Ci è sempre stato insegnato che la scienza è tale nel momento in cui soddisfa il cosiddetto metodo galileiano o metodo sperimentale. Per semplificare, questo metodo consiste nei seguenti passi:

  • osservazione di un fenomeno fisico;
  • scelta delle grandezze fisiche necessarie per descriverlo;
  • formulazione di un’ipotesi;
  • esperimenti per verificare l’ipotesi;
  • enunciazione della legge sperimentale.

Quanto volte abbiamo sentito dire che il metodo sperimentale di Galileo è il fondamento stesso della scienza moderna? Di sicuro tante, a tal punto che nell’immaginario collettivo di noi persone comuni lo scienziato viene solitamente tratteggiato come un infaticabile topo di laboratorio che, nel chiuso suo lavoro di ricerca, si fa guidare esclusivamente da argomenti di tipo razionale e non ammette nulla che non sia stato già rigorosamente provato e dimostrato dai suoi colleghi specialisti. Questa rappresentazione però non sempre è veritiera. Quando assolutizzata, può facilmente trarci in inganno.

Innanzitutto, si potrebbe essere portati a credere che tutto ciò che non può essere verificato sperimentalmente non sia alla fine degno neppure di essere chiamato scienza. Ma siamo sicuri che sia veramente così? In realtà, non è affatto detto che tutti quei fenomeni che vengono sistematicamente bollati come pseudo-scientifici non essendo possibile sottoporli ad una verifica secondo il metodo galileiano debbano effettivamente essere reputati tali. Può essere, appunto, che il tutto dipenda dai limiti insiti nel nostro attuale livello di sviluppo tecnico-scientifico. In poche parole, tenderemmo a definire come pseudoscienza, a prescindere dal fatto che lo sia o meno, tutto ciò che non siamo in grado di spiegare e di verificare sperimentalmente solamente perché, alla luce delle nostre attuali conoscenze, non siamo in grado di spiegarlo e di verificarlo sperimentalmente.

In fin dei conti, anche David Bohm1, tra i più importanti fisici teorici del XX secolo, premio Nobel e padre della teoria del cosiddetto Universo Olografico di cui abbiamo già parlato in un nostro precedente articolo2, sosteneva l’idea che se a noi l’universo pare come caotico e frutto del caso, ciò non è che una mera illusione dovuta al fatto che i nostri sensi, da cui giocoforza dipendono anche le nostre osservazioni scientifiche, sono tanto limitati da non farci intravvedere la realtà ultima dell’universo, che invece va considerata come perfettamente ordinata. Bohm distingueva tra ordine esplicito, che è quello materiale degli “eventi-cosa” apparentemente separati e isolati nello spazio e nel tempo e dunque percettibili dai nostri sensi e verificabili sperimentalmente, e ordine esplicito, che è invece la realtà ultima che trascende le nostre capacità sensoriali. Pertanto, finché non saremo in grado di ottenere una comprensione più piena di ciò in cui consiste questo ordine implicito, potremmo cadere nell’errore di considerare tutti quei fenomeni che sono ad esso strettamente connessi e che esulano dall’ordine esplicito come inspiegabili e anti-scientifici; e pertanto si finirebbe con il reputarli come non meritevoli di alcuna considerazione da parte della scienza ufficiale.

Parimenti, un altro errore in cui potremmo incappare assolutizzando il metodo sperimentale galileiano è il credere che il progresso tecnico-scientifico sia un processo assolutamente lineare, di costante accumulazione di sapere e conoscenze. Non sarebbe altro che l’estremizzazione delle “magnifiche sorti e progressive della scienza”, di cui già Giacomo Leopardi aveva modo di dubitare nella lirica La Ginestra! Eppure in molti all’interno della comunità scientifica hanno messo in dubbio una simile interpretazione di stampo prettamente illuminista.

