piena. Non a caso si dice anche che la verità è come l’olio: torna sempre a galla.

Ne parlavamo poc’anzi. Gli ultimi sondaggi svolti all’interno del mondo occidentale sembrano testimoniare di un inizio di cambiamento negli umori delle persone nei confronti della guerra e delle sanzioni alla Russia. Finora non è niente di ché, è un fenomeno ancora lungi dall’essere questo fiume in piena. Ma è vero che la gente incomincia a farsi più domande; magari non ancora a capire; ma a dubitare di quello che le viene racconto, questo sì. D’altronde, the storm is upon us, come direbbero gli anglofili. Anzi, secondo Jamie Dimon, presidente ed amministratore delegato di JPMorgan-Chase, quello che ci aspetta non sarà nemmeno una tempesta, ma un vero e proprio uragano tropicale13.

È inevitabile che il peggioramento delle proprie condizioni economiche a cui purtroppo sembra destinata almeno una parte della popolazione europea possa presto portare a riconsiderare totalmente anche i nostri rapporti con la Russia ed il modo in cui noi la vediamo. E potrebbero esserci delle grosse sorprese. Potrebbero riemergere dei sentimenti, delle emozioni, delle percezioni, addirittura delle Weltanschauung che si volevano definitivamente sopite, ma che in realtà sono rimaste a lungo latenti, in attesa delle condizioni giuste per la loro riemersione nella Storia. E quando sarà, tutto avverrà in una maniera tremendamente impetuosa.

Detto che solo l’occidente collettivo sta comportandosi ostilmente verso la Russia, resta da chiedersi che cosa potrebbe succedere in futuro, o per meglio dire, come potrebbero evolversi le reciproche relazioni tra i due blocchi tenendo presente che non tutti i paesi occidentali, per storia, cultura, geopolitica e quant’altro, condividono in egual misura lo stesso spiccato sentimento antirusso. È evidente che vi sono paesi particolarmente diffidenti nei confronti della Russia. Il riferimento è chiaramente ad alcuni stati dell’Europa orientale quali Polonia e staterelli baltici, che da sempre sono accomunati da una fortissima russofobia anche perché – e questo è comprensibile – non conservano bei ricordi della dominazione sovietica14. Francamente ha anche poco senso soffermarsi su di questi, visto che la natura del loro odio verso la Russia è di tipo atavico, consolidatosi nel corso dei secoli. Si deve solo prendere atto del fatto che queste ferite non potranno rimarginarsi a breve. Anzi, con lo scoppio della guerra in Ucraina le tensioni sono solo destinate ad esacerbarsi, anche perché – è bene ricordarlo – la Polonia non ha mai nascosto di avere mire irredentiste verso la stessa Ucraina.

Dunque parliamo degli altri. È evidente che vi sono dei paesi che, avendo magari tessuto nel corso dei secoli rapporti amichevoli coi Russi, qualora si concretizzassero certe situazioni questi potrebbero persino ritornare a riallacciare con loro rapporti molto stretti, cosa ad oggi impossibile. Insomma, diciamocelo chiaro: se in Italia alcuni organi di informazione sentono il bisogno di esporre al pubblico ludibrio certi personaggi tacciandoli di essere filoputiniani, e ciò non perché abbiano commesso chissà quali reati ma solo perché hanno espresso delle opinioni contrastanti con quelle avvalorate dal governo e dai media mainstream (cosa che altro non è che un loro diritto costituzionalmente garantito)15, ecco, volendo essere maliziosi, viene da pensare che si abbia il timore che l’opinione pubblica italiana possa cambiare radicalmente idea sulla Russia. Se ne è accorta pure La Stampa di Torino, notoriamente tra i quotidiani dalla vocazione più spiccatamente russofobica, che ormai va dicendo chiaramente che gli italiani si stanno stufando della guerra, di Zelens’kyj e dell’Ucraina16.

