<<Israele ha avuto quattro elezioni in due anni; praticamente un record, nemmeno in Italia, forse una cosa così può succedere in qualche Paese del Terzo Mondo. Il mega-programma di totalitarismo vaccinale di Netanyahu, quello per cui ora vi sono denunce di massive violazioni di diritti umani, non è bastato a dare a Bibi la spinta necessaria a stare in sella oltre al dodicesimo anno consecutivo>>.«Netanyahu, al potere per 12 anni consecutivi, è sulla graticola per le ennesime accuse di corruzione. Lapid sta cercando di sbatterlo fuori con una coalizione multiforme di progressisti e di ortodossi – la violenza sta ovviamente mettendo una contro l’altra le anime del possibile arco parlamentare anti-Netanyahu, e di conseguenza sta inficiando il disegno della sua defenestrazione progettato da Lapid». https://www.renovatio21.com/la-vera-ragione-della-guerra-civile-in-israele-collasso-e-sacrificio-mondiale/ Quindi dietro la guerra israeliana, leggendo per intero l’articolo, si comprende molto bene la profonda crisi israeliana degli ultimi anni.

E da tenere in debita considerazione anche:

Ma questa visione rischia di essere sempre limitata se non ci si concentra su altre posizioni che stanno variando nel mondo arabo.

I sauditi concordano in linea di principio di facilitare il ritorno della Siria nella Lega degli Stati arabi nella prossima sessione della Lega araba, che si terrà provvisoriamente in Algeria, se non verrà trasferita a causa del coronavirus. In precedenza, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno parlato positivamente della restaurazione della Siria nella Lega Araba. Vale la pena notare che Assad ha precedentemente chiarito che non avrebbe chiesto che il suo Paese venisse riammesso nell’organizzazione da cui era stata espulso. Ora, se la stessa Lega Araba riconsidererà la propria decisione di esclusione della Siria e chiederà a Damasco di tornare, in questo caso la risposta di Assad sarà positiva. Finora, la danza diplomatica su questo problema continua. La Russia e l’Iran, ovviamente, sostengono il processo di ritorno della Siria nella Lega Araba, poiché questo segnerebbe finalmente la vittoria politica di Assad e il ripristino della sua legittimità internazionale. È abbastanza comprensibile che l’apertura da parte dell’Arabia Saudita di un’ambasciata a Damasco in Medio Oriente sembrerebbe un’ovvia ammissione da parte dei sauditi che Assad ha vinto. Ma questa è più una formalità, i sauditi hanno accettato già nel 2018 la permanenza di Assad. https://www.vietatoparlare.it/larabia-saudita-riammetterebbe-la-siria-nella-lega-araba-ma-esiste-un-ostacolo/

Lo stesso Iran sta normalizzando i rapporti con i Paesi Arabi e cerca di raggiungere l’accordo sul nucleare prima delle sue elezioni presidenziali. Il dialogo tra Riyadh, Damasco e Tehran ha letteralmente destabilizzato Israele che può mettere “Gli Accordi di Abramo” (dove vantava la sua leadership strategica nella regione) direttamente nel cestino dei rifiuti.

Le cambiate priorità strategiche dell’amministrazione Biden, con la revisione delle politiche mediorientali americane, potrebbero essere il motore di una clamorosa, anche se relativa, riconciliazione tra Teheran e Riyadh. Il Financial Times aveva dato notizia per primo di un vertice tenuto a Baghdad tra esponenti di spicco dell’apparato della sicurezza nazionale dell’Iran e dell’Arabia Saudita. Il vertice si sarebbe svolto all’inizio di aprile e tra i presenti vi erano il numero uno dell’intelligence saudita, Khalid al-Humaidan, e il vice-segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica, Ameer Saeed Iravani. Pubblicamente, entrambi i governi avevano smentito l’incontro, ma fonti irachene e iraniane lo avevano invece confermato. Un comunicato ufficiale emesso da Riyadh aveva inoltre lasciato intendere le cambiate intenzioni della monarchia wahhabita, dal momento che affermava il proposito di “perseguire qualsiasi opportunità per promuovere pace e stabilità nella regione”, a patto che Teheran mostri “buona volontà” e interrompa le proprie “attività maligne”. “Il fermento diplomatico potrebbe essere cioè in atto dal mese di gennaio e includerebbe non solo Iran e Arabia Saudita, ma anche Emirati Arabi, Giordania ed Egitto. Secondo il sito, almeno cinque incontri tra i rappresentanti di questi paesi sono stati organizzati dall’inizio dell’anno.” http://www.altrenotizie.org/articoli/esteri/9274-iran-arabia-saudita-dialogo-a-ostacoli.html

La stessa guerra nello Yemen si incastra nel problematico rapporto fra Arabia Saudita e Iran, in caso di accordi si verrebbe a creare un equilibrio meno conflittuale fra le potenze regionali, questo permetterebbe anche a Riad di uscire da una costosa guerra che si trascina da molto tempo e dove non ha conseguito risultati.