Thomas Kuhn3 è stato tra i più importanti storici della scienza del XX secolo. Kuhn aborriva l’idea di un processo lineare di accumulazione del sapere da parte della scienza. Egli sosteneva che il sapere scientifico, diversamente da quanto si creda comunemente, procede per scalini. In una determinata epoca, secondo Kuhn, si affermerebbe un paradigma, ossia un complesso di teorie, principi, procedimenti metodologici e concezioni culturali universalmente riconosciuti, che determinano i limiti entro cui operano i membri della comunità scientifica, quest’ultima costituita da scienziati che, avendo per l’appunto in comune tra di loro il medesimo paradigma, condividono la stessa visione etica, gli stessi criteri di giudizio, gli stessi modelli interpretativi, nonché gli stessi metodi e le stesse soluzioni per risolvere i problemi e che pertanto ritengono necessario che i loro successori siano educati in base ai medesimi contenuti e valori.

È questo il periodo in cui la scienza si afferma come scienza normale, cioè un periodo nel quale gli scienziati si adoperano soprattutto per rinsaldare i principi alla base del paradigma imperante, da loro stessi ritenuto come una sorta di stella polare che guida il loro lavoro a 360°. Per Kuhn, persino la scelta degli strumenti da essi impiegati durante la fase della scienza normale verrebbe in ultima istanza determinata dal paradigma esistente.

Senonché, man mano che si susseguono gli esperimenti, che si fanno nuove scoperte, che si elaborano nuove ipotesi di ricerca – ma il tutto sempre operando sotto l’egida del paradigma dominante – emergono degli elementi che sono in aperta contraddizione con questo. All’inizio le anomalie sono piccole e gli scienziati, non volendo mettere in discussione il paradigma sotto cui sono da tempo abituati ad operare, tendono a dar loro poco peso, fiduciosi di poter presto perfezionare il paradigma medesimo così da sviluppare una più completa cornice interpretativa entro cui inquadrare queste stesse incongruenze. Ma alla lunga le anomalie aumentano e diventano sempre più macroscopiche, fino a che non si arriva al punto di dover mettere in discussione l’intero paradigma. Il paradigma va dunque in crisi, perché ci si accorge che occorre fare un passo in avanti, cioè elaborare un nuovo paradigma che si possa imporre al posto del precedente, non potendo più quest’ultimo spiegare tutte quelle anomalie che sono emerse durante la fase della scienza normale.

Si entra quindi in una nuova fase, detta della scienza straordinaria, in cui la comunità scientifica, avendo maturato la consapevolezza di dover procedere all’elaborazione di un nuovo paradigma che possa guidarla nella risoluzione delle anomalie irrisolte, dibatte incessantemente per valutare quale tra le nuove teorie scientifiche che stanno emergendo ha le qualità per poter assurgere a nuovo paradigma dominante. Si tratta di una fase molto delicata, intrinsecamente rivoluzionaria, perché si chiede ai membri della comunità scientifica di abbandonare il sistema di valori che sino a quel momento li aveva guidati, indirizzandoli nelle ricerche e persino nella scelta dell’uso di una data strumentazione. Mentre durante la fase della scienza normale gli scienziati si applicano quasi esclusivamente a ipotesi di lavoro che trovino i loro eventuali sbocchi all’interno del paradigma prevalente, al contrario in quella della scienza rivoluzionaria ci si concentra principalmente sulle nuove teorie che possono confutare quest’ultimo, dato che il nuovo paradigma chiamato a subentrare non potrà essere semplicemente una evoluzione del precedente ma dovrà essere qualcosa di nuovo, di rivoluzionario appunto. Si chiede cioè agli scienziati di guardare il mondo con occhi nuovi.

Lo stesso Kuhn enfatizzava la singolarità del momento dicendo:

«Quando mutano i paradigmi, il mondo stesso cambia con essi. Guidati da un nuovo paradigma, gli scienziati adottano nuovi strumenti e guardano in nuove direzioni. Ma il fatto ancora più importante è che, durante le rivoluzioni, gli scienziati vedono cose nuove e diverse anche guardando con gli strumenti tradizionali nella stessa direzione in cui avevano guardato prima. È quasi come se la comunità degli specialisti fosse stata improvvisamente trasportata su un altro pianeta dove gli oggetti familiari fossero visti sotto una luce differente e venissero accostati a oggetti insoliti».

