BY PAUL C. F. – E’ di questi giorni la notizia che la Suprema Corte Inglese ha dato il via libera per l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti, dove dovrebbe subire un processo per spionaggio e rivelazione di documenti top secret. A detta dei giudici Britannici, le assicurazioni da parte americana che l’imputato non subirà un trattamento particolarmente duro e a restrizioni di massima sicurezza, sono sufficienti per dare il via libera all’estradizione. Negli USA Assange rischia una condanna fino a 175 anni, i suoi legali hanno già annunciato un ultimo possibile ricorso alla procedura di estradizione.

Ciò di cui voglio parlare non è tanto della vicenda umana e giudiziaria di Julian Assange, quanto di come in realtà i mass media, la politica e i c.d. “intellettuali” cerchino in tutti i modi di rifuggire la vicenda, trattandone al massimo gli aspetti giudiziari, ma guardandosi bene dal trattare ciò che Assange è riuscito a rivelare, perché entrare nel merito delle rivelazioni di Wikileaks sarebbe dirompente sia per i risvolti politici sia perché ciò minerebbe la fiducia nella grande ipocrisia in cui l’Occidente si crogiola beato da anni.

L’ipocrisia di cui parlo è quella che da decenni ci viene propinata e che la maggioranza accetta di buon grado, e anzi sembra volerne sempre di più: il finto buonismo perbenista.

Questa forma mentis si è ormai insinuata nelle istituzioni, nei media, nella politica e nel mondo del lavoro fino a modellare i rapporti tra le persone, essa è caratterizzata dalla ferma volontà di cancellare e negare la realtà delle cose, fingendo che tutto l’operato delle istituzioni, dei politici e degli attori economici sia improntato e guidato solamente dal alti principi etici e morali e non da freddo calcolo economico, vantaggio politico, prevaricazioni, violenza o brama di denaro, come purtroppo è sempre stato.

Per inciso, violenza e prevaricazione non sono un’esclusiva dell’Occidente, altri Governi/Popoli ne sono altrettanto capaci o ne sarebbero capaci se avessero la stessa potenza militare/tecnologica, ma a noi piace raccontarci che la nostra violenza non è tale e se lo è, è solo per alti motivi etici.

Wikileaks negli anni ha pubblicato una tale mole di documenti e rivelazioni dei quali i media potrebbero occuparsi per anni, eppure nulla di ciò accade. Il sito venne alla ribalta mondiale con alcune sue rivelazioni sui crimini di guerra americani in Iraq nei primi anni duemila, da allora tonnellate di materiale scottante sono state pubblicate dal sito, tuttavia appare ormai evidente che i grandi media stanno volontariamente e sistematicamente ignorando ogni pubblicazione di Wikileaks, e il motivo non ha bisogno di essere spiegato.

Tutto ciò è ovviamente da ricondurre alla necessità che le istituzioni hanno di mantenere l’illusione di vivere nel migliore dei mondi possibili. Per anni è stata alimentata l’illusione che noi vivevamo in un sistema che ci avrebbe sempre e comunque garantito i diritti fondamentali, le libertà personali, di espressione, di impresa e soprattutto il progresso materiale ed economico. Ci è sempre stato detto che quelli “brutti e cattivi” erano là fuori, non qui da noi. I dittatori era sempre in paesi lontani, che qui da noi vigevano la democrazia ed i diritti umani e la libertà, mentre gli altri popoli anelavano sempre ad essere come noi, ad avere i nostri privilegi, ma i loro sistemi politici e culturali erano inferiori ai nostri. In effetti per molto tempo è stato così, noi occidentali abbiamo goduto per decenni di diritti e di prosperità economica senza precedenti in tutta la storia, tanto che li abbiamo dati per scontati, ovvi e garantiti, e non abbiamo mai pensato che ci potessero essere tolti. Ci hanno sempre fatto credere che le nostre istituzioni politiche ed economiche lavoravano per noi, che avevano a cuore i nostri diritti e che, pur con molti difetti, esse erano il meglio possibile. Ma non solo, era nostro dovere esportare la democrazia ed i diritti umani, e pure un po’ di buone maniere, agli altri popoli. Va da sé che i cattivi, gli stati canaglia, erano sempre quelli che decidevano le nostre élite.

