La teoria del contratto sociale è la più accreditata spiegazione dello Stato negli ultimi quattrocento anni di filosofia.

Secondo questa teoria si ritiene che, almeno in alcune nazioni, esista una relazione contrattuale tra lo Stato e la società: un sistema sociale fondato sulla concentrazione di potere in una persona ficta, cioè una Società dello Stato, sarebbe il risultato di un accordo volontario tra gli individui della società stessa.

Di conseguenza, se è in essere lo Stato e, allo stesso tempo, è in essere il contratto sociale, lo Stato è un’istituzione legittima, diversamente se è in essere lo Stato e, allo stesso tempo, non è in essere il contratto sociale, lo Stato è un’istituzione ontologicamente criminale.

Esiste quindi il contratto sociale? Si può accettare come spiegazione dello Stato la teoria del contratto sociale?

La prima versione della teoria del contratto sociale è quella esplicita.

Il consenso esplicito è il consenso che qualcuno manifesta affermando, in forma scritta o verbalmente, che acconsente.

Se il consenso esplicito è stato dato per errore, estorto con violenza o carpito con dolo (cosiddetti vizi del consenso) non si può parlare di contratto (esplicito), in quanto il consenso non può essere considerato giuridicamente efficace, cioè contrattuale.

John Locke credeva che fosse stato siglato, almeno in alcuni casi, un accordo volontario che istituiva esplicitamente appunto uno Stato, seppur di questi eventi non si trova prova.

Ma anche se fosse stato siglato un contratto sociale esplicito, come potrebbe un tale contratto vincolare individui nati dopo, che non hanno pertanto mai preso parte all’accordo originario, non potevano in alcun modo, e a cui non viene chiesto il consenso esplicito volontario? 

Locke credeva che tale contratto sociale funzionasse come un contratto restrittivo perpetuo sulla terra: i contraenti originari assegnarono volontariamente la propria terra alla giurisdizione dello Stato che stavano creando o (territorialmente) ingrandendo, cosicché qualsiasi individuo avesse utilizzato quel territorio in futuro sarebbe stato automaticamente subordinato a tale Stato, in virtù di un diritto di proprietà territoriale legittimamente acquisito dallo Stato. 

Immaginiamo quindi un complesso di individui legittimi proprietari di almeno un’abitazione, da intendersi quest’ultima anche nel senso più lato del termine, collegati tra di loro da interessi territoriali diretti, che a un certo punto, poiché hanno deciso volontariamente di abbandonare lo stato di natura, cioè la Società senza Stato, in cui vivono, affidano la giurisdizione su tutte queste abitazioni di questo dato territorio a una persona ficta di loro fondazione – o nel caso dell’ingrandimento territoriale di uno Stato già esistente, a una persona ficta già fondata da altri.

Detto quanto, la teoria del contratto sociale restrittivo perpetuo sulla terra, che rappresenta la versione esplicita del contratto sociale, nonostante l’astuzia della manovra, si è dimostrata essere fino a oggi solo pura e semplice mitologia.

Nessuno Stato ha infatti mai portato la prova di essere in possesso di un contratto sociale restrittivo perpetuo sulla terra e poiché soltanto la libertà deve essere presunta, perché ciò deriva dai requisiti dell’epistemologia e della logica, se ne deve dedurre che la versione esplicita di un contratto sociale non esiste, almeno fino a prova contraria.

Tuttavia, ammettiamo per un attimo che uno Stato sia il legittimo proprietario di tutta la terra che i suoi cittadini possiedono, che sia quindi il frutto di un contratto sociale restrittivo perpetuo sulla terra: in tal caso, il suo diritto di obbligare e il dovere dei suoi cittadini di obbedire fino a che punto si può spingere?

La risposta a tale domanda è contenuta nel principio che la proprietà non può essere la premessa per la sua stessa negazione: in tal senso, come tutti i legittimi proprietari di beni immobili, anche lo Stato avrebbe quindi il diritto di stabilire le regole di condotta degli individui presenti negli spazi di loro proprietà, se fosse il frutto di un contratto sociale esplicito, ma, allo stesso tempo, non avrebbe il diritto di togliere qualcosa a cui l’altra parte ha diritto o il diritto di togliere certe cose senza pagare una penale adeguata ai principi morali autonomi, come prezzo del riconoscimento della propria legittimità territoriale – la proprietà (come l’essere) si dice in molti modi.

