Referendum sulla giustizia: benvenuti al Grande Fratello costituzionale

Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale piuttosto complessa: la cosiddetta Riforma Nordio, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ridisegna il CSM (anzi, ne crea due separati) e istituisce una nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati. Roba tosta. Roba da addetti ai lavori. Roba che, lo diciamo subito, la stragrande maggioranza di noi — me compreso — non capisce fino in fondo.

E allora cosa fa l’Italia? L’unica cosa che sa fare meglio di tutto: trasforma tutto in una rissa politica.

Il quesito? Chi se ne frega del quesito

Partiamo dal principio. Il quesito referendario recita, letteralmente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’…” — e qui già metà della popolazione ha smesso di leggere. L’altra metà ha cercato su Google “ordinamento giurisdizionale” e ha chiuso la scheda dopo tre secondi.

Non è colpa di nessuno, intendiamoci. È che il tema è oggettivamente ostico, e richiederebbe settimane di studio serio per formarsi un’opinione davvero informata. Ma noi al massimo abbiamo un quarto d’ora tra il caffè e il tg.

E quindi, come sempre in Italia, scatta il piano B: voto come vota la mia squadra.

Pro o contro il governo. Come al solito.

Il centrodestra — FdI, Lega, Forza Italia — è compattissimo sul Sì. La riforma è loro, l’hanno voluta, l’hanno approvata, e la difendono con la stessa granitica determinazione con cui difenderebbero qualsiasi altra cosa pur di non dare ragione all’opposizione.

Il centrosinistra sul No è invece… diciamo meno monolitico. PD ufficialmente contrario, sì. Ma poi arrivano i renziani, i calendiani, i riformisti vari, e annunciano che voteranno Sì. A quel punto la coalizione del No assomiglia a un condominio dove tutti sono d’accordo sulla riunione ma nessuno sulla data.

Il risultato? Con il centrodestra compatto sul Sì e il centrosinistra diviso sul No, il Sì parte già favorito. Non è un sondaggio, è matematica spicciola: se la metà gioca tutta insieme e l’altra metà litiga nello spogliatoio, indovinate chi vince.

Sanremo, i reality e adesso anche la Costituzione

C’è una cosa in cui l’Italia non ha rivali al mondo: politicizzare tutto. Il festival di Sanremo? Terreno di scontro ideologico da febbraio a marzo, ogni anno, puntuale come le bollette. La RAI? Un campo di battaglia permanente. Il meteo? Probabile.

Figuriamoci se poteva sfuggire un referendum costituzionale. In poche settimane il voto sulla magistratura è diventato un referendum pro o contro il governo Meloni. Il merito della riforma — separazione delle carriere sì o no, CSM meglio così o meglio cosà — è scivolato tranquillamente in secondo piano, come un ospite timido a una festa di estroversi.

La strategia del No: famosi, famosi e ancora famosi

Eccoci al punto più interessante — e più istruttivo — di tutta la faccenda.

Il fronte del No sa benissimo che vincere è difficile. Gli elettori “naturalmente” schierati con l’opposizione non bastano. Servono i cosiddetti indecisi, quelli che non hanno un’ideologia politica tatuata sull’anima, e i non votanti abituali, cioè quella fetta crescente di italiani che alle urne ci va sempre meno volentieri.

Come si raggiungono queste persone? Con argomenti tecnici solidi? Con dati incontrovertibili? Con analisi giuridiche approfondite?

Ma no, dai. Con i famosi.

Attori, cantanti, giornalisti, influencer: il fronte del No ha capito che il meccanismo più potente non è convincere, ma imitare. Funziona così: se vota No qualcuno che stimi, che segui su Instagram, che trovi simpatico in tv, allora voti No anche tu. Non perché hai studiato la riforma del Titolo IV della Costituzione, ma perché lui ti piace e quindi probabilmente ha ragione.

È il principio del “me lo ha detto Tizio”, applicato alla democrazia costituzionale. Benvenuti nel 2026.

A questo si aggiunge una buona dose di sensazionalismo: proclami allarmistici, slogan ad effetto, qualche esagerazione di troppo. Certi esponenti del No — e qui il nome di Gratteri circola con una certa frequenza — hanno detto cose che con la realtà dei fatti hanno un rapporto, diciamo, creativo. Non fake news sempre, ma certamente più emotività che evidenza.

Il problema? Che funziona. Almeno un po’. Perché chi non è tecnicamente attrezzato per valutare il merito della riforma si affida per forza a qualcosa d’altro: la fiducia, la simpatia, il tifo.

Conclusione: votate. Poi fate come volete.

Il 22 marzo andate a votare. È un referendum costituzionale, non ha quorum, quindi ogni voto conta davvero. È uno di quegli appuntamenti rari in cui i cittadini possono dire la loro su come è fatta la Repubblica.

Prima però — e lo dico senza ironia stavolta — cercate di capire almeno i punti essenziali: cosa cambia con la separazione delle carriere, cosa fa la nuova Corte disciplinare, perché una parte della magistratura è contraria e perché una parte degli avvocati è favorevole. Ci sono fonti serie, neutrali, accessibili anche ai non addetti ai lavori.

Perché alla fine, la cosa più antipatica non è votare Sì o votare No. È votare senza sapere perché — e poi raccontarsi di aver scelto in coscienza.