Milano, Italia, 6 Giugno 2020 A.D., 0 A.A. (Anno Anubi, l’unico vero Dio Cane)

È l’anniversario dello sbarco in Normandia.

Ma non lo festeggia nessuno perché io vivo in un Paese in cui si festeggiano sempre le ricorrenze sbagliate. Non si festeggia nemmeno il venerdì santo, per dire. Gli altri intendo, perché io invece festeggio perché sono anubista e quindi ho il diritto divino di festeggiare quando mi pare.

Sono ubriaco ed è notte fonda e faccio penzolare i piedi dalla finestra col culo appoggiato sul letto e guardo il cielo nero e penso che casino che è successo per due sterpaglie che abbiamo sistemato. Davvero.

Reazione assolutamente esagerata.

Il giardiniere è un lavoro davvero criminalizzato e se andiamo avanti di questo passo non lo vorrà fare più nessuno e dovremo chiamare immigrati dall’Africa per farlo. Sono bravissimi, tra l’altro, dovremmo imparare da loro.

La sparizione del Sindaco e del Presidente (non Governatore) della Regione ha messo in subbuglio tutto lo Stato, profondo e in superficie, che ha reagito nell’unico modo in cui può reagire: dispiegando sbirri ovunque.

Il virus totale globale letalissimo sembra magicamente sparito e con lui tutti gli infallibili modelli matematici che avevano predetto l’estinzione dell’homo sapiens dimostrando ancora una volta che può fare di meglio. Ma noi giardinieri siamo soddisfatti perché abbiamo ottenuto il risultato che ci eravamo prefissi: la paura nei loro occhi.

Gli occhioni, per esempio, della ministra Cazzolina, Ministero Propaganda Giovanile altrimenti detto Pubblica Istruzione, che in un video su Youtube in cui sembrava una pornostar degli anni ’80 imitata da una comica degli anni ‘90 ha dato le dimissioni ed è sparita nel nulla cosmico dal quale era arrivata, citando “clima ostile” e “mancanza di rispetto”, ma tradendo chiaramente il cagà adoss derivato dalla sparizione dei suoi colleghi e forse un po’ di coda di paglia dovuta al fatto che ha rovinato la vita a milioni di genitori e figli che hanno dovuto vivere per colpa sua mesi d’inferno. Sono certo che un giorno, in un momento in cui lei non se lo aspetterà, quando finalmente sarà rilassata e avrà dimenticato tutto e sarà lì a sorridere, riderà anzi, in quel momento arriverà un giardiniere ligio al suo dovere e si occuperà di quella erbaccia, sciogliendola nell’acido.

La forza del giardinaggio è che lo può fare chiunque, ovunque e sempre. E alla fine anche l’erba più dura può essere estirpata.

Allora sono felice e penso che forse tra tutta quella merda che scrivono le puttanazze (Nuke chiama così i giornalisti, ma ci tiene sempre a dire che non vuole offendere le prostitute) ci sono anche delle notizie buone. Per esempio è venuta molto bene la foto della telecamera di sicurezza che mi ritrae con la maschera addosso mentre entro in casa di Tenaleghi, RIH. Quindi magari un giorno orde di giardinieri con la maschera del medico della peste addosso inizieranno a camminare lenti verso i palazzi e quel giorno i giardini saranno in fiore e il mondo diventerà un posto migliore.

Chissà.

Per ora il torpore regna sovrano, ma un famoso giardiniere disse un giorno: “il rumore dipende dal silenzio che lo precede. Più totale è il silenzio, più sconvolgente è il tuono. I nostri padroni non sentono la voce dei popoli da generazioni ed essa è molto, molto più forte di quanto essi ricordino.”

Ogni volta che vedo la bandiera della Repubblica Popolare dei Magnasorci, con la bocca aperta e il topo calato dentro per la coda, sullo sfondo rosso con la falce e il martello, mi chiedo se i produttori dei Visitors abbiano mai pagato loro i copyright.

È un tema interessante.

