BY Alessia & Gianox – Molti di noi tramite il capitalismo hanno avuto la fortuna di vivere in una “società consumistica di massa”. Una sorta di bolla dove una grossa fetta di popolazione borghese (più o meno ricca) viveva credendo nella giustizia sociale, qualcuno pensava alla sostenibilità ambientale, molti altri hanno saputo godere del massimo tenore di vita (mai visto in Italia per così tanta gente).

Ma comunque rimanevano problemi di sostenibilità ambientale e altre contraddizioni intrinseche.

Il capitalismo classico, per lo più imperniato su un sistema monetario di tipo aureo o affine, basa la sua forza e la sua struttura di potere sulla “scarsità di capitale”. Questo era un bene richiesto e necessario; mette e metteva in una posizione privilegiata chi ne dispone. Era chiaro sin dall’inizio chi avrebbe comandato davvero e chi avrebbe imposto le regole. E’ un modello che tende a non salvaguardarsi. Per anni è stato calmierato dalla contrapposizione tra blocco sovietico e blocco americano, ma era un modello a cui era obbligatorio aderire se abitavi al di qua della cortina di ferro. Era un fattore che divideva e che molte lotte hanno portato ad equilibrarsi con alterne fortune e tanti sviluppi: i più comunisti dei comunisti il giorno dopo divennero i maggiori capitalisti globali. Sembra uno scherzo, ma la storia è chiara. D’altronde, a Bakunin, già ai tempi della sua polemica contro Marx, era chiaro che il socialismo autoritario, cioè il comunismo Marxista, non poteva che presupporre una forte centralizzazione dello stato. E dove c’è la centralizzazione dello Stato deve esserci necessariamente una banca centrale. Divertente dunque quando gli statunitensi chiamano i cinesi comunisti. Peccato che gli USA tendano da molti anni al socialismo per salvare la popolazione, mentre i cinesi da un giorno all’altro sono passati dal comunismo al capitalismo feroce: solo questi ultimi non hanno sentito differenza alcuna. Che siano, comunismo e capitalismo, due facce diverse della stessa medaglia?

Ma arriviamo ad Aprile 2020. Chiunque abbia alcuni risparmi da parte sa benissimo che ovunque i capitali abbondino, circola un marasma di denaro che non trova impieghi remunerativi reali, viene tutto versato nel mondo della finanza e non viene impiegato realmente. Il vecchio capitalismo investiva nel mondo reale, sapeva mettere in discussione tutto il sistema creando benessere diffuso, ma l’attuale capitale sfugge e non entra nel mondo reale.

Mentre il gioco sfugge di mano – e francamente non ne ho voglia di scrivere un capitolo di storia economica – ad oggi la risposta del sistema è stata quella di aumentare le diseguaglianze economiche: follie in un mondo ricoperto di soldi, dove è palese che altrove ci sono fin troppi soldi a cui non si sa dare un impiego. Semplicemente non entrano nel mondo reale quando ci sono moltitudini di individui che non ne hanno affatto, che si devono oggi sommergere di debiti per sopravvivere.

Un capitalismo acefalo slegato dalla società e dal mondo reale, perché tutti sanno bene che un certo mercato gode di soldi in sovrabbondanza.

Senza dover spiegare interi capitoli a tutti noti, alla fine conta dove ci troviamo. Ovvero in un mondo artificiale e parallelo. Qua ora esistono marcate diseguaglianze dove il meccanismo sta andando in crisi e di fatto il capitalismo acefalo/apolide si sta scontrando conto gli Stati. O comunque una parte di essi: quegli Stati che ancora vogliono essere tali, e che accettano di diventare completamente succubi del potere del capitale. Al vecchio capitalismo transnazionale non frega un cazzo di salvare “il redistributore di redditi ed equilibratore sociale” ovvero quel meccanismo che gli ha consentito per anni di vivere e dove aveva trovato una sorta di equilibrio. Un equilibrio discreto che permetteva al vecchio capitalismo di esistere, ma ha spezzato ogni equilibrio e purtroppo ora si autofagocita. La filosofia storicamente insegna l’arte dell’equilibrio, mai nessun eccesso è passato alla storia come essere il migliore modello.

