Per decenni, i funzionari della sicurezza nazionale statunitense hanno dato per scontato la sottostante capacità produttiva dell’economia americana. Le élite americane si concentravano non sulla produzione, che semplicemente supponevano potesse sempre essere in grado di mettere a disposizione materiali, armamenti e know-how di cui necessita l’esercito, ma sul controllo del dollaro come valuta di riserva, o sulla capacità di assicurarsi o di trivellare petrolio e gas naturale. Questo era un punto di vista miope, come si è scoperto, la capacità di produrre ciò di cui si ha bisogno conta, e molto, soprattutto durante le emergenze come le pandemie (vere o presunte…), o in tempo di guerra. La salute della base industriale della difesa è stata per lungo tempo un pensiero secondario del pentagono, con le fabbriche americane utili in senso strategico solo per scambiarle favore politici con gli alleati.

Nel lungo termine questa strategia si è rivelata controproducente per la capacità dell’industria bellica americana di fornire armamenti adeguati alle sfide poste dalle altre potenze mondiali, che negli ultimi anni stanno guadagnando terreno in termini qualitativi e numerici, inoltre la netta riduzione del numero di fornitori nell’industria bellica ha avuto come risultato un aumento esponenziale dei costi degli armamenti e ha rivelato gravi falle nella catena di approvvigionamento dell’industria stessa.

Il problema è oramai palese, tanto che i vertici della difesa americana ne parlano apertamente, infatti la questione è stata dibattuta in un’audizione pubblica del senato nel febbraio di quest’anno. Durante l’audizione il senatore Richard Blumenthal ha chiesto a Kathleen Hicks, nominata per il secondo posto di lavoro più importante al Pentagono, il posto di vicesegretario della difesa, riguardo al consolidamento della base industriale della difesa. Il vicesegretario della difesa è il capo operativo del Pentagono, responsabile della gestione del più grande bilancio del mondo, più di mezzo trilione di dollari di potere d’acquisto.

Blumenthal ha sottolineato un recente rapporto governativo che mostra che il numero di fornitori del programma di sottomarini navali è sceso fino all’80% dagli anni ’80, un crollo che ha ritardato la costruzione di nuovi sottomarini. Il rapporto ha rivelato anche altri problemi, come un problema di monopolio del software di progettazione. Hicks ha risposto con preoccupazione, dicendo a Blumenthal di essere molto preoccupata del “consolidamento estremo” e della mancanza di concorrenza tra gli appaltatori. “Abbiamo bisogno di avere un sacco di diverse buone idee là fuori”, ha detto. “Questo è il nostro vantaggio competitivo rispetto a stati autoritari come la Cina e la Russia. E quindi se spostiamo tutta la concorrenza fuori, ovviamente, questa è una sfida per il contribuente. Ma è anche una sfida in termini di innovazione”.

È una risposta importante, anche se non è chiaro come Hicks dia la priorità alla concentrazione finanziaria. Le scelte temporanee che Biden ha fatto passare al Pentagono in ruoli di medio livello non sono promettenti, con il dirigente delle pubbliche relazioni della McKinsey Jesse Salazar scelto per gestire la politica industriale, nonostante la McKinsey sia stata recentemente rimossa dal programma dei costi del governo per avere sovra fatturato i suoi servizi. In definitiva, però, se il Pentagono deve avere una catena di approvvigionamento, Hicks dovrà spingere contro il consolidamento, perché la base industriale della difesa si sta sfaldando a causa della monopolizzazione e della corruzione finanziaria. https://www.armed-services.senate.gov/hearings/21-02-02-nomination_hickshttps://promarket.org/2020/01/10/why-the-us-government-buys-overpriced-services-from-mckinsey/

Tuttavia già nel 2018, il Dipartimento della Difesa ha pubblicato uno studio che lamenta la perdita di oltre 20.000 fornitori dal 2000, e osserva che “esiste un livello sorprendente di dipendenza estera dalle nazioni concorrenti” per tutta una serie di prodotti critici. Solo pochi mesi fa, il Pentagono ha inviato al Congresso un rapporto su come Wall Street sta distruggendo la base della difesa. “Un clima economico statunitense”, si leggeva, “che ha favorito i guadagni a breve termine degli azionisti, la deindustrializzazione e una visione astratta e radicale del ‘libero scambio’, senza un’applicazione equa del commercio, hanno gravemente danneggiato la capacità dell’America di armarsi oggi e in futuro”. Tenete a mente che chi scrive non è un gruppo di sostenitori che chiede un commercio equo o che critica il profitto a breve termine degli azionisti, è il Pentagono. https://www.businessdefense.gov/Portals/51/USA002573-20%20ICR_2020_Web.pdf?ver=o3D76uGwxcg0n0Yxvd5k-Q%3d%3dhttps://news.usni.org/2018/10/05/u-s-shipbuilding-example-of-defense-industrial-base-weakness

Nonostante l’anodina formulazione burocratica, il livello di allarme su come il private equity e le fusioni hanno indebolito la capacità produttiva era evidente, con il rapporto che affermava che “Il numero di casi in cui c’è un solo – spesso fragile – fornitore è sconcertante. Si tratta di un deterioramento rispetto a dieci anni fa, quando esistevano da 3 a 5 fornitori per ogni componente, per non parlare di diversi decenni fa, quando i militari generalmente godevano di decine di fornitori per ogni articolo”.

