Per molti osservatori, e in particolare per quelli della Commissione europea, la ragione per cui l’Italia ha vissuto una stagnazione economica dal lancio dell’euro nel 1999 è dovuta all’insufficiente attuazione delle riforme strutturali raccomandate dalla UE: sì, proprio così, liberalizzazione del mercato del lavoro, apertura alla concorrenza di settori tradizionalmente riservati allo Stato, modernizzazione della burocrazia. In breve, l’Italia sarebbe responsabile delle difficoltà della sua economia, che non potrebbero essere attribuite a nessun fattore esterno. Questo è il discorso dominante delle istituzioni europee nei confronti di molti paesi di cui si sottolinea regolarmente l’incapacità di riforma.

Per questo, nella storia recente dell’Italia, sono stati istituiti i cosiddetti governi tecnici per somministrare la terapia raccomandata in modo rapido e talvolta brutale. Possiamo pensare al piano di austerità del governo Amato per preparare l’Italia all’euro nel 1993, o alla politica rigorosa condotta da Mario Monti dal 2011 al 2013.

L’attuale governo Draghi, in carica da un anno, sta seguendo la stessa logica in nome dello stesso imperativo europeo: quello di imporre rimedi che dovrebbero portare alla crescita mancante.

Il rimedio europeo è efficace?

L’Italia è davvero vittima del suo stesso sistema economico sclerotico? Ha rifiutato con forza la riforma per decenni? Insomma, dobbiamo convalidare la narrazione europea, quella di un paese immobile, incapace di adattarsi al tempo europeo?

Si può favorire un’altra lettura: quella che difende l’idea che l’Italia abbia scelto volontariamente di sottomettersi a una costrizione esterna nota come “vincolo esterno” in nome della sua appartenenza europea. Di conseguenza, ha intrapreso un vasto programma di riforme che, lungi dal risultare in una maggiore crescita, ha fatto sprofondare l’economia del paese in una certa lentezza. In questa lettura, l’euro è stato uno strumento che ha lavorato in gran parte contro l’Italia e la cui introduzione ha favorito soprattutto la Germania.

Negli ultimi vent’anni, gli italiani hanno subito un calo del loro tenore di vita, per non parlare della preoccupazione per la situazione demografica. La produttività è diminuita ad un tasso annuo dell’1,5% dal 2000. Dall’inizio della crisi economica nel 2008, l’Italia ha perso 600.000 posti di lavoro industriali e un quarto della sua produzione industriale.

Artigiani e negozianti manifestano a Roma nel febbraio 2014 per chiedere riforme al governo in seguito alla crisi economica che ha causato più di 370.000 chiusure di attività. Filippo Monteforte/AFP

Tuttavia, il paese conserva una reale capacità industriale, rimane il nono esportatore mondiale, e molte delle sue aziende rimangono leader: per esempio, il gruppo navale Fincantieri, il produttore di scarpe Geox e il produttore di montature per occhiali Luxottica.

L’ideologia del vincolo esterno: una camicia di forza all’Italiana

All’inizio degli anni ’80, l’Italia aveva tre risorse chiave che avevano ampiamente contribuito al suo successo: uno stato largamente dirigista, una forza lavoro a basso costo nel sud, e una moneta debole che le dava una certa competitività di prezzo.

Da allora, una serie di riforme ha trasformato l’economia italiana in nome dell’integrazione europea. L’Italia fu in gran parte vittima della cosiddetta ideologia del “vincolo esterno”. Questo termine può essere tradotto come costrizione esterna. È strettamente legato alla storia del rapporto dell’Italia con la costruzione europea.

In conformità con le linee guida dell’UE, le élite italiane hanno imposto una serie di riforme ritenute necessarie in termini di mercato del lavoro, protezione sociale e concorrenza. L’Unione Europea ha allora svolto una funzione disciplinare, autorizzando grandi trasformazioni in termini di relazioni sociali e di finanziamento dell’economia, così come di protezione sociale e di organizzazione del mercato del lavoro.

Si possono ricordare alcune pietre miliari di questa storia. Nel 1981, il Tesoro italiano si separò dalla Banca Centrale d’Italia. Da quel momento in poi, lo Stato non poté più ottenere i fondi necessari per finanziare i suoi bisogni. Una preziosa fonte di finanziamento è andata persa. È iniziata un’altra era fiscale e monetaria. È un passo verso l’austerità.

Il vincolo sarà anche monetario. L’Italia è impegnata nel sistema monetario europeo, che funziona in modo asimmetrico. Obbliga i cosiddetti stati a moneta debole a fare sforzi di adattamento, per esempio sotto forma di moderazione salariale.

Ecco perché la svalutazione del 1992-1993, decisa in seguito agli attacchi speculativi allo SME, fu una salvezza. L’Italia stava subendo una politica di austerità sotto Giulio Amato per qualificare il paese per la moneta unica. Senza la svalutazione, l’Italia non sarebbe stata in grado di sostenere questa austerità.

L’euro non farà che rafforzare questo vincolo, anche se è vero che la moneta unica ha permesso un allentamento dei tassi d’interesse. L’euro sembrerà essere di scarso beneficio per l’economia italiana, dato che dalla fine degli anni ’90 l’Italia ha un avanzo primario e una crescita fiacca.

