Thursday, April 9, 2020 – Link originale https://exiteconomics.blogspot.com/2020/04/il-piano-marshall-spiegato-da-marshall.html

In concomitanza a grandi crisi economiche che affliggono un paese (Grecia nel 2011, Italia nel 2020), si ritorna a parlare di un piano Marshall.
Cosa fu il piano Marshall? Fu un imponente piano di aiuti che gli USA misero in piedi subito dopo la Seconda Guerra Mondiale per aiutare le economie europee a rimettersi in piedi. Funzionò benissimo, le economie europee esplosero, la disoccupazione crollò, la fiducia nelle valute nazionali venne ripristinata, lo spettro del Comunismo sovietico venne allontanato grazie al fatto che la gente si scopriva “consumatrice” e gli USA ebbero dei meravigliosi anni ’50, gli “happy days”.

Colui che congegnò questo piano doveva essere una persona che aveva conosciuto la guerra, che aveva vissuto in Europa, che doveva avere nozioni importanti di economia e una mente molto aperta, libera da pregiudizi e affilata come un rasoio per inquadrare il gigantesco problema da piú punti di vista, nel suo insieme.

Quella persona fu George C. Marshall, nel secondo dopoguerra Segretario di Stato USA sotto Truman.

Quando il Segretario di Stato Marshall accettò l’invito dell’Università di Harvard a ricevere una laurea ad honorem durante la prima settimana del giugno 1947, il Dipartimento di Stato informò il presidente dell’Associazione degli Alumni che Marshall avrebbe sí tenuto un discorso per la riunione pomeridiana, ma che non voleva che fosse un discorso importante in quella specifica occasione.

La Storia decise altrimenti: quel discorso fu il seme per la rinascita dell’Europa.

Questa é la traduzione in Italiano di quello storico discorso.

“Signore e signori, non c’è bisogno che vi dica, signori, che la situazione mondiale è molto grave. Questo deve essere evidente a tutte le persone di buon senso. Penso che una difficoltà risieda nel fatto che il problema è di una tale complessità che la massa stessa di fatti presentati al pubblico dalla stampa e dalla radio rendono estremamente difficile per l’uomo della strada giungere a una chiara valutazione della situazione. Inoltre, la gente di questo Paese è lontana dalle zone tormentate della terra ed è difficile per loro comprendere la difficile situazione e le conseguenti reazioni dei popoli che soffrono da tempo, e l’effetto di queste reazioni sui loro governi in relazione ai nostri sforzi per promuovere la pace nel mondo.

Nel considerare i requisiti per la riabilitazione dell’Europa,  la perdita fisica di vite umane, la distruzione visibile di città, fabbriche, miniere e ferrovie è stata correttamente stimata, ma è diventato evidente negli ultimi mesi che questa distruzione visibile era probabilmente meno grave della dislocazione dell’intero tessuto dell’economia europea. Negli ultimi dieci anni le condizioni sono state altamente anomale. La febbrile preparazione alla guerra e il più febbrile mantenimento dello sforzo bellico hanno inghiottito tutti gli aspetti delle economie nazionali. I macchinari sono caduti in rovina o sono completamente obsoleti. Sotto l’arbitraria e distruttiva regola nazista, praticamente ogni possibile impresa è stata orientata nella macchina da guerra tedesca. I legami commerciali di lunga data, le istituzioni private, le banche, le assicurazioni e le compagnie di navigazione sono scomparsi, a causa della perdita di capitale, dell’assorbimento attraverso la nazionalizzazione o della semplice distruzione. In molti Paesi la fiducia nella moneta locale è stata fortemente scossa. Il crollo della struttura commerciale dell’Europa durante la guerra è stato completo. La ripresa è stata seriamente rallentata dal fatto che due anni dopo la fine delle ostilità non è stato raggiunto un accordo di pace con la Germania e l’Austria. Ma anche in presenza di una soluzione più rapida di questi difficili problemi, il risanamento della struttura economica dell’Europa richiederà evidentemente un tempo molto più lungo e uno sforzo maggiore di quanto previsto.

C’è un aspetto della questione che è interessante e grave allo stesso tempo. Il contadino ha sempre prodotto gli alimenti da scambiare con l’abitante della città per soddisfare gli altri bisogni della sua vita. Questa divisione del lavoro è alla base della civiltà moderna. Al momento attuale rischia di collassare. Le industrie  non producono beni adeguati da scambiare con il contadino produttore di alimenti. Le materie prime e il carburante scarseggiano. I macchinari mancano o sono consumati. Il contadino non riesce a trovare la merce in vendita che desidera acquistare. Così la vendita dei suoi prodotti agricoli in cambio di denaro che non può utilizzare gli sembra una transazione non redditizia. Egli, quindi, ha ritirato molti campi dalla coltivazione e li sta utilizzando per il pascolo. Per quanto gli manchi l’abbigliamento e gli altri normali gadget della civiltà, egli accumula piú grano di quanto la sua famiglia possa consumare e allo stesso tempo é a corto di vestiti e di altri normali gadget della civiltà. Nel frattempo la gente nelle città è a corto di cibo e di carburante. Così i governi sono costretti a usare il loro denaro e i loro crediti esteri per procurarsi queste necessità all’estero. Questo processo esaurisce i fondi che sono urgentemente necessari per la ricostruzione. La situazione è molto grave e si sta sviluppando rapidamente, il che non è di buon auspicio per il mondo. Il moderno sistema di divisione del lavoro su cui si basa lo scambio di prodotti rischia di andare a gambe all’aria.