Il fatto che i popoli occidentali incomincino a chiedere alle loro leadership di moderare il grado di aggressività delle loro politiche verso la Russia dimostra che, al di là del loro giusto desiderio di mitigare le ripercussioni negative delle sanzioni sulle proprie economie (che si stanno palesando sempre più furiosamente), vi è anche la consapevolezza che la Russia non deve essere emarginata e trattata come uno stato paria, ma considerata piuttosto come un interlocutore con cui confrontarsi con reciproco rispetto. Ancora una volta – strano a dirsi – tocca ricordare come Berlusconi avesse a tal riguardo detto cose sensate.

Ma al di là di questo, vi sono altri fattori da tenere in considerazione. Vi sono dei livelli di analisi ancora più profondi che nascono da quanto si diceva poco più sopra, e cioè che vi sono dei sentimenti, delle visioni del mondo, delle Weltanschauung appunto, le quali, accantonate per decenni se non addirittura per secoli, stanno oggi riemergendo prepotentemente per via di una semplice ma scomoda verità: ebbene, ciò che ognuno di noi è in concreto è in ultima istanza determinato dalla storia del popolo cui apparteniamo, dalla geografia del paese in cui abitiamo e pure – ovvove, ovvove – dal nostro sangue. Questa non è altro che la geopolitica, una scienza che non sarà perfetta ma che, in ogni caso, funziona.

Si nota infatti come, all’interno del mondo occidentale, le nazioni più avverse alla Russia sono ancora oggi quelle designate con il nome collettivo di anglosfera, ossia quell’insieme di “nazioni di lingua inglese legate da reciproche relazioni basate su affinità storico-politiche, diplomatiche, economiche, militari e culturali”17. Si tratta cioè di quelle nazioni dall’etica protestante, come Regno Unito, USA, Australia, Canada, Australia e Nuova Zelanda, che traggono la propria origine comune dall’impero britannico, la talassocrazia per antonomasia almeno in epoca moderna. “Chi controlla l’Est Europa, comanda l’Heartland. Chi controlla l’Heartland, comanda l’Isola-Mondo. Chi controlla l’Isola-Mondo, comanda il mondo”, diceva il padre della moderna geopolitica Sir Halford John McKinder18. In altre parole, lo scontro tuttora in atto tra la Russia e questa anglosfera altro non sarebbe che la congenita rivalità per il controllo dell’Isola-Mondo che separa da secoli le potenze terrestri, quale è per definizione la Russia, e le potenze marittime e mercantiliste. Ancora una volta, assistiamo allo scontro tra orso e balena.

Che sia così lo dimostra anche il modo in cui viene condotta questa guerra alla Russia. È chiaro che una guerra cinetica contro la Russia non potrebbe essere altro che un conflitto nucleare. Quindi quello non è il modo di affrontarla. Si ricorre pertanto ad altre soluzioni che fanno parte del repertorio delle guerre cosiddette ibride, cioè embarghi e sanzioni economiche. Diceva Carl Schmitt19: “Alla base della guerra di mare sta invece l’idea che debbono essere colpiti il commercio e l’economia del nemico. Nemico è, in una guerra di questo tipo, non solo l’avversario combattente ma ogni cittadino dello Stato nemico e perfino anche quello neutrale che commercia col nemico e ha con lui relazioni economiche. La guerra di terra tende ad un aperto, decisivo, scontro campale. Nella guerra di mare si può naturalmente arrivare anche alla battaglia navale ma i suoi metodi e mezzi tipici sono il bombardamento e il blocco navale delle coste nemiche e la confisca, secondo il diritto di preda, del naviglio commerciale nemico e neutrale»20. Ed è proprio ciò che hanno fatto le potenze occidentali: non potendo bombardare la Russia per il timore di una rappresaglia nucleare, hanno preso la decisione di sequestrare tutta una serie di beni russi detenuti all’estero secondo il diritto di preda.

