Dopo quasi venti anni di guerra fallimentare contro i talebani, il ritiro precipitoso degli americani dall’Afghanistan assomiglia molto alla situazione di Saigon nel 1975, dopo la sconfitta degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam (ma non ditelo agli americani, loro credono di aver vinto!). Oltre alla partenza delle truppe americane, Washington dice che c’è la possibilità che sia costretta a evacuare il suo personale diplomatico dal paese in caso di un’escalation da parte dei talebani, e secondo un rapporto del Wall Street Journal, stanno già elaborando piani di emergenza per farlo. Come riporta il giornale pakistano The Nation, l’esercito nazionale afgano armato e addestrato dagli USA, sta abbandonando i mezzi militari e le armi ai talebani ad un ritmo vertiginoso, con interi battaglioni che si ritirano senza opporre resistenza in previsione dell’imminente crollo del governo. Nel frattempo le forze statunitensi e la NATO continuano a ritirare le loro forze dal paese. Mi avevano privatamente inviato in effetti questo video https://t.me/intelslava/8785

Nell’annuncio sul ritiro delle truppe, rilasciato in aprile, Joe Biden riconosceva di essere impotente nel controllare la situazione che è stata causata dalle politiche fallimentari degli Stati Uniti in Afghanistan, così invitava Russia, Cina, India e Pakistan a farsi avanti per sostenere l’Afghanistan.

Il generale Austin S. Miller, comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, ha criticato le politiche di Joe Biden in relazione al paese e ha ammesso che i talebani stanno lanciando operazioni sempre più su larga scala in tutto il paese e potrebbero fare un tentativo di prendere il potere nonostante i colloqui di pace con gli USA. Parlando nella base aerea di Bagram in un’intervista con l’emittente statunitense ABC, Miller ha descritto la situazione della sicurezza in Afghanistan come disastrosa. Ha ribadito che non crede che nessun partito sia in grado di vincere nel paese con mezzi militari. Tuttavia, ha aggiunto che le cose stanno diventando pericolose, e “stiamo vedendo l’inizio di una situazione che non sarà buona per l’Afghanistan”, con tutte le condizioni per una rivoluzione che può provocare una nuova ondata di sangue nell’incessante conflitto afgano.

Dopo questa valutazione della politica dell’amministrazione Biden, il 3 luglio Lloyd Austin (ministro della Difesa degli Stati Uniti) agendo chiaramente su istruzioni della Casa Bianca, ha annunciato la rimozione del generale Miller dal suo incarico di capo della missione in Afghanistan e la sua sostituzione con il generale Frank McKenzie, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti.

Nel frattempo, il 2 luglio le ultime truppe americane e alleate hanno lasciato Bagram (la loro base chiave situata a 60 km a nord-ovest di Kabul) e dopo la sua chiusura solo un migliaio di truppe americane rimangono di stanza nel paese, con il compito di sorvegliare l’aeroporto di Kabul e l’ambasciata americana. Secondo l’Associated Press il loro numero potrebbe presto scendere a circa 650 (tuttavia, Washington non ha detto nulla sulla dimensione delle compagnie militari private USA e NATO che rimarranno in Afghanistan).

Con la partenza delle truppe USA e NATO, le forze talebane hanno aumentato i loro attacchi e sono chiaramente in avanzata, guadagnando nuovi territori giorno dopo giorno. Temendo la violenza dei talebani negli ultimi giorni, i soldati dell’esercito governativo sono fuggiti dai loro attacchi e, in diverse occasioni, sono stati costretti a cercare sicurezza oltre il confine nella vicina Asia centrale:

  • il 22 giugno più di 130 soldati afgani sono passati in Tagikistan dopo una battaglia contro i talebani
  • il 23 giugno più di 50 guardie di frontiera afgane e combattenti della resistenza sono passati in Uzbekistan
  • il 5 luglio più di 1000 soldati dell’esercito governativo sono passati in Tagikistan in cerca di rifugio.

Questi passaggi di frontiera e l’aggressiva attività militare dei Talebani hanno sollevato enormi preoccupazioni in Asia centrale, i più preoccupati non sono solo Russia e Cina. Sempre su questo tema sono impegnati a discutere la situazione afghana Emomali Rahmon (presidente del Tagikistan) con Shavkat Mirziyoyev (presidente dell’Uzbekistan) e Kassym-Jomart Tokayev (presidente del Kazakistan). Vista la situazione l’evacuazione urgente dei cittadini afgani – che hanno lavorato con gli USA durante la sua missione in Afghanistan – è stata oggetto di discussioni. Secondo Washington, sono circa 18.000. Recentemente Biden ha sottolineato che non saranno lasciati indietro: “Saranno i benvenuti qui come chiunque altro abbia rischiato la vita per aiutarci”, ha detto durante una visita a Washington di una delegazione afgana guidata dal presidente Ashraf Ghani. E’ stato previsto che gli interpreti afgani e altro personale ricevano visti speciali di immigrazione che permetterebbero loro di richiedere lo status di asilo negli Stati Uniti. Il Congresso USA ha limitato il numero totale di SIVs per i rifugiati e i migranti a 26.000, ma a giugno Anthony Blinken aveva chiesto l’approvazione di altri 8.000 SIVs per il personale afgano. Secondo Bloomberg circa 9.000 persone hanno già presentato domanda per i SIVs.