Per anni prima di questi rapporti, gli anti-monopolisti hanno scritto della minaccia che il consolidamento rappresenta per la base di difesa. Quasi due terzi dei principali contratti di sistemi d’arma del DoD hanno un solo grande offerente, e le prime 10 aziende aerospaziali e di difesa rappresentano l’86% delle entrate dell’industria.

Che nel settore difesa ci fossero sempre stati corruzione e costi esorbitanti non è certo una novità, anzi sono una caratteristica intrinseca dell’industria bellica in ogni stato e in ogni tempo, ma l’incapacità dell’America di produrre con competenza armi è un problema nuovo. Infatti, l’America se ha vinto la Seconda Guerra Mondiale è in gran parte grazie alla sua immensa capacità produttiva, ora che quest’ultima sembra sempre più assottigliarsi, non sarà semplice né rapido riportarla agli antichi fasti.

A partire da poco prima della Seconda Guerra Mondiale e fino alla Guerra Fredda, l’esercito ha procurato vaste flotte di armi e forniture da usare nelle guerre, ha dato impulso ai progressi scientifici e ingegneristici (come la creazione di internet e del sottomarino nucleare) e ha, nel bene o nel male, dato forma ad ampie fasce dell’economia. Per esempio, fu responsabile in molti modi dell’industrializzazione del Sud. Il mito dell’origine di quell’apparato di difesa fu il discorso di Dwight Eisenhower sul complesso militare industriale nel 1960, in cui avvertì gli americani che un tale potere scientifico finanziato ad un livello alto e permanente era incompatibile con una democrazia, a meno che la cittadinanza non fosse particolarmente attenta.

Ma anche se molti guardano ancora agli avvertimenti di Eisenhower come pietra di paragone per il problema politico statunitense quel sistema di approvvigionamento militare, nonostante i suoi gravissimi problemi, aveva severe disposizioni anti-monopolio per bloccare furti, incompetenza e delocalizzazione. Oltre ai problemi nel rapporto tra l’industria bellica e i decisori politici paventata da Eisenhower, c’è un altro grosso problema meno noto ma che si sta rivelando in tutta la sua portata.

Negli anni ’90, i pensatori della sicurezza nazionale hanno riconosciuto che la spesa militare sarebbe diminuita a causa della fine della Guerra Fredda. La domanda a cui gli appaltatori della difesa cercavano di rispondere, era come mantenere i margini di profitto delle loro aziende anche se le entrate calavano. Le industrie della difesa fecero un accordo informale con l’entrante amministrazione Clinton, in cui gli appaltatori non si sarebbero opposti alle riduzioni di spesa a patto che il Pentagono aiutasse ad architettare un grande boom di fusioni e a liberarsi delle leggi che permettevano di esercitare controlli sulla spesa militare. Nel 1993, il funzionario del Dipartimento della Difesa William Perry riunì gli amministratori delegati dei principali appaltatori della difesa e disse loro che avrebbero dovuto fondersi in entità più grandi a causa della riduzione delle spese della Guerra Fredda. “Consolidare o evaporare”, disse in quella che divenne nota come “L’ultima cena” nella tradizione militare. https://www.defensenews.com/30th-annivesary/2016/10/25/30-years-william-perry-reshaping-the-industry/

L’ex segretario della Marina John Lehman ha notato che “i leader dell’industria presero a cuore l’avvertimento”. Hanno ridotto il numero di appaltatori principali da 16 a sei; le fusioni di subappaltatori sono quadruplicate dal 1990 al 1998.

Alcune conseguenze dell’Ultima Cena e delle scelte politiche dell’era Clinton sugli appalti includevano prezzi più alti per le forniture militari, il roll-up di massa dei subappaltatori della difesa da parte di società di private equity, così come i banchieri di Wall Street che aiutavano il governo cinese a costruire il suo programma missilistico con tecnologia statunitense (un programma missilistico che ora sta usando per minacciare gli interessi americani). Forse il risultato più evidente fu come la conseguente mania delle fusioni rovinò effettivamente la Boeing e aprì la strada al fiasco del 737 Max.

Tutto questo si inseriva naturalmente nella nuova ideologia imperante negli anni ’90, quella delle privatizzazioni delle liberalizzazioni e dell’esportazione delle industrie all’estero, la stessa ideologia che ha spianato la strada, sempre durante l’amministrazione Clinton, al NAFTA, alle liberalizzazioni selvagge del settore finanziario e all’abolizione del Glass-Steagle Act, i cui contraccolpi si stanno rivelando tutt’oggi.