Ovviamente, il nuovo paradigma si affermerà nel momento in cui sarà stato in grado, oltre che di spiegare tutti quei fenomeni che erano comunque organicamente inquadrati all’interno del paradigma precedente, anche tutte quelle incongruenze che avevano alla lunga decretato la crisi di quest’ultimo. I nuovi principi su cui si basa il paradigma emergente appaiono come incommensurabili rispetto a quelli del precedente, nel senso che diventa impossibile compararli tra di loro non solo sul piano dei contenuti concettuali, ma anche su quello del linguaggio e dei criteri di convalida. È, in pratica, come se si parlasse una lingua nuova, trattandosi di nuove concezioni del mondo e di nuovi strumenti per studiarlo, che non hanno più che pochi elementi essenziali in comune con i vecchi. È una vera e propria rivoluzione, tale per cui si può parlare di un prima e di un dopo.

Terminato il periodo in cui si completa appieno il cambio di paradigma, si entra ancora una volta nella fase di scienza normale. Ed il ciclo continua.

Alla luce del pensiero di Kuhn sopra esposto, possiamo spingerci ad affermare convintamente che il metodo sperimentale galileiano, per quanto imprescindibile al progresso tecnico-scientifico, sia condizione necessaria ma non per questo sufficiente affinché il lavoro di uno studioso possa essere effettivamente accreditato come scienza. È necessario anche che lo studioso in questione sia consapevole del fatto di operare, come per altro tutti i suoi colleghi, all’interno di un paradigma scientifico che lo guida e ne condiziona la ricerca. Il vero scienziato dunque è colui che non ignora che, nella sua vita di ricercatore, potrebbe essere tenuto quando meno se lo aspetta a cambiare radicalmente il modo stesso in cui si approccia alla realtà, in cui vede il mondo, in cui procede alle sue analisi.

Lo scienziato, per essere degno di tale definizione, deve quindi saper dubitare. Il dubbio è il fondamento ultimo della scienza. Il dubbio però non va inteso solo in maniera socratica del tipo: “io so di non sapere”. Dubitare significa avere la consapevolezza che, volenti nolenti, ci si muove all’interno di un paradigma scientifico, così come definito da Kuhn. Dubitare vuol dire essere pronti a vedere il mondo con occhi nuovi ogniqualvolta le ricerche scientifiche ci portano in una direzione piuttosto che in un’altra. Dubitare significa, soprattutto, saper mettere in discussione tutto il nostro essere. Forse non siamo quello che abbiamo sempre creduto di essere. Siamo altro, siamo un qualcosa che non avremmo mai immaginato di essere. E forse ci costa ancora più fatica sapere di esserlo.

Al contrario, l’approccio di chi invece è fisso nelle proprie convinzioni e crede la scienza come assoluta e mera accumulazione di sapere non è degno di essere considerato come scientifico. Costui potrà pavoneggiarsi finché vuole, ostentare vanagloriosamente i propri attestati e titoli accademici, deridere tutti coloro che parlano di un qualcosa che lui non capisce, tacciandoli financo di terrapiattismo… ma resta il fatto che così facendo non fa altro che assolutizzare il paradigma nel quale egli stesso si trova ad agire, dimostrandosi al contempo del tutto incapace di provare il dubbio, il fondamento stesso della scienza.

In parte, è un atteggiamento prevedibile: la struttura delle rivoluzioni scientifiche ricorda molto da vicino quella delle rivoluzioni religiose, nel senso che vi giocano una parte decisiva gli elementi della fede e della conversione. Per molti ricercatori, abbracciare un paradigma scientifico significa fare un atto di fede. Questa non è di per sé una cosa negativa. Anzi, spesso e volentieri, alla fine della fase della scienza rivoluzionaria un nuovo paradigma riesce ad imporsi solamente perché alcuni scienziati, pur non ancora in grado di presentare prove sperimentali incontrovertibili che validino questo paradigma, si battono in difesa di quest’ultimo come crociati mossi da una fede religiosa.

Ad esempio, in fisica quantistica il principio dell’entanglement venne sperimentalmente dimostrato solo agli inizi degli anni ‘80 grazie all’Esperimento sulla correlazione quantistica di Aspect4. Eppure il primo a parlare di entanglement quantistico fu il famoso fisico tedesco Erwin Schrödinger già negli anni ’30 del secolo scorso. Passarono dunque quasi 50 anni prima che quest’ipotesi teorica venne sperimentalmente comprovata: un lungo lasso di tempo durante cui, in mancanza di prove sperimentali, i paladini della nuova teoria dovettero affrontare lo scetticismo della maggior parte dei colleghi, dai quali erano visti forse come i cultori di una nuova fede religiosa. Non a caso Einstein, che era notoriamente scettico su alcuni dei principi cardine della fisica quantistica, ironizzò su di essi proferendo la famosa frase: “Dio non gioca a dadi con l’Universo”.

