Deutsch-Amerikanische Freundschaft, abbreviati più spesso in D.A.F., sono stati un “gruppo di musica elettronica esponente di punta della Neue Deutsche Welle tedesca”1, ossia quel genere di musica tendente al rock che prese piede in Germania alla fine degli anni ‘70 sulla spinta del movimento punk-new wave che nel frattempo stava spopolando nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Pionieri di quell’altro genere di musica elettronica definito electonic body machine (questo, ad onor del vero, un’autentica schifezza), i D.A.F. vengono ricordarti principalmente per un’unica hit, dal titolo alquanto bislacco: Der Mussolini.

Cosa c’entrano i D.A.F. col nostro articolo? In verità, nulla. È che portano un nome assai singolare, che tradotto dal tedesco significa “amicizia tedesco-americana”. Ed è proprio di questo che parleremo nel presente articolo: dell’amicizia tra Germania e Stati Uniti ai tempi della guerra in Ucraina, e non solo.

Parliamoci chiaro: si tratta di vera amicizia? Non proprio, come già in molti hanno avuto modo di intravvedere. Il sabotaggio alle condutture del North Stream 1 e 2 giocoforza costituisce un punto di svolto nelle relazioni tra i due paesi. Allo stato attuale, non è ancora dato ufficialmente di sapere chi abbia danneggiato i due gasdotti. Cioè, lo si saprebbe anche; ma non lo si può dire apertamente. Le presstitutes occidentali chiaramente si sono affrettate ad incolparne la Russia Ma ad una mente minimamente raziocinante dovrebbe apparire chiaro che i Russi non avrebbero avuto alcun motivo per sabotare un qualcosa che appartiene in gran parte a loro, che è costato svariati miliardi di euro2, che avrebbe garantito lauti profitti e che si sarebbe potuto impiegare in caso di bisogno come arma di ricatto politico nei confronti dell’occidente collettivo. Ma tant’è: nell’occidente collettivo urlare “ha stato Putin” è divenuto ormai un mantra buono per tutte le stagioni.

I sospetti, ça va sans dire, si concentrano sull’anglosfera. Secondo un noto adagio, mezzi, movente ed opportunità sono necessari per provare la colpevolezza in un processo penale. E si dà il caso che gli anglo li avevano tutti e tre. Che poi, come si vocifera3, siano stati i polacchi a fare il lavoro sporco, questo ha un’importanza relativa. Chiunque materialmente sia stato a compiere questo drammatico atto di sabotaggio non poteva che avere la tacita approvazione degli americani. Impensabile che si sia agito a loro insaputa. D’altronde, le parole di Blinken secondo cui il danneggiamento dei gasdotti nel Mar Baltico rappresenta “una straordinaria opportunità per rimuovere una volta per tutte la dipendenza dell’Europa dall’energia russa e quindi privare Putin dell’arma dell’energia come mezzo per promuovere i suoi scopi imperiali”4, sono talmente nette da non necessitare di alcun approfondimento.

A Washington e nelle capitali dei paesi satelliti il senso di impunità deve essere strabordante. Anche a Varsavia si gongola, e non poco come ci ha dimostrato in maniera invereconda l’ex ministro polacco Sikorski che gioiva sguaiatamente per l’attentato al North Stream 1 e 25. Proprio nelle ore in cui avveniva il sabotaggio, è stato inaugurato il Baltic Pipe6 per portare il gas dalla Norvegia alla Polonia. Questa nuova infrastruttura permetterà ai polacchi di sganciarsi dalla dipendenza del gas russo – almeno loro ritengono che sarà così. Ma si tratta anche di un’opera di fondamentale importanza per rendere la Polonia un paese sempre più strategico e rilevante all’interno di quel progetto noto col nome di Intermarium7, finalizzato alla nascita di una federazione tra Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Slovenia e Bulgaria che, sotto l’egida polacca, si estenderebbe così nel cuore dell’Europa tra i mari Adriatico, Baltico e Nero. Proprio questo Intermarium, congiuntamente all’altro progetto detto del Grande Turan8, dove la Turchia avrebbe un ruolo predominate su Ungheria, Romania e Moldavia, nelle intenzioni dell’anglosfera dovrebbe separare definitivamente la Russia dall’Europa occidentale.