Ovviamente i magnasorci si sono sperticati di dichiarazioni preoccupatissime, quasi disperate, per la scomparsa dei loro carissimi amici del cuore lombardi e Nuke ha detto che dobbiamo stare attenti perché i magnasorci sono pericolosi. Ma io sono cresciuto negli anni ’80 a pane e manga, quindi tifo per i giappi che hanno il Gundam che è il Giardiniere Definitivo e so che un giorno lo useranno per far prevalere il bene sul male con Peter Ray – che in Giappone si chiama Amuro Ray – comandante del robot, con il giro di basso e tutto, perché nessuno ce la fa contro Gundam. E se non ce la fa Gundam ce la farà Goldrake che ha l’alabarda spaziale e se non è un giardiniere lui allora lasciamo stare.

Nuke continua a ripetermi che c’è ancora tanto lavoro da fare.

Sempre che esista.

Sempre che non sia solo nella mia testa.

Nuke mi dice:

– Uccidere. È una parola semplice, ma quello che conta è chi – o cosa – uccide: non è il coltello che affonda del corpo ad uccidere. E neanche il tuo braccio che lo brandisce. È la tua determinazione che uccide, la pallottola più letale dell’intero universo.

E io capisco che ho ancora tanto da imparare e che il giardiniere è un lavoro difficile e devi imparare a riconoscere le erbacce: i politici, i burocrati , l’impiegato dell’INPS che ti dice che lui è lì perché ha vinto il concorso e se deve lavorare gli devi chiedere per favore, il prete coi cuoricini negli occhi quando vede i ragazzini al calcetto, il primario dell’ospedale che nasconde il materiale sanitario per rivenderlo quando scoppierà l’epidemia, i ciechi che ci vedono, gli zoppi che corrono, i muti che cantano e gli impiegati del catasto. Quest’ultimi per definizione.

Ma da qualche parte bisogna pur farsi, così abbiamo approfittato dell’enorme spiegamento di forze dell’ordine per occuparci di loro.

Ora.

Vi devo ammettere che personalmente non ho mai capito tutta questa attenzione per il colore della pelle: tra tutte le caratteristiche fisiche di un homo sapiens, davvero, la più insignificante mi pare il colore della pelle. Quindi non ho mai capito perché l’umanità se ne occupi così tanto.

Sveglia, homo sapiens, puoi fare davvero di meglio. Molto di meglio.

Ma sono felice che a causa dei loro soprusi per il colore della pelle finalmente il mondo si stia accorgendo che gli sbirri sono un problema e non una soluzione.

Quindi ieri abbiamo deciso una potatura un po’ particolare.

Ci siamo trovati io e Nuke, io con la mia maschera e Nuke curiosamente con una maschera da pagliaccio che gli stava pure piccola, molto piccola, troppo piccola, a sfrecciare per le strade di Milano sud su un furgone aperto con dietro una piccola ruspa rigorosamente Komatsu – perché i giappi sono i numeri uno – in un dedalo di strade e stradine finché ci siamo trovati in questo nulla e abbiamo parcheggiato. Abbiamo tirato fuori l’impianto audio, lo abbiamo montato con pazienza, abbiamo messo il volume al massimo, abbiamo acceso la musica e abbiamo atteso, maschere addosso.

Perché, vedete, esiste una regola aurea nell’universo: puoi vivere nel peggior paese possibile, col più alto tasso di criminalità, con le tre organizzazioni criminali più potenti del mondo, durante una megapandemia totale globale e sull’orlo della più grande crisi economica di tutti i tempi, ma qualsiasi cosa succeda intorno a te, se metti musica ad alto volume arriveranno le forze dell’ordine.

E infatti stavamo cantando “nessuno mi può giudicare” (Caterina Caselli, CGD, 1966) quando sono arrivati i vigili urbani.

Forse in un diario devo essere completamente onesto e devo ammettere che avevo messo qualche goccia di LSD nella bottiglia di Knob Creek che mi ero portato dietro da sorseggiare e quindi anche la luce dei lampioni era davvero interessante e l’arrivo dei vigili urbani con tutte le luci blu sul tetto dell’auto è stato uno “champagne supernova” (Oasis, Creation, 1996).

Ho lasciato che parlasse Nuke mentre io ero ipnotizzato sulle lucine blu:

– Buonasera signori, avete bisogno?

I ghisa non hanno nemmeno avuto tempo di rispondere prima che Nuke prendesse la pistola di uno e la puntasse sulla tempia dell’altro, mentre io tiravo fuori le mie due Glock, che Nuke dice sempre che non sono capace di usare e che prima o poi mi sparerò in un piede, ma davvero spero non succeda quando sono in LSD con i vigili urbani davanti perché potrebbe essere un’esperienza negativa.