Si consideri il seguente grafico:

Esso ci dice che la maggior parte dei cittadini della Gran Bretagna ritiene che fino a ora non si sia fatto abbastanza per fermare la Russia e si dichiara disposta a sopportare ulteriori sacrifici se tutto questo potrà portare alla sua capitolazione. I britannici dunque sembrano avere una motivazione superiore rispetto agli altri popoli europei nell’opporsi alla Russia, e questo benché già adesso debbano mettere in preventivo che le sanzioni costeranno in media ad ogni famiglia £ 2.500 di spese in più l’anno21. Non a caso, Boris Johnson si è contraddistinto forse come il leader politico occidentale più risoluto nell’evitare la vittoria della Russia in Ucraina. Dopo gli Stati Uniti, e molto più della Polonia, il Regno Unito è lo stato che ha corrisposto al governo di Zelens’kyj gli aiuti, militari ed economici, più sostanziosi:

Addirittura, di fronte alle titubanze di Francia e Germania nel fornire assistenza all’Ucraina, nel corso dell’ultimo meeting del WEF a Davos si è dibattuto di una proposta avanzata dal premier britannico in persona circa la realizzazione di una sorta di Commonwealth europeo che “avrebbe la Gran Bretagna come leader e includerebbe, oltre all’Ucraina, la Polonia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, oltre che potenzialmente la Turchia in un secondo momento”22. Ovviamente il tutto in chiave antirussa. Non manca nessuno: si tratta oggettivamente dei paesi che per motivi storici sono i più ostili alla Russia. Ad onor del vero, in questo momento i rapporti tra Turchia e Russia sembrano buoni. Ma non ci si dimentichi che nel corso dei secoli sono state combattute una serqua di guerre tra i due paesi23. Già in un’altra occasione24 gli inglesi si erano immischiati negli affari dei due. E non finì bene per la Russia.

Invece Francia e Germania, contrariamente al Regno Unito, paiono molto restie a inimicarsi ulteriormente la Russia. Ne parla anche la stampa russa: “Parigi, così come Berlino, e Roma, che si è unita a questi due co-fondatori dell’UE, sono sempre meno disposte ad ascoltare ciò che viene loro detto da Kiev (e quasi non prestano più attenzione al tono di ciò che è stato detto, al limite dell’abuso di mercato), e ciò che Washington sta cercando di convincerle a fare. Né la Francia, né la Germania, né l’Italia vogliono in alcun modo scherzare con i Russi quando li incontrano sul campo di battaglia”25. In effetti, Germania, Francia e soprattutto Italia, stando ad un recente sondaggio commissionato dal Consiglio europeo per le relazioni estere26, sono i paesi dell’Europa occidentale le cui popolazioni tendono in maggior misura a giustificare l’intervento armato russo in Ucraina. Particolarmente sbalorditivo è il dato del nostro paese, in cui il numero delle persone convinte che l’Ucraina di Zelens’kyj sia più della Russia uno ostacolo alla pace è quasi uguale al numero delle persone che pensano il contrario. Forse non è un caso che Lavrov e la signora Zakharova abbiano scelto di concedere interviste alla televisione italiana e non a quella di altri paesi.

In tutto questo, può aver svolto un ruolo determinante il fatto che Francia e Germania vadano considerate due potenze terrestri. La Germania lo è chiaramente. Anzi, in Europa è la potenza terrestre per eccellenza assieme alla Russia. La Francia è invece un caso a sé stante. Pur avendo posseduto un impero coloniale estremamente vasto, secondo solo a quello spagnolo e britannico, la Francia non è mai stata una potenza marittima propriamente detta. Dopo lo scoppio delle guerre di religione in Europa, avendo scelto il cattolicesimo romano, la Francia si è votata alla terra più che al controllo dei traffici marittimi, che divenne prerogativa esclusiva delle nazioni protestanti (Province Unite, Inghilterra e Stati Uniti), evidentemente più atte allo scopo a seguito del loro tipico capitalismo corporativista.

