Non è certo un mistero che da agosto stiamo vivendo una stagione politica in cui un governo tenuto insieme con lo spago e la saliva, navighi a vista nella nebbia, cercando di evitare gli scogli più pericolosi per restare a galla, con il comandante, il timoniere e il nostromo che litigano sulla direzione da seguire.

Ma non è certo una situazione straordinaria questa, da quando esiste la Seconda Repubblica l’estrema incertezza politica è la regola. Non che la situazione prima fosse così stabile, ma sicuramente si poteva avere la ragionevole certezza che alla caduta di un esecutivo ne sarebbe sorto un altro molto simile nella composizione politica. Oggi invece possiamo tranquillamente assistere a cambi di governo, all’interno della stessa legislatura, con maggioranze estremamente diverse come composizione e come impostazione politica. Con l’eccezione del Secondo Governo Berlusconi, l’unico nella storia d’Italia a durare per tutta la legislatura, gli altri governi, tutti, sono durati al massimo 2 anni, e in diverse occasioni  sostituito in corsa da un governo totalmente diverso da quello appena terminato.

Ma la situazione attuale è quanto meno fluida, per essere buoni, e mai come in questo momento, si vive “giorno per giorno”.

La solitudine dei numeri ultimi

Un politico sulla graticola. La favola del ragazzo che vendeva bibite allo stadio San Paolo finito a fare prima il ministro del lavoro e poi il ministro degli esteri, roba da cinema, sembra ormai al capolinea. Non sembra esserci alcun dubbio sul fatto che dopo questo governo, non importa quanto possa durare, Luigi Di Maio sia destinato a tornare nelle retrovie del palcoscenico politico o addirittura, come suggerii qualche tempo fa, finire all’isola dei famosi!

Poco amato dai nuovi alleati, per usare un eufemismo, perché visto come principale sponsor dell’accordo di governo con la Lega, non è mai riuscito a recuperare un minimo di consenso nei confronti dell’elettorato e degli attivisti di sinistra, nonostante le sue piroette politiche. Nell’immaginario collettivo rimarrà sempre quello che “mai col partito di Bibbiano” che subito dopo accetta accordi proprio con quel partito, quello che esulta come allo stadio sui balconi esclamando “abbiamo abolito la povertà” nonché quello che ha puntato i piedi per salvare la sua poltrona a costo di non far mai realizzare la nuova maggioranza e col rischio di andare ad elezioni che, evidentemente, avrebbe fatto perdere la poltrona anche a tutti gli altri. Ma nemmeno all’interno del suo movimento gode di troppe simpatie: già figura più amata e addirittura osannata dal popolo grillino, oggi rappresenta l’uomo della disfatta, della perdita dell’anima grillina, del trasformismo e dell’arrivismo contro cui il Movimento, in origine diceva di battersi. Oggi Di Maio è un uomo solo, abbandonato da tutti e ben difficilmente potrà avere un futuro politico sia nel M5S che in altri partiti. E siccome non ha nemmeno la preparazione e il carisma per crearsi un suo partito, il destino dell’ormai ex capo politico del M5s sembra segnato.

Noi vogliamo ricordarlo così

Il vicepremier Luigi Di Maio e i ministri del M5s si sono affacciati dalle finestre di palazzo Chigi per salutare il gruppo di manifestanti che stanno festeggiando davanti palazzo Chigi. “Ce l’abbiamo fatta”, esultano. ANSA

Il vuoto pneumatico con le gambe

Nicola Zingaretti, attuale segretario del PD, era stato accolto come una specie di salvatore, della patria e del partito, dopo la parentesi Renzi e Martina, che aveva portato il partito sull’orlo del tracollo. Ricordo alcuni nostri commentatori allarmati dal fatto che uno come Zingaretti avrebbe potuto riconciliare l’anima centrista-liberista renziana con lo spirito della “ditta”, favorendo la riunificazione del PD che avrebbe da questo ricavato nuova forza per proporsi come principale alternativa al blocco sovranista (o presunto tale). Ma altri commentatori prevedevano invece la continuazione, se non l’accelerazione, del declino del partito. 

In realtà non c’è stata alcuna riunificazione anzi! Renzi se ne è andato portandosi dietro un pezzo non trascurabile del partito, Calenda ha mollato anche lui, sbattendo la porta, gli ex di LeU non sembrano attualmente intenzionati a rientrare nel PD, e il partito continua a perdere consensi e poltrone a livello locale. E questo non si può non imputare  anche alla politica di Zingaretti, o meglio alla totale mancanza di strategia. Il PD di Zingaretti non ha saputo decidersi se continuare sulla strada della “democristianizzazione” avviata da Renzi o riportare il partito in una dimensione più di sinistra, più simile a quella dell’epoca pre-renziana. E, inutile dirlo, non ha saputo nemmeno inventarsi una terza via. L’accordo col M5s, lungi dal ridare forza e appeal elettorale ai Democrats in salsa ciociara, sembra piuttosto l’abbraccio della morte, e il PD appare come una zattera che naviga in balia delle onde mentre il nocchiero se la dorme. Zingaretti, il vuoto pneumatico fatto segretario, appare oggi come oggi come il peggior capo politico degli eredi del PCI, più inutile pure dei segretari di transizione come il già citato Martina o Epifani, o i grigi alla Fassino.

