Cento anni fa Richard H. Tawney ‒ nella sua più grande critica all’individualismo capitalistico [1] ‒ scrisse che acquistare, possedere e realizzare un profitto si erano ormai configurati come i sacri e inalienabili diritti dell’individuo.

Di conseguenza le norme alla base della “nostra” società plasmano ormai da un secolo «il carattere dei suoi membri: in una società industriale […] l’aspirazione a […] realizzare un profitto […] consiste nel dilatare la sfera del possesso includendovi amici, amanti, salute, viaggi, oggetti d’arte, Dio, il proprio io…» [2]. E così le “persone” diventano “cose” per dirla con Max Stirner e le “cose” diventano “idoli”. Che possono essere materiali o immateriali, ma tali rimangono sostituendo il materialismo alla trascendenza e prevaricando i valori etici, morali e religiosi.

Tutto ciò ha prodotto una massa di individui che sono meglio informati «sulla modalità dell’avere che non su quella dell’essere e ciò perché la prima è l’esperienza di gran lunga più frequente delle nostra cultura» [3].

Lo confermano i comportamenti individuali fatti registrare dalla maggioranza delle persone lo scorso anno in occasione del primo lockdown globale: l’incetta di beni alimentari con le lunghe file per riempire i carrelli della spesa di cose da mangiare a lunga scadenza [4]; la ricerca “pazzotica” delle mascherine divenute subito “introvabili” [5]; il ricorso ossessivo allo shopping online su Amazon di ogni bene, anche e soprattutto non primario; la messa in scena delle più improbabili performance creative sui “balconi” quando c’era ben poco da cantare e suonare [6]; l’impennata dei post sui social media per combattere la noia continuando ad auto-promuovere un’immagine di sé accattivante ricorrendo alla second life parallela che il web 2.0 offre [7].

Tutto questo, però, a chi ha giovato? Chi sta guadagnando col Covid-19? Ma ovviamente le élite capitalistiche internazionali, i pusher del capitalismo, i leader mondiali del buonismo radical chic e le aziende farmaceutiche che hanno fatto affari a mani basse.

D’altra parte, scriveva Albert Einstein: «La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato» [8]. Peccato, però, che dall’assunto generale alla sua applicazione, nel caso di specie, vi sia qualche precisazione che pare il caso di fare.

Il Nobel Robert Shiller ha posto l’accento su una questione interessante: «Più i fondamentali economici e le previsioni peggiorano, più appaiono misteriosi i risultati del mercato azionario negli Stati Uniti» [9]. In effetti, se si rapportano l’andamento di Wall Street e l’economia reale nel post-Covid-19, si registra una divergenza mai vista prima.

Era dal 1975, infatti che l’indice S&P 500 ‒ costituito dalle performance delle 500 aziende più rilevanti per capitalizzazione nel mercato ‒ non guadagnava più del 17% in 4 mesi. È accaduto durante il lockdown creando una situazione senza precedenti: solo 5 aziende valgono il 20% di tutto l’indice e detengono il 21% dell’intero cash flow, cioè della liquidità.

Guarda caso, si tratta di Apple, Microsoft, Amazon, Google e Facebook. Vent’anni fa le stesse aziende pesavano il 14% dell’indice. Grazie al Covid-19, hanno fatto registrare vertiginosi valori di borsa in miliardi di dollari: 1.524 Apple, 1.473 Microsoft, 1.317 Amazon, 999 Apple, 671 Facebook. E così, «l’effetto dello stimolo fiscale e del rimbalzo post-Covid-19 sulla domanda di consumatori e imprese sta portando a livelli straordinari di crescita, in particolare negli Stati Uniti, che probabilmente continueranno per un certo numero di mesi» [10].

