Tratto da aranandoelcieloyarandolatierra.blogspot.com scelto e tradotto da Jean Gabin

Per contribuire alla comprensione della divisione apparente tra “mondialisti” e “nazionalisti”, in seno al blocco transnazionale del Grande Capitale, (oligarchia finanziaria mondiale), espongo le idee seguenti, che hanno lo scopo di comprendere la natura del neoliberalismo, che preferisco chiamare mondializzazione neoliberale.

Questa esposizione di idee, serve a capire, al di la dei pregiudizi ideologici falsi e artificiali, il processo di crescita dell’economia capitalista che è avvenuta a Oriente (Cina, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam, Malesia, Singapore, Taiwan, India, etc etc.) e il declino e/o la stagnazione del capitalismo occidentale (USA, Europa e Giappone).

Serve anche a mostrare i limiti delle analisi Geopolitiche. Penso sia necessario recuperare le analisi delle classi sociali, (senza ignorare le eredità culturali e storiche) per accettare che il capitalismo è il metodo di produzione dominante nel mondo intero e che la contraddizione capitale-lavoro resta determinante e fondamentale.

Ristrutturazione post-fordista.

Gli studi sulla mondializzazione neoliberale, (“neoliberalismo”) mettono sempre “avanti” le politiche di privatizzazione, di flessibilità del lavoro, di riduzione e modernizzazione dello stato, etc etc. Credo sia bene tenere conto di quella che è stata la “ristrutturazione post-fordista” che è stato un processo di “divisione internazionale del processo produttivo” con l’applicazione delle nuove tecnologie e nuovi metodi di organizzazione del lavoro, processo che è iniziato tra gli anni ’70 e ’80 con il “Toyotismo“ e altre esperienze fatte dai patron USA e inizialmente sviluppate in Giappone, e che sono continuate con l’avanzare della terza e quarta rivoluzione industriale e tecnologica. Questo processo di trasformazione del processo produttivo è la vera base che ha sostenuto le altre iniziative della mondializzazione neoliberale, o “neoliberalismo”.

La ristrutturazione del processo produttivo si è basato sullo smantellamento dell’industria manifatturiera centralizzata, (nelle zone ove era possibile attuarlo, dunque i paesi dell’america latina), la delocalizzazione dell’industria, (interna ed esterna, nazionale ed internazionale),  la decentralizzazione dei processi produttivi e amministrativi. Tutto questo corrispondeva alla necessità dello sfruttamento della manodopera, l’aumento del profitto e del reddito del capitale, sia variabile che fisso, appropriandosi della ricchezza e dei mercati dei paesi periferici dai capitalisti che erano stati formalmente e politicamente decolonizzati, con le rivoluzioni nazionaliste in Africa e Asia, dai decenni precedenti, (alcuni considerati “comunisti” e “socialisti”).

E’ importante sottolineare questo processo, perché è uno degli aspetti determinanti del processo di mondializzazione neoliberale. La conoscenza di questo fenomeno strutturale aiuta a spiegare la reazione nazionalista USA, nel Regno Unito e in Europa (Trump, Brexit e altri), che hanno un largo sostegno, in particolare dai lavoratori dell’industria, che hanno perso il proprio lavoro e i loro mezzi di sussistenza, come tra i produttori agricoli, che avevano avuto un beneficio dai mercati interni dei paesi che si sono industrializzati durante la seconda metà del 19esimo secolo e i primi tre quarti del 20esimo. Possiamo vederlo nella base politica che sostiene Trump nei centri della “Rust Belt” e gli stati del “Midwest” degli USA, così come possiamo localizzare le basi sociali che sostengono il Brexit nel Regno Unito.

E’ interessante notare come alcuni paesi dell’Estremo Oriente, che hanno ricevuto enormi investimenti per infrastrutture e tecnologie, indipendentemente dal loro orientamento ideologico, del loro passato coloniale o dalla loro dipendenza dalle potenze economiche o politiche (USA, Russia e Cina), avevano le condizioni economiche, politiche e anche culturali per rispondere positivamente ai bisogni del Grande Capitale. In altri termini, potevano offrire una manodopera a basso costo, una grande flessibilità nelle regole ambientali e una disciplina di ferro per i lavoratori. Allo stesso tempo, i governi di questi stati hanno regolamentato politiche monetarie autonome e la politica economica interna, che gli ha permesso di proteggere il loro mercato interno e costruire la loro base industriale e tecnologica.