Non sono da meno dei polacchi neppure i paesi scandinavi della Danimarca e della Svezia, all’interno delle ZEE9 delle quali è avvenuto il danneggiamento ai gasdotti di proprietà russo-tedesca. Benché i Russi siano evidentemente parte in causa, sono stati bellamente esclusi dai governi di questi due paesi dalle indagini preliminari per accertare i fatti10. È famosissima la massima di Giulio Andreotti per cui a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Ecco, non vorremmo apparire sin troppi sospettosi e maliziosi, ma è chiaro che così facendo la NATO avrà facilmente occasione di manomettere le prove e quindi di occultare la verità. Ma i Russi comunque sanno11. Dicono di aver già raccolto le prove necessarie. D’altronde non è verosimile che non tenessero sotto controllo, magari anche attraverso satelliti spia, un’infrastruttura tanto critica e vitale pure per la loro economia. C’è da sperare che al momento opportuno possano inchiodare i colpevoli alle proprie responsabilità.

Sia quel che sia, rimane un fatto: questo sabotaggio deve essere considerato a tutti gli effetti alla stregua di un atto di guerra. Un atto di guerra perpetrato ai danni della Germania in primis, ma in realtà ai danni di tutti i paesi dell’Europa occidentale, così dipendenti dalle importazioni di materie prime ed energetiche dalla Russia per il sostentamento delle proprie economie e per il benessere dei propri cittadini.

Ad onor del vero, a molti non pare vero che l’economia tedesca rischi di sprofondare per la mancanza di fonti energetiche a buon mercato. Anche se lo riteniamo un atteggiamento profondamente sbagliato, perché così facendo si pecca nel non tenere in debita considerazione tutto l’insieme, però non possiamo esimerci dal sottolineare una verità incontrovertibile: i tedeschi, da quando sono entrati nell’euro, hanno sovente barato raggirando quelle stesse regole europee da loro ideate e la cui applicazione hanno comunque preteso venisse attuata con la massima inflessibilità nei confronti dei paesi “meno frugali” dell’Europa meridionale. Sono molteplici i misfatti compiuti dai tedeschi in questi anni; troppi perché qualcuno non provi una sorta di schadenfreude12 adesso che la ex Locomotiva d’Europa si ritrova a navigare in pessime acque. Non sono pochi qua in Italia le persone che addebitano alla voracità dei tedeschi ed alla loro congenita volontà di potenza quanto risulta dal seguente grafico:

C’è un motivo preciso che spiega perché i titoli di stato tedeschi, i mitologi bund, sono stati a lungo considerati un punto di riferimento per i loro tassi di rendimento incredibilmente bassi. Si sarebbe portati a pensare che questi bassi tassi di interesse siano determinati, in conformità alla legge della domanda e dell’offerta, dalla continua domanda da parte degli investitori attirati dalla solidità dei conti dello stato tedesco. La verità è che la Bundesbank, a differenza di quanto fatto da Bankitalia nel 1981, non ha mai concretamente divorziato dal Tesoro tedesco. Fondamentalmente, la Germania ha ancora occasione di monetizzare il proprio debito. Ad esempio, mentre i titoli di stato italiani, ad eccezione dei BOT, vengono venduti secondo il principio dell’asta marginale, che sostanzialmente fa sì che i rendimenti concessi dallo stato agli acquirenti dei suoi titoli siano spesso più alti di quelli di cui questi stessi acquirenti si sarebbero accontentati, in Germania i bund sono venduti secondo il principio dell’asta competitiva, grazie a cui il Tesoro si garantisce la collocazione sul mercato dei propri titoli alle migliori condizioni possibili13.

A rendere, almeno nel caso tedesco, la situazione ancora più vantaggiosa è il fatto che in Germania esiste un’agenzia del debito alle dirette dipendenze del Ministero dell’Economia, chiamata Finanzagentur, che ha il compito di calmierare artificiosamente i rendimenti dei titoli di stato. Questo avviene attraverso un espediente che, almeno formalmente, consente di non infrangere le regole del Trattato di Maastricht secondo cui non è permesso l’acquisto sul mercato primario di titoli di stato da parte delle Banche Centrali nazionali. Infatti questa Finanzagentur “congela” i titoli di stato tedeschi che sono rimasti invenduti sul mercato primario non acquistandoli – cosa questa vietata – ma limitandosi a depositarli presso la Bundesbank, in attesa di poterli successivamente ricollocare a rendimenti inferiori sul mercato secondario14. È evidentemente questo un astuto stratagemma attraverso cui è possibile raggirare i trattati europei. Ma almeno in questo caso si deve dire che i fessi sono quei paesi, a cominciare dall’Italia, che non adottano essi stessi il medesimo espediente, pur potendolo in apparenza fare.