Tra le realtà giovatisi delle limitazioni imposte dal Covid-19: Nexi (specializzata nei pagamenti digitali); Fineco (attiva nel trading online e nel risparmio gestito); nell’indice Nadsaq, invece, la “prima della classe” è Zoom: la piattaforma ormai nota per le video-chiamate di fatto sconosciuta prima della pandemia; e poi c’è il caso della tedesca HelloFresh, attiva nella consegna a domicilio di cibi freschi: dai minimi di marzo è rimbalzata del 150% ottenendo la palma di migliore società dello Stoxx 600 Europe. Non da meno Netflix, colosso delle trasmissioni in streaming che, prima del coronavirus, era considerata una società dal futuro incerto [11] e che, invece, grazie ai domiciliari internazionali imposti a miliardi di persone è tornata «ad accarezzare i massimi borsistici pre-pandemia, nemmeno si trattasse di un outsider del settore biotech che annuncia di sperimentare un vaccino di qualche tipo» [12] in tempi di peste.

Per capire quanto queste società si siano giovate della diffusione mondiale del Covid-19 bastano tre esempi: il primo è rappresentato dalle azioni di Amazon che «nel 2006 si scambiavano a 32 dollari l’una. Tra gli analisti nessuno si scandalizzava. Anzi, la netta maggioranza di loro non consigliava di premere il bottone buy sul titolo del gruppo dell’e-commerce. […] Amazon non era consigliata dall’85% degli analisti che coprivano il titolo. Ora, […] il gioiello di Jeff Bezos balza oltre i 3.000 dollari, ovvero 95 volte il prezzo che aveva nel 2006» [13]. Il secondo caso è rappresentato da Nvidia, società di schede grafiche per pc: tre anni dopo la sua IPO del gennaio 1999 non era raccomandata da più dell’88% degli analisti: le sue azioni si scambiavano a 2,60 dollari ciascuna mentre ora valgono 393 dollari, oltre 150 volte il prezzo del 2002. Infine, va ricordato che tutti i titoli di questo settore, il 10 ottobre 2018, subirono un drastico sell-off che fece perdere ‒ in un solo giorno ‒ ai cosiddetti “Faang” (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) percentuali tra l’8% e il 4%.

Oggi, la situazione è capovolta: nel mondo reale «la povertà, la disuguaglianza e la disoccupazione sono alle stelle» e persino il FMI «ha invitato gli Stati a varare pacchetti di aiuti per contrastare […] la recessione» [14]. Nel mondo finanziario, invece, i “Faang” sono entrati nell’Olimpo dei giganti azionari con oltre 1,5 trilioni di dollari di valutazione: i buy impazzano e i rialzi sono costanti toccando percentuali da “capogiro”.

Da ciò si origina un circolo vizioso: le società che grazie al Covid-19 hanno fatto cassa, ora sono le uniche in grado di vantare invidiabili riserve di liquidità da indirizzare verso prodotti che la seconda ondata pandemica renderà indispensabili per le persone che torneranno a spendere il loro tempo a casa usando il web e le altre diavolerie tecnologiche per “passare” il tempo prediligendo l’«avere» all’«essere».

Il bello è che non hanno rischiato nulla i padroni di questi colossi. E mentre Anthony Fauci consigliava nella primavera 2020 agli americani di «prepararsi alle vacanze estive» perché il Covid-19 sarebbe stato velocemente vinto, i “Faang” sapevano bene, invece, che aveva ragione il virologo tedesco Hendrik Streeck quando affermava in modo sibillino che ormai «non c’è alcuna seconda o terza ondata: siamo in un’ondata permanente».

I colossi di Wall Street, quindi, giocano in anticipo sapendo cosa accadrà. Per questo vincono sempre. La strategia è quella di «raddoppiare e perfino triplicare la puntata mentre il Casinò è in fiamme» come ha ben spiegato Paul Rollert della Booth School of Business di Chicago parlando di Netflix: il colosso dello streaming è famoso a Wall Street per la sua capacità di “bruciare cassa”. Nel 2019 ha generato liquidità per 3,5 miliardi di dollari investendo, però, su nuove serie per 15 miliardi, continuando nel suo gioco pericoloso di vivere a leva.