Tuttavia, anche l’agire più per un atto di fede che per una convinzione razionalmente fondata non significa necessariamente agire in maniera irrazionale. Alla base della nascita di un nuovo paradigma vi è piuttosto un’intuizione che comprende sì la razionalità ma che va anche oltre ad essa. Si pensi alla mela di Newton. La leggenda narra che il fisico inglese elaborò la sua teoria della gravitazione universale quando una mela gli cadde in testa. Che questo aneddoto sia una leggenda o meno, ha poca importanza: è un fulgido esempio di come spesso le teorie più sofisticate e brillanti siano frutto di intuizione, del proverbiale lampo di genio, di un momento estemporaneo, e non piuttosto di lunghi e dispendiosi calcoli ed esperimenti da parte del proverbiale topo di laboratorio che si rinchiude per mesi nel proprio studio stillandosi il cervello finché la soluzione non emerge per inerzia.

Ma se gli atti di fede sono pressoché necessari per sostenere un nuovo paradigma che è in procinto di subentrare al precedente, questi medesimi potrebbero però rivelarsi deleteri quando sono di ostacolo all’accantonamento del vecchio paradigma. Quegli studiosi che hanno passato una vita intera ancorati ad un paradigma in maniera fideistica, potrebbero non accettare l’avanzare del nuovo. Si rinchiuderebbero in se stessi e finirebbero certamente col denigrare come visionari (o magari come terrapiattisti) i paladini del nuovo paradigma. La loro è pur sempre una fede e, come nel caso dei comunisti, non è per tutti mettere in discussione ciò in cui si è sempre creduto in maniera assoluta. Questo comporta anche un cambio nei nostri costumi, nelle nostre abitudini. La routine sarà pure noiosa, ma rassicura. Non tutti sono disposti ad uscire dalla propria confort zone: costa fatica.

Ma siamo sicuri che sia solo una questione di fede? O non sarà che, sotto sotto, più prosaicamente, si cerca sempre di portare acqua al proprio mulino? In altre parole, da cosa dipende la sconcertante ottusità di certi soloni della scienza? Dalla loro incapacità di provare il dubbio, fondamento stesso della scienza? O magari dal fatto che l’assecondare certe posizioni, per quanto queste ad un’analisi onesta possano persino apparire sbagliate e magari pure anti-scientifiche, porta loro tanti benefici materiali sotto forma di cattedre presso le più prestigiose università del mondo, finanziamenti a go-go per le loro ricerche, pubblicazioni sulle riviste scientifiche più in vista e chiaramente anche continue apparizioni nei salotti televisivi con tanto di munifico gettone di presenza? Ma se ciò è vero, questo significa mentire sapendo di mentire.

Il dubbio rimane. Forse vi sorprenderà apprendere che una delle branche di ricerca dove l’operato della scienza cosiddetta ortodossa solleva maggiori interrogativi dimostrandosi maggiormente incapace di mettere in discussione i vecchi paradigmi, anche quando emergono grosse anomalie che dovrebbero spingere i ricercatori ad elaborare nuove ipotesi, è l’archeologia. Molti archeologhi tendono a fossilizzarsi su certe posizioni anche in presenza di palesi incongruenze nella narrativa ufficiale (queste ultime da intendersi evidentemente in senso kuhniano).

Sicuramente uno dei casi più eclatanti è costituito dalla Sfinge della piana di Giza, che sorge accanto al celeberrimo (ed altrettanto misterioso) complesso piramidale. Secondo l’egittologia tradizionale, in cui spicca la figura del dottor Zahi Hawass5 considerato tra le massime autorità mondiali in materia, la Sfinge sarebbe stata scolpita direttamente in un affioramento di roccia attorno al 2500 A.C durante il regno del faraone Chefren, già committente di una delle tre Grandi Piramidi. Il volto del faraone sarebbe anzi proprio quello ritratto nel ciclonico monumento. In realtà, l’attribuzione al faraone Chefren è alquanto dubbia. Ciò che ha spinto gli egittologi ad attribuire la paternità della Sfinge a Chefren è un’iscrizione su una stele, detta Stele del Sogno, posta tra le zampe anteriori della statua, che fu fatta incidere dal faraone Thutmose IV6, comunque diversi secoli dopo la data presunta di realizzazione dell’opera.

