Tratto da aier.org Scelto e tradotto da Gustavo Kulpe

Molto è stato detto sui terrificanti modelli che in primavera hanno proiettato un numero così sconcertante di morti per la narrazione sul coronavirus.

Con il senno di poi, per quanto la pandemia sia stata grave, non si è mai nemmeno avvicinata ai tristi numeri suggeriti – i numeri stessi che hanno razionalizzato l’isolamento dell’intera società in Italia, nel Regno Unito, a New York e poi in molti altri luoghi, man mano che la pandemia si diffondeva.

Ciò con cui i ricercatori si sono cimentati dall’inizio è come misurare l’impatto delle varie misure intraprese. Sappiamo almeno se quello che stiamo facendo sta funzionando? Dove sono le prove di questo, e ci sono altre cose che invece dovremmo fare?

Naturalmente, i sostenitori dell’isolamento hanno a lungo affermato che una forte azione governativa ha impedito ogni tipo di orrore. Semmai, gli scarsi risultati che abbiamo avuto in primavera e in autunno indicano che non abbiamo fatto abbastanza. Gli scettici, d’altra parte, hanno detto che le misure di blocco non hanno fatto altro che danneggiare le nostre società – fisicamente, economicamente e mentalmente – e che le curve del tasso di infezione si sono mosse nel modo in cui hanno agito, indipendentemente dalle misure forti che i politici hanno messo in atto, e spesso prima che le loro politiche dure entrassero in vigore. Il documento della NBER di agosto di Andrew Atkeson, Karen Kopecky e Tao Zha, “Four Stylized Facts about COVID-19” (Quattro caratteristiche salienti del COVID-19), descrive la posizione scomoda della maggior parte dei politici: il virus sembra diffondersi rapidamente, uccidere in modo selettivo, e non risponde in alcun modo a tutto ciò che i politici ben intenzionati gli hanno lanciato contro.

Il dibattito generale sul covid si è rapidamente trasformato in una battaglia per proporre come esempio questo o quel paese: i fautori del lockdown hanno scelto Australia e Nuova Zelanda; gli scettici hanno scelto Svezia e Taiwan. Gli scontri con toni esasperati nelle arene politiche e sulle pagine dei giornali si sono scatenati. Il tasso di mortalità in Svezia superava di gran lunga quello dei Paesi vicini, un argomento sul quale già in agosto abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza. Per un pubblico americano e britannico che non riusciva a distinguere Bergen da Ystad, o che confondeva il danese con i dittonghi finlandesi, i tassi di mortalità più alti e le restrizioni più deboli erano la prova conclusiva che la strategia svedese, leggermente più aperta, era fallita. Non importa che i paesi nordici possano differire sotto altri aspetti. Un’analisi statistica ad una variabile nel suo scenario peggiore, mentre praticamente nessuno ha paragonato la Svezia al Regno Unito, al Belgio o alla Francia, con prestazioni molto peggiori.

Forse i paesi si sono differenziati molto gli uni dagli altri in modi che renderebbero questi paragoni piuttosto ingenui completamente fuorvianti: la demografia, la densità della popolazione, la dimensione dello shock causato dal Covid, l’effetto delle misure del governo, valori culturali non quantificabili tipo come le persone reali interagiscono e come hanno risposto alla pandemia. Inoltre, tutti questi Paesi hanno introdotto così tante nuove politiche e cambiamenti comportamentali che anche quelli di noi che hanno cercato di dar loro un senso hanno rapidamente perso il conto.

Quello di cui avevamo bisogno era un esperimento, in cui tutte quelle differenze di fondo venissero controllate. Idealmente, una giurisdizione con condizioni simili che operasse secondo regole simili; dove alcune delle loro aree fossero bloccate duramente, mentre le contee vicine, identiche in ogni altro modo, non lo erano. In un nuovo articolo, uno di noi, insieme ad un altro coautore, ha fatto esattamente questo. L’articolo, “Lockdown Effects on Sars-CoV-2 Transmission – The evidence from Northern Jutland”, di Kasper Planeta Kepp e Christian Bjørnskov è ora disponibile su MedRxiv.

Alla fine dell’estate è stata scoperta una nuova mutazione del virus Sars-CoV-2 negli allevamenti di visoni in Danimarca. Questa informazione è diventata improvvisamente importante nel dibattito danese di ottobre, quando i ricercatori del Danish Serum Institute hanno messo in guardia contro la mutazione e i politici hanno chiesto un intervento. Il 4 novembre, il primo ministro ha annunciato che nella regione danese dello Jutland settentrionale, sette comuni sarebbero stati sottoposti a un blocco estremo, mettendo in atto il solito corollario riguardante il lavoro da casa, la chiusura delle attività commerciali e del tempo libero e la chiusura dei trasporti pubblici. Sparpagliati tra di loro, tutti nella stessa regione dello Jutland settentrionale, c’erano quattro comuni che non lo fecero; essi continuarono a seguire le regole, allora abbastanza moderate, del resto della Danimarca. In totale 280.000 persone e 126.000 posti di lavoro sono stati colpiti dall’estrema chiusura, poiché alle persone è stato vietato di attraversare i confini comunali per recarsi al lavoro.