Altro stratagemma utilizzato dai tedeschi per barare sui propri conti consiste nel Kreditanstalt für Wiederaufbau, abbreviato KFW15: si tratta di una banca pubblica con sede a Francoforte sul Meno il cui capitale è detenuto per l’80% dal governo federale e per il restante 20% dai Länder. Succede che, essendo la Germania uno stato federale, il bilancio centrale è tenuto separato da quelli dei singoli Länder. Attraverso questo KFW Berlino è in grado di addossare molte passività, che in realtà sarebbero di competenza del bilancio federale, al bilancio dei Länder. Si stima che se venissero conteggiati anche le passività detenute dai Länder il rapporto debito/PIL della Germania schizzerebbe dal 60 all’80%16, rendendo di fatto impossibile ai tedeschi erogare ogni forma di aiuti di stato alle imprese ed ai cittadini in base alle normative europee vigenti.

Invece, grazie alla particolare natura giuridica di questo istituto di credito che agisce concretamente come una banca privata pur appartenendo formalmente allo stato, i tedeschi sono in grado di salvare le apparenze. In questa maniera dispongono di capitali suppletivi con cui possono finanziare imprese e cittadini senza ricorrere a prestiti o meccanismi come quelli che per i paesi meno “virtuosi” sono previsti dai trattati internazionali (e che altro non sono che strumenti da parte dell’usurocrazia europide per stringere ancora di più il cappio attorno al loro collo). Si ricordi che fu attraverso il KFW che il governo Merkel potè stanziare nel 2020 crediti per 550 miliardi di euro allo scopo di risollevare l’economia dopo la crisi pandemica17. Al contrario a noi Conte, dopo averci segregato in casa per mesi, concesse solo le briciole!

Ma forse il caso più clamoroso di raggiro da parte dei tedeschi delle regole europee è quello costituito dal surplus del conto delle partite correnti.

«Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri. Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo18».

Proprio allo scopo di evitare che il perdurare negli anni di questo surplus commerciale da parte di uno stato membro della UE potesse generare degli squilibri macroeconomici insanabili, nel dicembre 2011 si decise di introdurre a livello europeo un’apposita normativa: la MIP (Macroeconomic Imbalance Procedure – Procedura degli Squilibri Macroeconomici)19, che introdusse un limite secondo il quale nessun stato avrebbe potuto avere un surplus commerciale superiore al 6% per più di tre anni di fila. Infatti, dei surplus troppo elevati sono causa di instabilità perché, quando si esporta in misura eccessiva, si crea un disequilibrio nella bilancia commerciale di un altro paese che invece finirà con l’importare molto di più di quanto non sia in grado di esportare. Ed alla lunga questa situazione si rivelerà dannosa per tutti. Ecco dunque la ragione del limite al 6%.

Tuttavia la Germania non ha mia rispettato queste normative. Dal 2011 ha continuato ad accumulare record su record in fatto di export, rimanendo stabilmente al di sopra di quanto era stato previsto dai trattati internazionali.

Ma si badi bene. Per quanto indiscutibilmente truffaldino, questo atteggiamento imperniato su una politica economica ed industriale di stampo quasi imperialista ha dato notevoli benefici non solo alla Germania (per lo meno alle sue élite politiche ed economiche, e non tanto ai comuni cittadini per i quali la riforma Hartz20, necessaria per permettere l’esplosione del boom dell’export tedesco, ha portato in nome della flessibilità del mondo del lavoro solo più precarietà e minori tutele sindacali). Ne hanno grandemente beneficiato anche quei paesi le cui industrie si sono integrate quasi perfettamente nella filiera produttiva tedesca. Si pensi solo all’Italia. Moltissime PMI italiane, soprattutto quelle del Nord, sono ormai da anni in tutto e per tutto dipendenti dalla grande industria tedesca per ordini e fatturato. Nel 2021 le esportazioni delle industri italiane verso la Germania hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 66,9 miliardi di euro, di cui circa 47 dalla sola Lombardia21. La Germania è a tutti gli effetti il nostro principale partner commerciale. Non si vuol dire che sia tutto giusto così. Alla fine è pur vero che la Germania ha barato. Ma ormai l’integrazione in essere tra svariate regioni europee e quelle tedesche è tale che se va a gambe all’aria la Germania, ci andiamo anche tutti noi (mentre l’economia della Russia, malgrado o forse proprio in virtù delle sanzioni, sta andando come meglio non potrebbe):