Anzi, per completare il discorso, bisogna ricordare che l’evitare che si consolidi un’alleanza tra le due potenze di terra di Russia e di Germania è da sempre uno degli obiettivi strategici di tutte le amministrazioni americane. Qualora quest’alleanza prendesse piede, si assisterebbe all’unione tra la tecnologia ed il capitale tedeschi con l’abbondanza di risorse naturali della Russia. Ciò avrebbe tutto il potenziale per minare la superiorità politica, economica e militare degli Stati Uniti, ponendo così le basi per il tracollo definivo del mondo unipolare come l’abbiamo conosciuto dopo il crollo del Muro di Berlino. Non sorprende dunque che il capo dell’agenzia di intelligence privata Stratfor27, George Friedman, abbia chiaramente affermato che l’intromissione degli Stati Uniti negli affari interni di diversi paesi dell’Europa orientale, Ucraina in primis, abbia proprio lo scopo di circondare la Russia di un blocco di paesi ostili che “agiranno esclusivamente nell’interesse degli Stati Uniti per contrastare la rinascita della Russia”28. In concreto non è nient’altro che il vecchio progetto dell’Intermarium29, teso a federare tra di loro i paesi slavi occidentali in modo da creare a cavallo tra Mar Nero, Baltico e Adriatico un vasto stato-cuscinetto con leadership polacca che tenga separata la Russia dal mondo germanico.

E per quanto riguarda l’Italia? Beh, noi siamo una colonia. Quindi – come ha avuto modo di specificare Putin – non possiamo contare nulla. L’Italia è comunque un caso a parte. Trattandosi di una penisola a cavallo tra tre continenti che si incunea nel Mar Mediterraneo per centinaia di chilometri, ci si aspetta che abbia tutto – fuorché chiaramente la sovranità – per diventare un punto di riferimento tra le potenze marittime. Non a caso in tempi moderni i prototipi delle potenze mercantiliste, a cui in seguito si sono ispirati tutti i principali imperi mondiali, sono state le repubbliche marinare italiane, in particolar modo Venezia e Genova, le cui famiglie patrizie hanno accumulato enormi ricchezze che sono state anche alla base della magnificenza delle architetture di queste città.

Eppure l’Italia non è mai stata una vera e propria potenza di mare. Politicamente debole perché suddivisa per secoli in stati regionali, è sempre stata piuttosto terra di conquista per lo straniero. Anche in seguito all’unificazione italiana, fatta forse eccezione per il periodo del ventennio fascista, l’Italia non ha mai avuto una politica mercantilista particolarmente marcata anche perché occorre considerare che le regioni economicamente più sviluppate d’Italia, cioè quelle a nord dell’Appennino che sulla carta solo quelle maggiormente interessate a promuovere sotto il patrocinio dello stato centrale una qualche forma di politica tipica mercantilista, sono al contrario territori che per legami storici, culturali e geografici si sentono più vicini alle potenze terrestri dell’Europa centrale, Germania in primis.

Ma c’è un altro fattore da tenere in considerazione: l’Italia è da sempre la patria del cattolicesimo romano e questo nel corso dei secoli ha plasmato la nostra cultura. Una cultura dove, non essendo mai stata fino a pochi decenni fa la mentalità mercantilista ed utilitaristica quella predominante, non è mai successo che si affermasse nel cuore dei suoi cittadini la convinzione che tutto debba avere il suo prezzo e che ogni cosa vale solo se quantificabile materialmente, essendo il denaro la vera misura delle nostre vite.