Le politiche nazionaliste, nuovo asse di accumulazione del capitale e l’America Latina.

In America Latina, le condizioni politiche ed economiche per applicare questa politica “nazionalista” non esistevano. Le virgolette si impongono perché questo tipo di politica è stata applicata anche a paesi che erano subordinati degli USA, come la Corea del Sud e altri, ma quello che è comune a tutti è che i loro Stati, che siano di “destra” o di “sinistra”, non avevano come pratica o stile di vita la “democrazia occidentale”; erano essenzialmente degli stati autoritari, della dittature personalizzate o dittature a partito unico. E dunque, anche se questo processo è subordinato alla mondializzazione neoliberale, come anche alimentata da essa, ha permesso a questi paesi di costruire le loro proprie basi economiche industrializzate, di assimilare ed appropriarsi delle tecnologie di punta che erano monopolio dei paesi capitalisti occidentali.

In America Latina, le oligarchie conservatrici di formazione coloniale non potevano obiettivamente promuovere un processo simile o uguale. Il potere politico era troppo debole e fragile, il loro “patriottismo” retorico e la loro razionalità economica parassitaria, volevano vivere di rendita. Paradossalmente, è stato Pinochet in Cile che ha provato a fare qualcosa di simile ai paesi dell’estremo oriente, ma, in pratica, ha sviluppato unicamente ciò che gli hanno permesso gli USA. 

Altre dittature militari in America del Sud, come quelle del Brasile di certi regimi “populisti” hanno ugualmente potuto mettere in opera alcune politiche di industrializzazione, ma non erano altro che sforzi protratti per diminuire le importazioni, tradotti in progetti siderurgici, la produzione di automobili con pezzi prodotti in USA o Europa e qualche industria tessile e alimentare. In generale, il grande Capitale, ha smantellato le sue industrie in tutti i paesi dell’America Latina, e solo in alcuni paesi vi sono ancora i maquiladoras (fabbriche di assemblaggio) e altre forme di sfruttamento dei lavoratori sono state installate, in particolare nelle industrie di estrazione di materie prime.

Come riflesso.

Nel 1980, operaio in una fabbrica di scarpe a Bogotà, Croydon del Pacifico, del gruppo Uniroyal, che possedeva anche delle fabbriche di pneumatici, abbiamo assistito allo smantellamento di questa fabbrica, che contava più di 2000 operai. Con alcuni intellettuali, cui il mio amico Héctor Leòn Moncayo (“Moncayto”), abbiamo iniziato a studiare e a capire il problema, a capire il processo di “divisione internazionale del processo produttivo”, abbiamo anche fatto degli scioperi per impedire che accadesse, ma era qualcosa di impossibile da arrestare. In seguito siamo arrivati alla conclusione del perché questo processo era centrale in tutta la trasformazione strutturale del capitalismo, come anche le misure architettate dal Consensus di Washington non erano altro che un complemento per adattare gli Stati ai loro bisogni, con le privatizzazioni e altre politiche. Queste politiche sono state promosse non solo nelle periferie capitaliste, (o nei paesi del terzo mondo, come li chiamavamo allora), ma anche nei paesi del centro capitalista, anche se è stato fatto in modo più lento e con “tatto”, perché in questi paesi i lavoratori avevano più strumenti di protezione per difendersi, come il teorico Italiano Giovanni Arrighi spiegava dettagliatamente nei suoi testi.

Lo studio e il dibattito su questi processi di trasformazione del sistema produttivo, sono molto importanti, perché permettono di mostrare che l’ “egemonia dell’Occidente” è in declino, non principalmente in ragione di fattori “geopolitici” (strategici, politici, militari, etc.) ma a causa della deriva della crisi strutturale del capitalismo, (manifestato dalla crisi petrolifera degli anni ’70), che ha spinto i capitalisti a costruire dei nuovi centri industriali e tecnologici (“delocalizzazione globale”), e che questo non era opera di “altri”, ma rispondeva a un bisogno vitale dei capitalisti “globalisti” stessi. Questo serve a dimostrare che il tentativo di invertire questo processo, (l’idea di Trump, Johnson e altri) è non solo contro produttivo, per loro stessi, ma condannato a fallire.