L’attentato ai gasdotti del North Stream 1 e 2 rischia pertanto di avere conseguenze nefaste per tutto il continente europeo e deve essere quindi considerato per quello che è realmente: un atto di guerra anche nei nostri riguardi. Chiunque abbia dichiarato guerra alla Germania, l’ha di fatto dichiarata a tutta l’Europa occidentale. Come molti analisti politici – tra i quali i bravissimi Thierry Meyssan22 e Pepe Escobar23 – hanno avuto modo di sottolineare, i colpevoli di questo autentico atto di violenza terroristica hanno di fatto manifestato la volontà di implementare una sorta di nuovo piano Morgenthau. Solo che questa volta esso a farne le spese non sarà unicamente la Germania; si ha timore che questa volta si voglia rendere una landa desolata e deindustrializzata e dedita unicamente alla pastorizia ed all’agricoltura di sussistenza l’intera Europa occidentale.

Il piano Morgenthau, che prese il nome dal suo ideatore, l’allora segretario al Tesoro americano Herny Morgenthau jr24, braccio destro di F.D. Roosevelt, nonché rampollo di una ricca e potente famiglia ebraica di New York emigrata negli USA proprio dalla Germania, si prefiggeva ufficialmente di creare le condizioni perché, al termine della seconda guerra mondiale, la Germania non fosse più nelle condizioni di costituire un pericolo per l’ordine mondiale. Ma era in realtà un vero e proprio programma genocidale del popolo tedesco. Lo scopo era di ridurre la Germania ad una nazione agricola composta di piccole fattorie e priva di grandi imprese industriali. Questo obiettivo sarebbe stato raggiunto frammentando l’ex Reich tedesco in una moltitudine di stati regionali e privandolo delle sue zone economicamente più sviluppate, a partire dalla Ruhr, ricca di carbone e vero cuore pulsante dell’economia tedesca.

Non ci si dimentichi di uno degli eventi più disastrosi e drammatici del XX secolo: la storia dei cosiddetti Heimatvertriebene, vale a dire di “coloro che sono stati cacciati dalla propria terra”25.

A partire dagli ultimi anni di guerra, man mano che si delineava la sconfitta militare della Germania, temendo la furia devastatrice dell’Armata Rossa (nessuno vuole ricordare le violenze e le angherie che la popolazione civile tedesca subì ad opera soprattutto dei soldati russi ma anche di quelli alleati26), temendo per la propria vita, milioni e i milioni i cittadini tedeschi furono costretti a fuggire dalle loro terre natie della Prussia orientale, in cui i loro antenati si erano insediati secoli addietro, per cercare rifugio più ad ovest. Terminata la guerra, l’esodo si amplificò perché i grandi della Terra, riunitisi a Jalta, a Teheran e a Potsdam, avevano deciso di ricompensare la Polonia per i territori persi a seguito delle conquiste territoriali dell’URSS imperialista con territori che per secoli erano stati a maggioranza tedesca. Si pensi alla città di Kaliningrad, oggi ex-clave russa sul Baltico. Non è che la tedesca Königsberg, città natale tra l’altro del filosofo Immanuel Kant.

Persino Wikipedia non può non ricordare come “questi movimenti coinvolsero tra i 12 e i 16 milioni di persone e rappresentano il più grande trasferimento di popolazione avvenuto alla fine della seconda guerra mondiale e, probabilmente, di tutta la storia contemporanea. Almeno 2.000.000 di civili morirono durante i trasferimenti a causa dei maltrattamenti subiti, di malattie e di stenti. Le espulsioni terminarono nei primi anni cinquanta. In quel momento, negli ex territori tedeschi d’oriente restava solo il 12% della popolazione di etnia tedesca residente in loco prima della guerra”. E pensare che i polacchi hanno oggi l’ardire di pretendere dai tedeschi un risarcimento pari a 1.300 miliardi di euro per l’occupazione patita durante la seconda guerra mondiale27. Popolo vile ed infingardo! Dovrebbero essere i tedeschi a chiedere loro i danni. Cos’era 100 anni fa la Polonia se non un’insignificante espressione geografica che manco appariva sulle mappe?