Quest’ultima considerazione ci permette di introdurre un concetto basilare, che è poi il perché del titolo di questo articolo (ma immagino che qualcuno lo abbia già intuito). Esso fa riferimento a quanto sostenuto dallo storico della University of California, Berkeley, professor Yuri Slezkine30 nel suo più celebre saggio: Il secolo Ebraico. Slezkine fa distinzione tra popoli mercuriali e popoli apollinei. I primi, chiamati così per via di Mercurio, divinità che nella mitologia romana “era considerato il protettore del commercio, dei viaggiatori, dei ladri, dell’eloquenza, dell’atletica, delle trasformazioni di ogni tipo, della velocità, della destrezza, della farmacia”31, sono popoli tradizionalmente nomadi, o comunque non stantii e con scarsi legami col territorio su cui si ritrovano a vivere. Nel corso dei secoli si sono specializzati in attività, quali diverse tipologie di servizi e di commerci che per differenti motivi, soprattutto di carattere religioso, erano schifati se non addirittura considerati con disprezzo dalle popolazioni locali con le quali i mercuriali vivevano fianco a fianco. Questi ultimi invece, che Slezkine chiama apollinei prendendo il nome da Apollo, il dio della musica, dell’armonia e della luce del sole ma anche dell’agricoltura e della pastorizia32, vivevano soprattutto di attività che testimoniavano del loro profondo legame col territorio, come appunto l’agricoltura e la pastorizia. Nelle società tradizionali, apollinei e mercuriali, per quanto conducessero le proprie esistenze gli uni strettamente al fianco degli altri, si ritrovarono a vivere e prosperare in mondi separati e a sé stanti che erano definiti dai loro diversi ruoli economici all’interno della società. Questo creò particolari condizioni di interdipendenza ma anche di disprezzo reciproco, spesso sfociato in episodi di cruda violenza.

Yuri Slezkine, la cui stessa famiglia era una famiglia ebraica proveniente dalla Russia, identifica negli ebrei il popolo mercuriale per eccellenza. A dire il vero gli ebrei non sono stati gli unici “nomadi di servizio” operanti all’interno delle società ospitanti, tradizionalmente dedite all’agricoltura e alla guerra. In Europa altri popoli mercuriali sono stati i greci e gli zingari; in India vi sono stati i Parsi; gli indiani medesimi in Africa; i cinesi in tutta l’Asia; i cristiani libanesi e siriaci nell’Africa occidentale, nei Caraibi e in America; gli Armeni ed i Greci Fanarioti nell’impero ottomano…

Nell’Impero russo, ai tempi degli zar e fino alla rivoluzione bolscevica, gli ebrei erano tenuti a vivere nel cosiddetto Pale of Settlement33, che corrispondeva alle regioni più occidentali dell’Impero; al di fuori di queste regioni era loro formalmente interdetto di prendere residenza. All’interno del Pale of Settlement gli ebrei finirono con lo specializzarsi in tutta una serie di attività che erano persino invise alla popolazione russa e ucraina presso cui vivevano, trattandosi queste ultime di popolazioni tipicamente apollinee legate al lavoro della terra. Ecco quindi che gli ebrei divennero banchieri (il prestito ad usura era letteralmente tabù per gli apollinei); intermediari e rivenditori di prodotti locali; fornitori di credito sulla sicurezza delle colture e di altri articoli (cioè assicuratori); gestori di tenute agricole per i possidenti locali e di vari impianti di lavorazione come concerie, distillerie e zuccherifici; osti e locandieri; venditori ambulanti, negozianti o importatori all’ingrosso; fornitori di servizi professionali come medici e farmacisti; piccoli artigiani come fabbri rurali, sarti e calzolai; ma anche lavoratori altamente specializzati come gioiellieri e orologiai, ecc…

La tesi di fondo sostenuta da Slezkine in questo suo controverso libro è che il XX secolo debba essere considerato come il secolo ebraico per eccellenza. Le grandi rivoluzioni politiche del XX secolo (a cominciare da quella bolscevica), le due guerre mondiali che hanno visto l’emergere come principale potenza planetaria degli Stati Uniti d’America (la cui popolazione di origine protestante presenta una mentalità mercantilista non affatto dissimile da quella degli ebrei mercuriali), l’affermazione della psicoanalisi freudiana che in molte coscienze ha preso il posto una volta detenuto dalla fede religiosa, lo strepitoso progresso scientifico-tecnologico che ha rivoluzionato l’esistenza materiale di ciascuno di noi… questi sono tutti fattori che hanno sconvolto il mondo intero portando alla dissoluzione delle società tradizionali, ossia quelle apollinee, una volta imperniate sulla potenza e sul prestigio degli imperi centrali, dissoltisi al termine della Grande Guerra. Si è dunque assistito al trionfo delle idee e dei valori dei mercuriali, di cui gli ebrei sono sempre stati gli esponenti di punta.