La verità è che il fabbisogno dell’Europa per i prossimi tre o quattro anni di cibo straniero e di altri prodotti essenziali – principalmente dall’America – è talmente superiore alla sua attuale capacità di pagare che l’Europa deve avere un sostanziale aiuto aggiuntivo, altrimenti si troverà ad affrontare un gravissimo deterioramento economico, sociale e politico.

Il rimedio consiste nel rompere il circolo vizioso e ripristinare la fiducia dei cittadini europei nel futuro economico dei loro paesi e dell’Europa nel suo complesso. Il produttore e l’agricoltore devono essere in grado di, e disposti a, scambiare i loro prodotti con monete il cui valore non è in discussione.

A parte l’effetto demoralizzante sul mondo in generale e le possibilità di disordini derivanti dalla disperazione delle persone interessate, le conseguenze per l’economia degli Stati Uniti dovrebbero essere evidenti a tutti. È logico che gli Stati Uniti facciano tutto ciò che sono in grado di fare per contribuire al ritorno di una normale salute economica nel mondo, senza la quale non può esserci stabilità politica e non c’è pace assicurata. La nostra politica non è diretta contro alcun Paese o dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Il suo scopo dovrebbe essere il rilancio di un’economia funzionante nel mondo, in modo da permettere l’emergere di condizioni politiche e sociali in cui possano esistere istituzioni libere. Tale assistenza, ne sono convinto, non deve essere a pezzi man mano che si sviluppano le varie crisi. Qualsiasi assistenza che questo Governo possa fornire in futuro dovrebbe fornire una cura piuttosto che un semplice palliativo. Qualsiasi governo che sia disposto ad assistere nel compito della ripresa troverà, ne sono certo, piena collaborazione da parte del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi governo che manovri per bloccare la ripresa di altri Paesi non può aspettarsi aiuto da noi. Inoltre, i governi, i partiti politici o i gruppi che cercano di perpetuare la miseria umana per trarne profitto politicamente o in altro modo, incontreranno l’opposizione degli Stati Uniti.

E’ già evidente che, prima che il governo degli Stati Uniti possa procedere massicciamente nei suoi sforzi per alleviare la situazione e contribuire ad avviare il mondo europeo sulla via della ripresa, ci deve essere un certo accordo tra i paesi europei sulle esigenze della situazione e sulla parte che questi stessi paesi prenderanno per dare il giusto effetto a qualsiasi azione possa essere intrapresa da questo governo. Non sarebbe né opportuno né efficace che questo Governo si impegnasse ad elaborare unilateralmente un programma per mettere l’Europa in piedi economicamente. Questo è il compito degli europei. L’iniziativa, credo, deve venire dall’Europa. Il ruolo di questo Paese dovrebbe consistere in un aiuto amichevole nella stesura di un programma europeo e nel successivo sostegno di tale programma, nella misura in cui ciò sia pratico per noi. Il programma dovrebbe essere un programma comune, concordato da un certo numero, se non da tutte le nazioni europee.

Una parte essenziale di qualsiasi azione di successo da parte degli Stati Uniti è la comprensione da parte del popolo americano del carattere del problema e dei rimedi da applicare. La passione politica e il pregiudizio non dovrebbero avere alcuna parte. Con lungimiranza, e con la volontà del nostro popolo di affrontare la grande responsabilità che la storia ha chiaramente posto sul nostro Paese, le difficoltà che ho descritto possono essere e saranno superate.

Mi dispiace di aver detto qualcosa in pubblico a proposito della nostra situazione internazionale; sono stato costretto dalle necessità del caso ad entrare in discussioni piuttosto tecniche. Ma a mio avviso, è di grande importanza che il nostro popolo raggiunga una qualche comprensione generale di quali siano realmente le complicazioni, piuttosto che reagire a causa di una passione o di un pregiudizio o di un’emozione del momento. Come ho detto più formalmente un momento fa, siamo geograficamente lontani dalla scena di questi problemi. È praticamente impossibile, a questa distanza, che solo leggendo, o ascoltando, o anche vedendo fotografie o immagini in movimento, si possa cogliere il reale significato della situazione. Eppure tutto il mondo del futuro è appeso a un corretto giudizio. Pende, credo, in larga misura dalla realizzazione del popolo americano, di quelli che sono i vari fattori dominanti. Quali sono le reazioni del popolo? Quali sono le giustificazioni di queste reazioni? Quali sono le sofferenze? Che cosa è necessario? Cosa si può fare meglio? Cosa si deve fare?

Grazie mille.”

George C. Marshall

Posted by ExitEconomics