Un altro esempio è quello della Northrop Grumman, che ha acquistato l’unico grande produttore di motori a razzo, Orbital ATK. La Federal Trade Commission ha approvato la fusione, perché il Pentagono si aspettava “benefici sostanziali dalla fusione, tra cui una maggiore concorrenza per i programmi futuri e costi inferiori.” La FTC permise la fusione, ma impose un accordo alla Northrop, dicendo che la società doveva “rendere i suoi motori a razzo solidi e i servizi correlati disponibili su una base non discriminatoria a tutti i concorrenti per i contratti missilistici”. In altre parole, la Northrop doveva vendere motori a razzo ai suoi concorrenti. Il risultato non è stato quello che ci si aspettava: nel quadro di un aggiornamento dei vettori di armi nucleari in discussione al Pentagono (con costi miliardari), si scopre che ora c’è solo un offerente per l’aggiornamento, ed è Northrop Grumman. Boeing, l’altro offerente, si è ritirato, perché Northrop ora non venderà i motori a razzo a Boeing a pari condizioni, una violazione antitrust nota come “preclusione verticale”. La preclusione verticale sui motori a razzo è una violazione diretta del decreto di consenso della FTC, e il risultato netto di questa fusione è che ora c’è un solo venditore della triade nucleare, ciò significa il prezzo sarà molto più alto di quanto avrebbe potuto, ma inoltre, come in ogni mercato monopolizzato, la qualità del prodotto finale scenderà, e questo significa che gli standard di sicurezza saranno probabilmente peggiori di quanto sarebbero se ci fossero più offerenti.https://www.ftc.gov/news-events/press-releases/2018/06/ftc-imposes-conditions-northrop-grummans-acquisition-solid-rockethttps://www.defensenews.com/smr/nuclear-arsenal/2019/09/13/northrop-says-no-to-boeing-joining-icbm-replacement-program/

E poi ci sono le tecnologie a doppio uso, di cui i militari hanno bisogno ma che provengono dal settore commerciale. Per esempio, è praticamente certo che il monopolio della produzione di semiconduttori di fascia alta a Taiwan, che ha causato la chiusura di quasi tutta l’industria automobilistica a causa della carenza, è una vulnerabilità significativa (causata in parte dal collasso operativo del monopolista americano dei semiconduttori Intel). Come ha notato il Dipartimento della Difesa, senza un’azione politica per rifornire la produzione di semiconduttori, “avremo una spaventosa vulnerabilità ai tagli esteri il cui impatto farebbe sembrare minuscole le nostre carenze legate al COVID”. https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-02-09/gm-extends-production-cuts-through-mid-march-on-chip-shortage?sref=vuYGislZ

Gli Stati Uniti stanno apparentemente prendendo coscienza del problema, poiché diventa sempre più ovvio gli USA stanno perdendo terreno nel settore militare e questa consapevolezza si sta facendo strada anche negli avversari degli USA, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Resta da vedere se i decisori politici americani riusciranno (o potranno) a trovare una soluzione a queste problematiche che nei loro risvolti sono altamente complesse, e pertanto non hanno soluzioni semplici. Personalmente ritengo che, almeno nel breve termine gli Stati Uniti, e l’Occidente in generale, abbiano poche soluzioni da offrire, dato che le problematiche sopra esposte si inseriscono in un quadro molto più ampio di deindustrializzazione a scapito della finanza iniziato 25-30 anni fa di cui l’Occidente deve prendere coscienza, pena il declino nell’irrilevanza. PAUL C. F.

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Alessia C. F. (ALKA)
Esploro, indago, analizzo, cerco, sempre con passione. Sono autonoma, sono un ronin per libera vocazione perché non voglio avere padroni. Cosa dicono di me? Che sono filo-russa, che sono filo-cinese. Nulla di più sbagliato. Io non mi faccio influenzare. Profilo e riporto cosa accade nel mondo geopolitico. Freiheit ist ein Krieg. Preferisco i piani ortogonali inclinati, mi piace nuotare e analizzare il mondo deep. Ascolto il rumore di fondo del mondo per capire quali nuove direzioni prende la geopolitica, la politica e l'economia. Mi appartengo, odio le etichette perché come mi è stato insegnato tempo fa “ogni etichetta è una gabbia, più etichette sono più gabbie. Ma queste gabbie non solo imprigionano chi le riceve, ma anche chi le mette, in particolare se non sa esattamente distinguere tra l'etichetta e il contenuto. L'etichetta può descrivere il contenuto o ingannare il lettore”. So ascoltare, seguo il mio fiuto e rifletto allo sfinimento finché non vedo tutti gli scenari che si aprono sui vari piani. Non medito in cima alla montagna, mi immergo nella follia degli abissi oscuri dell'umanità. SEMPRE COMUNQUE OVUNQUE ALESSIA C. F. (ALKA)