In ogni caso, se il piano Morgenthau fosse stato portato a compimento, avrebbe portato lutti persino peggiori al popolo tedesco. Si stima che oltre dieci milioni di persone sarebbero morte per fame e per inedia28! Fortunatamente una parte dell’esercito americano, sostanzialmente quella guidata dal celebre generale George Patton, che voleva che la Germania si riprendesse in chiave antisovietica, si oppose a questo massacro. Patton, grande eroe di guerra, pagò forse con la vita questa sua opposizione: morì proprio in Germania a seguito di un ben strano incidente automobilistico29. Se avesse avuto modo di rientrare in patria dove sarebbe stato accolto come trionfatore, la carriera politica che in seguito ebbe un altro grande “eroe” di guerra americano avrebbe sicuramente avuto un corso ben diverso.

Il riferimento è ovviamente al generale Eisenhower, in seguito divenuto presidente. Non c’è che dire: è stato il degno predecessore di presidenti americani come Clinton, Bush Sr. e Jr., nonché Obama: notoriamente tutti con le mani sporche del sangue di milioni di civili innocenti. Ike Eisenhower fu un fervido sostenitore di Morgenthau e del suo folle piano di annientamento. Si può dire che fu lui ad incominciarne l’attuazione. Non possiamo, a questo punto, non menzionare i famigerati Rheinwiesenlager30, autentici campi di sterminio sorti lungo la valle del Reno sotto la supervisione del medesimo Eisenhower.

Milioni di soldati tedeschi arresisi alla fine della guerra alle armate alleate vi furono imprigionati dopo essere stati privati dello status di POW, Prisoners of War. Se fossero stati ritenuti tali dalle autorità militari alleate, queste avrebbero dovuto loro riconoscere i diritti previsti per i prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra. Avrebbero quindi avuto il diritto di soggiornare in baracche riscaldate e di poter consumare pasti per almeno 2.500 calorie quotidiane. Invece Eisenhower li catalogò come DEF, Disarmed enemy forces, proprio per raggirare le prescrizioni delle convenzioni internazionali. Senza nessuna delle protezioni loro assicurate da queste convenzioni, i prigionieri tedeschi furono costretti a condizioni a dir poco disumane: senza acqua, con una razione di cibo giornaliero largamente insufficiente anche per il semplice sostentamento, costretti a mangiare l’erba come capre, senza nessuna protezione dalle intemperie se non una buca scavata nel terreno con le proprie mani nude, iniziarono a morire come mosche. Eisenhower, che evidentemente credeva nel piano Morgenthau anche più dello stesso, arrivò al punto di vietare ai funzionari della Croce Rossa di accedere ai campi . Peggio ancora, ordinò di far fucilare i civili che solo avessero osato portare un pezzo di pane raffermo ai detenuti moribondi31.

Secondo un libro del 1989 sull’argomento, Other Losses, opera dello scrittore canadese James Bacque, almeno 800.000 ma molto probabilmente più di un milione di prigionieri persero la vita nei Rheinwiesenlager gestiti dagli americani durante l’estate e l’autunno del 194532.

Questa è in sostanza la vera natura della cosiddetta amicizia tedesco-americana: il costante tentativo di soppressione da parte delle nazioni anglosassoni della potenza della Germania. In realtà, i problemi erano già sorti in precedenza, alla vigilia della prima guerra mondiale. Ancora oggi mi è difficile capire quali sono state le vere ragioni che portarono allo scoppio di questa autentica guerra civile all’interno della civiltà europea. Per certi versi, questa è stato persino peggiore della ancora più sanguinosa seconda guerra mondiale. Fu infatti la prima a portare alla distruzione di quell’ordine mondiale che, imperniato sui grandi imperi centrali come l’impero Asburgico, il Reich tedesco, l’impero zarista e la Sublime Porta turca, seppur inframmezzato da guerre regionali spesso cruente, aveva saputo garantire la stabilità e la prosperità dell’Occidente almeno nei decenni seguenti la Restaurazione.

