Una delle differenze tra le cosiddette “prima e seconda repubblica” è senza dubbio la questione legata alla legge elettorale. Nella prima repubblica si votava, in pratica, col proporzionale puro. Nel 1953 si cercò di introdurre un premio di maggioranza che assicurasse il 65% dei seggi alla coalizione vincente, la famosa o famigerata “legge truffa“. Non voglio dilungarmi su quella legge elettorale, ma l’esigenza primaria di chi la propose era assicurare, in un periodo di debolezza politica delle forze di centro rispetto allo schieramento di sinistra costituito da PCI e PSI, all’epoca piuttosto compatto, la piena governabilità concedendo una maggioranza forte alla DC e ai suoi alleati senza alcun bisogno di allargare le alleanze a sinistra (PSI) o a destra (MSI e Monarchici). Quella legge non entrò mai in vigore, nonostante fosse stata approvata tramite fiducia.

Nella seconda repubblica invece, in meno della metà degli anni di durata della prima, si sono avvicendate ben 5 leggi elettorali, e ora si torna a parlare di crearne una nuova.

Facciamo una breve cronistoria: dopo la caduta dei grandi partiti storici in seguito a Tangentopoli e lo stravolgimento dello scenario politico italiano, si temeva una balcanizzazione dello scacchiere politico nazionale che avrebbe potuto portare a una pericolosa ingovernabilità. Per questo si varò una legge elettorale di tipo maggioritario, che favoriva le alleanze pre elettorali e dividesse lo scenario politico, in pratica, in due mega schieramenti sulla falsa riga delle democrazie di tipo anglo-americano. In questa battaglia si distinse soprattutto Mariotto Segni, fautore di un bipolarismo totale che superasse la logica partitica tanto radicata nella politica italiana. In realtà il sistema partitico non fu mai superato completamente, la legge elettorale che venne varata, il Mattarellum (elaborata dall’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella) comprendeva anche una quota del 20% di seggi eleggibili con sistema proporzionale, sia pure esclusivamente alla Camera, grazie alla quale i partiti potevano continuare a esistere come entità autonome e non solo come componenti di una coalizione più ampia. Per la verità Segni promosse, e vinse, un referendum abrogativo con cui si eliminava la quota proporzionale del Mattarellum, ma come ben sappiamo, il Mattarellum continuò a esistere e Mariotto Segni finì prematuramente ai giardinetti.

Il Mattarellum non riuscì a garantire la piena stabilità di governo, dal 1994 fino al 2001 si succedettero ben sei governi e cinque premier differenti, ma favorì la nascita dell’unico governo italiano capace di durare per tutti i cinque gli anni del suo mandato: il secondo Governo Berlusconi.

Nel 2006, a fine legislatura, il centrodestra spinse per una nuova legge elettorale, nacque così la legge Calderoli, soprannominata Porcellum.

Spiego brevemente il perchè di un nome così colorito e perchè il CDX la volle a tutti i costi.

Luigi Calderoli della Lega, creò una legge elettorale che fosse essenzialmente un proporzionale con premio di maggioranza e forte soglia di sbarramento, ma gli alleati di governo pretesero e ottennero una serie di modifiche che alla fine resero la stesura finale talmente differente dall’originale, da far esclamare lo stesso relatore: “ma questa è una porcata”. Da cui Porcellum.

Il centrodestra berlusconiano volle fortemente una legge di ispirazione proporzionale per il semplice fatto che, considerando che i sondaggi, pochi mesi prima della fine della legislatura davano il centrosinistra sopra il centrodestra di ben oltre i dieci punti, votando con il maggioritario si rischiava di penalizzare i perdenti e premiare i vincenti, ben oltre i reali rapporti di forza scaturiti dalle urne.

Sappiamo poi come realmente andarono le cose e che il centrosinistra ottenne soli 20 mila voti in più, ma potè governare grazie proprio al premio di maggioranza.

Il Porcellum fu in seguito, giudicato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, per cui dopo le elezioni del 2013 tornò l’esigenza di creare una nuova legge elettorale. Eravamo ai tempi del grande successo di Renzi, e quindi il governo Renzi creò una legge che, unita alla riforma costituzionale che aboliva il bicameralismo perfetto, concedesse una maggioranza assoluta al partito uscito vincitore dalla tornata elettorale: nacque l’Italicum. Attraverso il cosiddetto “combinato disposto” costituito da legge elettorale più riforma costituzionale, Renzi contava di diventare un novello duce con pieno potere decisionale. Sappiamo che le cose andarono diversamente: la Consulta bocciò l’Italicum, nella parte che prevedeva il ballottaggio per l’assegnazione del premio di maggioranza, gli elettori bocciarono la riforma costituzionale al referendum confermativo e Renzi…ai giardinetti (ma non troppo). Il Consultellum, cioè l’Italicum senza ballottaggio per il premio di maggioranza, divenne in pratica il nuovo sistema elettorale in vigore. Ma in un sistema ormai tripolare, non solo il Consultellum rischiava di creare ulteriore ingovernabilità ma addirittura, considerando che il partito che avesse raggiunto il 40% dei voti avrebbe ottenuto un premio di maggioranza che lo avrebbe portato automaticamente alla maggioranza assoluta, si rischiava un esecutivo monocolore pentastellato. I due schieramenti tradizionali, centrodestra e centrosinistra, spaventati da questa eventualità, crearono un sistema elettorale capace di scongiurare tale iattura, il Rosatellum, dal nome del relatore l’on. Rosato del PD, con il quale si stabiliva che 2/3 del parlamento venisse eletto col proporzionale e 1/3 col maggioritario. E si eliminava qualsiasi premio di maggioranza. In questa maniera, a essere penalizzato, sarebbe stato proprio il M5S perchè, non alleandosi con nessuno, avrebbe ottenuto meno seggi nella parte maggioritaria.

Oggi si parla di proporzionale puro perchè, secondo gli esperti, se si andasse a votare in tempi brevi, la Lega, con il solo aiuto di FdI, con il 44% di cui sembrerebbe accreditata la coalizione, secondo i sondaggi, grazie alla quota maggioritaria avrebbe ottime probabilità di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. E naturalmente “ovvove ovvove” questa per i soliti noti è una eventualità da scongiurare ad ogni costo e con ogni mezzo.

Insomma, ogni legge elettorale viene pensata e studiata per garantire a chi la crea tutti i vantaggi possibili e con l’obiettivo di non far vincere chi sembra in condizioni di poterlo fare con la legge in quel momento in vigore. Una legge che, al tempo stesso, coniughi l’esigenza costituzionale di una rappresentatività che sia la più ampia possibile, con quella di avere una maggioranza ragionevolmente stabile, che non sia frutto solo delle contingenze del momento ma che guardi avanti per rimanere attuale il più a lungo possibile, non sembra interessare nessuno. Del resto i nostri “amati” politici hanno sempre dimostrato di avere a cuore molto più i propri interessi politici e del partito di cui fanno parte, che gli interessi della collettività.

Ma, come sostengo da una vita, mettere mano a una legge elettorale è solo una maniera per ottenere quello che per la nostra costituzione sembra un disvalore: un governo forte e stabile.

Già fare una legge elettorale la più funzionale possibile sembra una chimera, figuriamoci una riforma radicale della Costituzione: pura fantapolitica.

Nel frattempo deliziamoci questo indecente balletto di poltrone, leggi elettorali ricamate ad hoc per le esigenze particolari, del momento o contro questa o quella forza politica. Prima o poi qualcosa si rompe, anche il lobotomizzato elettore italiano prima o poi si incazza davvero e dopo … sono augelli senza zucchero.