E che tanto pericoloso non pare più ‒ e forse non è mai stato ‒ visto che tutti gli altri hanno seguito questo esempio investendo i profitti in attività che danno lo scenario post-pandemico come costante e non più variabile: Facebook ha comprato sia Gojek – un’app indonesiana che offre una serie di servizi come trasporti e consegne – sia Giphy che, nel frattempo, ha investito milioni di dollari per realizzare un cavo in fibra ottica sottomarino circumnavigando l’Africa. Non da meno la Apple che ha comprato: DarkSky che sviluppa app meteo; NextVR che opera nella virtual reality; Voysis sviluppatrice di software di riconoscimento vocale; Xnor.ai, una start-up che si occupa di intelligenza artificiale. La Microsoft, dal canto suo, si è assicurata Softomotive, Affirmed Networks e Metaswitch tutte operanti nel settore del cloud e Amazon sta comprando Zoox, una start-up che si occupa di veicoli autonomi e ha già assunto 175.000 persone, guarda caso, nell’ultimo trimestre. Google sta a guardare? Nient’affatto: Google Meet è già disponibile nelle nostre G-mail e ‒ insieme all’Apple ‒ sta realizzando una piattaforma di contract tracing, la tecnologia per il tracciamento delle infezioni da “coronavirus”.

Facebook, ad esempio, è attiva anche su questo fronte e sta ampliando il suo programma Disease prevention maps: un progetto che utilizza i dati di localizzazione delle app del social network già impiegato ‒ nel silenzio del mainstream ‒ in Mozambico ai tempi del colera e in Asia durante il virus zika, vere e proprie “prove generali” del Covid-19.

E se qualcuno di voi indossa un Apple Watch è bene che sappia quanto l’oggetto sia considerato un elemento essenziale in molti studi sul Covid-19: il futuristico tracciamento di cui è capace riscuote molti consensi. Altro che braccialetto elettronico: «mentre Google vuole raccogliere tutti i parametri sanitari con i dispositivi indossabili, […] la Apple […] con il suo smartwatch e la sua Research app, […] ha esplorato le potenzialità imprenditoriali aperte. Già prima della pandemia chi indossava i suoi sensori, mettendo i propri dati a disposizione di università, ospedali o istituzioni come l’OMS, poteva partecipare a grandi ricerche in campo medico, che spaziavano dalla capacità uditiva al monitoraggio del ciclo mestruale» [15]. Magari senza nemmeno saperlo.

Caso a parte, non ultimo in ordine di importanza, quello delle case farmaceutiche, soprattutto quelle che si sono impegnate a sviluppare un vaccino: «ingenti finanziamenti pubblici hanno aiutato le grandi aziende farmaceutiche a sviluppare i vaccini contro il Covid. Ma tutti i guadagni sono andati agli azionisti e ai manager, mentre interi popoli non possono aspirare ad essere vaccinati per il costo troppo elevato dei preparati. Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca nell’ultimo anno hanno corrisposto ai propri azionisti 26 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisto delle proprie azioni. Una cifra sufficiente a vaccinare 1,3 miliardi di persone, vale a dire l’intera popolazione in Africa» [16].

Che al Covid-19 sarebbe seguito «il Covid-20, il Covid-21 e così via…» l’avevamo già scritto [17]. Ci era però sfuggito che, Netflix docet, potremo intonare “Bella Ciao” piuttosto che dai balconi della dittatura del buonismo, direttamente dalla colonna sonora della nuova stagione de La Casa di Carta. Alla fine, tutto sommato, è già qualcosa. Roberto Bonuglia

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BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”, "Il Corriere delle Regioni" e Nova Historica . Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. RESEARCH INTERESTS StoriografiaStoria economicaStoria ContemporaneaGeopolítica https://robertobonuglia.academia.edu/cv