Ci sarebbe anche la cosiddetta Stele dell’Inventario, oggi però considerata da alcuni studiosi un falso, tanto da essere stata messa in disparte in un angolo del Museo Egizio del Cairo, lontano dalle attenzioni dei visitatori. La stele riporta le imprese compiute da Chefren e tra di esse viene citata la scoperta di un tempio dedicato a Horus in vicinanza della Sfinge. In altre parole, se quanto riportato corrispondesse a verità, si dovrebbe desumere che in realtà Chefren avesse già trovato la Sfinge in situ. Il suo sarebbe stato quindi solo un intervento di restauro e conservazione.

In più, le dimensioni della testa della Sfinge risultano essere eccessivamente piccole e sproporzionate in rapporto al resto dell’opera, cosa questa che ha indotto molti ricercatori a ritenere che il volto umano sia stato scolpito in epoca successiva rispetto al resto del corpo leonino. Ma è veramente il volto di Chefren come sostiene imperterrito Zahi Hawass? Recenti ricerche genetiche effettuate su campioni prelevati da antiche mummie egizie risalenti ai tempi della XVIII dinastia (quella di Tutankhamon), avrebbero rivelato l’origine per così dire europea dei faraoni e della classe sacerdotale che comandava nell’antico Egitto. Infatti, il DNA di questi ultimi è molto più simile a quello delle moderne popolazioni dell’Europa occidentale piuttosto che a quello degli individui che abitano oggi l’Egitto7 (cosa anche piuttosto ovvia, pensandoci bene, considerando che l’Egitto come tutto il Medio Oriente ed il Nord Africa fu arabizzato solo a partire dal VII secolo D.C.).

Nell’importante sito archeologico di età predinastica di Ieracompoli8, posto nell’Alto Egitto, è presente una tomba, la numero 100, su una parete della quale verso la fine del XIX secolo l’archeologo britannico Frederick W. Green9 rinvenne un affresco colorato conservatosi in maniera soddisfacente grazie al clima particolarmente secco tipico del luogo. Si tenga presente che il dipinto è stimato risalire ad oltre il 3000 A.C.. Green fece rimuovere l’affresco in modo da poterlo trasportare al Museo Egizio del Cairo, dove tuttora viene esposto al pubblico. Purtroppo malaccorti lavori di restauro hanno compromesso il suo stato di conservazione, coprendo gran parte delle scene illustrate. Tuttavia Green ebbe l’accortezza di far fare una riproduzione dell’affresco. Il fatto notevole di questa pittura è che si distinguono chiaramente (almeno nella copia fedele commissionata da Green) delle persone bianche che sembrano esercitare una qualche forma di dominio su individui appartenenti invece ad una razza di colore.

Questo affresco sembrerebbe suffragare l’ipotesi che anche questo faraone potesse appartenere a questa élite di origine – oggi si direbbe – caucasica. Al contrario, il volto ritratto nella Sfinge sembra piuttosto appartenere ad un individuo di razza negroide-nubiana. Giusto per farsi un’idea:

Quella sopra è un’immagine della statua detta di Chefren assiso in trono conservata presso il Museo Egizio del Cairo; qui sotto invece un’immagine di profilo della testa della Sfinge.

Ma vi è un dato ancora più interessante da prendere in considerazione. Un eminente scienziato dell’Università di Boston, il geologo Robert Schoch10, al termine di una lunga serie di rilevamenti effettuati presso il complesso monumentale di Giza nei primi anni ’90, ha avuto modo di constatare come il busto leonino della Sfinge presenti due diversi tipi di erosione: uno che attraversa il monumento in senso orizzontale e l’altro in senso verticale.