La storia capitalista procede, gli Stati sempre più spesso sono governati in nome del “tutto si compra” (politici e partiti ne fanno parte) e si arriva a un dispendio monetario infruttuoso di capitali inutilizzati. Cancellata la classe media borghese in un modo capitalistico che prometteva libertà, ci ritroviamo ad oggi reclusi, privi di libertà e diritti, di nuovo schiavi, servi della gleba o per meglio dire del capitale. Ma non è il normale capitalismo, è la sua degenerazione in un movimento che distrugge gli Stati, ma pure se stesso fino all’ultimo potente di turno, o presunto tale. Un vortice conico, un gigantesco buco nero, con una fine terribile che pure esso conosce ma che non vuole spezzare.

Sono arrivate negli ultimi anni grosse crisi, bolle di ogni genere: ma non è nulla davanti a cui ci possiamo dire sorpresi, non essendo che la naturale evoluzione di questa degenerazione. E tanto tuonò che piovve.

Alla fine non è arrivata la tanto prevista bomba atomica, è arrivato un esserino divertentissimo: un soggetto non politico in apparenza, che non rispetta le regole e col quale stiamo facendo i conti. Un piccolo virus. E pensare che con esso l’umanità ha più volte dovuto fare i conti nella Storia! Ogni tanto arriva un castigatore che tanti malthusiani desiderano ardentemente, è un castigatore senza virtù umane, e neppure biologiche; ma ogni tanto appare e sempre poco insegna.

Non ci scendi a patti, non lo corrompi, ma genera un pandemonio di stupidità che lascia grosse tracce nella storia e nella medicina. Così abbiamo scoperto che la scienza non è democratica, semmai minaccia e diventa più despota del peggiore dittatore. Questa è una lezione che nei prossimi anni dovremo scrivere nei nostri libri di storia.

Bisogna capire che esistono mille teorie economiche, esistono tantissimi modelli economici, ma concretamente bisogna interpretare nel momento giusto le nostre debolezze – e la carica dirompente del virus – che scatenano come una bomba le incongruenze del sistema sociale dominante. Il virus – vien da pensare – è poi capitato al momento giusto. Non sta succedendo nulla di quanto già non dovesse capitare. Forse non è che un detonatore.

C’è uno stato che dice di volere tutelare i cittadini dalla culla alla tomba, ma poi in realtà fuori c’è un sistema economico capitalistico che vuole sfruttarli dalla nascita alla morte. E insieme in questo momento in tre ci stanno sfruttando: Virus, Stato e Capitalismo. Eh, alla fine qualcuno avrà la meglio!

Lo stato dirigista ci sopprime con la coercizione e l’uso della forza: ma in nome di chi o di che cosa? Uno stato non esiste se non ha il controllo del suo territorio, dove deve esercitare la propria piena sovranità. Ma è realmente sovrano uno stato che demanda al capitale l’esercizio del potere sul suo territorio di competenza? Non è forse vero che, a noi italiani, ci è stato detto che i mercati finanziari ci avrebbero insegnato come votare e magari pure come pensare?

Il capitalismo ci fa sapere che se non “produciamo e spendiamo” siamo fottuti. Siamo dunque servi di un capitale che ci parassita? Che ci obbliga a vivere una vita di alienazione solo per rendere possibili le basi della sua auto-perpetuazione?

Ecco poi arrivare il terzo, il virus, che si pappa tutto e non fa sconti a nessuno.

In questa ricerca spasmodica di spazi di potere sono arrivati in tre, uno stato (ex) democratico vicino al collasso, la coesistenza col virus e un capitalismo che non è in grado di allineare due sistemi perché vuole essere l’unico sistema. Per tendenza il capitalismo salva solo se stesso pensando di sconfiggere tutto.