La seconda versione della teoria del contratto sociale è quella implicita.

Se i cittadini non hanno abbracciato il contratto sociale esplicito, forse stanno abbracciando il contratto sociale implicito, cioè un contratto che si forma attraverso un consenso implicito giuridicamente efficace?

Il consenso implicito è il consenso che qualcuno manifesta per mezzo del proprio comportamento, senza esprimere effettivamente il proprio accordo.

Il consenso implicito, per essere ritenuto giuridicamente efficace deve conformarsi a quattro principi.

Di conseguenza, senza il rispetto di almeno uno di questi principi, è logicamente impossibile sostenere l’esistenza del contratto sociale implicito.

Il primo principio è che tutte le parti coinvolte abbiano un modo ragionevole di recedere, cioè tutte devono avere l’opzione di rinunciare all’accordo senza sacrificare alcunché di quello che hanno diritto.

Come funziona lo Stato? 

Non è possibile sfuggire alle norme dello Stato, finché si è nel territorio dove lo Stato sta esercitando il suo controllo.

In base a quanto, un consenso implicito può essere reso giuridicamente efficace dal fatto che un individuo avrebbe potuto sottrarsi a questa imposizione con il suo trasferimento?

Innanzitutto, c’è da rilevare che, oggi come oggi, se qualcuno vuole evitare di vivere sotto qualsiasi giurisdizione statale non resta che trasferirsi a vivere in mezzo all’oceano o in Antartide, e forse in qualche piccolissima altra area del pianeta e ciò pertanto potrebbe essere già considerato come una condizione troppo onerosa, cioè non in grado di soddisfare il principio in questione. 

Tuttavia, il punto fondamentale è che l’assenza di un legittimo diritto di proprietà da parte dello Stato sul territorio su cui sta esercitando il suo controllo (cioè l’assenza del contratto sociale esplicito), implica necessariamente che trasferirsi al di fuori del territorio controllato dallo Stato non può mai essere letto come un modo ragionevole di recedere dal rapporto con quello stesso Stato e quindi continuare a stare nel territorio controllato da uno Stato non è la testimonianza di un consenso implicito giuridicamente valido.

Se ne deve dedurre pertanto che la prima condizione per sostenere l’esistenza del contratto sociale implicito non sussiste.

Il secondo principio è il riconoscimento del dissenso esplicito, cioè non hai accettato un contratto implicitamente se hai dichiarato esplicitamente che non lo accetti.

Come funziona lo Stato? 

Anche se protesti rumorosamente contro lo Stato, lo Stato non ti rimborserà le tasse che gli hai versato e non ti dispenserà dall’obbedire alle norme da esso promulgate.

Se ne deve dedurre pertanto che anche la seconda condizione per parlare di contratto sociale implicito non sussiste.

Il terzo principio per poter parlare di contratto implicito è che un’azione può essere considerata come la comunicazione di un consenso implicito giuridicamente valido a un qualche progetto soltanto nel caso in cui si possa ritenere di credere che, se non si fosse compiuta siffatta azione, tale progetto non sarebbe stato imposto.

Come funziona lo Stato? 

Come tutti dovrebbero sapere, lo Stato imporrà le stesse norme a chiunque risieda nel territorio controllato da quello Stato stesso, a prescindere dal fatto che si opponga a esso, che ne accetti i servizi, o che partecipi al relativo processo politico.

Qualcuno potrebbe obiettare che se smetti di risiedere nel territorio controllato da uno Stato, allora quello stesso Stato smetterà di importi le sue norme e quindi la cosiddetta mera presenza dovrebbe essere considerata, alla luce di questo terzo principio, un consenso implicito giuridicamente valido.