Si presume che il primo tipo di erosione sia il risultato dell’azione dei venti mentre il secondo di piogge torrenziali. Per altro, queste evidenti tracce di erosione da pioggia non erano sfuggite all’attenzione di un famoso egittologo vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo. Si tratta di un personaggio assai singolare, il cui nome è René Adolphe Schwaller de Lubicz11. Oltre che di archeologia, costui si dilettava anche di esoterismo e alchimia. Si sospetta che dietro lo pseudonimo di Fulcanelli, celebre e misterioso alchimista del secolo scorso, autore tra l’altro dell’enigmatico Il Segreto delle Cattedrali12, autentico manuale di alchimia dedicato alla costruzione delle cattedrali gotiche di Francia, si celasse appunto Schwaller de Lubicz.

Ordunque, ciò che rende molto interessanti questi segni di erosione è il fatto che all’epoca del faraone Chefren (circa 4500 anni fa) la regione di Giza, pur non presentando ancora il carattere desertico che ha oggi, non era più soggetta già da alcuni millenni a precipitazioni di intensità tale da giustificare, secondo il giudizio di Schoch, la formazione di queste scanalature. Queste chiare incongruenze all’interno del paradigma ancora oggi prevalente (quello secondo cui, appunto, la Sfinge venne eretta all’epoca del faraone Chefren) hanno quindi indotto il professore americano ad avanzare un’ipotesi a dir poco sbalorditiva: che la Sfinge sia stata in realtà costruita molti millenni prima del 2500 A.C., tra il 5000 ed il 9000 A.C., quando ancora l’Egitto era interessato da piogge di tipo torrenziale. Insomma, l’Egitto prima delle sabbie.

Volendo approfondire il discorso, non si può fare a meno di menzionare un altro fatto considerevolmente interessante. I grandi monumenti della piana di Giza, quindi le tre piramidi oltre la Sfinge, sono tutti orientati in maniera perfetta secondo i punti cardinali. La Sfinge, in particolare, guarda esattamente verso est, là dove sorge il sole. Funge, in qualche modo, da puntatore eliaco. Alcuni famosi scrittori, esperti di archeoastronomia, come Robert Bauval13 e Graham Hancock14, hanno avanzato l’ipotesi che la Sfinge possa essere stata eretta attorno all’anno 10500 A.C. addirittura. La loro convinzione si basa sul fatto che attorno a quella remotissima data il sole, in occasione dell’equinozio di primavera, sorgeva in corrispondenza della costellazione del Leone (lo stesso Schoch riteneva che originariamente la testa della Sfinge fosse quella di un leone e che solo in un secondo momento al suo posto venne ricavato il volto umano che oggi conosciamo, il quale infatti risulta considerevolmente più piccolo e sproporzionato rispetto al resto del corpo leonino).

Infatti il nostro pianeta, la Terra, oltre al moto di rivoluzione attorno al sole e a quello di rotazione sul proprio asse, ne presenta anche un terzo (invero in totale sono 4), detto moto di precessione degli equinozi15. Come avviene anche in una comune trottola nel momento in cui sta iniziando a rallentare, l’asse di rotazione della Terra ruota anche intorno alla perpendicolare al piano della sua orbita.

Quest’ultimo è un moto lentissimo, che si compie in circa 25772 anni, a seguito del quale però variano continuamente, seppure appunto in maniera estremamente lenta, la posizione apparente degli astri sulla sfera celeste e quindi anche quella delle costellazioni visibili in un dato luogo. Questo determina l’evolversi delle ere cosiddette astrologiche16. Oggi ci troviamo a cavallo tra l’era dei pesci e quella dell’acquario. Ciò significa che il giorno dell’equinozio di primavera, il 21 marzo, il sole sorge all’interno della costellazione dei Pesci. Ma ogni 2160 anni circa, per effetto della precessione degli equinozi, la costellazione che il 21 marzo ospita il Sole viene sostituita dalla costellazione che la precede. Verso il 10500 A.C. il sole sorgeva in corrispondenza della costellazione del Leone. Da qui le conclusioni di questi studiosi.

