Per un po’ di tempo l’India voleva creare “una propria via della Seta” – dal Golfo dell’Oman all’intersezione tra l’Asia centrale e meridionale – per competere con la China’s Belt and Road Initiative (BRI ex OBOR). Nel 2016, Teheran e Nuova Delhi avevano firmato un accordo per la costruzione di una linea ferroviaria di 628 km dal porto strategico di Chabahar a Zahedan, molto vicino al confine afghano, con un’estensione cruciale fino a Zaranj, in Afghanistan, e oltre. Il vecchio progetto prevedeva il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie/stradali dall’Afghanistan ai vicini Tagikistan e Uzbekistan. Ma alla fine le trattative tra le ferrovie iraniane e la Indian Railway Constructions Ltd si sono bloccate. Teheran ha deciso di costruire comunque la ferrovia, con fondi propri – 400 milioni di dollari – e il completamento è previsto per marzo 2022.

Cosa ha bloccato Nuova Delhi? Il timore delle sanzioni statunitensi. Nuova Delhi aveva ottenuto una deroga alle sanzioni dell’amministrazione Trump, ma poi non è riuscita a convincere i partner di investimento, erano terrorizzati dall’idea di essere sanzionati. Alla fine poi Modi ha aderito al QUAD, il quadrilatero composto da Australia, India, Giappone e Stati Uniti, nato per contenere e indebolire la Cina nell’area dell’Indo-Pacifico. Con questo cambio di rotta Modi spera di ottenere un trattamento di favore da parte dell’amministrazione Trump nell’ambito della strategia indopacifica. Sempre in tale sfera l’India ha deciso di tagliare tutte le sue importazioni di petrolio dall’Iran.

Questa mossa ha gettato Teheran – con il “Comprehensive Plan for Cooperation between Iran and China” (piano globale di cooperazione tra Iran e Cina) – in braccio a Pechino. La mossa indiana e del QUAD non è delle migliori perché comunque la Cina otterrà le due “perle” strategiche nel Mar Arabico/Golfo dell’Oman, a soli 80 km di distanza l’una dall’altra: Gwadar, in Pakistan, nodo chiave del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 61 miliardi di dollari, e Chabahar. A tutto ciò bisogna aggiungere che i cinesi già gestiscono il porto di Bandar-e-Jask nel Golfo di Oman, 350 km a ovest di Chabahar e molto vicino allo stretto di Hormuz.

Se l’India si ritirerà definitivamente dalla cooperazione con l’Iran, la strategia diventerà davvero controproducente perché poi Teheran e Pechino lavoreranno per espandere CPEC, si concentreranno sull’Asia centrale fino al Caspio e tenteranno di collegarsi attraverso la Turchia per arrivare al Mediterraneo orientale. Questo gioco del QUAD rischia di aggravare la situazione e di unire Cina, Pakistan, Iran e Turchia. Maggiori accordi tra Iran e Cina verranno firmati entro marzo 2021.

Ma questa non è l’unica battuta di arresto per l’India, la stessa ha ammesso che l’Iran svilupperà da sola l’enorme giacimento di gas di Farzad-B nel Golfo Persico. Qua l’India aveva investito in diritti di esplorazione e produzione con la società statale indiana ONGC Videsh Limited, ma poi si è ritirata perché teme le sanzioni americane. Anche in questo caso Farzad B rischia di cadere in mano cinese, già circola voce di partnership di 25 anni (firma 2021?).

In geopolitica di solito l’India è un battitore libero, ma nell’ultimo periodo mi pare sia caduta in ostaggio dell’amministrazione Trump. Comunque BRI cresce in Eurasia e aumenta l’integrazione tra Cina, Iran e Pakistan.

Il progetto infrastrutturale ha subito molte variazioni perché la Cina impattava con questo progetto su nazioni povere che si sono bloccate a causa “della trappola del debito” che questi progetti comportavano. Nel 2018 Malesia e Pakistan hanno rinegoziato i termini con Pechino. Inizialmente la maggior parte dei finanziamenti è stata erogata dalle banche statali cinesi, al fine di avviare rapidamente il BRI. Le cifre esatte non sono disponibili ma le stime valutano che fino al 2018 Pechino ha effettuato un totale di 575 miliardi di dollari di impegni per investimenti oltreoceano in progetti BRI. Tra i primi 50 Paesi con un debito significativo nei confronti della Cina ci sono: Pakistan, Venezuela, Angola, Etiopia, Malesia, Kenya, Sri Lanka, Sudafrica, Indonesia, Cambogia, Bangladesh, Zambia, Kazakistan, Ucraina, Costa d’Avorio, Nigeria, Sudan, Camerun, Tanzania, Bolivia, Zimbabwe, Algeria e Iran. Questi non sono sicuramente Paesi con rating AAA.

Qualcuno ha richiesto l’alleggerimento del debito, ma ora la crescita economica della Cina ufficialmente è al livello più basso degli ultimi 30 anni, le banche cinesi si trovano ad affrontare una crisi del debito internazionale completamente nuova. Non so quanto la Cina sia preparata ad intervenire in questo periodo, dove deve affrontare un grosso problema bancario interno e debiti bancari non del tutto coperti.

Chi poi ha aderito al BRI ora deve affrontare il blocco globale derivante dal Covid19. Angola e Nigeria hanno diminuito gli introiti petroliferi, le economie dell’UE e del Nord America hanno rallentato gran parte della loro industria e sono calate le importazioni delle materie prime provenienti dai paesi partner della BRI cinese. Le compagnie minerarie africane che producono litio, cobalto, rame e minerale di ferro stanno sperimentando una diminuzione della domanda dalla Cina.

Un recente rapporto stima che l’epidemia di Coronavirus avrà un grave impatto sulla crescita dell’Africa subsahariana, in particolare in Ghana, Angola, Congo, Guinea Equatoriale, Zambia, Sudafrica, Gabon e Nigeria – tutti paesi che esportano grandi quantità di prodotti di base in Cina. Le banche statali cinesi hanno prestato 19 miliardi di dollari a progetti energetici e infrastrutturali dell’Africa subsahariana dal 2014, la maggior parte dei quali nel 2017. In totale, gli Stati africani devono alla Cina circa 145 miliardi di dollari, con 8 miliardi di dollari dovuti quest’anno.

Non so se il BRI ha raggiunto il suo picco, ma di sicuro è in fase di ridimensionamento. O almeno credo che sia in fase di ripensamento strategico. Al momento attuale la Cina deve fare una panoramica completa dei vasti impegni globali intrapresi con la BRI.