Gli ebrei – questa è la tesi di Slezkine – con il loro furore rivoluzionario hanno saputo approfittare degli eventi, in molti casi li hanno loro stessi indirizzati, riuscendo così a trasformare il mondo intero. Avrebbero fatto del XX secolo il secolo ebraico perché hanno saputo imporre agli apollinei quelli che erano in realtà i loro valori mercuriali. Nel corso del secolo passato abbiamo dunque assistito all’emarginazione di ciò che oggi potremmo chiamare economia reale, a tutto vantaggio della finanza e della speculazione. Abbiamo assistito anche alla perdita di valore del concetto stesso di frontiere e di ciò che esse significano in termini di distinzione tra un dentro e un fuori, tra un eguale e un diverso, tra un nostro e un loro. E soprattutto abbiamo assistito alla cancellazione di quel profondo senso del sacro che contraddistingueva le società apollinee che, fondate sull’agricoltura, erano formate in prevalenza da agricoltori e governate da guerrieri e sacerdoti, i quali avevano compiti ben distinti ma precisi: gli uni per difendere la terra, gli altri per la salvezza spirituale.

Secondo Slezkine, “l’ebreo si è emancipato in modo ebraico non solo acquisendo potere finanziario, ma anche perché attraverso di lui e senza di lui il denaro è diventato una potenza mondiale e lo spirito pratico ebraico è diventato lo spirito pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei”.

Riecheggiano qua le parole di Karl Marx che in un suo celebre libro34, per cui ricevette persino accuse di antisemitismo (quantunque egli stesso fosse nipote di un rabbino) così scrisse a proposito degli ebrei: “Consideriamo l’ebreo reale e mondano – non l’ebreo del sabato, come fa Bauer, ma l’ebreo di tutti i giorni… Qual è la religione mondana dell’ebreo? Il mercanteggiare! Qual è il suo dio mondano? Il denaro! Il denaro è il dio geloso di Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere. Il denaro degrada tutti gli dei dell’uomo e li trasforma in merci. La cambiale è il vero dio dell’ebreo. Il suo dio è solo una cambiale illusoria. La nazionalità chimerica dell’ebreo è la nazionalità del mercante, dell’uomo di denaro in generale”35.

Già Dostoevskij, nel suo Diario di uno scrittore36, nel 1877 avvertiva i suoi lettori di quanto lo spirito del suo secolo (il XIX) equivalesse “al materialismo, al cieco, insaziabile desiderio di prosperità materiale personale, alla sete di accumulare denaro a tutti i costi. Gli esseri umani erano sempre stati così, ma mai prima d’ora questi desideri erano stati proclamati come il più alto principio possibile con tanta franchezza e insistenza come nel nostro XIX secolo”. Dostoevskij non considerava gli ebrei come i responsabili di questa rivoluzione ma non poteva esimersi dal segnalare quanto fossero stati “gli apostoli più veri e impegnati. Nel lavoro stesso degli ebrei (la grande maggioranza di loro, in ogni caso), nel loro stesso sfruttamento, c’è qualcosa di sbagliato e anormale, qualcosa di innaturale, qualcosa che contiene la sua stessa punizione”.