Evitando di proposito Russia e Cina, gli USA contattano Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, chiedendo a loro di impegnarsi a fornire un rifugio temporaneo a circa 9.000 cittadini afghani che hanno assistito gli Stati Uniti nella lotta contro i talebani. Come riportato da Bloomberg, Washington spera che questi accordi facciano parte di un accordo più ampio (eh chiamo Voi perché se chiamo gli altri faccio la figura del pirla) per stabilire un’ulteriore cooperazione tra gli Stati Uniti e le nazioni dell’Asia centrale, affinché queste coprano le loro manchevolezze nella attuale situazione afghana.

Ecco il famoso piano B degli Stati Uniti: mantenete voi Stati Asiatici una presenza militare nella regione nonostante il nostro ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Con un secondo dettaglio non indifferente, i partecipanti ai negoziati sottolineano che la categoria degli “afghani da assistere sempre temporaneamente” non è limitata al personale tecnico delle basi militari, ma include anche i membri delle milizie locali indipendenti che si oppongono ai talebani e che sono stati addestrati e armati dagli USA. Insomma io me ne vado e lascio ai confinanti l’onere di occuparsi della mia spazzatura (che non è assolutamente residua) pure comprensiva di pericolosa fregatura.

Washington quindi vorrebbe parcheggiarli e successivamente fare affidamento su queste “nuove forze” nella regione affinché formino una forza indipendente di milizia nel nord dell’Afghanistan che non dovrà fedeltà al governo di Kabul. Questa nuova forza dovrebbe servire a mettere sotto pressione i talebani e altri attori regionali nel caso in cui altri paesi come la Cina, il Pakistan o la Russia inviino truppe in Afghanistan.

Una vaccata pazzesca perché queste “nuove forze” avrebbero bisogno di basi in Asia centrale, e mentre allegramente gli USA cercano di raffazzonare i “campi profughi”, cercano sempre a buon mercato di stabilire tre basi militari in Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. Gli Stati Uniti vogliono assicurarsi di avere accesso a queste strutture per coordinare le operazioni della nuova Lega Anti-Talebana. Questi “campi” sono anche destinati a servire come centri di intelligence, ufficialmente allo scopo di monitorare la situazione in Afghanistan, ma che potrebbero anche essere utilizzati per spiare la Russia e la Cina.

Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan hanno già informato Washington che si rifiutano di ospitare basi militari statunitensi, ma i nuovi accordi promossi dagli Stati Uniti vorrebbero creare altre basi, anche se con un nome diverso: aiuti umanitari. Va a saperlo se saranno sempre le solite sorosiane ONG.

Mosca e Pechino hanno respinto le proposte di Washington perché permettere agli Stati Uniti di stabilire basi militari de-facto e di fornirgli capacità di intelligence in Asia centrale. Bisogna anche ricordare che le nazioni dell’Asia centrale hanno tradizionalmente temuto incursioni nel loro territorio da parte di militanti e organizzazioni terroristiche dall’Afghanistan, o dal Medio Oriente attraverso l’Afghanistan. Questo include non solo i talebani, ma anche i centroasiatici che si sono uniti a varie organizzazioni terroristiche o estremiste, compresi i gruppi anti-talebani. Rischierebbero come corridoio di ritrovarsi un numero incontrollato di integralisti e di armi al loro interno.

Gli Stati Uniti sperano di ottenere la firma dell’accordo usandole quindi come punti di influenza nella regione dopo il suo ritiro dall’Afghanistan. Per rassicurare la Russia, la Cina e le stesse nazioni dell’Asia centrale, la Casa Bianca ha dichiarato che mentre stanno valutando le domande SIVs per gli Stati Uniti, stanno considerando anche altre opzioni di asilo temporaneo in paesi terzi. I luoghi proposti includono l’isola pacifica di Guam. Tuttavia, Washington non ha detto nulla alle nazioni dell’Asia centrale o a chiunque altro su ciò che accadrà a quegli afgani che si vedono rifiutare i SIVs per andare negli USA: a quel punto molti afgani si ritroveranno a vivere in veri e propri “campi profughi”. Magari sempre nella speranza che la UE si assorba la più grande ondata migratoria della storia. Mi viene leggermente da ridere.

Le nazioni dell’Asia centrale, così come la Russia e la Cina hanno espresso preoccupazione per la situazione in Afghanistan. La Cina ha un confine di 76 chilometri con l’Afghanistan, e il ministro degli Esteri cinese ha ben capito che il ritiro affrettato degli Stati Uniti sta dividendo l’Afghanistan e influenzerà in modo negativo il processo di pace e la stabilità regionale. Ovvero Russia e Cina hanno capito che lasciano a loro la patata afghana. Il 2 luglio Sergei Lavrov ha avvertito che i jihadisti di DAESH si stanno chiaramente radunando nel nord dell’Afghanistan, e aggiunge che Mosca discuterà questa situazione con i suoi alleati.

Il rapido deterioramento della situazione ha fatto chiaramente capire che i bovari americani mollano alla Russia, alla Cina e alle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale il solito ingovernabile conflitto in Afghanistan. Con una situazione ancora peggiore per gli stati confinanti. E credo che la barcollante USA abbia studiato a fondo l’abbandono, ovvero come scaricare agli avversari ulteriori costi. Nelle guerre ibride tutto è ammesso. Alessia C. F. (ALKA)