Al di là fatto che esistono delle eccezioni al se smetti di risiedere nel territorio controllato da uno Stato, allora quello stesso Stato smetterà di importi le sue norme (ad esempio, ai cittadini statunitensi che vivono all’estero può comunque essere richiesto di pagare le imposte statunitensi su parte del proprio reddito) tale obiezione deve essere respinta per una questione di coerenza logica complessiva, dato che la mera presenza non può essere svincolata dal fatto che, per quanto addotto, trasferirsi al di fuori del territorio controllato dallo Stato non può mai essere letto come un modo ragionevole di recedere dal rapporto con quello stesso Stato.

Se ne deve dedurre pertanto che anche la terza condizione per parlare di contratto sociale implicito non sussiste.

Infine, arriviamo quarto e ultimo principio del contratto implicito stante l’assenza di un contratto esplicito, che è anche però un principio del contratto in generale, cioè se una parte rifiuta i propri obblighi contrattuali solleva l’altra parte dai suoi.

Il punto è qui che gli obblighi dei cittadini verso lo Stato sono chiari, cioè adempiere automaticamente alle richieste dello Stato, se non si vuole incorrere nella sua coercizione, ma gli obblighi dello Stato nei confronti dei suoi cittadini non lo sono affatto, dato che lo Stato è un’agenzia sempre in grado di autoregolarsi.

Se ne deve dedurre pertanto che anche la quarta e ultima condizione per parlare di contratto sociale implicito non sussiste.

In definitiva, la realtà dimostra che il contratto sociale implicito è inconcepibile per definizione.

La terza e ultima versione del contratto sociale è quella ipotetica.

I teorici del contratto sociale ipotetico ricorrono all’affermazione secondo cui gli individui acconsentirebbero volontariamente allo Stato in certe condizioni ipotetiche.

Per smentire la teoria del contratto sociale ipotetico, è necessario prima capire il consenso ipotetico nell’etica comune.

Ci sono delle circostanze in cui il fatto di affermare che qualcuno avrebbe acconsentito volontariamente a una qualche azione rende ammissibile compiere l’azione, laddove l’azione sia di un tipo che normalmente richiede un consenso reale volontario, cioè ci sono circostanze in cui sussiste un consenso ipotetico giuridicamente efficace, nel senso che genera obblighi e diritti simili a quelli generati da un consenso reale volontario.

Classico esempio di consenso ipotetico giuridicamente efficace, è quello di un paziente portato in stato di incoscienza in ospedale e che per salvarsi la vita necessita di un’operazione chirurgica.

In circostanze normali, cioè con paziente vigile e capace di intendere e di volere, prima di operare i medici dovrebbero ottenere il consenso reale volontario del paziente, ma nel caso di cui sopra ciò precluderebbe la possibilità di un’azione salvavita, perché il paziente non è in grado di manifestare la propria volontà.

In un tal caso, comunemente si ritiene che i medici debbano procedere nonostante la mancanza di consenso reale volontario e la spiegazione fa appello alla convinzione generale che il paziente acconsentirebbe volontariamente all’azione salvavita se fosse in grado di farlo.

Ci sono quindi due condizioni necessarie per l’efficacia giuridica del consenso ipotetico.

La prima condizione è quella per cui ottenere il consenso reale volontario deve essere impossibile o irrealizzabile, per motivi diversi dalla mancanza di volontà ad acconsentire dall’altra parte: in tal senso, immaginiamo che arrivi in ospedale un paziente anch’esso bisognoso di un’operazione salvavita, ma questa volta vigile e capace di intendere e volere; se anche qui i medici scelgono di non sollecitare il consenso reale volontario del paziente e procedono con l’operazione chirurgica che ritengono più vantaggiosa, non potrebbero giustificare il proprio comportamento appellandosi alla possibilità che il paziente avrebbe acconsentito volontariamente se gli fosse stato chiesto di farlo.

Sebbene la veridicità ipotetica dell’affermazione sarebbe stato possibile che il paziente avrebbe acconsentito volontariamente se gli fosse stato chiesto di farlo potrebbe attenuare la colpevolezza dei medici, la stessa non giustificherebbe il fatto di non aver ottenuto il consenso reale volontario, data la praticabilità della cosa.