Ricordiamo a questo proposito la Trappola di Tucidide33. Essa ci dice che quando una potenza vede la propria egemonia messa in discussione dall’emergere di un’altra potenza, la prima, al fine di preservare la propria supremazia, ha tutto l’interesse a cominciare una guerra contro la seconda, almeno fino a quando gode ancora di una certa superiorità in campo economico e militare. Ed è quanto è effettivamente successo con la prima guerra mondiale. Agli inizi del Novecento, l’impero britannico, l’impero talassatocratico per antonomasia dell’epoca moderna, stava vedendo la propria supremazia messa a repentaglio da due potenze terrestri che sin dalla fine dell’Ottocento avevano iniziato a crescere a dismisura, non solo dal punto di vista economico-militare ma anche demografico. Queste due potenze erano evidentemente la Russia e la Germania.

In Russia, ad esempio, nel periodo immediatamente precedente lo scoppio della guerra, la crescita annuale media dei prodotti industriali fu pari al 9% e quella del settore metalmeccanico al 13%, la produzione di petrolio aumentò del 65% in una ventina di anni, quella del ferro e dell’acciaio del 224%, mentre vennero costruiti oltre 22.000 chilometri di ferrovie34. Ancora più impetuosa fu la crescita industriale della Germania. Ad esempio. “le famose acciaierie Krupp, che nel 1846 avevano solo 122 dipendenti, ne occuparono 16.000 nel 1873 e quasi 70.000 nel 1913. Nel 1913, la Germania produceva 16.200.000 tonnellate d’acciaio, una cifra che era di poco inferiore a quella americana, ma era il doppio di quella che usciva dagli impianti inglesi e pari a circa due terzi dell’intera produzione europea. Le ferrovie prussiane (5.000 Km nel 1878) passarono a 37.000 nel 1914, mentre la flotta commerciale raggiunse, nel 1912, i 4,6 milioni di tonnellate lorde: se la Gran Bretagna, coi suoi 19,9 milioni di tonnellate lorde, continuava ad essere la principale potenza navale del mondo, gli USA (coi loro 2,8 milioni di tonnellate) venivano in questo caso dopo il Reich tedesco”35.

Si può ben capire come l’anglosfera avesse interesse a frenare la crescita di queste due potenze emergenti. E fu così che scoppiò la prima guerra mondiale. Questa è stata il trionfo della diplomazia della Gran Bretagna che, fedele al principio del balance of power – secondo cui la sicurezza e la prosperità dell’isola potevano essere garantite solo seminando zizzania tra le potenze europee terrestri affinché, scannandosi tra di loro e dissanguandosi in guerre fratricide, nessuna di esse fosse più in grado di costituire un pericolo per il Regno – seppe mettere l’una contro l’altra queste nazioni che pure erano guidate da sovrani che tra di loro erano cugini tanto somiglianti da sembrare piuttosto fratelli gemelli.

Benjamin Freedman36, che era stato un importante uomo d’affari americano, anch’egli ebreo aschenazita e soprattutto braccio destro del potente Bernard Baruch37, consigliere speciale del presidente Wilson alla Conferenza di pace di Versailles del 1919, raccontò che nel 1916, allorché la Germania godeva di una condizione di netto vantaggio militare sui nemici, l’imperatore tedesco, provando pena per le decine di migliaia di giovani vittime di questa guerra insensata, propose all’Inghilterra la pace purché venisse rispettato lo status quo ante presente prima dell’inizio del conflitto38. Dopo un’iniziale esitazione (il Regno Unito si trovava effettivamente in grosse difficoltà e la pace era da tutti desiderata), questa pur ragionevole proposta venne rifiutata e la guerra continuò. Gli inglesi avevano infatti ricevuto “rassicurazioni” che gli USA da lì a poco sarebbero entrati in guerra al loro fianco. E così successe. Il Lusitania venne affondato39, gli USA lo presero a pretesto per scendere in guerra rinnegando la loro proverbiale dottrina Monroe40 (per la quale si erano impegnati a non intromettersi negli affari europei purché l’America latina venisse riconosciuta come il loro “giardino di casa”), venne proclamata la dichiarazione Balfour che tanti lutti ha causato in seguito in Medio Oriente, ed alla fine la Germania fu sconfitta. Poi venne anche la seconda guerra mondiale, naturale continuazione della prima, dato che la Conferenza di pace di Versailles fu tutto fuorché una vera conferenza di pace.