Aggiungo che i capitalisti “mondialisti”, la cui cupola è concentrata nelle mani di meno di 50 famiglie miliardarie attraverso il pianeta, che controllano essenzialmente le reti mondiali del grande capitale e che hanno investimenti annidati in Oriente come in Occidente, non sono interessati ad una destabilizzazione della loro economia che minaccia il loro dominio, anche se permettono tensioni tra vari paesi, per disorganizzare, ingannare e manipolare i popoli e i loro lavoratori, dunque per questo permettono lo sviluppo di questi falsi nazionalismi, approfittandone per avere ancora più vantaggi per i loro investimenti e progetti di saccheggio e spoliazione dei territori e delle materie prime strategiche.

D’altra parte, la questione è legata al fatto che se la Cina e altri paesi, come l’India e la Corea del Sud, vogliono diventare delle nuove potenze economiche, (come stanno facendo), devono farlo sulla base del supersfruttamento della classe operaia, che generano inevitabilmente delle reazioni di massa e conflitti dei lavoratori o di altri settori che sono vittime delle loro politiche e aggressioni. Un esempio è quello che succede attualmente a Hong Kong, dove il problema sottostante è la debolezza dei salari e la penuria di impieghi “di qualità”, con la particolarità che in questa città e nella regione stessa, i lavoratori e i giovani hanno “un certo grado di libertà” per esprimere le loro proteste, che sembra concentrata verso una lotta verso il governo Cinese, ma che in verità rivela le contraddizioni e conflitti di classe latenti e nascoste nella grande nazione cinese. Altra cosa è che gli USA e altre potenze occidentali, approfittino di queste proteste per fare della “demagogia anticinese”, che è utilizzata dal governo cinese per reprimere queste espressioni di malcontento e ingannare il popolo cinese sul continente.

Tutto questo ci porta alla conclusione che in questi paesi orientali, (che siano governati da “pro-capitalisti”, o da dei “comunisti”, o dai dei “socialisti”) la logica del capitale non può essere evitata come processo di crescita ed espansione del proprio potere economico. Quello che non possiamo anche negare, è che questo “processo economico” fa parte della loro “lotta nazionale” contro le potenze economiche tradizionali (principalmente occidentali) che si contendono i mercati e il controllo delle regioni strategiche ricche in materie prime. Ma possiamo anche concludere che i lavoratori e i settori sociali subordinati a queste società e al pianeta intero non hanno nei loro modelli ed esperienze le soluzioni di base per superare un modo di produzione basato sullo sfruttamento del lavoro e sulla depredazione irrazionale della natura.

Al contrario, possiamo dire che la “linea” apparsa in Oriente, quella del “capitalismo asiatico” (già in parte testato in Giappone), dove il grande capitale usa gli Stati che hanno ereditato tradizioni despotiche dal loro passato ancestrale e lo combinano con una forma particolare di capitalismo selvaggio, inizia ad essere visto di buon occhio dai capitalisti in generale, siano essi “mondialisti” o “nazionalisti”. Questo si esprime nella lotta politica attuale su tutto il pianeta, e si aggraverà come e quando scoppierà la crisi economica e finanziaria che cova nell’ombra della così detta “guerra commerciale e tecnologica” tra USA e Cina.

Non vi è alcun dubbio che il solo modo per superare i gravi problemi che conosce l’umanità è di ripensare il “modello” (o modo) di produzione e di consumo capitalista. Non sappiamo esattamente come il “post-capitalismo” emergerà, ma quello che possiamo garantire, partendo da queste riflessioni, è che continueremo ad “imitare”  e fare “concorrenza” alle potenze occidentali sul proprio terreno, con il fine di continuare la corsa infinita verso il “progresso” e la “crescita”, mettere dei multimilionari al comando dei popoli e dei lavoratori, come “grandi generali o timonieri”, come propone Heinz Dieterich per il Messico (Carlos Slim) e come fanno in pratica i “comunisti” cinesi, non ci condurrà a costruire una società più giusta ed equa ma ci condurrà all’estinzione della vita umana sulla terra.

Fernando Dorado

https://aranandoelcieloyarandolatierra.blogspot.com/2019/10/globalistas-y-nacionalistas-del-siglo.html#.XZ0l339S-Ul