La seconda condizione è che il consenso ipotetico delle parti deve essere coerente con i loro effettivi valori e convinzioni filosofiche: in tal senso, immaginiamo che venga portato in ospedale un paziente incosciente e bisognoso di operazione chirurgica e che il medico che se ne occupa, grazie alla sua familiarità con questo paziente, è ufficialmente consapevole del fatto che questo paziente rifiuta per ragioni religiose la pratica della chirurgia, anche se necessaria per salvare la vita; in questa situazione, il medico non può fare appello alla convinzione generale che il paziente acconsentirebbe volontariamente e quindi procedere con l’operazione chirurgica.

Certo, è sempre possibile immaginare circostanze in cui un dato individuo acconsentirebbe volontariamente a una data azione, ma ipotesi che richiedono modifiche degli effettivi valori e delle convinzioni filosofiche di un soggetto sono irrilevanti per determinare il consenso ipotetico giuridicamente efficace.

Di conseguenza, nell’ultimo caso, la valutazione ipotetica che ha maggior peso etico è quella per cui, se gli fosse stato chiesto in condizioni relativamente normali, il soggetto non avrebbe acconsentito volontariamente all’intervento chirurgico per via delle sue credenze religiose.

Alla luce di queste condizioni, non esiste sostenibilità per poter invocare il contratto sociale ipotetico.

In primo luogo, i cittadini di un determinato paese, in linea di massima, non sono né incoscienti, né mentalmente inabili, né incapaci di acconsentire o dissentire realmente al contratto sociale, né è irrealizzabile per lo Stato sollecitare il loro consenso reale volontario.

In secondo luogo, anche ammettendo che l’accordo reale volontario non possa essere richiesto in modo praticabile, non c’è ragionevolezza nel pensare che tutti gli individui capaci di intendere e di volere nel tempo potrebbero accordarsi volontariamente anche solo sulla teoria politica più elementare: non si può quindi imporre lo Stato pensando che la valutazione ipotetica più realmente probabile sia che non esiste e non esisterà mai alcuno che, su basi morali, non si oppone alla forma o allo stile generale di Stato a cui è soggetto in favore di qualche altro tipo di Stato, oppure allo Stato in quanto tale in favore di uno stato di natura, cioè di una Società senza Stato.

In definitiva, si può parlare di consenso ipotetico giuridicamente efficace, soltanto se l’accordo volontario reale non può essere richiesto in modo praticabile ed è ragionevole credere che la parte o le parti pertinenti sarebbero d’accordo volontariamente, sulla base dei loro effettivi valori e delle loro convinzioni filosofiche; poiché queste condizioni non vengono soddisfatte quando vengono a contatto con il caso del contratto socialeil contratto sociale ipotetico è inconcepibile per definizione.

La teoria del contratto sociale è stata ideata per fornire legittimità allo Stato in quanto istituzione e contiene una premessa morale irreprensibile, cioè l’interazione umana dovrebbe avvenire, per quanto è possibile, su base volontaria.

Tuttavia, questa teoria si scontra con quanto viene attestato dai fatti empirici e dalle deduzioni logiche, dato che il contratto sociale implicito e il contratto sociale ipotetico sono inconcepibili per definizione, mentre il contratto sociale esplicito è da sempre confinato nel campo della pura e semplice mitologia. 

Se il fondamento dello Stato non e’ nel contratto, allora non può che essere nell’usurpazione.

Se lo Stato è in essere in virtù di una pretesa antigiuridica, allora la disobbedienza agli ordini dello Stato è giustificata molto più spesso di quanto attualmente non sia generalmente riconosciuto.

Oggi quasi tutti credono che lo Stato sia necessariamente un’istituzione legittima; una volta compreso che le cose in realtà non stanno affatto così, si potra’ iniziare a comprendere che lo Stato non è un’istituzione praticamente necessaria, né auspicabile se il fine è proteggere gli individui gli uni dagli altri – dato che, a tal fine, non è comunque saggio distribuire il potere in modo estremamente ineguale.

Riferimenti bibliografici

The Problem of Political Authority: An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey, di Michael Huemer, Palgrave Macmillan, 2013