Coloro che seguono la sezione “Misteri dell’Universo” di questo blog difficilmente saranno sorpresi da una tale domanda, ma un minimo di contesto è comunque necessario. Per dirla molto semplicemente, ci sono due visioni principali della natura fondamentale dell’Universo: da un lato, il materialismo, che postula che il substrato fisico (onde, particelle, forze) sia “la” realtà e che tutto il resto, compresa la coscienza, derivi da esso. D’altra parte, il panpsichismo postula che la coscienza sia il substrato da cui deriva ciò che chiamiamo realtà fisica.

L’opzione materialista affronta molti ostacoli, in particolare il modo in cui i fenomeni quantistici sembrano essere collegati alla presenza cosciente, e la grande difficoltà di spiegare questa presunta natura fisica la cui complessità tende a crescere man mano che si sviluppano le tecniche per sondarla (vedi per esempio “Dettagli di un universo impreciso“). Peggio ancora, l’origine di tutta questa materia/energia rimane indefinibile, i termini dotti “big bang” o “singolarità” nascondono solo la nostra ignoranza.

L’opzione panpsichica è molto più antica, radicata nelle tradizioni filosofico-religiose del mondo, messa da parte per un certo periodo con l’avvento della moderna scienza materialista, ma ora sul sentiero del ritorno attraverso il lavoro di scienziati come Donald Hoffman (vedi per esempio “On the Illusion of Physical Reality“). Tuttavia, da dove potrebbe venire una tale coscienza universale, quale sarebbe il suo substrato?

L’argomento della simulazione.

Una proposta rivoluzionaria per rispondere alla domanda sulla natura dell’universo è stata fatta dal filosofo della scienza Nick Boström nel 2002, conosciuta come “argomento della simulazione”:

  • L’argomento della simulazione si basa su un presupposto: alla fine l’umanità o qualsiasi civiltà, terrestre o extraterrestre, svilupperà probabilmente la capacità di simulare la coscienza attraverso un processo simile al computer. Proprio come stiamo già cercando di fare con il clima, la congestione del traffico o i videogiochi, gli scienziati con accesso a questa capacità cercheranno di simulare l’umanità (inserendo queste coscienze simulate in un universo simulato) per vedere come si sviluppano diversi scenari

L’argomento è potente e offre risposte a molte domande, ma rimane la questione della natura fondamentale dell’Universo: se noi siamo una simulazione, in quale realtà si trovano gli esseri che l’hanno programmata?

Per fuggire dalle proprie origini.

Un modo per sfuggire al problema delle origini, sia per il postulato materialista che per quello panpsichico, è postulare l’inesistenza di qualsiasi origine e, quindi, l’inesistenza del tempo. L’universo sarebbe allora qualcosa che si inventa dal nulla, e di cui il tempo che osserviamo sarebbe una proprietà emergente. La nostra razionalità si ribella ad una tale proposta, ma è un’ipotesi conosciuta nel campo della fisica come un “ciclo strano”.

Sono uno strano anello.

Questo è il titolo di un libro del 2007 del fisico Donald Hofstadter, seguito di un libro del 1979, vincitore del premio Pulitzer, intitolato “Gödel, Escher, Bach: Strands of an Eternal Garland”:

Il libro del 2007 esplora il mondo degli “strani loop”, o sistemi autoreferenziali:

  • Un loop strano è una struttura ciclica che passa attraverso diversi livelli in un sistema gerarchico. Si verifica quando, muovendosi solo verso l’alto o verso il basso nel sistema, ci si ritrova al punto di partenza. Strani loop possono implicare l’autoreferenzialità e il paradosso.

https://en.wikipedia.org/wiki/Strange_loop

La sua ipotesi centrale (sto facendo una caricatura) è che la nostra mente, la nostra coscienza, funziona sul principio di uno strano ciclo autoreferenziale. Inventiamo noi stessi attraverso i nostri pensieri e i nostri sogni. L’argomento dell’auto-simulazione dell’Universo riprende questo principio a livello dell’Universo stesso, che sarebbe allora un vasto ciclo strano, una vasta coscienza che si auto-inventa, un vasto sogno di cui noi saremmo uno degli elementi.

Il luogo dei sogni.

Tecnicamente parlando, i sogni sono simulazioni e, il più delle volte, auto-simulazioni. Il nostro cervello, consumando solo pochi watt di energia, è capace di creare mondi virtuali di una sofisticazione e risoluzione molto superiore ai migliori videogiochi di oggi. Interagiamo con un gran numero di esseri e cose, rispettando le leggi fondamentali della fisica, anche se a volte abbiamo dei superpoteri. Possiamo rivedere le scene, modificandole. Camminiamo in strani loop che a volte ci colpiscono fisicamente, come quando ci svegliamo sudati da un incubo!

Gli esseri che esistono nei nostri sogni hanno vite, storie e anche, perché no, i loro propri sogni. Potremmo allora essere noi stessi dei sogni, cioè delle simulazioni, all’interno di una coscienza più grande, al di fuori del nostro Universo, che sarebbe a sua volta una simulazione all’interno di una coscienza ancora più grande, e così via. Una simulazione che risponde a certe regole e, secondo i teorici di questa idea, al principio del linguaggio efficiente.