Continua Slezkine: “La maggior parte dei ribelli ebrei non hanno combattuto lo Stato per diventare ebrei liberi; hanno combattuto lo Stato per diventare liberi dall’ebraismo e quindi liberi. Il loro radicalismo non è stato rafforzato dalla loro nazionalità, ma dalla lotta contro la loro nazionalità. I socialisti lettoni o polacchi potevano abbracciare l’universalismo, l’internazionalismo proletario e la visione di una futura armonia cosmopolita senza smettere di essere lettoni o polacchi. Per molti socialisti ebrei, essere internazionalisti significava non essere affatto ebrei. Gli ebrei, come gruppo, erano gli unici veri marxisti perché erano gli unici a credere veramente che la loro nazionalità fosse chimerica; gli unici che, come i proletari di Marx ma a differenza di quelli reali, non avevano una madrepatria”. Da qui nascerebbe secondo Slezkine il furore rivoluzionario che così tanto ha contraddistinto gli ebrei nelle principali rivoluzioni politiche e culturali del XX secolo.

Per Slezkine il XX secolo è dunque il secolo ebraico. Lo è anche perché “per non finirci in miseria bisogna accettare di darsi alla mobilità, alla razionalità dialettica, all’agitazione perpetua, allo sradicamento, al superamento dei confini, alla manipolazione dei simboli anziché alla coltivazione dei campi e delle mandrie”. Alcuni potrebbero obiettare: “ma non sarebbe piuttosto corretto parlare di secolo americano”? In effetti, costoro non avrebbero tutti i torti nel fare una simile esternazione: essendo l’impero statunitense quello dominante a partire soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale, e non solo dal punto di vista politico, economico e militare ma anche da quello culturale, l’America è diventata eponima con il XX secolo, vivendo noi in uno stato di Pax Americana. In realtà ci sembra di poter dire che anche gli americani, a loro modo, sono mercuriali. Quanto meno bisogna sottolineare come l’etica protestante dei cosiddetti WASP, la classe sociale che a lungo ha retto le redini dell’America, abbia molte affinità con la cultura ebraica di stampo mercuriale. Anzi, furono proprio queste loro peculiarità culturali a spingere i loro antenati ad emigrare a partire dal ‘600 in Nord America. Nella Vecchia Europa, a dire il vero, erano visti con sospetto, quasi come fossero eretici (ed in effetti forse lo erano). Il Nord America divenne dunque per gli appartenenti a queste sette protestanti qualcosa di simile a ciò che era la Terra Promessa per gli ebrei: una nuova terra dove poter emigrare non solo per mere esigenze di sicurezza personale, ma anche e soprattutto per potervi fondare uno stato “tutto proprio”, dove fossero prevalenti i propri valori ed i propri sentimenti. Che erano appunto più mercuriali che apollinei.

Sia quel che sia, a prescindere da come lo si voglia chiamare, secolo ebraico o americano, resta un fatto incontrovertibile: il XX secolo ha visto Mercurio trionfare su Apollo. Questo è incontestabile. I valori mercuriali hanno soppiantato quelli apollinei sconvolgendo le nostre tradizionali società, financo le nostre stesse esistenze. Ma come sarà il XXI secolo? Continuerà la supremazia di Mercurio su Apollo? O Apollo passerà al contrattacco? Nel prosieguo di questo articolo cercheremo di avanzare le nostre previsioni.

  • 1 https://www.theguardian.com/world/2022/may/30/negative-views-of-russia-mainly-limited-to-western-liberal-democracies-poll-shows
  • 2 https://m.youtube.com/watch?v=Xz6g4mXshu0
  • 3 https://www.askanews.it/politica/2022/04/06/ucraina-draghi-ho-proposto-io-congelamento-riserve-russia-pn_20220406_00281/
  • 4 https://www.ilgiornaleditalia.it/video/cronaca/343631/banche-bloccano-conti-ai-cittadini-russi-che-vivono-in-italia-il-video-di-manuel-cherchi.html
  • 5 https://tass.com/politics/1460645
  • 6 https://twitter.com/mislavkolakusic/status/1534456553591431171
  • 7 https://www.farodiroma.it/la-zakharova-da-giletti-no-a-una-nuova-guerra-fredda-ma-scoppia-uninutile-e-dannosa-polemica-c-meier/
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