E così arriviamo ai giorni nostri. Come non mancano mai di sottolineare gli stessi politici russi, oggi l’Europa è fondamentalmente una colonia americana, diretta da governanti che non potrebbero essere più succubi. La stessa Germania, a testimonianza della sua sudditanza, non ha neppure una costituzione (Verfassung) che ne certifichi in qualche modo la sovranità, ma una legge fondamentale (Grundgesetz), impostale dalle potenze alleate al termine della guerra. Non sorprende dunque che nessun governante occidentale si prenda la briga di chiamare il sabotaggio ai gasdotti del Baltico per quello che è realmente: un atto di guerra verso tutti i popoli europei, per lo meno quelli che ancora non si sono spudoratamente venduti all’anglosfera.

Negli ultimi decenni – come abbiamo visto – la Germania si è arricchita enormemente grazie alla moneta unica, di fatto un marco tedesco camuffato, ed ai trattati economici internazionali, che essa ha deliberatamente raggirato mentre questi venivano inflessibilmente applicati all’Italia ed alla Grecia (per non fare che un paio di esempi). Ed è pertanto del tutto comprensibile che oggi in molti provino ostilità verso la Germania ed il suo popolo, la cui voracità economica è considerata la causa ultima dei mali che affliggono gli altri paesi. In fin dei conti è vero che la UE sino ad oggi è stato una sorta di gioco a somma zero, in cui ciò che la Germania e i paesi suoi satelliti hanno guadagnato era sempre a spese di altri, Italia in primis.

Però questo è un atteggiamento che non condividiamo. A nostro avviso, si perde di vista un punto fondamentale: la Germania, per quanto nazione privilegiata che si è indebitamente arricchita a spese degli altri, spesso in maniera quasi criminale, non è comunque una nazione sovrana. Se è riuscita a sottrarre risorse ad altri paesi è perché – semplicemente – glielo hanno consentito. Qualche potere che sta ancora più in alto, ad un certo punto, ha stabilito che gli conveniva che la Germania si arricchisse a spese di altri.

In altre parole, la Germania è stata scelta come kapò, termine questo che notoriamente indica “il prigioniero di un campo di concentramento nazista al quale era affidata la funzione di comando sugli altri deportati”41. I kapò godevano di privilegi, beneficiavano di un trattamento migliore rispetto agli altri prigionieri, sovente veniva data loro la possibilità di angariare con sadismo i propri compagni di sventura. Ma sempre prigionieri rimanevano. Ed all’occorrenza, ad essi stessi veniva assicurata la stessa tragica fine di tutti gli altri. Questa è la Germania, una potenza solo apparente, che si è arricchita agendo da kapò all’interno di quella sorta di campo di concentramento dei popoli europei che è la UE, ma che di fatto si è solo svenduta per un piatto di lenticchie, nell’attesa di incorrere essa stessa nell’ineluttabile fine che attende ogni prigioniero privo di libertà.

Il sabotaggio al North Stream 1 e 2, nonché il famoso documento della Rand Corporation42 in cui, ponendo per l’ennesima volta la Germania contro la Russia con la scusa della guerra in Ucraina, gli Stati Uniti si prefiggono di dirottare verso di loro le risorse dell’Europa tutta vampirizzando l’economia tedesca e quella degli altri paesi europei anche grazie alla complicità, se non proprio all’aperto tradimento, dei politici tedeschi cosiddetti Grünen – in realtà folli ideologicamente deviati che più o meno inconsapevolmente si sono venduti anima e corpo alle élite mondialiste – dovrebbero essere tutti elementi che si spera possano portare ad una qualche forma di risveglio delle coscienze del popolo tedesco. Questi dovrebbe capire che in realtà anche la Germania è sempre stata un detenuto e che pertanto, come afferma con cinico distacco perfino il suo ministro degli esteri, la davosiana Annalena Baerbock43, esso stesso non è che una pedina che può essere sacrificata senza alcuna esitazione sull’altare del mondialismo camuffato da liberal-democrazia.

Oh, certamente non sarebbe giusto dimenticare e perdonare a cuor leggero le colpe dei tedeschi. Non pensino questa volta di cavarsela con poco. Oggi stanno già iniziando a pagare il fio delle loro manchevolezze: ed è giusto che sia così. Svendendosi per un piatto di lenticchie hanno tradito non solo se stessi, la propria storia e la proptia cultura; hanno tradito tutti i popoli europei. Infatti la Germania non è un paese qualsiasi. Non è solo la locomotiva economica europea. Situata nel cuore stesso dell’Europa, la Germania è quel paese che, unendosi alla Russia, e confidando sull’apporto della spiritualità dei paesi dell’area del Mediterraneo, può infliggere un colpo di grazia all’anglosfera.