Chiaramente, questa teoria dell’antichissima edificazione della Sfinge viene molto contrastata all’interno della comunità scientifica. Non potrebbe essere diversamente. È anche facile capirne il perché. Accettare come vera, o per lo meno come verosimile, la possibilità che la Sfinge di Giza possa essere stata scolpita praticamente alla fine dell’ultima era glaciale significa fondamentalmente ritenere plausibile l’ipotesi che sia esistita in una remotissima epoca antidiluviana una civiltà con ogni probabilità dotata di un grado di conoscenze tecnico-scientifiche piuttosto avanzato, e comunque di un livello ritenuto impossibile secondo quanto stabilito dalla storiografia ufficiale. Si tratterebbe di un clamoroso cambio di paradigma scientifico, sicuramente uno dei più importanti di sempre.

Tutti noi saremmo tenuti a guardare il mondo con occhi completamente nuovi perché la storia del genere umano ne verrebbe rivoluzionata. I libri di storia dovrebbero essere totalmente riscritti. Molti accademici, per lo meno quelli che sino ad oggi hanno difeso con maggior tenacia le teorie ortodosse, rivelatesi in seguito sbagliate, verrebbero completamente screditi e perderebbero molti dei vantaggi economici che hanno conseguito dall’alto delle loro rendite di posizione. Ma soprattutto ognuno di noi dovrebbe iniziare a porsi delle domande che potrebbero stravolgere i nostri più profondi convincimenti.

Cosa era realmente questa antica civiltà? Perché e quando scomparve senza quasi lasciare tracce? Perché la storiografia ufficiale ha impiegato così tanto per disvelarne l’esistenza, malgrado la ricorrenza con cui pressoché in tutti i miti antichi si parla di una fantomatica età dell’oro (si pensi solo al racconto di Atlantide da parte di Platone)? In che cosa consisteva la tecnologia di cui si presume facessero uso? Era quest’ultima forse per certi versi superiore alla nostra? Qual era la fonte di energia che alimentava la loro civiltà?

Ovviamente, queste sono domande ipotetiche che sarebbe lecito porsi solo nel momento in cui questa teoria così bizzarra ed eterodossa, per certi versi persino eretica, fosse un giorno accettata come nuovo paradigma dalla comunità scientifica internazionale. Per il momento, ci si limita a quelle che non sono altro che semplici speculazioni epistemologiche. Non è comunque nostra intenzione in questo articolo perorare la causa di un ricercatore piuttosto che di un altro. Ognuno è libero di pensarla liberamente e di ritenere infondate e fantasiose le argomentazioni degli studiosi di cui abbiamo fatto accenno. Non è questo il punto. Ma una cosa ci preme sottolineare. Il giorno in cui dovesse realmente imporsi un simile nuovo paradigma, ebbene, quel giorno segnerebbe un prima ed un dopo. A partire da quel giorno, niente sarebbe più come prima. Sarebbe come se si entrasse in una nuova epoca, in un nuovo mondo. Quel giorno, se mai dovesse arrivare, saremo pronti a lasciarci il passato alle spalle? Saremo disposti a metterci in discussione? Saremmo in grado, fondamentalmente, di vivere una vita del tutto diversa da quella che attualmente molti di noi stanno conducendo? Quanti di noi se ne dimostrerebbero incapaci! Senza la capacità di dubitare, soprattutto di quanto ci appare più certo, non vi può essere cambiamento alcuno.

  • 1 https://it.m.wikipedia.org/wiki/David_Bohm
  • 2 https://www.orazero.org/lorrore-la-teoria-parte-2/
  • 3 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Thomas_Kuhn
  • 4 https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_sulla_correlazione_quantistica_di_Aspect
  • 5 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Zahi_Hawass
  • 6 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Thutmose_IV
  • 7 http://www.veja.it/2016/09/26/le-origini-europee-dei-faraoni-degitto-dna-tutankhamon/
  • 8 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ieracompoli
  • 9 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Frederick_William_Green
  • 10 https://en.m.wikipedia.org/wiki/Robert_M._Schoch
  • 11 https://it.m.wikipedia.org/wiki/René_Adolphe_Schwaller_de_Lubicz
  • 12 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Il_mistero_delle_cattedrali
  • 13 https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Bauval
  • 14 https://it.wikipedia.org/wiki/Graham_Hancock
  • 15 https://it.wikipedia.org/wiki/Precessione_degli_equinozi
  • 16 https://it.wikipedia.org/wiki/Era_astrologica