Questa è stata un’occasione d’oro per misurare l’impatto sulla diffusione dell’infezione di blocchi molto severi. Confrontando comuni per il resto molto simili – lingua, cultura, regione amministrativa, geografia – i ricercatori danesi hanno potuto evitare i problemi di identificazione di cause e effetti che ostacolavano le osservazioni in tutti gli altri paesi. Inoltre, l’isolamento di sette comuni non era giustificato da un diverso numero di casi o dalla diffusione del virus, ma solo dalla preoccupazione per una nuova mutazione che si è poi rivelata infondata.

Prima dell’intensificarsi dell’isolamento nei nostri sette comuni, non c’era alcuna differenza rilevabile tra i due gruppi dello Jutland settentrionale. Nei sette giorni precedenti le serrate, il gruppo sottoposto a lockdown aveva 0,15 test positivi per mille abitanti al giorno contro gli 0,14 del gruppo aperto. Anche in primavera, quando il numero di persone sottoposte a test è stato molto inferiore, il primo gruppo ha registrato un totale di 0,69 test positivi per mille abitanti, mentre il gruppo aperto ha registrato 0,82 test positivi (tutte differenze statisticamente insignificanti).

Trattando i due gruppi come unità autonome, Planeta Keep e Bjørnskov scrivono che:

Non si riscontrano differenze statisticamente significative tra i due gruppi di comuni prima dell’intervento. La forte somiglianza nei tassi di infezione in tempi diversi prima dell’intervento sostiene fortemente la tesi che vede il trattamento dell’isolamento come un vero e proprio esperimento quasi naturale“.

In nessuna specifica statistica eseguita dai ricercatori la variabile costituita dal lockdown – differita di 4, 7 o 10 giorni per consentire un periodo di incubazione del virus non precisamente definito – supera i test di significatività convenzionali per il suo impatto sul numero di infezioni. L’unica cosa che sembra guidare i test positivi nei comuni nord-danesi sono le infezioni dei giorni e delle settimane precedenti.

Come si vede nella Figura 1 del documento, il numero di infezioni da Covid nei due gruppi era già in calo prima dell’inizio delle pesanti restrizioni nei comuni in isolamento – e continua a scendere allo stesso modo in entrambi i gruppi. In termini non statistici: guardando a contee identiche, con esperimenti definibili naturali come scritto prima, i ricercatori non sono in grado di rilevare alcun impatto derivante dalle restrizioni. I blocchi non fermano, non rallentano e non sembrano influenzare in alcun modo la futura diffusione della malattia.

Ciò che è degno di nota è che lo studio comprende una popolazione sufficientemente numerosa da rendere rilevante tale cambiamento. Presenta gruppi di prova e di controllo simili con centinaia di infezioni in ciascuno di essi. C’è stata una grande spinta per i test di massa in entrambi i gruppi, e quindi praticamente nessuna possibilità per i ricercatori di non rilevare un numero significativo di infezioni. Gli scienziati riflettono sullo studio e lo descrivono come:

“La maggior parte dei set di dati empirici focalizzati sul tempo e sullo spazio sono disponibili con sufficiente rigore statistico, un gruppo di controllo adeguato ed omogeneo, test quasi completi, e con un minimo inquinamento di confondimento possibile compatibile in un ambiente reale”.

In grande contrasto con le terrificanti proiezioni di modelli immaginari, questo studio ha mostrato risultati reali con persone reali che vivono la loro vera vita in una situazione di pandemia. Potrebbe benissimo essere che i lockdown funzionino in alcuni contesti, in alcune giurisdizioni e a determinate condizioni. Ma in un contesto con conformità volontaria, alta fiducia nel governo e molte informazioni generali a disposizione dei cittadini, come in tutta la Danimarca (e in altri paesi nordici e del Nord Europa), le misure di isolamento non sembrano aver aggiunto nulla nella prevenzione della diffusione.

Resta da vedere se questo risultato costituisce una eccezione in una parte prevalentemente rurale della Danimarca, o se si traduce in isolamento come politica preventiva in senso lato. Poiché mancano “casi di controllo empirico effettivo per le stesse popolazioni”, la comunità scientifica non è stata in grado di distinguere tra ciò che funziona e ciò che non funziona. Tuttavia, anche una serie di studi recenti che cercano di trattare problemi diversi in modi diversi concludono che le misure di blocco non funzionano.

Ciò che il nuovo studio dello Jutland settentrionale dimostra è che una forma estrema di isolamento non ha funzionato in una delle società più rispettose della legge del mondo. Perché, allora, dovremmo aspettarci che l’isolamento sia efficace altrove?

Livelli di infezione segnalati nella regione amministrativa dello Jutland settentrionale intorno al periodo di blocco di novembre (blu: nuovi positivi giornalieri; arancione: positivi settimanali sommati). (A) I sette comuni in lockdown. (B) I quattro comuni senza lockdown. Le linee verticali indicano il primo e l’ultimo giorno del mandato in vigore (6 e 9 novembre). Qualsiasi effetto deve emergere più tardi, poiché la PCR richiede tempo per manifestarsi anche nella popolazione dei positivi.
R(A) Comuni con divieto di accesso. (B) Comuni senza blocco. Le linee tratteggiate sono medie consecutive di 7 giorni. Le linee verticali indicano il giorno di entrata in vigore del mandato (6 novembre) e il primo giorno in cui è possibile registrare i positivi della PCR (tre giorni). Questo intervallo più breve possibile richiede un’intensità di test quasi perfetta. L’aumento dell’infezione in dicembre è percentualmente molto simile in entrambi i gruppi (aumento di circa 5 volte), confermando la somiglianza anche dopo la NPI all’interno del rumore.

Joakim Book & Christian Bjørnskov