Calenda Carthago

Carlo Calenda era visto come possibile homo novus all’interno del PD. Ottenuti molti consensi come ministro del governo Gentiloni, un tecnico esterno al PD, aveva poi deciso di iscriversi al partito, con enorme giubilo di molti dei sostenitori piddini, che avrebbero volentieri visto l’ex ministro come nuovo capo politico o comunque uomo di punta per un rinnovo della strategia politica del partito, schiacciato dall’annosa lotta tra la filosofia centrista-liberista di Renzi e il ritorno al passato da parte di chi ha fortemente voluto Zingaretti come capo politico. 

Ma Calenda è apparso sin da subito come un corpo estraneo, non è mai riuscito a conquistare la ribalta del partito anzi ben presto ne è finito ai margini. L’accordo di governo tra PD e M5S è stato il pretesto per una uscita dal partito di Calenda, non senza polemiche, che evidentemente non aspettava altro per poter rimediare all’errore commesso, quello di aderire a un partito allo sbando. E oggi il principale oppositore alle politiche di questo governo appare proprio lui, più del fuoriuscito Renzi, che non ha alcun interesse oggi a bombardare troppo pesantemente l’esecutivo di cui fa parte, per evitare la caduta del governo, che ora non conviene al senatore semplice di Rignano, più, addirittura della stessa Lega, che è lì sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere del proprio nemico senza fare quasi nulla, con l’obiettivo di conquistare più amministrazioni regionali possibile. Il più “violento” di tutti è proprio Calenda, con una serie di tweet esplosivi contro il governo, contro i suoi ex compagni di partito, sia quelli rimasti nel PD che quelli fuori usciti con Renzi. La vicenda Arcelor Mittal non farà che dare ulteriore gas alla macchina distruttiva contro l’esecutivo, guidata da Calenda. La sensazione è che i due “cacicchi” Calenda e Renzi vogliano la fine del PD per potersi spartire i suoi resti e andare insieme a Salvini ad animare il prossimo teatrino politico italiano. Renzi la sta buttando in caciara per nascondere i suoi errori, e con una mano fa e l’altra disfa, mentre l’obiettivo di Calenda sembra proprio essere quella di porre fine al più presto all’esecutivo in carica.

Il mojito logora chi non lo beve

E alla fine colui che, dopo la bravata estiva al Papeete era dato per finito politicamente (e non solo) viaggia a gonfie vele grazie agli incredibili autogol del governo marr…giallo fucsia che stanno servendo al capo della Lega una ritrovata stagione politica di successo, su un piatto d’argento.

Salvini, lungi dall’essere un politico che lavora di fino, di cesello, o uno stratega sopraffino, con il pragmatismo tipico dell’uomo del popolo che parla alla pancia del popolo, sembra in grado di ottenere un successo politico senza precedenti per una formazione di destra. Sta a vedere che la pantomima di agosto non sia servita proprio a mandare al governo il PD insieme ai 5s per lasciarli a logorarsi a vicenda e, oltre a ottenere maggiori consensi a livello nazionale sfruttando la prevedibile debacle dell’alleanta tra M5S e PD, riuscire a strappare quanti più governi regionali possibile. La “profezia del Consulente dei Nuovi Schiavi” quella secondo cui Salvini comunque la si veda ne esce vincitore, sembra si stia concretizzando.

Ma qualcuno certamente storcerà il naso per la piroetta eseguita con estrema disinvoltura dal “Capitano” per quanto riguarda la politica della Lega sull’euro e sulla UE. Effettivamente la cosa non è il massimo e scontenterà tutti coloro che hanno creduto quanto meno ad una uscita dell’Italia dal sistema della moneta unica, se non dall’Europa stessa. Ma con il pragmatismo di cui dicevo sopra, evidentemente l’uomo dei mojito ha realizzato che con forze così impari andare a uno scontro diretto con la corazzata UE, non avendo in patria nessuno di coloro che contano a sostenerlo (Presidente della Repubblica, confindustria, Vaticano ecc.) sarebbe stato come schiantarsi a tutta velocità contro un muro alla guida di una Ferrari! E non avendo l’Italia nessun altro partito in grado di sostenere in maniera credibile l’uscita dall’Europa Unita, nemmeno la Meloni e FdI, oggi in gran ascesa, la Lega salviniana sembra essere in grado di conservare i voti dei sovranisti duri e puri e agganciare quelli che non vogliono l’uscita dall’euro e dalla UE che non si fidano più di nessun altro partito e che potrebbero turarsi il naso e votare Lega.