In tal senso, tra i tanti esempi possibili, gli eventi della prima Guerra del Golfo nel 1991 riassumono molto bene la sfacciata ipocrisia che da anni ci avvolge. Ricordo bene giornali e TV che definivano Saddam Hussein un feroce dittatore che doveva essere rimesso al suo posto, dicevano che era un pazzo, un folle con manie di conquista. Certo Saddam era un dittatore senza scrupoli, ma tutti i politici e tutti i giornalisti finsero di essersi scordati che fino a 3 anni prima Saddam veniva ampiamente rifornito di armi e denaro purché continuasse la sua guerra contro l’Iran proprio dai paesi che ora lo stavano per bombardare, Italia compresa (vedi lo scandalo della Banca Commerciale Italiana ad Atlanta). Si scordarono anche di quando Saddam sterminava col gas i Kurdi nel nord dell’Iraq e di come tutto l’Occidente intrattenesse con lui rapporti politici e commerciali. Ricordo poi tutte le TV che attendevano con eccitazione il giorno dell’attacco, trasmesso dalla CNN in diretta mondiale. Ricordo al telegiornale della sera le immagini verdognole dei bombardamenti di Baghdad, con i traccianti della contraerea irachena che cercava di difendersi. Sembrava un immenso video game, una sorta di Space Invaders, mentre i giornalisti snocciolavano dati e cifre sul numero delle bombe sganciate e sugli obbiettivi colpiti. Ricordo anche bene i toni trionfalistici con cui i media celebrarono la facile vittoria.

Bene, per anni abbiamo visto immagini come queste, sempre al calduccio nelle nostre case al TG della sera, con la nostra bella cena davanti, osservando distrattamente tra una chiacchera e l’altra senza magari domandarci che sotto il video game verdognolo che appariva sullo schermo c’era persone vere, terrorizzate, le cui case venivano distrutte, i cui corpi venivano dilaniati dalle bombe (ma ci dicevano che non succedeva spesso, perché ora ci sono le “bombe intelligenti”). Per anni abbiamo creduto, o finto di credere, alla storie che ogni guerra che andavamo a fare era une guerra giusta (Iraq, Serbia, Afghanistan, Libia, Siria), che andavamo a bastonare i cattivoni e a portare la democrazia. Soprattutto abbiamo creduto per anni che quelle cose da non non sarebbero mai successe, che succedeva solo a quei buzzurri in quel Paese lontano. E soprattutto che i nostri Governi certe cose le facevano solo all’estero, che invece noi saremmo sempre stati trattavi con i guanti bianchi, rispettando i nostri diritti e le nostre prerogative.

Invece pare ora che i nostri Governi e le nostre élite abbiano deciso che anche a noi va riservato lo stesso trattamento, che è arrivato il momento di farci assaporare “la durezza del vivere”, come diceva il non compianto Padoa Schioppa. Certo, non ci stanno bombardando con le bombe intelligenti, ma da anni ci stanno togliendo tutti quei diritti che davamo per scontati, e a colpi di austerità, spread e crisi finanziarie ci stanno togliendo quel benessere e quella stabilità economica che pensavamo fosse nostra per sempre.

E ora, con la scusa del virus malefico, hanno impresso una notevole accelerata alla compressione delle nostre libertà, dicendoci che è un male necessario per sconfiggere il terribile morbo, ma che presto torneremo alla normalità. Peccato che non sarà così, la storia ci insegna che una volta accettato di rinunciare ad un diritto, questo non viene più restituito a meno che non vengo ripreso con la forza. Pochi però lo hanno capito, la massa plaude a Draghi, pensando che farà ripartire economicamente l’Italia, perché lui è quello bravo, senza aver capito che lui non è qui per il benessere degli italiani; plaude ai televirologi, pensando che siano qui per la nostra salute; plaude alle restrizioni e al green pass, pensando che sia male necessario. L’obbiettivo finale delle élite si può riassumere con lo slogan del World Economic Forum “You’ll own nothing and you’ll be happy

Il messaggio implicito nel lavoro di Assange, era che non dovevamo tollerare i crimini che i nostri Governi hanno fatto all’estero perché prima o poi gli stessi Governi lo avrebbero fatto a noi, e infatti a questo giro gli iracheni SIAMO NOI.