Quegli occhietti terrorizzati erano proprio molto diversi da quelli che fino a pochi giorni fa sprizzavano testosterone mentre chiedevano i documenti alle donne stravolte che portavano al parco il cane e facevano la multa ai ragazzini che si baciavano in strada. È sempre così la banalità del male: noiosa. Una massa di stronzi che si sentono dei in terra solo perché hanno una divisa, sadici per noia e importanti per concorso.

Li abbiamo presi a forza e questi urlavano “per amor di Dio, Montessori!” e io non capivo e allora abbiamo messo il nastro adesivo americano sulla loro bocca, abbiamo tirato giù la Komatsu e abbiamo fatto salire uno dei due alla guida della piccola ruspa spiegandogli che doveva scavare una buca.

Non c’è stato verso.

Davvero, lasciate perdere me che ogni tanto mi perdevo nelle stelle nel cielo intorno ed ero praticamente entrato in simbiosi con le meravigliose lucine blu sul tetto della loro auto, ma Nuke, vi giuro, lui si è sbattuto come un pazzo per spiegare a quello sbirro come si guida quel piccolo mezzo geniale.

Non c’è stato verso.

Ha provato con l’altro e il risultato è stato lo stesso e a quel punto l’ho visto davvero arrabbiato anche sotto la maschera piccola da pagliaccio e ho capito che qui non era più una questione di domande, che non era più una questione di processi, che questa era proprio una di quelle operazioni di giardinaggio su vasta scala che andava a colpire un’intera categoria e i singoli individui, per una volta, non contavano più.

Così nel pur pieno della mia condizione lisergica mi sono preso l’onta di risolvere la questione. Con calma sono salito sulla Komatsu e ho iniziato a scavare e per aiutarmi ho messo prima “mi sento” (Matia Bazar, Ariston Records, 1985) a tutto volume e lo scavare mi è stato davvero lieve e il buco è venuto davvero bene.

Allora sono sceso dalla mia Komatsu tutto fiero e ho guardato Nuke che spiegava nel minimo dettaglio ai ghisa cosa dovevano fare, ma quelli sembravano proprio non capire, quindi li ha fatti salire nella loro auto ed è salito lui sulla poltrona posteriore e ha puntato una pistola nelle tempie dell’uno e dell’altro e li ha costretti a guidare la macchina fino a dentro il buco.

Sì, perché il buco che avevo fatto era parecchio grosso, non è che avevamo portato una Komatsu per fare un buchino.

Quindi lui è sceso e mi ha fatto il gesto e io mi sono distolto dalle luci blu sul tetto e sono risalito sulla Komatsu e ho cominciato a coprire il buco con la terra e mi sembrava di vedere che loro si agitavano molto dentro quell’auto con il logo “comune di Milano” e le lucine magiche sul tetto. Esteticamente una scena estasiante.

All’improvviso quello alla guida ha aperto la porta e ha provato a scappare, ma Nuke aveva previsto tutto e aveva in mano un tombino e glielo ha tirato in testa e lui è svenuto o forse è proprio morto e la cosa fa molto ridere perché il tombino è di ghisa e i vigili a Milano si chiamano ghisa.

Lo abbiamo rimesso in macchina, il ghisa colpito dalla ghisa, e io ho ricominciato a coprire tutto mentre Nuke armeggiava lì dentro con un sacco di attrezzi e alla fine ho messo a tutto volume “cervo a primavera” (Riccardo Cocciante, RCA, 1980) e ho coperto di terra macchina e tutto “senza complesse frustrazioni” e ho anche spianato tutto “così felice di esser nato” e alla fine sembrava tutto come se niente fosse, solo che non c’era più l’erba.

Nuke mi salta fuori con un grosso osso e dice che è il femore di quello che voleva scappare e io capisco cosa stava facendo mentre armeggiava laggiù.

E ci resto un po’ male perché non so che farmene di un femore.

Ma lui tira fuori anche la tibia e fa una croce e l’appoggia sulla terra appena riposta.

Il secondo osso è sempre il migliore.

Del resto, è palindromo.

To be continued…