Codice, linguaggio e significato.

  • Il principio del linguaggio efficiente afferma che l’universo tende verso espressioni che usano il minimo simbolismo geometrico per il massimo significato. Riconosce due categorie generali di significato: il significato geometrico (fisico), come un triangolo formato da tre particelle, e il significato emergente, virtualmente trascendente, come l’umorismo. Il sistema è abbastanza intelligente da registrare entrambi i tipi di significato. E può registrare il significato, attraverso i suoi sottosistemi (subcoscienze della coscienza universale), come gli umani.

Piccolo riassunto intermedio, il tempo di servirsi un whisky: “qualcosa” esistente oltre le nostre dimensioni fisiche e oltre il tempo, si auto-simulerebbe in una sorta di grande coscienza, un grande sogno sotto forma di uno strano loop di cui il nostro Universo, e noi stessi, saremmo sottoinsiemi. Questa grande coscienza avrebbe un linguaggio, un simbolismo geometrico che le permette di descrivere la realtà fisica così come i significati emergenti.

Questo simbolismo sarebbe dato da ciò che gli autori chiamano un quasi-cristallo, una proiezione su un certo numero di dimensioni (tre, nel nostro caso) di un cristallo (una struttura geometrica ripetitiva) esistente in un numero superiore di dimensioni, in questo caso otto. Una struttura chiamata “E8”. Cin cin, salute.

E8 e il quasicristallo.

E8 è un concetto matematico che risale al XIX secolo. È il modo più efficiente per “disporre” gli elementi all’interno di una matrice a otto dimensioni e, secondo il team di Quantum Gravity Research (QGR), ogni punto di contatto tra questi elementi all’interno di E8 corrisponderebbe nel nostro mondo, per proiezione, ad una particella o elemento fondamentale della nostra realtà fisica.

Facciamo un esempio semplicistico: se nel nostro mondo 3D creiamo un ciclo di luce, il punto di contatto di questo ciclo con la proiezione del nostro mondo su un

palcoscenico bidimensionale (come un’ombra proiettata sul terreno) è rappresentato da un punto di luce.

Così, ciò che percepiamo come per esempio un fotone, in 3D, sarebbe la proiezione di una “struttura fotonica” in otto dimensioni. E lo stesso per tutte le particelle. Questa proiezione si chiama allora “quasi-cristallo”, sarebbe coerente (la sua forma non può essere nulla poiché è fondamentalmente determinata dal cristallo E8), e corrisponderebbe al simbolismo di base del nostro “linguaggio efficace” presentato sopra.

Una grande teoria del tutto?

La motivazione dietro il lavoro di Klee Irwin e del gruppo QGR è la ricerca di una grande teoria unificante, la famosa “teoria del tutto” che dovrebbe unificare la relatività generale di Einstein, dove la gravità risulta dalle masse e dalle velocità degli oggetti che passano nello spazio-tempo, con la meccanica quantistica, dove la gravità è una specie di campo. Poiché le due teorie portano agli stessi risultati ma partono da concetti radicalmente incompatibili, la fisica ha cercato a lungo di trovare una “terza via”, come la teoria delle stringhe, che mettesse tutti d’accordo.

L’ipotesi che questo “tutto” sarebbe un’auto-simulazione di un vasto strano ciclo permetterebbe di uscire dalla dicotomia relatività/quantità, e di fare a meno delle iper-complesse teorie delle stringhe: tutto sarebbe un grande pensiero, un grande sogno il cui oggetto sarebbe la generazione di informazioni. Questo pensiero userebbe un linguaggio dato dalla proiezione di E8 sulle dimensioni della nostra parte del sogno, per quanto ci riguarda, e saremmo uno dei tanti sottoinsiemi.

Se potessimo davvero comprendere correttamente, grazie ad una “teoria del tutto”, la natura fondamentale del nostro Universo, potremmo senza dubbio – secondo il gruppo QGR – sviluppare nuovi principi fisici e nuove tecnologie che ci permettano di prendere un posto molto più grande in questa vasta coscienza. Ma lì entriamo nella prospettiva tecnicista transumanista, con un’Umanità che si trasforma in un colonizzatore dello spazio, che è in gran parte al di là dello scopo di questo articolo.

Per andare oltre.

Questo articolo cerca di riassumere in poche frasi un concetto sviluppato da Klee Irwin e dal gruppo di ricerca Quantum Gravity per anni. Si basa su un articolo

pubblicato nel 2020 nella rivista Entropy e intitolato “The self-simulation hypothesis as an interpretation of quantum mechanics“.

Di seguito, un video piuttosto interessante e divertente per cercare di capire questi concetti:

Un altro video, del 2017 con Klee Irwin, intitolato “La realtà è un codice teorico?”.

Vincent Verschoore

Scelto e curato da Jean Gabin