Mentre si voleva risolvere tutto si è intromessa la scienza, con i suoi forse e col mondo che deve ancora esplorare, con la sua insolenza di conoscenza si è messa a dettare legge senza sapere cosa c’è fuori dall’oblò. Pochissimi secoli di ricerca e maghi/alchimisti che armeggiano – pure consapevoli di avere scoperto le prime armi – si evolvono al peggior dittatore di sempre. Farci vivere nell’emergenza perpetua: è forse questo il compito de “lascenza”? Spaventarci, intimorirci, toglierci ogni punto di riferimento, persino il conforto ed il calore delle relazioni umane, affinché il potere politico, succube del capitale, possa imporci la propria onnipresenza? Il binomio – non sempre collaudatissimo – di capitalismo e stato, impone regole sempre più oppressive e avvilenti per la stessa natura umana.

Abbiamo legittimato il virus conferendogli la capacità di sciogliere una società capitalismo-stato?

Divertente in questi giorni il conflitto di interessi fra virus, cittadini e capitale. C’è di bello che tutte le tre parti hanno in comune una cosa, sono tre estremi che tendono ad assomigliarsi. Dolci e teneri cannibali.

Così si crepa all’ombra di promesse valanghe di soldi ma di cui non si vede all’orizzonte alcuna traccia: la famosa promessa di una “podenza di fuogo” salvifica va a farsi benedire. Ci dicono di fare altri debiti (sempre all’ombra di quelli esistenti) e ci fanno capire che saremo in pochi a sopravvivere. Dobbiamo indebitarci non per crescere e prosperare, ma per conservare ciò che era già nostro, e su cui precedentemente non gravitava alcuna ipoteca: il nostro stesso lavoro e la dignità ad esso connessa. Chi potrà sopravvivere se non coloro che hanno proprie pingue riserve di “grasso” con cui poter resistere in questo freddo inverno dei debiti che ci si prospetta ed in cui saremo sepolti da questa valanga che sta prendendo sempre più velocità?

Ci hanno detto solo che dovremo essere pronti ad adattarci al cambiamento futuro! Perché è un passaggio a tre e non a due. Pieno di segni meno economici, inevitabili maree di fallimenti e di suicidi in un’epoca di soldi in abbondanza. Ma che futuro è quello in cui chi non ha potuto mettere fieno in cascina è destinato a soccombere? È questo il mondo in cui vogliamo veramente vivere? Un mondo in cui il capitale è abbondante per i capitalisti ma non per chi ne necessita una infima parte anche solo per stare a galla? Un mondo dove chi ha già di tutto e di più ambisce a mettere le proprie grinfie anche sui risparmi personali di gente che ha poco o nulla? Gli ultimi saranno abbandonati.

Chi sopravviverà poi ai tre scoprirà in Italia di aver passato uno strano campionato: arrivare a fine mese in mutande diventerà lo sport nazionale più di prima. Assisteremo – temo – al più grande travaso di ricchezza mai verificatosi in tempi ufficialmente di pace. Una guerra sarebbe stata meglio, se non altro sarebbe stata meno ipocrita ed alla luce del sole. Sarebbe stato più facile accettare la depredazione del risparmio privato degli italiani se avessimo combattuto e perso una guerra contro un nemico straniero. Sconfitti, pagheremmo il tributo al vincitore. Vae Victis!

Ma così, invece, sarà tutto molto più tragico. Dove è il nemico esterno che ci ha battuto? Qual è il volto di colui al quale dobbiamo pagare il tributo di guerra? Dove sono i corpi di coloro che perirono lottando per noi? Come poter rendere loro imperituro omaggio, nell’attesa del momento della nostra rivincita?

Ma il nemico contro cui abbiamo perso e combattuto è invisibile, intangibile. Ma non così il tributo che dovremmo rendergli. E sarà un tributo tremendissimo.

Molti di noi non capiranno, saranno assaliti dai sensi di colpa e dalla vergogna, imputeranno a se stessi responsabilità che non sono loro ma dei traditori che ci hanno svenduto al nemico. E sprofonderanno nella più cupa disperazione quando guarderanno i propri figli cui non sono più in grado di garantire un futuro.

Forse è il caso di ricordare le parole della Bibbia (Levitico 25,8-17): «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia». È finalmente giunto il momento di rimettere i debiti a tutti i debitori?

Alessia C. F. (ALKA) & GIANOX