<<Se la ricomposizione del paese dovesse consolidarsi nella divisione attualmente imposta dai combattimenti, appare molto probabile che il governo internazionalmente riconosciuto sarà molto più debole rispetto al Southern Transitional Council (STC), il principale movimento separatista/autonomista dello Yemen. A quel punto si potrebbe riproporre lo schema di uno Yemen del Nord governato dagli houti e uno Yemen meridionale. In quest’ultimo l’antica istanza separatista, incarnata principalmente dall’STC, finirebbe probabilmente per rafforzarsi. Le forze che fanno capo al governo internazionalmente riconosciuto di Mansour Hadi potrebbero allora confluire, almeno in parte, in un Sud consolidato. Tuttavia potrebbe non essere così semplice, perché l’STC non è l’unico gruppo autonomista/indipendentista, e anche su questo fronte potrebbero nascere contrasti, o potrebbe imporsi una partizione più articolata del Paese (la costituzione varata pacificamente dal Dialogo Nazionale yemenita nel 2014 prevedeva del resto una federazione fra sei entità). Un eventuale Yemen a struttura federale potrebbe presentare un futuro per entrambe le componenti politiche anti-houti, quella governativa e quella separatista, nonché eventualmente per altre componenti. La generale risistemazione dello Yemen post-bellico, infatti, subirà l’influenza di Riad e di Abu Dhabi, che vorranno trarre qualche vantaggio dall’impegno bellico. Gli EAU, pur alleati del Regno saudita, hanno ampiamente sostenuto l’STC, addirittura fomentandone di fatto la ribellione, poi rientrata, in fasi importanti della guerra, contro lo stesso governo legittimo sostenuto dai sauditi. Gli Emirati avranno grande influenza sul futuro Yemen meridionale: controllano già i porti di Aden e di Mukallah (quest’ultimo in Hadramout), e si sono di fatto impadroniti dell’isola di Soqotra, che da paradiso di diversità biologica rischia di diventare imponente base logistica e militare che arricchirà l’impero talassocratico che Abu Dhabi sta costruendo. L’Arabia Saudita, dal canto suo, si è imposta come potente attore ad Al-Mahra, governatorato confinante con l’Oman, dove ha intrapreso importanti progetti di sviluppo presso i porti Al-Ghayda e Nishtun al fine di crearvi uno sbocco per il proprio petrolio e non dover dipendere dall’attraversamento dello Stretto di Hormuz. Se confermato dagli esiti della guerra, questo posizionamento inciderà sensibilmente sul commercio e le esportazioni di petrolio e sull’evoluzione geopolitica dell’area. Nello Yemen, inoltre, si sono affacciati anche la Turchia e il Qatar, animati dalla rispettiva rivalità con i sauditi e dalle mire “ottomane” di Erdogan, in collegamento con il partito locale Al Islah, espressione del movimento dei Fratelli Mussulmani sostenuto da Ankara e da Doha. Le tre componenti perseguono condivisi obbiettivi di indebolimento di Riad e creazione nello Yemen di una terza forza di osservanza Fratelli Musulmani, fedele alla Turchia e al Qatar. L’alleanza si allineerebbe con l’azione svolta dalle tre componenti in Nord Africa, e soprattutto in Libia. Se tali mire si realizzassero, si genererebbe probabilmente un attrito nel sud dello Yemen con gli Emirati, i quali puntano anche loro al controllo di quelle regioni. La presenza della Turchia sulle sponde yemenite del Mar Rosso, del resto, consentirebbe ad Ankara un potere di controllo sullo Stretto di Bab el Mandeb, considerato anche il posizionamento turco nel Corno d’Africa.>> https://www.agoravox.it/Evoluzioni-in-corso-nel-Golfo.html

La pace in Yemen cambierebbe tutti i giochi e renderebbe la zona tranquilla perché tutti quanti avrebbero la loro fetta di torta.

Una eventuale pace che sarebbe comunque molto sgradita a Gerusalemme perché negli ultimi anni Teheran si è posizionata al confine con il Libano e con Israele, arrivando a controllare le città al confine con l’Iraq.

Il controllo del valico di Abu Kamal nel sud-est della Siria è particolarmente importante per l’Iran. Tramite quel corridoio, Teheran riesce a rifornire non solo le milizie presenti in Siria ma anche Hezbollah in Libano, facendo passare armi e munizioni da un Paese all’altro. Non a caso l’area in questione è stata spesso soggetta a bombardamenti da parte dell’aviazione di Israele, particolarmente preoccupato dalla presenza dell’Iran in Siria.https://it.insideover.com/religioni/il-futuro-delliran-in-siria-passa-attraverso-le-conversioni.html

Ma Teheran è anche riuscita a imporsi con la religione: <<L’Iran dal canto suo ha avuto un ruolo religioso che non può essere più cancellato dalla Siria: La soluzione, secondo la Repubblica islamica, è convertire il maggior numero di sunniti allo sciismo o almeno ridurre l’ostilità della maggioranza sunnita nei confronti dei seguaci di Ali. Come detto, in un primo momento l’Iran ha offerto ai siriani la possibilità di arruolarsi nelle proprie milizie, venendo così pagati per proteggere i santuari sciiti restaurati da Teheran o costruiti ex novo per commemorare importanti figure dello sciismo morte in Siria. La paga offerta ai sunniti è però la metà rispetto a quella degli sciiti e il solo incentivo economico in diversi casi è stato sufficiente per convincere i siriani a convertirsi. Per i cittadini di un Paese sconvolto da dieci anni di guerra e ridotto alla fame, passare dal sunnismo allo sciismo è stato un sacrificio necessario per offrire alla propria famiglia condizioni di vita più dignitose, come raccontato da alcuni convertiti a Foreign Policy.>> https://it.insideover.com/religioni/il-futuro-delliran-in-siria-passa-attraverso-le-conversioni.html

Ribadisco: nessuna partita è ancora chiusa o conclusa, ma di fatto sta cambiando enormemente l’assetto geopolitico nella zona. Alessia C. F. (ALKA)