È risaputo che ciò che realmente terrorizza gli americani è l’unione tra la potenza economica della Germania e la ricchezza di materie naturali della Russia. Non lo nascondono affatto44. Gli stessi progetti legati all’Intermarium ed al Grande Turan, di cui abbiamo precedentemente parlato, non sono altro che lo sfacciato tentativo di implementare una sorta di cordone sanitario che tenga la Germania lontano dalla Russia. Anche la strafottenza concessa dall’egemone ai polacchi è un esempio di questa volontà. I gasdotti sono stati sabotati perché vi è il timore concreto che questi possano rinsaldare il legame tra questi due paesi. Non sia mai che il governo tedesco, in un impeto di sovranità e di orgoglio nazionale, possa ribellarsi al padrone! Occorreva persino toglierli la tentazione di farlo!

Recentemente Vladimir Putin, durante il suo discorso con il quale ha accolto all’interno della Federazione Russa le nuove repubbliche che si sono separate dall’Ucraina, ha avuto modo di ricordare uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale: i bombardamenti alleati ai danni delle città tedesche. Un autentico massacro fine a se stesso attuato con bombe incendiarie ai danni di inermi civili, molti dei quali profughi in fuga dall’Est, non motivato da alcuna reale esigenza militare, ma solo dalla volontà di infliggere immani sofferenze al popolo tedesco.

«Ricordiamo che durante la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ridussero in macerie Lipsia, Dresda, Amburgo, Colonia e molte altre città tedesche, senza la minima necessità militare. Lo fecero con ostentazione e, ripeto, senza alcuna necessità militare. Avevano un solo obiettivo, come i bombardamenti nucleari sulle città giapponesi: intimidire il nostro Paese e il resto del mondo. […] In realtà continuano a occupare la Germania, il Giappone, la Repubblica di Corea e altri Paesi, che cinicamente definiscono uguali e alleati. Ma che razza di alleanza è questa?»45

È come se Vladimir Putin in persona avesse voluto presentare alla Germania un ramoscello di ulivo: “Suvvia, uniamoci. È l’ora. Assieme possiamo sconfiggere l’egemone”. Purtroppo, gigante economico ma nano politico, temiamo che la Germania rischi di mancare l’ennesimo appuntamento con la Storia, quella con la S maiuscola. Ma non creda ancora di potersi vendere per un piatto di lenticchie e di poterla sfangare. Questa volta, se non farà la cosa giusta, male gliene incoglierà. E noi cadremo con loro.

In conclusione, resta una domanda: cosa ha da temere l’anglosfera da questa amicizia russo-tedesca? È solo economia? O geopolitica? È solo questione di balene marittime contro orsi terrestri? Di controllo totale sull’Heartland di Mackinder? O forse c’è dell’altro? Ebbene, crediamo di sì. Ecco le lucide parole del Kaiser Gugliemo sulla prima guerra mondiale:

«Allo scoppio della guerra il popolo tedesco non ne ha avuto chiaro il significato. Lo sapevo; perciò non mi ha illuso la prima vampata di entusiasmo. Sapevo di che cosa si trattava, perché la discesa in campo dell’Inghilterra significava una lotta mondiale. […] Si trattava della lotta tra due concezioni del mondo. O sopravvive quella prussiano-tedesco-germanica – diritto, libertà, onore e decoro – o quella anglosassone, che significa divenire schiavi del dio-denaro. […] Le due concezioni del mondo non possono convivere; una dovrà andare incontro alla sconfitta totale».

Insomma, non è che l’ennesimo capitolo dell’atavica lotta tra Apollo vs. Mercurio, di cui abbiamo ampiamente discusso in altri nostri precedenti articoli. Apollo necessita dell’aiuto della Germania. La sta chiamando, le chiede di rispondere alla chiamata del Destino. Ma cosa farà? Saprà questa volta la Germania rispondere di sì? Sarà in grado di dare manforte alla riscossa di Apollo? Che lo voglia o no, per la Germania è giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. Non può più tirarsi indietro. La scelta che compierà in un modo o nell’altro determinerà il futuro di tutti noi. Che ciascuno segua il suo Destino!

GIANOX

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