Il 31 dicembre 2001, Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea, guarda il suo orologio dodici ore prima del lancio dell’euro. Gérard Cerles/AFP

I commentatori spesso dimenticano di menzionare che, a parte i tassi d’interesse che sono stati particolarmente alti nel periodo, l’Italia si è imposta una cura di bilancio in gran parte pagata dagli italiani in termini di servizi pubblici. La privatizzazione della rete autostradale da parte del governo Prodi ha avvantaggiato le società che la gestivano, ma non i cittadini. Il crollo di un ponte a Genova ha rivelato lo spreco del sistema.

L’Italia è stata un vero e proprio laboratorio del neoliberismo, che i governi di sinistra non hanno interrotto nonostante l’apparente fine del berlusconismo, che ne è stato un terribile veicolo. Il berlusconismo ha avviato una serie di riforme che hanno portato alla casualizzazione di molti servizi pubblici e a una significativa austerità fiscale. Possiamo pensare alla sfortunata riforma dell’Università di Maria Stella Gelmini, che ha proposto una legge di autonomia universitaria con conseguenze nefaste, per non parlare delle ripetute privatizzazioni o delle ripetute aperture alla concorrenza.

La sinistra italiana, trasformata in un partito centrista con la nascita del Partito Democratico, ha solo avallato la logica del vincolo esterno, e si è spinta oltre nell’agenda di ispirazione neoliberale. Non dimentichiamo che l’Italia di Romano Prodi (governo Prodi I 1996-1998 e governo Prodi II 2006-2008) ha realizzato massicce privatizzazioni.

I governi che si sono succeduti sono stati tutti propensi ad attuare le riforme europee

Ricordiamo ciò che costituisce l’essenza delle riforme europee: politiche di bilancio contenute; una politica monetaria volta a garantire la stabilità dei prezzi; e fluttuazioni di cambio relativamente contenute con il mondo esterno.

Oltre a questo cocktail di politiche economiche poco attive, ci sono riforme strutturali riguardanti il mercato del lavoro, l’organizzazione dei mercati dei beni e dei servizi, la libera circolazione dei capitali e la protezione sociale che dovrebbero essere rese più attive. In breve, politiche economiche sotto la supervisione del mercato.

Lo spazio di questo articolo non permette una valutazione esaustiva di queste scelte di politica economica negli ultimi trent’anni, ma una valutazione è necessaria. Il caso italiano ci permetterà di misurare il fallimento di questo orientamento.

Una constatazione del fallimento

L’Italia ha fatto una profonda riforma delle sue amministrazioni e ha eliminato la sua funzione pubblica, o almeno l’ha ridotta considerevolmente, per non parlare dei tagli netti nelle sue amministrazioni, di cui ora può misurare la portata, poiché le sue amministrazioni spopolate non possono più far fronte alle sfide della distribuzione dei fondi europei.

I lavoratori italiani avevano lottato duramente per ottenere lo Statuto dei lavoratori del 1970, il cui articolo 18 sarebbe diventato una notizia da prima pagina molti anni dopo. Questo articolo era in gran parte a tutela dei lavoratori, che in caso di licenziamento ingiusto potevano essere reintegrati nella loro azienda.

È stata la sinistra, e in particolare quella di Matteo Renzi (2014-2016), che ha iniziato a smantellarla. Il Jobs Act dello stesso Renzi ha inferto un colpo mortale a questo articolo.

Qui troviamo un approccio ortodosso ampiamente condiviso a livello europeo: rendendo più facile per gli imprenditori licenziare o assumere, il numero di posti di lavoro aumenterà. Non è stato così: l’aumento dell’occupazione era dovuto a una crescita maggiore.

Manifestanti a Roma il 3 dicembre 2014 contro il “Jobs Act” del premier Matteo Renzi. Filippo Monteforte/AFP

Si può dire che dagli anni ’80 ad oggi, c’è stato uno smantellamento sistematico di una serie di protezioni. Cui la sinistra è stata la portabandiera di questi sviluppi.

Quest’ultimo ha portato un progetto regressivo, il Jobs Act, i cui effetti attesi sul mercato del lavoro non sono stati osservati.

Il capitalismo italiano ha visto industrie chiave passare sotto il controllo straniero, si pensi a Telecom Italia, ora TIM, che è ora ambita da un gigante americano, o alla fine di Parmalat, la principale azienda agroalimentare che è fallita a causa di pratiche corrotte ed è stata comprata da una società francese, Lactalis.

Le élite italiane hanno fatto dell’Italia il miglior allievo della classe europea, attuando riforme che hanno cambiato l’organizzazione dell’economia del paese, a volte senza legittimità elettorale. Oggi è il tessuto stesso del capitalismo italiano, la sua rete di piccole imprese organizzate in cluster, che è considerato inadatto ai cambiamenti economici moderni, e che è oggetto di cambiamenti continui e futuri.

Questo non vuol dire che i fattori interni non abbiano giocato un ruolo nelle debolezze dell’economia italiana, ma riconoscere che l’attuazione delle riforme liberali, la perdita della sovranità monetaria, il ridimensionamento dello Stato e dei suoi interventi sono stati fattori di destabilizzazione, di impoverimento dell’Italia, di fuga della forza lavoro, soprattutto dei giovani, e di egoismo territoriale.

Insomma, l’Italia non è impoverita o indebolita da una mancanza di riforme, ma piuttosto da un eccesso e dalla necessità di conformarsi agli standard di un capitalismo europeo che le è diventato sfavorevole.

https://theconversation.com/comment-les-remedes-europeens-ont-affaibli-leconomie-italienne-174357

Scelto da Riccardo, tradotto e curato da Jean Gabin